lunedì 29 dicembre 2008

L'identità di un morto.


L'identità di un morto fa pesare la morte di più. O meglio, un morto, un signore che magari nella vita faceva l'elettricista, fa realizzare la morte. È importante dire che faceva l'elettricista. O magari il meccanico o il tecnico di laboratorio. Altrimenti resta un numero. Al telegiornale, stasera, lo hanno ben specificato. Non ricordo il nome, poteva essere Hezi o Barack o Avi o Gimel. Hanno detto il suo nome e hanno detto il lavoro che faceva. Poi hanno detto che i morti a Gaza erano, secondo fonti diverse, grosso modo tra i 300 e i 350. Resta che, stanotte, andrò a dormire pensando a lui. Penserò a sua moglie, se magari ne aveva una. Ai suoi figli, i figli di Hezi, Barack, o Avi o Gimel che faceva l'elettricista, il meccanico o il tecnico di laboratorio. Immaginerò persino com'era casa sua. È morto nei pressi di Beer Sheva, mi sembra. Un brutto posto Beer Sheva, ai confini del deserto del Neguev. Un posto di casermoni tutti uguali dall'aria vagamente bielorussa. Tanti cartelli in cirillico agli angoli delle strade, sopra le vetrine. La casa di Hezi o Barack o Avi o Gimel, doveva probabilmente essere un appartamento. In uno di quei casermoni che non ti fanno venire mai la voglia di viverci. Ci sarà qualche vicina che metterà a scaldare del té su un pentolino in cucina. E tanti giornalisti. Uomini politici locali. La moglie siederà composta sul divano, con i figli piccoli accanto a lei. Uno di loro, il più piccolo, starà giocando al Nintendo seduto sul tappeto. Non capirà e non gli interesserà tutta quella gente. Saprà certo che è successo qualcosa. Ma continuerà a chinare il capo sul suo gioco. La televisione sarà accesa, in un angolo, ma senza audio. I vicini, tutta quella gente che starà riempiendo quel salotto, lanceranno delle occhiate in tralice verso lo schermo. Per sapere cosa sta succedendo qualche chilometro più a sud.
Penserò a tutto questo, prima di addormentarmi.
Non penserò ai grosso modo 300, 350 morti di Gaza. Sono troppi. 

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