venerdì 9 gennaio 2009

Perché mi piace Giuseppe Genna...



Sto leggendo "De Profundis" di Giuseppe Genna. E non lo voglio finire. 
Sono solo due gli scrittori di cui non ho mai voglia di finire i libri. Don De Lillo e Giuseppe Genna. Che, in qualche modo, si assomigliano. Chissà se Don De Lillo ha mai letto Giuseppe Genna. Di sicuro Genna ha letto De Lillo. Se non altro perché Genna è un lettore onnivoro. 
Non ho mai voglia di terminare i loro libri perché i loro libri funzionano su di me come una droga. E non è solo la vertiginosa maestria con cui giocano entrambi con le parole. Che mi scatenano l'adrenalina come quando arrampico in montagna e ho paura. La loro scrittura mi fa camminare sul bordo di un precipizio. Ho l'impressione, sempre, di afferrare qualcosa in più di quello che mi circonda, ma non come la verità svelata di uno scienziato, piuttosto come la verità suggerita di un poeta. Che appena la sfiori è come se la perdessi. Da cui il senso di manca. Di mancanza, come quando un tossicomane vuole ricominciare a farsi per riprovare lo stesso sentimento di leggerezza, potenza, dominio, comprensione che gli procura la droga. 
È curioso. I libri di Genna e di De Lillo si riescono anche a dimenticare. Sono così densi, mi interrogano ad ogni paragrafo, che li rimuovo, nel dettaglio, per conservare in me una visione globale. Così li posso rileggere.
De Lillo l'ho scoperto nel 1988. Il primo libro che lessi di lui era Rumore bianco. Non ricordo come il libro mi era capitato tra le mani. Ricordo che lo lessi d'un fiato. Notte fonda e mattina.
Genna l'ho scoperto nel 2003, grazie ad una recensione, pubblicata sul New Yorker, della versione inglese di Nel nome di Ishmael. È stato amore a prima vista. Innamoramento. Panico.
Non era tanto la storia che in entrambi i libri mi aveva catturato. Entrambi gli scrittori sanno perfettamente che, a conoscerla, la verità, si resta a bocca asciutta. Quello che mi aveva catturato era la loro capacità di permettere al lettore di penetrare un ambiente, di "vedere" il mondo come lo vedevano loro. Per certi versi, la capacità di svelare. Di togliere un velo. Ma proprio quando al lettore sembra che il "velo" sia tolto, ecco che ne appare un altro, a occultare quanto prima sembrava essere chiaro.
Nietzsche diceva che ogni verità andava accompagnata da una sonora risata. 
Nei libri di De Lillo e di Genna, è il moltiplicarsi delle verità che rendono LA verità, effimera e incoerente. Come è successo con le molte verità che ci sono state offerte di Ustica o di Piazza Fontana.
Ecco. Genna e De Lillo sono due scrittori perfettamente "foucaultiani". Nei loro libri parlano indirettamente, ma costantemente del potere. E riescono a produrre panico nel lettore proprio perché leggendoli si afferra come non vi siano responsabili o controllori. Come tutti si sia semplicemente recettori, ricevitori di stimoli e consumatori. E nello stesso tempo, complici. Partecipanti e partecipi. Alle microfisiche quotidiane del potere. 

Bibliografia di Giuseppe Genna

Bibliografia di Don de Lillo.


2 commenti:

marina ha detto...

Lettura sempre rimandata. Forse è suonata l'ora..Comincerò da De Profundis
marina

Chiara Milanesi ha detto...

No, Marina, non cominciare da De Profundis! Comincia da Nel nome di Ishmael, poi passa a Dies Irae...