lunedì 5 gennaio 2009

Il gioco delle parti

Attraverso facebook, Gili Schwarz, mi spedisce un  video di propaganda israeliano che mostra un giardino d'infanzia nella cittadina di Sderot, dove tra un'altalena e una giostra sono stati edificati dei tunnel di cemento armato destinati ad ospitare i bambini in caso di attacco. La voce fuori campo sottolinea che Israele è il solo paese al mondo che, all'interno del suo territorio, è obbligato a costruire dei rifugi di cemento nei parchi gioco per proteggere i bambini. Un altro video, linkato al primo, mostra un bambino palestinese a un posto di blocco, che tenta di togliersi il giubbotto carico di esplosivo, mentre i soldati gli puntano i fucili a distanza di sicurezza. Il ragazzino chiede aiuto ai soldati e grida che ha paura e non vuol morire. Il titolo di questo secondo video è: "Ecco come i palestinesi trattano i loro bambini..."
Sul versante palestinese trovo il video di una donna incinta, sul punto di partorire, bloccata al posto di frontiera israeliano. Visibilmente la donna chiede di poter passare per raggiungere l'ospedale, ma i soldati di Tsahal appaiono insopportabilmente inflessibili.
Sono così numerosi su Youtube i video di propaganda, di entrambe le parti, che le colpe degli uni e degli altri possono essere soppesate col bilancino.
Nel frattempo nel mondo c'è il balletto più che scontato delle dichiarazioni. La Libia chiede al Consiglio di Sicurezza (che oggi vale meno del 2 di fiori a briscola) di condannare l'attacco di Israele. Come previsto gli Usa pongono il veto attaccandosi alla formulazione della risoluzione. Tutto come da copione. Gli egiziani controllano discretamente la loro frontiera per impedire un flusso massiccio di rifugiati nel suo territorio. Su CNN la regina Noura di Giordania invita Israele al cessate il fuoco, dimenticando allegramente il massacro fatto ai suoi tempi dal suocero per liberarsi del problema palestinese. Nelle capitali europee alle previste manifestazioni del sabato si bruciano le bandiere israeliane. 
Il gioco delle parti, lo chiamava Pirandello. 
E allora, io, penso ai miei amici. Penso a quei ragazzi palestinesi che mi avevano ospitata a Betlehem la sera di Natale di tanti anni fa. Che mi avevano descritto, con un tocco di autoironia, l'arte di arrangiarsi versione palestinese. Rivedo l'eccitazione che di colpo aveva preso tutto il quartiere al passaggio dell'automobile di Arafat che accompagnava la moglie alla messa di mezzanotte nella cattedrale della natività. Ricordo le mamme che nella piazza antistante la chiesa facevano sedere i figli sul cofano delle macchine dei poliziotti e scherzavano con loro, come si scherza con gli amici del bar sotto casa. 
E poi la giovane soldatessa israeliana, una pistolina alta un metro e mezzo, che pattugliava da sola un quartiere isolato di Gericho mentre i ragazzi palestinesi con la schiena appoggiata al muro le lanciavano occhiate di odio. Ricordo le discussioni interminabili con Barak e Gili da Kodari a Lhassa. Il litigio tra il cinico Hezi e la pacifista Nitzar, su come uscire dall'impasse in cui si trovava il loro paese, mentre sul rifugio si rovesciava la tempesta di neve himalyana. L'imbarazzo di Noah,  quando nella discussione attorno alla stufa, ai piedi del monte Kailash, si arrivava inevitabilmente a parlare di Sabra e Chatila.
Mi servono a qualcosa questi ricordi?





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