lunedì 23 febbraio 2009

Mantelli e mantellati

Oggi è il giorno dei mantellati. 
Il primo è una donna. Mantellata nera da capo a piedi. Elegantissima, fluttua verso il supermercato. Del suo corpo intravedo la mano che porta all'orecchio un cellulare, il naso, la bocca e il mento. Il velo nero che le copre i capelli e il corpo scende basso sulla fronte a coprirle gli occhi. Vezzosa, sorride al telefonino, mentre ferma al semaforo attende il verde.
Il secondo è un uomo. Mantellato di bianco. Al solito posto. Il semaforo vicino all'ospedale civile. Col consueto pezzo di cartone in cui invita gli automobilisti a dargli qualche moneta. Si chiama Henry. Età indefinita, capelli rossi seduti sul cranio come un cespuglio, lentiggini, sguardo perso, i grossi piedi nudi con cui fa a fatica un passetto dietro e l'altro. Su e giù lungo la file delle automobili, avvolto nella sua coperta che un tempo deve essere stata bianca.
Il terzo è un avvocato. Esce dalla Corte d'Assise con la toga
neranegligentemente posata sulle spalle, un codazzo di fotografi al seguito. Non so chi sia e non ho nessuna idea del processo che si sta svolgendo all'interno del palazzo di giustizia. Il vento gli scuote i lembi della toga. Poco ci manca che un cameramen ci inciampi sopra. 
La quarta è ancora una donna. Avvolta in un informe sacco/mantello marrone. Mani guantate. Volto coperto. Scarpe da taglialegna. Da una fessura si intravvedono gli occhi, smisurati dietro ad un paio di spesse lenti da vista. Il marito barbuto in djellabah la aspetta alla cassa del supermercato low cost. È lui che paga mentre la donna a capo chino infila scatolette di pelati in grandi sacchetti di plastica.
Ripenso ad alcuni appunti che avevo scritto di ritorno da un viaggio in Siria e che riporto qui:

Il logo di questo viaggio è una donna in nero. Una donna in nero che scorgo dietro di me, a Damasco, mentre sto per attraversare l'arteria trafficatissima che mi porta dalla città nuova alla città vecchia. 
Di lei percepisco solo una forma. Nera, un velo nero lungo fino ai piedi, ampio sulle maniche, che le copre i capelli, la bocca e il naso. La fessura da cui si potrebbero intravvedere gli occhi è coperta da un paio di occhiali da sole a specchio. Velo e occhiali trasformano la donna in una cosa. 
Percepisco che lei mi sta guardando. Anch'io la guardo. Con la coda dell'occhio, la guardo. Ma di lei non vedo nulla. Lei mi vede, io no. 
Mi sento nuda. 
La Siria è un paese in cui quello che conta veramente è sempre situato dalle spalle in su. Dalle spalle in giù, si assomigliano tutti. Sacchi informi coprono forme. I colori predominanti sono il grigio, il marrone, il beige, il nero. Raro il bianco. Il rosso è confinato alle kefiah, che uomini di tutte le età indossano sul capo, in fogge diverse, fissate da un cerchio di cordone nero. Un cerchio morbido portato come la corona di spine del Cristo. 
Dalle spalle in su si coniugano i segni delle appartenenze. Il velo femminile, per esempio, si esprime in forme molteplici. Corrispondono ai gradi di fede? A questa o a quella corrente scismatica dell'Islam? Mi mancano i codici per capire. Mi limito allora a registrarne le fogge. 
Si passa dai veli neri che coprono totalmente il volto e il corpo, senza permettere spiragli di sorta (le mani fuoriescono dai veli, guantate di nero), a quelli che lasciano una fessura per gli occhi, ai foulard legati stretti sotto il collo. Questi ultimi, a volte, sono sovrapposti in maniera civettuola. Uno, due, tre foulard di tinte degradanti, nero, beige, bianco sistemati a correggere le rotondità di un viso, l'ampiezza della fronte. Alcune ragazze portano veli di tessuto elastico, lavorati a maglia, all'uncinetto, che scivolano su una spalla a formare una treccia di lana. Poche le donne svelate. Qualche turista. E le cristiane. Alcune cristiane, mi dicono, portano anche loro il velo. Le altre, quelle che invece esibiscono capigliature striate dai colpi di sole, abbondanti capigliature arricchite da cotonature anni '60, eccedono pesantemente nel maquillage. Assomigliano alle ragazze dei quartieri popolari di Marsiglia. Non sono belle. Bocche rossissime, occhi bistrati, ciglia finte e chili di monili sberluccicanti. Mi chiedo se, da parte loro, sia una forma di reazione, o se conciarsi in quel modo soddisfi canoni di bellezza mediorientali che prediligono l'eccesso. 
Perdo la donna in nero e occhiali fumé in un mare di donne in nero che passeggiano sotto le arcate del souk di Damasco. 

3 commenti:

sileno ha detto...

Stupendo reportage, mi è sembrato di essere presente.
Grazie
Sileno

luposelvatico ha detto...

Mi godo semplicemente queste immagini, e taccio.:-)

Franca ha detto...

Mi unisco ai commenti precedenti.
Descrizioni bellissime...