domenica 18 gennaio 2009

La morte di Sepp Innerkofler


È un concatenarsi di pensieri e ricordi. La foto di una montagna. Mio padre che mi portava, da piccola, a cercare bossoli nelle Dolomiti, là dove si era combattuto durante la Grande Guerra. Se ne trovavano ancora. Attorno alle Tre Cime. Sul Paterno. In Val di Comici.  Sul Lagazuoi e sul Sass de Stria. Ad ogni bossolo mio padre mi raccontava una storia. Era specialista di montagne e di storie, mio padre. Ne sfornava a ripetizione. Era una sorta di vate, mio padre. Pure sull'insalata era capace di sfornare storie.

La prima volta che mi raccontò la storia di Sepp Innerkofler fu lungo la facile ferrata che permette di raggiungere la cima del Paterno. Si chiamava ferrata De Luca-Innerkofler e credo si chiami così ancora oggi, anche se tutti dicono semplicemente "la ferrata del Paterno". 
Dalla Cima del Paterno c'è una visione mozzafiato delle Tre Cime. E stavamo proprio ammirandole, le Tre Cime,  con un panino in mano, quando mio padre iniziò dicendo che il nome della ferrata non si riferiva a due amici, o ai due primi scalatori che l'avevano attrezzata. Ma a due alpini. Pietro De Luca, di Pieve di Cadore. E Sepp Innerkofler, di un paesino vicino a Sesto in Val Pusteria. "Hanno detto che il primo aveva ucciso il secondo". "Hanno detto", specificò mio padre. 
Era il 4 luglio 1915, aveva continuato mio padre. Sepp era stato un grandioso alpinista, figlio a sua volta di un altro grande alpinista che era morto precipitando dal Cristallo.
Lo conoscevano tutti in quelle valli. Il rifugio Locatelli era stata la sua famiglia a costruirlo. E gli italiani  a distruggerlo all'inizio della guerra. Ed era stato lui, Sepp, a conquistare la Piccola di Lavaredo passando per la parete nord, la più ostica. Una foto dell'epoca, che riporto qui sotto, mostra la bara di Sepp che viene portata a spalle da un gruppo di alpinismi verso il cimitero di Sesto, dove nel 1919 sarà seppellito una seconda volta. Sullo sfondo, le Tre Cime, le sue montagne.

Aveva voluto prendere proprio la cima sulla quale eravamo seduti, aveva continuato mio padre. Una decina di metri quadri, non di più. Ma importanti, per il controllo delle vallate sottostanti. 
Sepp non era solo uno splendido alpinista, era anche un grande cacciatore di camosci. All'epoca dovevano essercene stati tanti in quelle valli. La leggenda racconta che pochi giorni prima che morisse, gli alpini italiani e gli Standschutzen austriaci avevano osservato affascinati la caccia che Sepp stava dando ad un camoscio, che correva libero tra i due schieramenti. Nessuno aveva tirato un colpo. E, sempre la leggenda, assicura che quando Sepp era riuscito ad abbattere il camoscio, da entrambi gli schieramenti si erano alzati applausi e grida di trionfo.
Poche notti dopo Sepp e altri cinque alpini avevano iniziato la scalata verso la cima del Paterno. Di notte. Per sorprendere gli italiani che se ne stavano appollaiati in alto. Proprio nei deici metri quadri in cui eravamo seduti noi.
Sul libriccino che mio padre portava sempre con sè in montagna (il Berti, così chiamava lui la storica guida dettagliata alle arrampicate dolomitiche), l'autore raccontava la fine di Sepp per mano di Pietro de Luca che, dall'alto della sua postazione di sentinella, gli aveva tirato addosso un masso. "No te vol proprio ndar via?", è la frase che secondo Antonio Berti, De Luca aveva gridato a Sepp prima di tirare il masso.
Mio padre, nel raccontarmelo, scuoteva la testa. Lui non ci credeva. Lui era un romantico della montagna. 
"Non è possibile," mi aveva detto. "Basta salire qui in vetta per capire che non è possibile che due montanari a due passi dalla cima si faccian del male.". Per lui la questione era chiusa. E il doppio nome della ferrata, era giustificato. Glielo avrebbero mai dato un doppio nome così, aveva continuato, se uno fosse stato l'assassino dell'altro?

Mio padre non si sbagliava. 
Nel 1975, il figlio di Sepp, testimone oculare, rilasciò la sua versione dei fatti. Racconta il figlio che proprio quando mancava poco a Sepp per raggiungere la vetta si erano sentiti gli spari di una mitragliatrice dalla Torre di Toblin, in quel momento in mano agli austriaci, e subito dopo quegli spari lui aveva visto il padre precipitare e incastrarsi nel camino Oppel. Un errore. Quello che oggi si chiama "fuoco amico".
Erano stati gli alpini comandati da Da Rin a calarsi qualche giorno dopo per recuperare il corpo di Sepp e seppellirlo, provvisoriamente, in cima al Paterno, continuò mio padre. E lo avevano fatto rischiando la vita ad ogni secondo, aggiunse.
Non so cosa avrebbe fatto Sepp se fosse riuscito ad arrivare in cima. Probabilmente quello che avrebbe fatto ogni soldato. Avrebbe tirato un paio di granate e poi sparato sul manipolo di alpini che controllavano la mitragliatrice. Tutte le cime dolomitiche grondano del sangue dei ragazzi che si sparavano da una cima all'altra. E a salirle, quelle montagne, è come calpestare un immenso e spaventoso ossario. 
Eppure vorrei avere la stessa romantica convinzione di mio padre. 
In montagna ci si aiuta. Non ci si uccide, ribadiva, mio padre.
Questo ci pensano le montagne a farlo.


Questo post nasce dalle foto della Piccola di Lavaredo che ha pubblicato stamattina Sileno nel suo blog. Lo ringrazio ancora di aver permesso a certi miei ricordi di venire a galla.






3 commenti:

sileno ha detto...

Ti ringrazio per la citazione.
Molto interessante il post sulla morte di Sepp Innerkofler, ho letto le diverse versioni sulla morte, leggo su un libro autori:Peter Kubler e Hugo Reider che Karl Springenschmid ( autore della biografia di Sepp)parlò con i partecipanti all'azione ancora vivi,Forcher,Piller,e Rogger; questi testimoni, indipendenemente uno dall'altro dichiararono che Sepp era caduto per mano del nemico, mentre il figlio di Sepp dichiarò che il padre venne colpito da mitraglia austriaca puntata sulla cima del Paterno.
Una cosa è certa: gli alpini in vetta al Paterno recuperarono il corpo di Innerkofler e lo sepellirono in cima al Paterno dove rimase per tre anni.
Ciao
Sileno

Chiara Milanesi ha detto...

Chissà...Gli altri alpinisti che salirono con lui, Forcher, Piller e Rogger, non credo possano ammettere a cuor leggero che il loro compagno sia stato abbattuto per sbaglio proprio da un mitragliere austriaco.
Probabilmente il De Luca il masso lo tirò, e nella confusione degli spari che venivano dalla mitraglia sulla Toblin, può essere stato difficile per gli altri capire che cosa stava succedendo. devono aver visto Sepp perdere presa e precipitare. Il figlio sostiene che il padre aveva un foro di pallottola che gli traversava il cranio. Il foro era entrato dalla fronte e uscito nella parte alta del cranio. Secondo il figlio ai primi spari Sepp si era voltato istintivamente verso la mitraglia, il che spiega il percorso della pallottola.
Ma chissà cosa successe davvero là in alto...

giorgio ha detto...

Se non l'hai già fatto, vorrei che tu leggessi il mio commento al post di Sileno che citi. C'è tutta la spiritualità e la filìa tra uomini che simboleggia per me la montagna. Grazie del tuo racconto, l'ho letto tutto d'un fiato con piacere crescente. Storie di uomini, di vita, di morte, di sostanza.
Complimenti!
Giorgio.