giovedì 15 gennaio 2009

Come ci vedono da..fuori...


Colgo l'occasione della concessione dell'asilo politico a Cesare Battisti da parte del Ministro delle Giustizia brasiliano, per riflettere su come ci considerano all'estero.
Vivo all'estero da vent'anni. Frequento pochi italiani e molti stranieri. Quello che segue è un collage di quello che sento dire di noi.
Innanzitutto il popolo "italiano", gli "italiani":  più o meno, siamo considerati dei giocherelloni, un poco buffi, un poco simpatici, quasi innocui, col cuore in mano, ben vestiti, geneticamente truffaldini, pasticcioni e senza spina dorsale. Tutto sommato, godiamo di una certa condiscendente simpatia. Persino la mafia - e al decimo minuto di conversazione con la maggior parte degli stranieri, ecco uscire la parola magica - persino la mafia, (nonostante gli sforzi del povero Saviano) è vista come una bella cosuccia romantica, intrigante e misteriosa con la faccia di Marlon Brando nel ruolo di Don Corleone. 
A calcio, siamo scorretti e commedianti. Lo siamo anche in affari, ma questo va a nostro vantaggio perché sembra che riusciamo a far firmare contratti, per quanto inesperti e ignoranti, grazie alla nostra naturale simpatia. Da noi si mangia bene e c'è un certo savoir vivre...ma in fondo se diamo l'impressione di essere più leggeri e dispendiosi dei nostri vicini lo dobbiamo soprattutto al "nero", che chiunque fa, vista la complicità del nostro sistema fiscale.
Parliamo esageratamente forte, viaggiamo solo in banda perché incapaci di starcene da soli, timorosi della solitudine e del vuoto. Non siamo in grado di moderare i nostri sentimenti. Esibiamo passioni rozze, senza nessuna vergogna. Siamo disertori di natura e su un campo di battaglia voltiamo le spalle al nemico correndo dalla mamma. Siamo capaci di tanto affetto, ma un poco come i cagnolini che scodinzolano in attesa di una carezza dal padrone. Amiamo le macchine luccicanti, le pellicce e i bei vestiti griffati perché siamo ex poveri sopraffatti dall'effetto di Veblen. Alle televisioni estere, quando parlano di noi, ed è rarissimo all'infuori del calcio o di qualche gaffe di Berlusconi, i giornalisti esibiscono un sorrisino complice, della serie, sono fatti così ma non sono cattivi...
Questo in sintesi. 
Il caso Battisti ci mostra invece com'è visto e considerato da fuori il nostro Stato, il nostro Sistema.
Non intendo entrare in merito alle responsabilità, reali o fittizie, di Cesare Battisti.
Il fatto di essere stato condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana per una serie di omicidi compiuti negli anni '70, non è certo sinonimo di colpevolezza, visto il clima dell'epoca e soprattutto quella famosa e controversa legge sui pentiti che indusse Mitterrand a concedere l'asilo politico alle centinaia di fuoriusciti italiani che si erano rifugiati qui in Francia. 
La famosa "dottrina" Mitterrand è presto detta: la Francia non estraderà nessun individuo accusato di reati di natura politica fintantoché in Italia esisterà una legge sui pentiti e il sistema giudiziario italiano si avvarrà, per condannare qualcuno, delle dichiarazioni di detti pentiti. E non solo. Fintantoché i processi potranno durare all'infinito, e certe libertà non saranno garantite.
La "dottrina" Mitterrand, poiché non venne mai formalizzata, restò una promessa legata ai poteri "régaliens" del Presidente. 
Ciò non toglie che creò in Francia, tra molti intellettuali, la convinzione che l'Italia fosse una sorta di repubblica bananiera, un paese i cui cittadini non godevano delle libertà più elementari.
Se pensiamo all'Italia degli anni '70, non credo di sbagliarmi se affermo che l'opinione degli intellettuali francesi non era molto lontana dalla realtà. Ma questo ha comportato, in Francia, la difesa di personaggi assolutamente indifendibili quali ad esempio lo psicanalista Verdiglione, che, tutti, qui, considerano una sorta di martire innocente. O esagerazioni flagranti, come la concessione a Battisti, da parte del sindaco Delanoé, della cittadinanza onoraria della città, roba che normalmente viene data a gente come il Dalai Lama. 
Battisti è riuscito a convincere il Ministro della Giustizia brasiliano e il presidente Lula, che se lui tornasse in Italia, sarebbe "assassinato". A parte il fatto che non vedo proprio per quale motivo e chi mai dovrebbe assassinarlo, è comunque interessante notare che nessun non italiano, nei media, ha registrato e commentato questa panzana.
Perché questa piatta accettazione delle dichiarazioni di Battisti come oro colato? Sono davvero così ignoranti i giornalisti e gli intellettuali stranieri da avallare una minaccia del genere? Forse lo sono, sulla questione specifica. Ma, all'estero, le vicende italiane, i misteri italiani, da Piazza Fontana in poi, sono ben noti. Uno stato che ha avuto Gladio, che non ha ancora permesso che si facesse luce sulle molteplici stragi che hanno segnato il paese, che ha ministri collusi con la mafia e un ex-presidente che spiega nei dettagli come far cedere il movimento studentesco attuale grazie a qualche morto innocente ben scelto, bhè, perché non potrebbe far fuori anche il nostro rocambolesco Battisti?????
Paradossalmente, dunque, la mancata estradizione di Battisti per i motivi sopra indicati, è un boomerang che si spiattella sul nostro paese, sulla sua credibilità all'estero, sul suo essere o meno uno "stato di diritto".
Inutile aggiungere che il buffone preferito dai giornalisti, che incidentalmente è anche il nostro presidente del consiglio, non migliora di certo le cose.

Chiudo con due parole su Battisti.
Non sono un'appassionata di Battisti scrittore.
Non sono nemmeno un'appassionata del Battisti personaggio che, alcuni anni fa, in un'intervista alla televisione francese, dichiarò che in fondo eravamo tutti colpevoli collettivamente degli omicidi per cui era stato condannato.
Non mi chiedo se Battisti sia colpevole o meno. Non lo posso sapere. Lui nega. I tribunali italiani dell'epoca lo condannarono.
Sono comunque sollevata che Battisti e altri come lui non siano estradati in Italia. Non tanto per la questione della "colpa collettiva", che proprio non reggo. Semplicemente perché mi sembra che uno stato che ha fatto quello che ha fatto in Italia durante gli anni di piombo e che è rimasto bellamente impunito, non abbia decentemente il diritto di imprigionare quelli che all'epoca erano i suoi nemici. 
Tutto qui.
 
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Enrico Tami, 54 anni, è morto travolto da una massa di segatura all'interno di un silos della ditta di Claudio Macor a Premariacco in provincia di Udine.

2 commenti:

sileno ha detto...

Analisi spietata, ma esatta.
Quando mai questo povero paese diventerà civile e consentirci di girare a testa alta?
Un saluto cordiale
Sileno

Chiara Milanesi ha detto...

Ciao Sileno, l'ultima volta che mi sono sentita autorizzare a girare a testa alta fu grazie a Bearzot...Era il 1982....
...in fondo non sto proprio scherzando...