sabato 28 febbraio 2009

Le parole sono un terreno di guerra.

Di Antonio Moresco, immenso scrittore, chirurgo della lingua, tomografo delle piccolezze dell'animo umano, non avevo sentito parlare fino al novembre dell'anno scorso.
E non ne avrei sentito parlare chissà ancora per quanto tempo se non avessi fatto quello che avevo fatto quel giorno alla libreria universitaria, a pochi passi da Cà Foscari. Quel giorno avevo deciso che il piccoletto che se ne stava a discutere con una signora anziana con cappellino rosso e cagnolino al guinzaglio era un libraio. 
Non è facile oggi trovare librai. Si trovano tante librerie. Ma pochi librai. La maggior parte delle librerie non ha librai ma venditori.
Il libraio, innanzitutto, è qualcuno che legge. Molto. Anzi, che i libri li divora. E li ama o li odia. A un libraio puoi raccontare in due parole la trama di un romanzo, il punto di vista di un filosofo su una determinata questione, puoi descrivere un personaggio, e lui capisce di cosa parli e tampona il tuo improvviso attacco di Alzheimer snocciolando titolo, autore, casa editrice e anno di edizione. Poi, a colpo sicuro, si dirige verso la scaffale, ed estrae il volume che cerchi.
Un libraio è anche qualcuno a cui puoi dire: "Senta, io son vent'anni che sto fuori da questo paese, e non so più cosa val la pena di leggere della nostra letteratura. Dei contemporanei mi piace Giuseppe Genna, ma di lui ho letto tutto. Baricco e Susanna Tamaro li metterei ai ferri, per impedir loro di scrivere ancora una riga. Il mio universo letterario è fatto quasi esclusivamente di scrittori americani e israeliani. McCarthy, De Lillo, Roth, Pinchon, Oz, Grossmann, Yehoshua. I francesi che anatomizzano il loro ombelico, non li reggo. E detesto ogni letteratura che si vuole poetica. Cosa mi consiglia?"
A quel libraio avevo detto questo e lui, senza colpo ferire, aveva estratto due volumi da uno scaffale sul retro. Legga Moresco, mi aveva detto. Piace a pochi. Ma secondo me è un grande. Outsider, ma grande.
E così mi ero ritrovata a casa con due volumi. Uno di racconti, Clandestinità. E un volume più corposo dal titolo intrigante: Lettere a nessuno
Quest'ultimo è uno dei libri che si possono leggere anche due volte. O meglio ripercorrere. A spizzichi e a bocconi. 
Lettere a nessuno, è un libro che non rispetta nessun codice letterario. Se per postmoderno intendiamo la contaminazione di generi, allora Lettere a nessuno può essere considerato un libro postmoderno. Ma il rigore della scrittura, il rifiuto di cedere a qualunque cliché lo apparentano ai grandi romanzi della letteratura.
Cos'è Lettere a nessuno? Una confessione? Una cronaca? Un pamphlet? Una riflessione? Difficile definirlo. Il testo è volutamente frammentario e mette in scena fondamentalmente due temi: da un lato il rapporto che ha lo scrivere, la scrittura con il mondo editoriale. 
Dall'altro, l'esperienza politica a sinistra negli anni '60 e '70. Di quest'ultima Moresco ci regala una cronaca, o meglio la cronistoria di un fallimento.
E lo fa come un anatomo patologo che esamina il cadavere di un amico e detta al suo assistente che cosa gli dice quel corpo, che in vita non gli è stato estraneo.
In Moresco, incantatorio è l'uso delle parole. Scrivere, per lui, non significa semplicemente trascrivere quanto si è vissuto in prima persona, realmente o oniricamente. Se fosse così, i libri sarebbero dei grandi cimiteri nelle cui tombe sono seppelliti dei pezzi di vita.
Per Moresco, scrivere significa innanzitutto sforzarsi per dare un nome alle cose. E anche a quelle cose che apparentemente  sfiorano un'esistenza, ma possono assurgere, nella scrittura, nella parola scritta, a mattoni, putrelle, chiavi di volta di un edificio tutto da costruire. 
La semplice realtà, quella intravista da un balcone, può essere propulsiva, per l'autore, di un universo altro rispetto al reale. Basta saperla "dire". "Nominare". Col giusto rispetto.
Le parole sono un terreno di guerra. Questa, in fondo, è la tesi dello scrittore. E se ce ne si impossessa, si può forgiare il mondo.
Bisogna dunque essere vigilanti sulle parole. Bisogna fare i poliziotti. Essere tanti Catoni in potenza. 
Un esempio, che traggo proprio da Lettere a nessuno.
Moresco si chiede, ad un certo punto, perché Flaubert e Melville vengano definiti "scrittori", Vivaldi e Mozart, "musicisti", Chardin e Van Gogh, "pittori", mentre tutte le starlette, le pornodive, i presentatori televisivi, i cantanti in playback o i ballerini della domenica vengano imperiosamente definiti "artisti". 
Sul terreno dell'arte, sostiene, la battaglia è già stata vinta dalla società massmediatica che, avendo conquistato il monopolio e il conio delle parole, attribuisce solo a sè la qualifica di "artista" facendo perdere a questa parola il suo senso proprio e cancellandone la memoria. 

Nelle ultime pagine del libro c'è una delle tante "lettere a nessuno", lettere che Moresco scrive a personaggi diversi, a non personaggi, a se stesso. 
Quella di cui parlo è speciale e particolarmente attuale.
È la lettera che Moresco scrive a Benedetto XVI, pregandolo, supplicandolo, di sciogliere la Chiesa, nel tentativo estremo di innescare una reazione a catena che possa portare a una sua salvifica resurrezione. Solo attraverso la morte della chiesa, scrive Moresco a Ratzinger, si riuscirà nuovamente a liberare  tutta la spiazzante potenza resurettiva del cristianesimo.

Ho terminato di leggere Lettere a nessuno. 
Come al solito quando finisco un libro che amo, soffro. 



6 commenti:

Angela ha detto...

E sia. Vado a comprarlo.
You are inspirational!

Aleph ha detto...

Mi hai convinta! fatti dare una percentuale sulle vendite visto che recensisci così convincentemente e bene. Ciao e ben conosciuta!

sileno ha detto...

Domanda: Cosa intendi per: "ogni letteratura che si vuole poetica"?
Ciao
Sileno

Chiara Milanesi ha detto...

@ Sileno: non lo so spiegare bene.
Ha a che fare con le frasi a effetto tinte di rosa.
Con una visione del mondo come armonia, linearità, invece che come caos e rottura.
Ha a che fare con l'incapacità di penetrare il male.
Ma davvero non lo so spiegare. Chiudo con le parole di Rimbaud, che non è un poeta poetico:
Coscritti della buona volontà, abbiate una filosofia feroce!

giorgio ha detto...

E' solo conoscendo di persona il caos e la rottura, passandoci in mezzo e rimanendo vivi, anzi, diventando per ciò vivi, che si può immaginare e/o sentire l'armonia, che non si deve mai dimenticare dell'immortalità del caos e della rottura.
Chiara, più passa il tempo e più mi piace dialettizzare (?) con te.
Giorgio.

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Sì, sei davvero molto convincente come recensore. Non so se lo comprerò e se lo leggerò, finisco col leggere quasi solo saggistica, sempre in attesa di avere il tempo di leggere narrativa...
Volevo riprendere però quello che dici dei librai: proprio vero, una specie, purtroppo in via d'estinzione, visto che anche il libro è diventato una merce come qualsiasi altra.
E anzi, anche il macellaio competente, con cui potere scambiare parole, mi manca: siamo nella civiltà dei supermercati, merce sugli scaffali, e contatto umano ridotto all'osso.