venerdì 6 febbraio 2009

Una parola sola...


Non riusciva ad avere idee all'interno del perimetro del villaggio dove abitava.
Una constatazione. 
Leggermente inesatta.
Nel senso che di idee forti gliene arrivavano addosso a decine. Ma arrivavano un poco come le meteoriti, chicchi di grandine che la colpivano, la attraversavano, quando meno se l'aspettava: al volante della sua Ford dal motore rifatto, mentre mescolava la pentola di lenticchie e non poteva smettere, se no le lenticchie si attaccavano. 
Ecco, le sue idee erano l'esatto contrario delle lenticchie. Se le lasciava fare si scollavano, veloci come erano arrivate. Evaporavano. Svanivano. Sparivano, così come erano arrivate. Dal niente, nel niente. Impossibile fissarne una. Impossibile raccoglierle da qualche parte, spremerle, lavorarle.Ne risultava un vuoto pneumatico molto vicino a quello che facilmente poteva definirsi una squallida mancanza di idee.

Si era chiesta spesso se le idee necessitassero di un ambiente circostante favorevole, una sorta di brodo di coltura, ed era giunta alla conclusione che sì, le idee erano come i maiali. Le si poteva nutrire di tutto, ma guai a non nutrirle. Si rinsecchivano, si riducevano all'osso, diventavano veline trasparenti, ali di farfalla, scheletri di foglie dimenticate tra le pagine di un libro.
Perché andasse a caccia di idee, questo non se l'era chiesto fino in fondo. 
Era una di quelle analisi necessarie che, a farle, si trasformavano in riflessioni scostanti, capaci di scavarle un buco tra costato e diaframma. Ma di una cosa si diceva certa senza doversi poi scavare troppo dentro: senza idee la sua carne diventava molle, i suoi capelli inesorabilmente più grigi, il suo corpo più pingue, per non parlare della sua mente.

Decise di accumulare esperienze con lo stesso spirito con cui avrebbe potuto decidere di fare massaggi rassodanti, talassoterapie o di farsi tingere i capelli coll'henné.

Per prima cosa furono i libri. Romanzi, saggi, pamphlet, manuali del fai da te, libretti d'opera e guide al gioco degli scacchi. Ogni foglio, paragrafo, riga traboccava idee. Idee geniali, originali, pensava lei, idee contorte, piani di battaglia, sofismi, paradossi, aforismi e così via. Ogni volume aveva qualcosa di particolare, ad entrarci dentro le sembrava di respirare allo stesso ritmo del pianeta, in ognuno vibrava, viaggiava, assorbiva emozioni, catturava spiegazioni. Di idee ce n'erano a migliaia, che dico, a milioni, idee che le afferravano i sensi, che la attraversavano da parte a parte, che le rubavano il sonno, idee angoscianti, idee che vedeva, toccava anche, idee di vita e di morte, idee buone o cattive, idee a finirne soffocata.

Quando si rese conto che aveva letto persino la nota della spesa infilata tra le pagine di un libro di cucina decise che aveva esaurito il suo compito di lettrice.
E si mise a pensare. Compitamente. Ordinatamente. Foglio di carta bianca sul tavolo da lavoro. Risme di carta impilate con cura l'una sull'altra su cui poggiare i gomiti in attesa di fissare una volta per tutte le sue di idee, idee figlie delle idee altrui, nessuno voleva sostenere il contrario, ma idee di nobile stirpe e degno lignaggio.
Attese prima quietamente, poi con un certo nervosismo. Le idee che aveva assorbito diligente e appassionata in quei mesi voraci erano sicuramente femmine, si diceva per farsi coraggio. Idee femmine, fertili e pronte a generare come tutte le femmine di questa terra. Pensava al suo cervello come all'utero di una madre in affitto in attesa del seme e i seni le si inturgidivano a quell'immagine come i seni di una balia pugliese. Era pronta.

Aspettò invano. Il suo cervello utero si gonfiò come per una gravidanza isterica e, poff, si svuotò come un palloncino bucato del luna park.

Se ne fece una ragione. Si disse che aveva scelto la via sbagliata. Che a leggere ci si limitava ad assorbire le esperienze degli altri, e che quello che contava invece era vivere in prima persona quello che il mondo, nel bene e nel male, le avrebbe offerto. Riconobbe l'errore e accettò persino, a conti fatti, i danni che esso aveva prodotto inesorabilmente sul piano estetico.
Le occhiaie le si erano fatte più profonde, l'ovale del viso era come sceso di qualche millimetro. Non di più, per carità, ma quanto bastava a darle un aspetto cadente e molliccio come le mani sudate di un impiegato.

Decise che avrebbe imitato Zenone e se ne sarebbe andata per il mondo. Uscì di casa una mattina all'alba ben determinata a seguire una linea retta immaginaria che l'avrebbe portata verso oriente, perché da oriente nasceva il sole, aveva pensato, e questo era di buon auspicio. Camminò per tre anni. O meglio si spostò con ogni genere di mezzo, dormì in ogni genere di letto, fece l'amore con ogni genere di essere umano, rivolse la parola persino ai gatti, non disse mai di no, nemmeno una volta si schermì perché tutto avrebbe potuto esserle utile. Fu ricca e povera, imparò a dire grazie, prego, perché no?, in tutti gli idiomi che attraversava, mangiò persino le formiche fritte e quando, per la forza stessa della circonferenza della terra, si ritrovò a qualche chilometro da casa sua si disse pronta a pensare.

Ritornò nel medesimo studio che non aveva visto fino ad allora nessun parto, scostò d'un gesto dell'avambraccio la polvere accumulatasi sul piano del tavolo, e attese. Quella volta attese per ore. Sentì sul suo corpo le mani che l'avevano carezzata, mani rugose, lisce, mani bianche, mani nere, mani sporche di terra; sentì in bocca il sapore delle cose mangiate, persino quello delle formiche, sentì nel naso gli odori dell'erba calpestata le mattine che vi aveva dormito sopra, sentì l'odore delle chiese e delle sinagoghe, l'odore dei fiumi, ché ogni fiume aveva il suo, l'odore della gente. Fu letteralmente sommersa dalle reazioni dei suoi sensi, ma niente. Tutto quel caos pantagruelico, quella melassa informe di sensazioni non le suggeriva un granché di nuovo.

Attese ancora. Attese ore e poi giorni e quando alzatasi dalla scrivania si guardò allo specchio appeso alla parete del corridoio, si rese conto con orrore che il vuoto di idee aveva continuato alacremente il suo lavoro. È vero che non aveva toccato il sapone da giorni, ma i capelli che sfilacciati le scendevano a coprire le spalle non erano semplicemente sporchi. Erano fili senza una loro vita propria, di un colore a metà, di un colore indeciso, con qualche punta di grigio qua e là. 
Niente da fare, si disse, tentando di stirare con le mani le rughe precoci che le tagliavano in due la fronte. Era stato un altro tentativo sbagliato.

Con lo stesso slancio con cui un esploratore cercava le sorgenti dei fiumi si dedicò alla scoperta del quotidiano. Del micromondo che si nascondeva, ne era certa, tra le pieghe della terra del suo giardino, degli slanci di profonda umanità che, ne era doppiamente certa, si sarebbero rivelati dietro l'apparente vivacità dello sguardo del vicino. Perché mai andarsene lontano, si chiese, quando il mondo a portata di braccio avrebbe permesso di scoprire profondità insospettabili a  chi non si fosse limitato a un rapido volo d'uccello. Iniziò così ad informarsi di tutto, passò ore a discutere col postino del peso della sua borsa, esaminò ogni filo d'erba del giardino, si iscrisse a tutte le associazioni caritatevoli del paese, si guardò intorno con cuore aperto e occhio benevolo, frugò, scavò, osservò con la lente di ingrandimento sassi e atteggiamenti, insetti e caratteri, foglie e desideri. Un bel giorno, facendo il giro del suo quartiere constatò che tutto le era talmente familiare che i cani dei vicini la trattavano come una di loro, i bimbi la confondevano con la loro madre e dei fiori poteva dire a memoria il numero dei petali.
Aveva finalmente penetrato il mondo, si disse, o almeno una fetta del tutto; non c'era più nulla c he le fosse segreto. La sua mente era sazia, ai limiti dell'intasamento, nessun dubbio al proposito, e tra lei e le idee non ci sarebbero più state barriere.

Si accinse a metterle sulla carta, che il fine di tutto era poi fissarle su qualche supporto quelle idee folgoranti e succose che le affollavano lo spirito.
Stesso rituale, stesso luogo, stessi gesti e attese delle attese precedenti.
Quella volta le bastò veramente poco per capire che era tutto inutile: la sua mente vuota sbatacchiava tra i suoni e le parole del ricordo. Senza produrre rumori. Nemmeno quello di una campana stonata. Il suo corpo si piegò all'evidenza: un mistero si nascondeva dietro le idee e lei non l'aveva scoperto. Si alzò e sentì scricchiolare il ginocchio destro. La schiena le doleva e dagli occhi gonfi scendevano copiose le lacrime.

Visse gli anni che le restavano come tutti. Salvo qualche altro tentativo sporadico che sapeva di esoterismo o di religione. Ma furono solo tentativi pro forma, per non dirsi finita. Invecchiò forse più precocemente di altri. Ma poteva semplicemente essere questione di sguardi.Sul letto di morte, quando già i medici la davano per spacciata, dicono che ebbe un ultimo inspiegabile sussulto. Si trascinò a fatica fin nel suo studio, raccontano. Strappò un foglio dal quaderno intonso che giaceva sulla scrivania e tracciò dei segni tremuli. Qualcunò svelò in paese che qualcun altro aveva potuto decifrare in quei segni disfatti una parola.

Una parola sola: muoio.

1 commento:

sileno ha detto...

Storia tenera e commovente, ho dovuto rileggerla un paio di volte.
Grazie
Sileno