mercoledì 31 dicembre 2008

Il compagno Mao Tse Tung, la chiamava autocritica.


Stasera, a Marsiglia ci saranno tante parole. Che scorreranno a fiumi tra un assaggio di saumon sauvage e un canapé di foie gras. Capodanno oblige. Saranno parole pronunciate in lingue diverse. A dominante francese, ovviamente. Ma tutte sfioreranno le cose. Ci saranno parole di nostalgia della giovinezza o in ogni caso dei bei tempi andati. Ci saranno parole da avvinazzato. Parole di convenienza. La stanza dalle grandi finestre che guardano l'Estaque e le sue carcasse di navi - niente romanticismi, niente Marius e Jeannette, per carità - risuonerà di parole, o meglio, rimbomberà di parole visti i soffitti alti, primi novecento, della casa. Sarà il solito terribile capodanno cacofonico. Ognuno saprà perfettamente che cosa aspettarsi dalle parole del suo interlocutore incrociato per caso all'angolo del buffet, o in terrazza a fumare una sigaretta che ormai non si può più fumare all'interno di niente. Le parole saranno involucri stantii di posizioni già note. Ci conosciamo tutti così bene. Vecchi amici. Ognuno inscatolato nel ruolo che in fondo si è scelto e al quale bisogna essere fedeli, per carità, se non si vuole che la pièce cada in pezzi. La monogamia a se stessi, al proprio personaggio, è il peccato mortale. 
Piperno, di cui tengo a dire non ho amato affatto il libro, cita Diderot e Flaubert. Il primo: "Tratta i tuoi pensieri come puttane". Il secondo: "Bisogna farsi degli harem nella testa". Un inno all'infedeltà, dunque. Un inno ai pensieri che vanno trattati come delle concubine. A posizioni antiche che possono essere tradite. 
E visto che agli sgoccioli dell'anno vecchio e all'inizio di quello nuovo ci si lancia nei proponimenti, il mio l'ho trovato. 
In questo 2009 profetizzato nero inchiostro per via della crisi economica, del riscaldamento globale, o della perdita del senso del sociale, vorrei tagliare con gli automatismi che mi fanno rispondere "ça va" alla canonica domanda.  
Tagliare con gli automatismi. Uscire dal ruolo. Ridare peso alle parole. Che poi, forse, significa anche ridare peso alle cose.




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