domenica 15 febbraio 2009

I due mondi della paura

Lo ripeterà ancora il nostro primo ministro che non è possibile difendere le donne italiane perché sono così belle da scatenare il desiderio dei maschi?
Ma non è di questo che voglio scrivere.
In coda all'articolo di Repubblica che riporta gli ultimi due stupri subiti da due ragazze, uno a Roma, l'altro a Bologna, si accumulano i commenti dei lettori.
Li scorro e ho l'impressione che esista ormai una barriera invalicabile, un muro di Berlino, un abisso tra due mondi contrapposti e inconciliabili.
Il mondo di chi ha paura. E il mondo di chi non ce l'ha.
Quando si ha paura si reagisce in due modi. 
O con l'aggressività, col pelo che si rizza, la carne che secerne sudore e sfugge, i muscoli che si contraggono, il petto che si gonfia. 
O ci si nasconde. E si rimugina una rivincita futura contro il nemico considerato troppo forte.
Chi ha paura propone la castrazione degli stupratori con coltello arrugginito da mettere in mano alla vittima, o quantomeno alla castrazione chimica suggerisce di accoppiare l'ergastolo e buttiamo via la chiave. 
Chi ha paura vorrebbe ripetere il supplizio di Demian sulla pubblica piazza.
I più moderati vorrebbero abolire tutti i gradi del processo. Si condanna una volta sola, si esegue la sentenza, e poi si passa ad altro che non c'è tempo per i distinguo.
Chi ha paura vede il mondo diviso in noi e loro.
Noi padani, italiani, lavoratori, con un tetto sopra la testa e senza grilli per la testa. Noi che paghiamo le tasse, noi che la sera ce ne stiamo a casa, noi che la domenica andiamo in chiesa.
E loro. 
Che se ne stanno nei parchi a stuprare le nostre donne, scansafatiche che vanno a zonzo invece di andare a lavorare, animali senza casa, cani randagi, cani rabbiosi senzadio o figli di un dio minore.
I distinguo non servono a nulla. Non ci sono più valichi tra il mondo di chi ha paura e il mondo di chi non ce l'ha. Semplicemente, da un mondo all'altro, non si passa più.
L'avevo capito già vent'anni fa. 
Quella volta che ero andata ad un comizio della lega. La Lega Nord. Che io conoscevo solo per sentito dire. Perché dall'Italia ero partita che loro non c'erano ancora. O quasi. Da noi  si chiamava Liga Veneta. E si esprimeva grazie a slogan tanto creativi quanto incongrui. Ricordo il "Sono padano per nascita o per scelta cosciente" che aveva scatenato l'ironia di mio padre, il quale, per questo, aveva smesso di comprare le mutande dal suo fornitore ufficiale, un tizio che teneva il banchetto della biancheria al mercato di Treviso e che in quatro e quattr'otto era asceso alla carica di senatore della repubblica.
Non ricordo esattamente l'anno. Il 1988,  il 1989, forse il 1990.
Ricordo il luogo, però. Un capannone situato in un paesino tra Padova e Treviso. 
Zero Branco, si chiamava il paesino. 
Un nome, un programma.
Ero arrivata in anticipo e mi ero seduta in fondo alla sala a osservare la gente che entrava a frotte. 
Tutte brave persone che chiacchieravano nel dialetto un poco cantato del Piave. 
Niente a che fare con il fantasma del Ku Klux Klan che io mi ero immaginata.
Gente semplice. Gente modesta. Gente cortese.
Poi era iniziato il comizio/dibattito. L'oratore, non ricordo il nome, intercalava dialetto veneto e italiano. Il tema era quello di oggi: che ci stanno a fare da noi gli immigrati? Perché non se ne tornano a casa loro? Guardate com'eravamo, e come siamo ora!
Nessuna razionalità nelle parole dell'oratore. Solo tanta, tanta nostalgia.
Per un passato bucolico. 
Un passato in cui "lasciavamo aperte le porte delle nostre case e nessuno che veniva a rubare".
Un passato in cui "le nostre donne se ne andavano per strada senza paura".
Un passato in cui " quando noi si andava a lavorare all'estero, tutti ci volevano bene, perché noi ci si adeguava e si rispettava il paese che ci aveva aperto le porte."
Per concludere con un inno alla "razza padana",  alla "razza veneta", razza bella, forte, coraggiosa.

Lo sapevo che non avrei dovuto farlo. Ma la gente attorno a me era gentile e sorridente. E poi ero giovane e credevo ancora nel potere delle parole.
E così al momento del dibattito, quando l'oratore aveva invitato la sala ad esprimersi, avevo alzato la mano, sotto lo sguardo compiaciuto dell'intendenza;
E avevo ricordato che anche mia zia lasciava aperta la porta di casa, ma forse perché l'unica cosa da rubare all'epoca, a casa sua, era la polenta. 
E che quell'età dell'oro tanto vagheggiata era talmente miserabile che le nostre donne erano costretta ad andare a Roma a fare le serve. 
E che all'estero non ci volevano affatto bene, ma addirittura ci uccidevano, perché spinti dalla fame i nostri veneti facevano i crumiri e nelle saline sostituivano gli scioperanti. 
E che in Svizzera non potevano nemmeno passeggiare nei parchi che erano vietati ai cani e agli italiani. 

Poi, visto che nella sala cresceva il malumore, avevo concluso in fretta dicendo che se veramente ci tenevano alla razza veneta allora avrebbero dovuto sposare le belle croate e montenegrine che venivano a lavorare da noi. Come aveva fatto il vecchio re. Se non altro per alzare un poco la statura che la razza veneta era fatta di gente bruttina e piccolina. 
Bastava che ci guardassimo tra di noi, avevo aggiunto.
Gli unici due veneti alti presenti in sala a un cenno dell'oratore mi trascinarono fuori ingiungendomi di non mettere più piede in quel luogo, mentre le signore cortesi che avevo notato prima mi urlavano addosso intercalando gli insulti a un "orpo qua, orpo là".
Sorridevo nel rientrare a casa. All'epoca, loro, con i loro slogan "Il leon magna il teron!", non mi facevano ancora paura.
Oggi, non è più così.
Oggi, ho paura.








7 commenti:

sileno ha detto...

Troppi segnali portano in una direzione nefasta e sempre più labile è la barriera culturale per arginarecerte pulsioni.
Ciao
Sileno

guglielmo ha detto...

Il problema che sembra "vincente" questa "idea" della politica alla Borgezio, tant'è che anche i vari Chiamparino, Cacciari ecc scimmiottano la Lega e vaneggiano di un "partito del nord". Il livello culturale sprofonda ogni giorno di più verso il vuoto spinto.

Chiara Milanesi ha detto...

Per Guglielmo: non parlarmi di Cacciari....
ah....Il " vuoto spinto" mi piace...

luposelvatico ha detto...

Ricordo che un paio di decenni fa il pessimo Borghezio giunse in visita nella nostra cittadina in provincia di Torino per uno dei suoi deliranti comizi. Lo aspettammo, noi sinistri, con uno striscione in piemontese che recitava "Suma tuti nàpoli" (siamo tutti meridionali): la prese malissimo, diede in escandescenze...questi piccoli omuncoli verdi non hanno nè senso dell'umorismo nè disponibilità al dialogo.:-)
Comunque, quando ascolto e vedo non solo i vecchi leoni della Lega, ma anche gli emergenti (Tosi, Cota, Bricolo), ho paura anch'io.

Angela ha detto...

Chiara, davvero hai fatto questo?
In compagnia tua non ho più paura né schifo di appartenere al mondo italiano...

giorgio ha detto...

Chiara, infili una perla dietro l'altra. Il tema della paranoia, della scissione, della paura dell'altro è al centro di tutti i problemi, accanto a quello dei valori di Marianna.
Anche qui non vedo tanta sinistra a far le cose giuste se è vero che tanti operai di sinistra hanno pubblicamente dichiarato di avere votato Lega, ahinoi.

Artemisia ha detto...

Brava! Non cedere pero' alla paura. E' quello che vogliono.