giovedì 5 febbraio 2009

Ippocrate e i clandestini


Me lo immagino. 
Lo studio occupa un seminterrato in pieno centro storico. Le finestre sono piccole ed all'altezza degli occhi di una persona. Guardi fuori e vedi solo i piedi della gente che cammina. 
Nella sala d'attesa, una pianta grassa sintetica con le foglie coperte di polvere. Qualche rivista poggiata su una sedia che funge da tavolino.
Ad attendere il proprio turno, fissando il vuoto, un paio di anziani, una giovane donna incinta, e un ragazzo. Con la faccia del disperato.
Di quelle che ad avercele è difficile passare inosservati. Quantomeno da noi. 
Da noi la gente sta bene. Lo si vede dalle abbronzature fatte in casa, dalla morbidezza delle sciarpe di cachemire triplo filo, dai colli di pelliccia e dai sacchetti di carta ecologica che pendono dalle mani guantate delle signore.
Che cosa renda disperata una faccia è evidente quando la si ha di fronte. Più difficile, invece, spiegarlo.
Nel ragazzo può essere il giubbotto blù - leggero, con il freddo che fa fuori. Giubbotto grosso ma di tela e fuori moda, troppo corto sui fianchi e troppo lunghe le maniche. O possono essere i pantaloni di flanella grigio chiaro con la piega. Un pò corti sulle caviglie. Come non si usa più. Il giubbotto, con la cerniera lampo tirata su fino al mento, anche quello, non si usa più. 
Magari, invece, è proprio la faccia. Una faccia da morto di fame, tutta linee diritte e spigoli acuti, niente curve, persino gli occhi sembrano una linea, una faccia anche lei fuori moda, forse il taglio dei capelli, un taglio casalingo, troppo corti dietro, qui e là più radi per colpa di un rasoio pesante, di una forbice maldestra. Gli si intravede il cuoio cappelluto. Grigiastro.
Una faccia che a dargli un'età a casaccio, non fa molta differenza.
Tra i trenta e i quaranta, decreta il dottore gettando uno sguardo alle persone che attendono nella sala d'attesa.  
È un vecchio dottore. Di quelli che continuano a visitare i pazienti anziani a casa loro. Pur sapendo che  loro, imperterriti, al termine della visita, gli offriranno un bicchierino di rosolio.
Basta uno sguardo circolare, al dottore, mentre si toglie il cappotto e lo appende all'attaccapanni, per diagnosticare già i malanni dei suoi pazienti. Questione di esperienza. Di mestiere.
Le diagnosi, da clinico scafato com'è, lui le fa in un batter d'occhio. E semmai ha qualche dubbio, basta chiedere al paziente di tirar fuori la lingua.
Che il ragazzo-uomo abbia problemi di reni, il dottore lo intuisce subito. Sudore,  borse profonde sotto gli occhi, e dolore. L'uomo-ragazzo, da come se ne sta seduto, tutto piegato su se stesso, visibilmente soffre. 

Saluta con un cenno del capo, il dottore, e si infila nella sala di consultazione.
Non si siede alla scrivania. Non appoggia nemmeno la borsa. Sbircia fuori, attraverso i vetri della finestra altissima, i piedi della gente che passa.
Lo sa, il vecchio dottore, che l'uomo-ragazzo con la faccia da disperato e l'imminente colica renale è slavo. Ucraino, bielorusso, montenegrino. Poco importa. Con quella faccia da morto di fame, lo sa, il vecchio dottore, che è da quelle parti che arriva.
E ora deve farlo entrare. E anche prima degli altri, i quali, al massimo, - l'ha capito subito il dottore - sono là per farsi prescrivere il vaccino contro l'influenza.
Deve farlo entrare e invece cincischia.
Chiedere i documenti prima di invitarlo a mostrargli la lingua, è quello che gli impone la legge.
Ma il dottore si vergogna. Non ha studiato tutti quegli anni per fare come la polstrada. Non ci si vede a pronunciare il fatidico "Favorisca documenti". E poi, lui, di documenti non ci capisce nulla. Lui è esperto di tendini, ghiandole, vene, e arterie. Mica di timbri e carte bollate!
Che l'uomo-ragazzo di documenti non possiede nemmeno l'involucro, anche questo lo sa bene. Gli si presenterà come Ivano o Romano, aggiungendo compitamente una O finale al suo nome, quello detto proprio, perché qui siamo in Italia e lui è una persona cortese. Poi tirerà fuori dalla tasca un paio di banconote da venti euro lisce e pulite, e aspetterà di tirar fuori la lingua. E a quel punto, cosa mai dovrebbe fare lui? Guardargliela la lingua o spiegargli che se la tenga ben stretta in bocca e che aspetti cortesemente là fuori che lui, prima di tutto, deve fare un controllino? Specificargli che un clandestino deve prima passare la visita del funzionario dell'Ufficio Immigrazione? 
Ben venga la pensione, brontola tra sè il vecchio medico. 
Si avvicina alla parete e stacca delicatamente il quadretto polveroso sul quale, in versione bilingue, ci sta proprio quel giuramento di Ippocrate che lui ha prestato quasi quarant'anni fa. Si sofferma sull'ultima frase.
La conosce a memoria. Ma gli sembra giusto, in quel momento, leggersela ad alta voce. Solo, nel suo studio. Solo, come gli sembra sempre più di essere nel mondo che cambia.
"Tutto ciò che vedrò o ascolterò nell'esercizio della mia professione o anche al di fuori di esso, nei miei contatti con gli uomini, e che non deve essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta. 
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro."

"...Mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro..."mormora ancora il vecchio medico mentre gentilmente fa passare per primo l'uomo-ragazzo con la faccia da morto di fame.










2 commenti:

sileno ha detto...

Racconto angosciante, ma reale.
Abbiamo perso il senso della civiltà in un baratro di cui non si vede il fondo.
Sileno

giorgio ha detto...

Odioso!
E stupido, perchè come ricorda Emergency conviveremo con più persone malate. Non si lamentino poi se le patologie crescono!
Imbecilli!