martedì 3 febbraio 2009

L'indignazione della Tarcisia


L'indignazione. Che come un fiume in piena fuoriesce dai blog, dai messaggi elettronici, occupa i tavolini dei caffé, si insinua nelle code per il cinema, aleggia nelle sale d'attesa degli ospedali, viene offerta come caramelle negli scompartimenti dei treni, nelle sale insegnanti, alle fermate degli autobus. 
Indignazione, stupore, scandalo, riprovazione. 
Un cicaleccio unanime che attraversa le nostre città, valica frontiere, scavalca i mari. 
Che accompagna come il coro delle tragedie greche il nostro essere nel mondo.
Una cara, dolce e permanente indignazione che ci fa sentire vivi e migliori. 
Consolatoria. Soporifera. 
Indignazione sulla quale scorre lenta la melassa delle belle parole, dei buoni sentimenti, degli atteggiamenti politicamente corretti, " È davvero possibile che il mondo stia andando così? Certo, ma non il mio mondo...il loro". 
Incapace di rompere qualunque schema o meccanismo di cui ci si indigna. Come se, per certi versi, ne facesse parte. Ne fosse il giusto corollario. Il controcanto che rende più ricca la melodia.
E mi fa venire in mente la Tarcisia. 
La Tarcisia era arrivata in Francia a 14 anni dal Friuli del dopoguerra. Bella donna, occhi verdi, sguardo duro. Aveva fatto la serva nella casa di un ricco commerciante di tessuti di Lione, la sguattera in un ospedale e la panettiera prima di scendere a sud e di sposare un professore di italiano al liceo che era rimasto stregato dal suo piglio deciso più che dai suoi occhi verdi.
Il resto della sua vita, la Tarcisia, l'aveva dedicato a scandalizzarsi. Indignata fino al giorno della sua morte, la Tarcisia allestiva copiosi pranzi a base di trippe, polenta e indignazione. La sua riprovazione colpiva tutto e tutti, dal vicino di casa che abbandonava il sacchetto della spazzatura ai piedi dell'immobile in cui abitava, alle riforme di Mitterrand che non erano mai abbastanza radicali, agli amici che non sapevano vivere correttamente su questa terra.
Le manifestazioni la indignavano perché raccoglievano sensibilità diverse e, ai suoi occhi, non sempre ortodosse. Gli scioperi la indignavano perché sospettava che tra gli scioperanti albergasse la serpe dell'assenteismo. Le organizzazioni caritative cristiane la indignavano perché devote al Vaticano che, dal canto suo, accumulava ricchezze smisurate. La solidarietà di sinistra celava il bisogno di senso di militanti insoddisfatti alla  ricerca di se stessi. Il singolo gesto corretto era inutile in sè, inefficace e dunque riprovevole. I partiti esistevano con l'unico scopo di alimentare la loro stessa esistenza. Le associazioni, le cooperative, i gruppi di qualunque specie e colore, se magari ottenevano qualche successo dallo stesso successo venivano poi schiacciati, trasformandosi, appunto, in macchine a successo.
La Tarcisia non aveva requie. 
"Non trovi scandaloso che...", iniziava una frase su due col tono più dell'Erinni che della Cassandra.
È morta una decina di anni fa. Indignata dalla malattia che l'aveva colpita. Scandalizzata dall'incapacità della medicina. Rimbrottando il mondo, il mondo tutto. Senza salvare nessuno.



2 commenti:

sileno ha detto...

Si è smarrito nell'etere il commento che avevo postato ieri.
Quante Tarcisie ho conosciuto forgiate dalle fatiche e dalla miseria, ma di una dignità estrema, pertanto facili e giustificate all'indignazione per come gira il mondo.
Sileno

Artemisia ha detto...

Cara Chiara, finalmente ho trovato un po' di tempo per leggere il tuo blog.
Trovo brillante questa tua osservazione sull'indignazione permanente ma alla fine innocua (alla Tarcisia).
In effetti, anch'io provo un senso di fastidio alle pur comprensibili e legittime manifestazioni di indignazione che pero' poi non sfociano in niente di concreto che non sia un lamento continuo.
Per quanto mi riguarda l'indignazione non e' mai "cara, dolce, consolatoria e soporifera" anzi mi monta sempre di piu' il senso di impotenza e di rabbia. Di solito lo sfogo facendo qualcosa. Cosa? Boh, quello che trovo a portata di mano, dalle petizioni online (troppe ormai), ad andare ad una manifestazione, ad abbonarmi a qualche pubblicazione, iscrivermi a qualche associazione, andare ad un convegno. Insomma qualsiasi cosa che mi scarichi un po' di tensione. Purtroppo molta tensione rimane, ahime'.