giovedì 26 febbraio 2009

Buon anno e tashi delek...


Niente festeggiamenti in questi giorni per il Capodanno tibetano. Lo hanno gridato la settimana scorsa alcuni monaci a Lhassa e la polizia dopo averli pestati se li è portati via e li ha fatti sparire.
 
Visto come stanno le cose, c'è comunque ben poco da far festa.
E quindi niente abiti tradizionali, niente danze, niente sculture di burro di yak. E le strade della vecchia Lhassa non accoglieranno il 2136 con profumo di incenso. 

A Lhassa c'ero arrivata quattro anni fa. Da Kathmandu. Lo stesso percorso che 85 anni prima aveva effettuato Alexandra David Neel assieme al figlio adottivo Yongden.  Un viaggio lunghissimo.E faticoso. Una settimana intera su un traballante autobus cinese in compagnia di tre soldatesse e un soldato di Tsahal. Lentamente, lungo sterrati a strapiombo, su un altopiano a 5000 metri. Su e giù. Talvolta a passo d'uomo per cedere il passo alle mandrie di yak. 
Ricordo le innumerevoli soste per far raffreddare il motore . 
Ricordo un picnic alle sorgenti del Bramaphutra. 
E le infinite discussioni con i soldati di Tsahal su Israele e la Palestina, attorno a tavoli di biliardo en plein air dove bellissimi tibetani disoccupati trascorrevano oziosamente le loro giornate. Di loro ricordo i lunghi capelli neri avvolti attorno al capo e intrecciati con fili rossi e pietre turchesi. 
Ricordo i camionisti cinesi che a Shigatse si esibivano tranquillamente con le puttane tibetane in sordidi locali dove il karaoke non si esaurisce mai prima dell'alba. 
Il peso della dominazione cinese in Tibet me lo avevano rivelato proprio le puttane e i bordelli con tanto di insegna e di prezzi sfacciatamente indicati sul frontone della porta delle case di piacere. Esibiti, pubblicizzati, subito dopo il ponte che a Kodari segna la frontiera col Tibet. Una cosa assolutamente improponibile nel resto della Cina, dove la prostituzione resta, invece, tassativamente vietata.
Ma cosa c'è di meglio per umiliare un popolo, mi ero detta quella volta, se non il fatto di trasformare le sue donne in prostitute? 

Di Gyantze ricordo l'albergo. Lunghi corridoi moquettati, sputacchiere ad ogni angolo, bagni sontuosi, spazzolini da denti offerti dalla direzione e niente canalizzazioni. Al momento della costruzione, l'acqua non era stata prevista, spiegano al banco. 
La notte scendo a pisciare nel parcheggio dei camion. Mi accuccio dietro una ruota più alta di me e guardo le stelle.
Di Tingri ricordo il ragazzo senza braccia e senza gambe che scivolava lungo le bancarelle del mercato adagiato su uno skate board e quella che ho pensato fosse sua sorella che lo trascinava con una cordicella.
Di Nyalam la grande camera destinata ai funzionari del partito nella quale, sotto gli occhi del gotha del comunismo internazionale appeso alle pareti,   Gili, Adi e Noah, prima che ci addormentassimo, avevano intonato la nenia che i soldati di Tsahal cantano negli accampamenti del Negev.
Non era stato un viaggio facile. Era stato un viaggio faticosissimo. Duro. Pieno di imprevisti. Ma denso di emozioni.
All'arrivo, stanchissima dopo 12 ore di buche e guadi, neanche la vista del Potala, più maestoso del palazzo di Ceausescu, mi aveva dato la voglia di uscirmene a zonzo dall'albergo.
L'avevo fatto solo a notte fonda. Per capire da dove venisse quel rumore ripetitivo di legno che sbatteva. Quell'infinito e insopportabile tak tak che mi impediva di dormire. Ed ero scesa per strada. Nella vecchia Lhassa, poco lontano dal mercato degli uiguri.
In quel momento a farlo, quel rumore, era una vecchia. Che avanzava con l'andatura rituale dei pellegrini. Tre passi e giù lunga distesa a scivolare sulle tavolette di legno legate alle ginocchia e agli avambracci. E di nuovo in piedi. Le mani giunte davanti alla fronte e poi sul cuore. Ancora tre passi. E giù. 
Seduta sullo scalino di un negozio di tessuti avevo atteso l'alba. A osservare i pellegrini che sempre più numerosi effettuavano lo stesso percorso. Da migliaia di anni, su e giù, con le vesciche annerite sulla fronte che ogni tre passi sbatte contro la terra, i lunghi rosari di corna di yak avvolti attorno al polso sinistro. Quasi tutti a piedi nudi. Vecchi, giovani, donne, bambini. Imperturbabili.
Sempre avanti, verso il Potala vuoto del suo inquilino.
Riusciranno a cancellare tutto questo i cinesi? mi ero chiesta quella notte.
I loro ospedali high tech avranno la meglio su una fede così forte? 
Vinceranno i telefonini o i mandala di sabbia?
E perché mai la fede, l'oscurantismo e la devozione di quel popolo mi commuovevano? 
Ancora non so darmi una risposta.
So solo che non ci sarà Capodanno a Lhassa in questi giorni. 
Ma qualcuno mi ha detto che i pellegrini, per il momento, continuano ad avanzare verso il Potala facendo tak tak. 
Buon anno, allora. 
Buon anno a quelli che camminano sbattendo la fronte per terra. 
Buon anno ai ragazzi che giocano a biliardo. 
Buon anno ai monaci che ridono. 
Buon anno a high holyness il Dalai Lama, sofferente a Dharmasala. 
Buon anno a tutti i tibetani. A quelli delle montagne dello Sichuan. Ai rifugiati di Bodnath. Ai monaci di Kathmandu che passano la notte in prigione ogni volta che gli trovano in tasca una foto del loro leader. 
Buon anno a tutti voi. 
Buon anno di cuore e tashi delek.



 .  


5 commenti:

sileno ha detto...

Unisco anche il mio di "Buon anno"
con l'augurio che si spezzino le catene e che tutti gli Uomini siano liberi, sotto ogni cielo.
Sileno

maricla ha detto...

già, perché ci commuove l'oscurantismo del buddhismo più retrogado di tutta la galassia buddhista? ma anche: perché mettere sullo stesso piano l'ospedale high tech e il telefonino? il Dalai Lama mi è stato segnalato nell'hotel più lussuoso di Dubai, per dire. vero? falso? boh. la mai fonte era molto scandalizzata. io di mio ho registrato in silenzio le tante perplessità che il Dalai Lama mi suscita - compresa la banalità di alcuni suoi testi.
mi pare infinitamente complessa - molto più complessa di come ce la raccontano - complessa come la suggerisci tu, invece - questa faccenda.
e poi mi viene sempre una domanda: perché del Kashmir si parla così poco? eppure gli induisti indiani ci fanno le stesse cose, se non peggiori, di quelle che fanno i cinesi in Tibet.
è bello leggerti, Chiara, metti sempre qualche pulce nell'orecchio.

Chiara Milanesi ha detto...

@Maricla: mentre ero a Lhassa una donna (tibetana) era morta dissanguata per un aborto spontaneo di fronte alla porta dell'ospedale di Lhassa. Il marito non aveva i 250 $ per pgare l'accoglienza e nonostante le promesse di pagare la donna era stata lasciata fuori (testimonianza di un medico italiano cooperante a Lhassa).
Sulla banalità dei testi del dalai lama, stessa sensazione l'ho avuta io ma c'è chi dice che ogni elemento del buddhismo a noi risulta "banale"...
Quanto al Dalai Lama nel miglior albergo di Dubai perché dovrei scandalizzarmi? Se lo si considera un capo di stato, diamogli la suite reale..Si fa così, no?

@Sileno= la libertà non resta sopra un albero...(Gaber?)

Arnicamontana ha detto...

e buon anno anche agli sherpa che portano gli occidentali lassù...mio fratello ha fatto il tuo percorso e quella commozione che tu hai provato me l'ha descritta uguale!

marina ha detto...

ogni augurio è un dono, i miei vanno a quel popolo sfortunato che tu ci racconti così bene
un abbraccio, marina