sabato 21 marzo 2009

Leggere è un viaggio. Viaggiare è un libro.

Che legami esistono tra leggere e viaggiare? Tra i viaggi e i libri?
Me lo sono chiesta questa mattina, mentre appoggiavo sul comodino lo splendido 2666 dell'incommensurabile Roberto Bolano. Questo scrittore erudito, cinico, scettico, cerebrale, a metà strada tra Borges e i surrealisti, l'ho scoperto, per esempio, per via di un viaggio. Che farò tra breve e che è la ragione per cui tra le tentacolari offerte di una qualsiasi libreria ho preso in mano proprio quello di libro. Viaggerò in Cile, mi ero detta, perché non leggere un poco che cosa mi racconta un romanziere cileno?
Ecco questo è uno dei tanti esempi di legame che esiste tra un viaggio e un libro.
Molti sono gli scrittori che ho conosciuto grazie a un viaggio. E molti i libri che mi hanno spinto a viaggiare.
Poco prima di prendere il camion per Lhassa, per esempio, avevo scovato in una bellissima libreria di Kathmandu quel "Viaggio di una parigina a Lhassa" di Alexandra David Neel, di cui, folgorata sulla via di Damasco, avevo letto in seguito l'opera omnia. 
Negli Stati Uniti ci ero andata la prima volta a vent'anni per ripercorrere esattamente le tappe che aveva percorso Dean Moriarty, alias Neal Cassidy, protagonista di On The road e compagno di viaggio del suo autore, Jack Kerouac. Sulla Market Street di Denver mi ero commossa pensando a Gregory Corso che ci recitava passeggiando le sue poesie. E alla City Light Books di San Francisco, tremante d'emozione, avevo stretto la mano a Ferlinghetti. Nello zaino tenevo religiosamente Beat, Hippie, Yippie della sua grande amica. L'altrettanto grande Fernanda Pivano. 
Sulla penisola di Monterrey mi ero seduta su un promontorio di fronte al mare e avevo trascorso il pomeriggio a leggere Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, convinta che Bukowski abitasse a poche centinaia di metri. Avevo scoperto in seguito che là ci abitava invece Henri Miller. Ma che importa?
La prima volta che ero andata in Israele l'avevo fatto sulle tracce del signor Mani. Quando lo avevo detto alla soldatessa di Tsahal che mi aveva fatto il rituale interrogatorio nell'annesso di El Al a Parigi, lei aveva sorriso. "Legga anche Grossmann, - mi aveva detto. Yehoshua non gli arriva nemmeno al calzino", e mi aveva lasciato passare.
Tra i viaggi e i libri è sempre stato un continuo andare e venire.
Ma i legami tra viaggi e libri non si esauriscono qui.
Una settimana prima di partire per un viaggio inizio a vivere il tormentone. Che libro, che libri mettere nello zaino? Non è una scelta facile. E gli elementi da valutare sono molteplici. Innanzitutto il tipo di viaggio. Se viaggio a piedi, in montagna, la scelta è limitata dal peso. Uno, al massimo due libri. Che devono essere libri "importanti", libri da meditare, libri quasi da studiare, se no finiscono troppo presto. I gialli, in montagna, non arrivano al primo valico.
Quando a viaggiare mi ci portano gli autobus, invece, l'elemento da valutare è quello della compatibilità. Leggere I demoni in Egitto, non rischia di essere fuorviante? Non sarebbe meglio Laurence Durrell e il suo Quartetto d'Alessandria? Ma a leggere in Egitto un romanzo che racconta dell'Egitto non si rischia di sovrapporre le immagini letterarie al mondo reale, con conseguente reciproca delusione? 
All'ultimo momento, proprio pochi minuti prima di uscire di casa e dirigermi all'aeroporto, mi trovo puntualmente a estrarre dallo zaino i libri tormentatamente scelti, per afferrarne altri. Quelli che non sono mai riuscita a leggere. Che ho iniziato e abbandonato più volte. Quasi a dar loro un'ultima chance, che quando uno viaggia è in manca e leggerebbe pure l'elenco del telefono.
Un altro legame è quello del libro abbandonato. Di cui rigurgitano le guesthouse di tutta l'Asia e il Sudamerica. Perché di un libro  terminato nel corso di un viaggio  se ne avverte subito il peso e bisogna liberarsene il più in fretta possibile. E nelle guesthouse ci sono sempre un paio di scaffali che sono tutti un lascia e prendi. Ci si trova l'immancabile Hermann Hesse, tutta la ciarlatanesca panoplia del new age, le guide più improbabili (belle, perché annotate a mano dai globe trotters australiani, ma sempre altre rispetto al paese in cui sei), alcuni classici ormai stantii, e, talvolta, non sempre, delle chicche. Basta non arricciare il naso. 
Dopo dieci giorni a scoprire gli acquari naturali dell'oceano indiano a Gili Trawangan, un'isoletta al largo di Lombok, mi ero decisa, in preda ad astinenza da lettura, dopo aver riletto per ben due volte il Falò delle vanità, non perché ne fossi stata conquistata, ma perché non avevo nient'altro sottomano, ad accettare l'offerta della Lilly, un transessuale che viveva sull'isola. Life and crimes of Charles Sobraj, si intitolava il libro. La Lilly me l'aveva messo in mano con religiosità. Qualcuno l'aveva lasciato nello scaffale del bungalow che lei gestiva. Era sporco, con le pagine arricciate e la copertina nera riportava una foto degna del peggior fotoromanzo. Ora quel libro è diventato per me quasi una reliquia. E, stranamente, Charles Sobraj, scoperto su un'amaca in compagnia di un  geko canterino, non ha smesso di incrociare la mia vita, nei luoghi e nelle situazioni più improbabili. 
Ma questa è un'altra storia.


6 commenti:

guglielmo ha detto...

Sono tra quelli che vede il leggere come alternativa al viaggio. Perché dovrei dissipare le nebbie di Bombay di Notturno indiano andandoci?
Capisco le obiezioni (così non si ampliano mai gli orizzonti) e le insinuazione (taccagno e pigro). Ma per fortuna sono in buona compagnia di tanti scrittori che non hanno mai mosso un passo, ma ci hanno portato ovunque (Salgari, Dickinson). E i miei orizzonti circoscritti non solo non mi spaventano o rintristiscono, ma mi danno una grande familiarità con il quella piccolissima porzione di mondo in cui vivo.

Chiara Milanesi ha detto...

@guglielmo: ciao guglielmo. Nessuna insinuazione...Dio me ne guardi! Se pensassi di dover viaggiare "per ampliare i miei orizzonti" non avrei dubbi che me ne starei chiusa in casa e butterei via la chiave. Perché a me piaccia leggere e viaggiare (non nell'ordine, perché le due cose sono equivalenti) non lo so proprio. Non sono abbastanza introspettiva.
Fin da piccola mi piaceva cambiare letto.
Fin da piccola mi piaceva cambiare libro.
In ogni caso, sono d'accordo con te, ci sono immensi viaggiatori che non hanno mai messo il naso fuori di casa.
Forse la voglia di viaggiare, ora che ci penso, mi viene proprio da Tremal Naik...

sileno ha detto...

Attraverso le tue memorie, riesci a farmi vedere i più remoti angoli del mondo; è come essere con te.
Un abbraccio
Sileno

amatamari ha detto...

Uno dei miei viaggi più bello è quello nella narrativa...
inizialmente andai in giro per l'Europa - ed ero adolescente - per poi spingermi verso i Paesi dell'Est finendo in Russia e da lì prendere un treno - probabilmente l'Orient Express - che mi portò verso l'Oriente...
Per non tediare l'ultima conquista è l'America di Don de Lillo e John Fante che ho scoperto essere entrambi di origini italiane...ed il viaggio continua

:-)

Artemisia ha detto...

"uno, due libri al massimo"? Viaggiando a piedi sono sempre a misurare il grammo nello zaino. Il peso di un libro la mia schiena non me lo permette. Al massimo l'mp3 con un paio di audio libri che tra l'altro mi aiutano a vincere sull'immancabile insonnia.

PS E' proprio di Grossmann il famigerato libro con cui ho intrapreso il duello. Mamma mia, come mi risulta indigesto!

Anonimo ha detto...

imparato molto