mercoledì 14 gennaio 2009

Una storia d'amore, di tenebra e di guerra


La discussione di ieri con gli amici di lista mi porta inevitabilmente a riprendere in mano un libro che ho amato particolarmente. Uno di quei libri che si rileggono. 
Non sono tanti i libri che si rileggono. Ma questo...
Una storia di amore e di tenebra. Lui, Amos Oz, uno di quegli scrittori che vorrei avere per amico.
Se davvero vogliamo capire perché israeliani e palestinesi si dedicano con passione ad una guerra senza fine bisogna leggerla questa storia d'amore e di tenebra.
Attraverso la descrizione della sua infanzia di figlio di ebrei "vomitati in Palestina dall'Europa", Amos Klauzner, oggi Amos Oz, ci racconta la storia e la genesi di una nazione.
La sua famiglia è dunque "vomitata" a Gerusalemme nel 1933, dalla Russia e dalla Polonia.
Racconta Oz, che la sua era una famiglia di europei. Non di ucraini, polacchi, o russi. La sua era una famiglia di perfetti europei "cosmopoliti, intellettuali e parassiti". Parlavano e leggevano una quindicina di lingue che utilizzavano - ed è un poco la stessa storia che ci racconta anche Elias Canetti - a seconda degli argomenti. Il tedesco e l'inglese per la cultura. Il russo e il polacco per non farsi comprendere dai bambini. L'yiddish per sognare. Ad Amos i genitori impongono l'ebraico per paura che l'Europa, con il fascino delle sue lingue, possa sedurre il figlio. Della famiglia di Oz decide di restare in Ucraina, a Vilna, solo lo zio David, professore di letteratura comparata ed europofilo convinto.
Si rifiuta, lo zio David, di fare piacere a quelli che considera "dei fanatici teppisti antisemiti e nazionalisti". Resta dunque al proprio posto per "servire il progresso della cultura, dell'arte e del pensiero senza confini", finché a Vilna non arrivano i nazisti. A Vilna, dove quando venne assassinato, David leggeva sui muri : "Giudei, andatevene in Palestina ...". La stessa scritta che si ripeteva sui muri di tutta l'Europa. 
Cinquant'anni dopo, gli stessi muri urlano "Ebrei, uscite dalla Palestina!".
I componenti della famiglia di Amos Oz, genitori, zii, nonni, cugini, sono tutti personaggi usciti dai romanzi di Cecov. Tentano disperatamente di assumere la statura di personaggi tolstoiani, di riformare il mondo, di elargire principi morali, di seminare attorno a loro il fervore pacifista e la smania del ritorno alla natura, ma non solo non sono capaci di fare proseliti, ma "non se la cavavano nemmeno con le semplici piante di appartamento" che morivano per troppa o troppo poca acqua.
Tutti sono assolutamente impreparati ad affrontare la confusione, gli odori, e gli umori del Levante. "Il Levante è pieno di microbi" decreta Shlomit, la nonna appena sbarcata ad Haifa dall'Europa Orientale. "Aveva rivolto un unico sguardo ottenebrato ai commercianti sudati, ai banchi variopinti, ai vicoli brulicanti, pieni di grida di venditori, ragli d'asini, belati di capre, starnazzi di galline appese per la gambe, e colli muti di polli già sgozzati, aveva gettato un'occhiata alle spalle e alle braccia degli uomini d'Oriente, ai colori scandalosamente chiassosi della verdura e della frutta, ed enunciato il suo verdetto definitivo: il Levante è pieno di microbi".
E, da intellettuali europei, "disgraziati, verbosi, soffocati dagli istinti, rovinati dagli ideali",  i membri della famiglia di Oz sono  pure impreparati a confrontarsi con quello di cui Israele ha bisogno in quel momento: "di ragazzi e ragazze, pionieri determinati e scuri di pelle, silenziosi, in confidenza col buio della notte".
Ogni gesto, ogni scelta, ogni decisione , racconta lo scrittore,  comportava discussioni e lacerazioni interne alla comunità di cui faceva parte la famiglia.
Un episodio illuminante è quello che riguarda se acquistare il formaggio proveniente da un kibbutz, o il formaggio proveniente da Lifta, il villaggio arabo vicino.
Riporto qui di seguito l'intero brano:
"Questione complessa. A dire il vero il formaggio arabo era appena più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo un poco si tradiva il sionismo: da qualche parte in un kibbutz o in una cooperativa agricola, nella valle di Jezreel o fra le alture di Galilea, c'era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato quel formaggio ebraico - come avremmo potuto voltarle la schiena? D'altro canto a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l'odio tra i due popoli. E il sangue che ancora si sarebbe versato sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L'umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo fellah era in fondo il fratello buono del mugicco incolto dall'animo nobile dei racconti di Tolstoj"...
"Al negozio del signor Auster sorgeva ogni volta una piccola discussione tra le clienti: comprare o non comprare il formaggio dei contadini arabi? Da una parte, come dice il Talmud, 'la precedenza ai poveri della tua città', e perciò era nostro dovere comprare il formaggio proveniente dal kibbutz. D'altro canto, dice la Bibbia ' una sola legge avrete voi e lo straniero che vive tra di voi', perciò era opportuno comprare ogni tanto il formaggio dei nostri vicini arabi. E poi quale sguardo di disprezzo avrebbe riservato Tolstoj a una persona capace di comprare un formaggio e non un altro solo per via di una differenza di religione, di popolo o di razza? Dove erano finiti i valori dell'universalismo? L'umanesimo? La fratellanza tra tutte le creature fatte a immagine divina? Però quale meschinità sionista, quale bassezza, quale grettezza d'animo era mai quella di comprare il formaggio arabo solo perché costava due centesimi di meno, invece di quello dei pionieri, che sulla loro pelle e con le unghie cercavano di tirar fuori il pane da questa terra?"

Di queste "infamie" era fatta la vita degli ebrei emigrati in Palestina. Di queste infamie, di queste inadeguatezze e della costante paura che veniva instillata in ogni casa ebraica: "la paura terrificante che forse eravamo davvero troppo fastidiosi e invadenti, troppo intelligenti e avidi di denaro...La paura mortale di dare per disgrazia ai gentili una cattiva impressione, che in tal caso loro si sarebbero arrabbiati e ci avrebbero fatto di nuovo quelle cose tremende cui era meglio non pensare."
È Oz bambino che ricorda. Che ricorda il panico che lo prendeva di non fare buona impressione. Sugli inglesi e sugli arabi di Palestina, perché "bastava un bambino, un solo bambino che non si fosse lavato la testa e avesse i pidocchi, per gettare una pessima reputazione su tutto il popolo ebraico".
Più tardi, dopo il suicidio della madre, dopo aver lasciato a 15 anni la casa paterna per andare a vivere in un kibbutz, Oz, ritorna su quella paura.
Ho voglia di riportare qui questo brano. Mi sembra importante. Oggi. Alla luce di quanto succede in quelle terre.
È il 1955. Oz, sedicenne, fa il turno di guardia notturno lungo la cinta del kibbutz, a cinque chilometri dalla linea del cessate il fuoco tra Israele e la Giordania. È il periodo degli attentati dei feddayn, degli assalti ai kibbutz, delle granate tirate dentro alla finestre delle case degli ebrei. Accanto a Oz, il veterano Efraim Avneri, arrivato in Palestina trent'anni prima. Alla domanda che Oz rivolge al compagno più vecchio, "se gli fosse mai capitato di uccidere 'quegli assassini' ", l'uomo  risponde, raggelando il suo interlocutore:
"Assassini? Ma che ti aspetti da loro? Dal loro punto di vista noi siamo extraterrestri giunti dallo spazio a sparpagliarci sulla loro terra, che pian piano abbiamo conquistato alcune sue parti, ma mentre assicuriamo loro che in realtà siamo venuti qui per coprirli di ogni ben di Dio, per guarirli dalla tricofizia e dal tracoma, per affrancarli dall'arretratezza e dall'ignoranza, dal gioco dell'oppressione feudale - con l'astuzia ci accaparriamo un appezzamento dopo l'altro del loro suolo. Dunque, cosa vorresti? Che ci ringraziassero della nostra bontà d'animo? Che ci venissero incontro suonando le fanfare? Che ci porgessero rispettosamente le chiavi di tutto il paese perché i nostri avi un tempo abitavano qui? C'è forse da stupirsi se hanno imbracciato le armi contro di noi? E adesso che abbiamo inferto loro una sconfitta schiacciante - e centinaia di migliaia di loro da quel giorno vivono nei campi profughi - ti aspetti forse che condividano la nostra gioia e ci augurino ogni bene?"
Amos Oz è scioccato che un eroe di Eretz Israel risponda in questo modo e gli chiede "E allora perché non te ne vai dal paese? "
Al che Efraim Avneri risponde:
"...perché in nessun posto al mondo mi vogliono. Nessuno mi vuole. La questione sta tutta qui. Ce n'è già troppa nel mondo di gente come me. Solo per questo mi trovo qui. Questa è l'unica ragione per cui porto un'arma. Perché non mi caccino pure da qui. Ma la parola 'assassini' non la userei mai per degli arabi che hanno perduto i loro villaggi...."
"Ne consegue - ribadisce Oz ragazzino sempre più annientato - che noi gli avremmo portato via delle terre non nostre..."
"È semplice" - risponde Efraim - "Se non qui, allora dove si trova la terra del popolo ebraico? Forse sotto il mare? Sulla luna? O forse il popolo ebraico a differenza di tutti gli altri popoli della terra non ha diritto a una seppure piccola patria?...Nel 48 c'è stata una guerra tremenda, e sono stati loro a porre la questione nei termini di noi o loro, noi abbiamo vinto e quindi gliel'abbiamo presa. Non c'è nulla di cui andare fieri! Ma se avessero vinto loro, nel '48, ci sarebbe ancora di meno d'andare fieri: non un solo ebreo avrebbero lasciato vivo! ...Qui sta il punto: visto che abbiamo preso quello che abbiamo preso nel '48 ormai è fatta, l'abbiamo. Visto che adesso comunque abbiamo di che, è proibito prendere loro di più. Chiusa la faccenda. "
"E se fra un momento arrivassero qui i i feddayn?" chiede Oz...
"Se arrivassero" sospirò Efraim, "dovremmo immediatamente stenderci a terra, nel fango, e sparare. Facendo del nostro meglio per sparare meglio e più lesti di loro. Ma non perché siamo un popolo di assassini , dovremmo sparare, ma per la semplice ragioni che anche noi abbiamo il diritto di vivere e per la semplice ragione che anche noi abbiamo il diritto di avere una terra..."


Amos Oz, oltre che scrittore è membro fondatore del movimento Shalom Arshav. Riporto un suo contributo redatto durante il ritiro di Israele da Gaza.



6 commenti:

maricla ha detto...

Chiara, è molto bello il brano che riporti e molto contraddittorio. come dici altrove, aumenta la confusione di tutte le persone di buona volontà. e siccome il Presidente diceva: ''grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è propizia'', provo ad aggiungerne un altro po'.
perché mai un ebreo non si sente parte di nessun altro popolo?
lo so c'è l'antisemitismo millenario. ma, essendo un rischioso serpente che si morde la coda, proviamo a metterlo da parte un momento, per rispondere a questa domanda - accettando convenzionalmente che ''popolo'' sia un concetto interessante e non fuorviante (il contrario di cittadino e cittadinanza, intendo).
io mi sento popolo italiano (cittadina italiana), anzi peggio: romano. eppure: sono miscredente in un paese cattolico, romana in una città di ''burini'', donna in una società di maschi, potrei continuare e non ne usciamo vivi.
perché un nero, un giallo, uno straniero punta all'integrazione - fa battaglie per l'integrazione - e un ebreo invece no? perché quegli ebrei illuminati che credono nell'universalismo che cita Oz, non combattono dove sono? come fanno ad accettare di rubare la terra ad altri in nome della ebreità?
sempre più mi pare che bisogna uscire dalla logica degli ''individui'' e aderire ad una logica di ''lotta politico-culturale''. secondo me è l'unica cosa che garantisca un futuro per tutti. una lotta - com'è quella del femminismo - per il rispetto della diversità di qualunque genere.

Chiara Milanesi ha detto...

La domanda che fai, come ribadiva Hannah Arendt, è malposta. Secondo te Karl Marx non si sentiva tedesco? E Freud non si sentiva austriaco? E Primo Levi non si sentiva italiano? E Bob Dylan non si sente americano? L'idea che gli ebrei si sentano sovranazionali, ebrei come "altro', come" straniero", è, scusami Maricla, una gran brutta idea, oltre che palesemente falsa...Gli ebrei tedeschi si sentivano perfettamente assimilati...fino a scoprire, con le leggi di Norimberga, che non lo erano...

marina ha detto...

Ciao Chiara, questo libro è molto caro anche a me. Sono andata a prendere la mia copia per vedere le mie sottolineature e, come ne ero certa, ho trovato anche questa: "visto che adesso abbiamo di che, è proibito prendere loro di più".
Mi interessano molto le osservazioni e soprattutto le domande di Maricla. Da meno che miscredente me la prendo con la religione (e le religioni). Il concetto di popolo eletto è terribile, addirittura fatale.E' stato il motore dei coloni, con tutto quello che ne è seguito. E naturalmente fa sì che non si cerchi l'integrazione ma il massimo di specificità.
Siamo al famoso serpente che si morde la coda: popolo eletto chiama popolo perseguitabile. E al rovescio, popolo perseguitato chiama popolo eletto. Come spezzare questo circolo dannato?
Dal dopo guerra molto si è fatto e si fa per arginare qualunque tentativo di nuovo antisemitismo. A fatica spesso. Ma la buona volontà mi sembra evidente. Con una sintesi certo sbrigativa potrei dire che il lemma "popolo perseguitato" sta scolorendo. Non sarebbe il caso di scolorire anche il lemma "popolo eletto"? O è una domanda impropria? sinceramente mi sento sempre più scissa su questa storia e non ne vengo a capo
marina

Chiara Milanesi ha detto...

E aggiungo, ma l'abbiamo davvero letto Primo Levi? Ho l'impressione che lo si legga di più all'estero che in Italia...Alla tua domanda, perché gli ebrei non hanno combattuto dov'erano, Primo Levi risponde perfettamente nel capitolo settimo, intitolato "Stereotipi" del suo saggio "I sommersi e i salvati"...Lo fa meglio di me, di sicuro, e va riletto...

marina ha detto...

ho il mal di testa Chiara, mo mi fai anche rileggere I sommersi e i salvati!
obbedisco, marina

Anonimo ha detto...

Esulo dal tema guerra, su cui concordo con tutto quello che dici (e poi mi sembra che di tutto e di più sia già stato detto, purtroppo invano )per parlare solo del libro.Ho cominciato a leggerlo proprio perchè me ne hai parlato tu. La mia lettura ha avuto un ritmo ondulatorio,con picchi di entusiasmo e momenti di noia in cui non trovavo più le fila del discorso (impressione confermatami da altri che non l'hanno neppure finito definendolo, ahimé, noioso). Sono stata a cena da una coppia di simpatici giovani ebrei,vissuti negli States e in Israele,lui figlio di un noto intellettuale, che mi hanno dato una chiave di interpretazione dei miei momenti di difficoltà nella lettura (difficoltà cui peraltro non avevo accennato).Mi hanno detto che la traduzione (della Lowenthal)non rispetta il ritmo della lingua originale, molto più sintetico, così che la versione italiana risulta fatta di periodi troppo prolissi che appesantiscono il testo e ne smorzano la vivacità.
Avevo deciso di prendermi una pausa, cosa che di solito non faccio mai neppure con libri che non mi piacciono-li termino sempre e comunque. Ora mi hai di nuovo stimolato a riprenderlo in mano perchè non ero ancora arrivata al periodo che descrivi tu e di cui citi il brano molto bello. Grazie
Patrizia