mercoledì 7 gennaio 2009

Il miracolo della neve


Oggi, qui in Provenza, è arrivata la neve. 
Me ne sono accorta stamattina, ancora prima di aprire l'occhio. Per via del rumore. Anzi dell'assenza di rumori. Bello, ho pensato, sta nevicando. Ho aperto l'occhio e anche la luce era luce da neve. Cioè grigia, olfattiva (lo so che non è un aggettivo appropriato, ma intendo dire che si trattava di una luce che ti faceva venir voglia di "annusare", sì, proprio, così di annusare il tempo col naso rivolto verso il cielo). E allora mi alzo, e mi affaccio sulla veranda che dà sul giardino. La neve cadeva come cadono le nevi nei film. Fiocchi larghi, lenti, che sembravano indecisi su dove posarsi. Assenza totale di vento. Assenza totale di rumori. Sulla stradina che scende di fronte a casa due tracce parallele. Segno evidente che qualcuno è sceso con gli sci. Mi affaccio in pigiama sulla porta del giardino e ci sono già almeno una ventina di centimetri belli compatti. Sarà che in Provenza non nevica mai, sarà che mi sveglio di buon umore, ma sto per battezzarla "la giornata magica". 
Poi, di colpo, il principio di realtà. Fottutissimo principio di realtà.
Innanzitutto constato che mi restano tre sigarette. Il tabaccaio è ai piedi della collina. Io abito in cima. Per raggiungerlo ci sono un paio di chilometri da fare. Due opzioni: o attraversare il bosco, o attraversare una zona di orribili villette in stile ispano-tirolese dotate tutte di piscina. La neve è alta al ginocchio e a scendere il sentiero nel bosco sicuramente si scivola. Ma la vista delle villette mexico-cortinesi per di più ingentilite dalla neve è troppo per me. Opto per il bosco, con possibile scivolamento, speranzosa però di incontrare elfi e fate. Non li incontro, ma scopro che la neve rende tutti gentili. Intabarrati come me,( scarponi da montagna, giacca a vento impermeabile, racchetta antiruzzolone, occhiali antineve e cappello in lana peruviano - insomma l'equipaggiamento himalayano miracolosamente estratto dai meandri bui della cantina medioevale tra bottiglie di Cabernet Sauvignon e sacchi a pelo che puzzano di muffa -) intabarrati come me, dicevo, incrocio qualche abitante del villaggio o delle villette circostanti.
Miracolosamente, tra sconosciuti, ci si saluta con sorrisi e codialità. Cosa che in Francia, paese timoroso del contatto umano, NON SI FA. Persino i cani, si fanno i complimenti. Babette, che essendo terrier tibetano, la neve deve averla nei geni, si rotola, sdrucciola, scivola deliziosamente verso valle, evitando di digrignare i denti, come di solito fa, alla vista di molossi o rottweiler cinque volti più grandi lei. Gli sconosciuti si scambiano informazioni vitali con l'atteggiamento di chi naviga sul Titanic dopo lo scontro con l'iceberg: sì, il supermercato, grazie a Dio, è aperto. No, gli autobus non scendono a Aix. Sì, il giornalaio, tabaccaio, venditore di caramelle è aperto pure lui. E anche il panificio. Quello buono, aggiunge una signora di cui intravedo appena gli occhi. Attenzione agli alberi, che i rami stanno cadendo un poco dappertutto, aggiunge una signora svedese che probabilmente quanto a neve la sa più lunga di noi. 
Si scende, si continua a scendere, e già si è creato il gruppino. La visione del sindaco - giovane, belloccio e noto puttaniere - che spala la strada assieme alle guardie municipali in maniche di camicia, sudato, ma fiero e sorridente, non solleva nessun commento ostile, nemmeno da parte di uno dei membri dell'opposizione in Consiglio Municipale, che lancia palle di neve al suo cane. 
Dal giornalaio, cosa inaudita, lasciano entrare Babette che puntualmente scuote il mantello di neve che trasportava fissamente attaccato ai suoi dreadlocks, schizzando acquerugiola sulle riviste patinate Deco Maison, Le Chasseur e Stylo Plume. La giornalaia, che normalmente ha l'atteggiamento di una dominatrice sadomaso, sorride e mormora un "Fa niente", invece di crocifiggermi e frustare il cane. 
Una strana armonia regna nel parcheggio vuoto del supermercato polacco, che è anche l'unico punto di rifornimento e di socializzazione del villaggio, dopo che il corso Daniel Massiani, pessimo tenutario del bistrot, ha deciso di trasformare il suo locale in tre striminziti miniappartamenti da affittare in nero ai lavoratori clandestini maghrebbini. Ci si saluta. Ci si sorride tra sconosciuti. Persino il Jean Claude, soprannominato "belle jambes" per le sue gambe glabre e senza peli, accenna ad un sorriso, lui, che sembra sempre portare sulle spalle la miseria del mondo.

Eric, l'unico poliziotto del villaggio, sempre incazzato perché nessuno rispetta l'autorità che incarna, si dilunga in spiegazioni dotte sulle pronosticate future condizioni del tempo dettategli nient'altro che da Méteo France in diretta. Magnifica il lavoro del pronto intervento che spazza le strade, raddrizza i rami dei pini marittimi piegati sotto il peso della neve, e spala  di fronte alla porta delle case  delle signore anziane, terrorizzate, secondo Eric, da questa catastrofe naturale.

Risalgo con la scorta di pacchetti di Marlboro per una settimana e due baguette sotto il braccio. Un albero è appena caduto sulla strada. I cancelli simil Versailles delle villette dolomito-costaricane risultano persino belli con il loro bordino di neve rappresa che ne dissimula l'aspetto minaccioso attenti al cane trasformandoli in leggiadri merletti. 

Guy, il vicino, misconosciuto decriptatore della scittura maya, spala la neve di fronte a casa mentre i bambini del villaggio protestano perché lo spalamento interrompe la discesa che fanno arditamente su slitte di legno tirate fuori da improbabili cantine e risalenti ai tempi di Ardito Desio. Allegramente, Xavier, ufficialmente professore di Diritto Internazionale, ma segretamente stipendiato dai servizi segreti per missioni di monitoraggio nelle Stan repubbliche, informa tutti noi che siamo isolati, non ci sono più autobus, né treni, né aerei che ci porteranno ai saldi, ai cinema, ai teatri, ai ristoranti, ai tornei di bridge.

Rientro. Caffé. Sigaretta. Auspico per il futuro tormente di neve, tsunami, eruzioni vulcaniche, catastrofi nucleari. Curiosamente comincio a capire cosa intendeva mia madre, quando diceva, un poco vergognosa..."Una guerra, una guerra... non è solo quello che pensate voi...".



1 commento:

Blogger ha detto...

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