domenica 8 febbraio 2009

Cantonate, parte seconda.


Sventolano le bandiere palestinesi all'ingresso degli Arnavaux, il mercato arabo di Marsiglia. Un ragazzo biondo invita la folla a non consumare i prodotti israeliani, in particolare le arance di Jaffa. Che sono quelle col bollino verde, aggiunge gridando in un megafono anni '50.
Su un banchetto che vende calzetti e mutande col pizzo a 50 centesimi il paio, sventola, enorme, la bandiera con la mezzaluna e quattro stelle delle Comore. 
A neanche 500 mt, stella azzurra in campo bianco, sventola il vessillo di Israele. Scende da un'asta piantata sopra l'insegna della macelleria che vende carne kasher. Accanto, sulla porta della macelleria hallal, una serie di bandierine con la mezzaluna verde in campo rosso.

Un'altra delle tante cantonate (le altre si trovano qui) che hanno illuminato i miei vent'anni è stata la certezza che, per quanto il mondo non fosse esattamente quello che auspicavo, almeno di un paio di cose ci eravamo definitivamente sbarazzati: della patria e della religione. 
Che, mi dicevo, d'ora in avanti, al massimo avrebbero smosso qualche fogliolina. 
D'accordo, le bandiere le avremmo ancora viste sventolare una volta ogni quattro anni, in occasione dei campionati di calcio. E chiese, templi, moschee e sinagoghe, pian piano, sarebbero diventati dei bellissimi spazi collettivi aperti alle compagnie teatrali, ai mercatini dell'usato e ai gruppi rock, che avrebbero potuto provare senza massacrare le orecchie dei vicini.
A Brera, non lontano dal Macondo di Mauro Rostagno e Mario Mieli, di chiese così ce n'era una, di cui non ricordo il nome. Là, per la prima volta, avevo visto Dario Fo, che tutti chiamavano semplicemente Dario,  scatenarsi nel Mistero Buffo. Come era stato in una sconsacrata chiesa di Alphabet City che avevo visto officiare il mitico Judith Malina e il suo Living Theatre. Mi ero annoiata, non ci avevo capito niente, ma che importava? C'era tanta gente e un gran piacere di essere insieme. 

Più di due decenni dopo, e senza bisogno di dover andare a  Sarajevo, il mondo si divide su scritture, carne e anima, dei unici e più veri degli altri, e le bandiere sventolano persino sulle facciate delle macellerie.




4 commenti:

giorgio ha detto...

Il fatto di pensare che qualcosa di umano, che appartiene all'umano, non si vedrà mai più è secondo me assurdo o quanto meno adolescenziale. Noi tutti siamo impastati di tutto ciò che è umano, dal più meraviglioso bene fino al più terrificante male e sempre esisterà tutto: semplicemente in un certo periodo prevarrà un aspetto, in un altro, un altro. L'unico senso che vedo nel vivere è cercare con le nostre forze e capacità di stare dalla parte di ciò che riteniamo bene. Il resto, come andranno le cose in generale, riguarda sempre un determinato periodo storico e non è predittivo di ciò che succederà nelle generazioni seguenti. Ci sono flussi vitali che trascendono le generazioni e qui non resta che sfiorare il territorio del mistero.
Niente ci esime comunque dal cercare di dare il meglio di noi stessi.
Giorgio.

maricla ha detto...

facevo la stessa riflessione giorni fa: quante cose sembravano definitivamente declinate e ora ritornano più feroci di prima.
mi rifiuto di pensare che sia un ritorno definitivo. è solo che la storia non procede in linea retta, ma fa giri strani per arrivare all'inevitabile progresso

Chiara Milanesi ha detto...

Per Giorgio:
Io non so che cosa sia "umano" o "non umano". Di certo l'idea di nazione e il conseguente nazionalismo è un fenomeno relativamente recente, che ha appena più di un secolo.
E quanto alla religione, la speranza per me era che finamente la religione restasse un fatto privato e non una macchina ad alimentare conflitti.

sileno ha detto...

Abbagli ne abbiamo presi e continueremo a prenderne tanti, fa parte del naturale evolversi della vita.
Anche idoli e miti ne abbiamo visto cadere tanti e questo è più triste, perchè ti defrauda di qualcosa in cui avevi fede.
Non parlo poi delle religioni come punto fermo per l'umanità.
Sileno