martedì 24 marzo 2009

Ci si può perdere in un libro?


Ci si può perdere in un libro? 
Credo di sì. Ci si può perdere in un libro come ci si può perdere se si percorre il sentiero principale di un ipotetico giardino delle meraviglie che ad ogni curva si apre su altri sentieri, che si perdono a loro volta, passando per boschi, fontane, cascate di rose di Banks. Circonvoluzioni, passaggi segreti, pertugi, grotte, colline, siepi di traverso, che riportano inevitabilmente al sentiero principale, che però ha smesso di essere tale, poiché il passeggiatore, stordito da tanta bellezza, non cerca più la meta.
Questo è 2666 di Roberto Bolano.
Non è corretto parlare di un libro prima di averlo terminato. E io, grazie a Dio, non l'ho ancora terminato.
Ma ho voglia di farlo ugualmente, perché 2666 ti porta a pensare che la fine non c'è. O che non è un fine.
Bolano è uno scrittore difficile. A suo modo arrabbiato. E arrabbiata e difficile deve essere stata anche la sua vita. Come doveva piacere a lui, credo.
Bolano è cileno, di Santiago, ma l'adolescenza la passa a Città del Messico, dove il padre, camionista e pugile, ce lo porta a vivere giovanissimo.  Che vuole essere un poeta, di preferenza maudit, lo decide già al liceo, che lascia prematuramente per tornare nel Cile di Pinochet dove viene imprigionato e in seguito liberato per intercessione di un poliziotto con cui aveva condiviso l'infanzia. Torna in Messico ed entra a far parte di un gruppo d'avanguardia, gli infrarealistas, che si distinguono per contestare tutte le conferenze o i reading di poesia dei letterati appartenenti all'establishment letterario. Anni di grida, insulti, lanci di uova.
Nel 1977 lascia il Sudamerica e si trascina in Europa, da un paese all'altro,  svolgendo lavori occasionali, bevendo e drogandosi all'eroina. Verso i quarant'anni cambia vita. Si sposa, fa un figlio, smette le droghe e si mette a scrivere romanzi. Che gli regaleranno popolarità e un discreto benessere fino alla sua morte prematura, nel luglio del 2003. A soli cinquant'anni.

2666 è un'opera corposissima. Quasi un migliaio di pagine che Adelphi propone di due tomi. Che a loro volta sono divisi in cinque parti, come fossero episodi di un feuilleton, che in realtà, non ha trama apparente.
La prima parte, dal titolo, "La parte dei critici", racconta quattro critici letterari specialisti di un misterioso scrittore tedesco dal nome improbabile ed evocatore di Benno von Arcimboldi. I quattro, tre uomini e una donna, sono seguiti, come se lo scrittore fosse il Grande Fratello, nella loro più intima e a volte inutile quotidianità. Si scrivono, si incontrano, si amano, si lasciano, si ritrovano, si separano, si parlano, sparlano per finire poi a Santa Teresa,  una cittadina del nord del Messico alla ricerca del misterioso scrittore. Che non trovano. E la prima parte del romanzo finisce. Così come è cominciata. Dal nulla, nel nulla.
La seconda parte, quella di Amalfitano, narra di un professore di filosofia, Amalfitano, appunto, finito non si sa come proprio a Santa Teresa e del suo graduale perdersi nella follia. La terza parte, che è quella di Fate, ha invece per protagonista un giornalista newyorkese che finisce pure lui a Santa Teresa per seguire un match di boxe.
La quarta e la quinta parte non le ho ancora lette. Non so se vi sarà un legame con le parti precedenti. O se prima o poi ritroverò i quattro critici, il misterioso scrittore, il filosofo pazzo. Ma poco importa. Perché la grandezza di Bolano sta proprio in una sorta di confusione, di digressione continua tra una trama principale, che però si perde di vista, e continue digressioni apparentemente inutili, che aprono ad altre storie, ad altre vite, ad altri ambienti. E così si passa dal professore di filosofia parcheggiato nella squallida cittadina messicana ai ready made di Duchamp, dal giornalista sportivo newyorkese a un leader delle Pantere Nere ridotto a fare conferenze sul miglior modo di cucinare le cotolette di maiale, da un qualunque party universitario ai sogni (raccontati nei dettagli) che fa il Decano della facoltà che ha organizzato la festa e la di lui moglie. 
È un romanzo? Ma cos'è questa cosa che ho per le mani? mi chiedo, avanzando nella lettura. Lo ritroverò quel personaggio? O occupa "inutilmente" venti pagine per sparire poi per sempre? Eppure, pian piano, via via che mi immergo nella lettura, ho l'impressione che Bolano abbia voluto tentare un'operazione oltremodo ardita. 
Non lo so, forse mi sbaglio. Ma secondo me ha voluto scrivere un romanzo che assomiglia a quelle che sono le nostre vite. Le nostre storie. Che, noi tutti, a raccontarle cerchiamo un filo. Un filo conduttore che dia loro un senso. Ma a pensarci bene le nostre vite, le nostre storie, sono fatte di frammenti. Di incontri. Di andate e ritorno. Di cose amate e perse. Di sogni. Di passioni fiammifero. Di persone. Che entrano. Escono. Si incrociano. Spariscono.
Così è 2666
Comprensibile, perché parla di vite e racconta storie. Tante storie. 
Incomprensibile, per certi versi, come il suo titolo. 
A suo modo angosciante, per l'assenza di linee dritte, rassicuranti e consolatorie come i grandi viali o le autostrade. 
2666 è un libro di frammenti, curve ad angolo retto, U-turn, buchi, vuoti, menzogne. 
In poche parole un libro sulla vita.

7 commenti:

rom ha detto...

"...le nostre vite, le nostre storie, sono fatte di frammenti. Di incontri. Di andate e ritorno. Di cose amate e perse. Di sogni. Di passioni fiammifero. Di persone. Che entrano. Escono. Si incrociano. Spariscono."
Passioni fiammifero! :-)
Spariscono!... :-(
Mi sono venuti in mente i bambini piccoli che, quando nascondi loro una cosa, proprio sotto i loro occhi gliela nascondi sotto un tovagliolo, dentro una tazza rigirata... Non c'è più, andata.
Anche noi siamo così, nonostante il nostro orgoglioso sapere, forse solo intellettuale, della permanenza degli oggetti anche quando non li vediamo? - Lo so che dicevi di altro, un diverso sparire, lo so che ti rimpiccolisco, così, e te ne chiedo scusa ma lo faccio a mio rischio e pericolo: pagherò le conseguenze della tua ira. Però forse ho di meglio in testa: qualcosa, hai scritto, legato al grande insieme di pensieri e vissuti che i buddhisti chiamano impermanenza - origine, secondo loro, di dolore, di fatica, di disagio, di problema, per tutti.
Poi, recidivo per presentuosa ristrettezza mentale, m'è venuta in mente la differenza fatta da una psicoanalista famosa, Melanie Klein, sullo stato... no i nomi, no, sono di bruttezza inaccettabile - a volte anche le idee sono confuse, in psicoanalisi, ma mai quanto i nomi usati. Dunque, uno stato mentale in cui le percezioni del mondo sono a sprazzi, a frammenti fiammiferali, di gente che entra esce appare sparisce va torna momenti tutto buono momenti tutto cattivo, e uno stato, secondo lei successivo nello sviluppo di ognuno, in cui le percezioni vanno componendosi, gli sprazzi formano un quadro d'insieme, la gente non solo entra e esce ma anche permane, il buono e il cattivo si scopre possono essere di una sola persona e non di due come avevamo pensato... insomma, cose così, all'incirca, e questa fase successiva sarebbe secondo lei causa di momenti difficili di forte tristezza - sarà qualcosa di analogo al dolore dei buddhisti, non so - ed è per evitare questo sentimento doloroso che molti preferiscono la percezione del mondo dello stato precedente.

Chiara Milanesi ha detto...

Ciao rom, per carità non mi rimpicciolisci affatto. Conosco un poco la teoria della Klein relativa al rapporto con gli oggetti del bambino.
Non ci pensavo proprio. Quello che volevo sottolineare è il fatto che in qualche modo abbiamo tutti tendenza a vedere la nostra vita come un filo che va da A a B, il che implica la ricerca di un senso. E lo facciamo evidentemente a posteriori o nel raccontarla ad altri la nostra vita.
Eppure se ci allontaniamo dal bisogno di darle un ordine, allora forse ne vediamo la spezzettatura, l'incongruenza, l'incoerenza, l'entropia, che non è per forza un elemento negativo se decidiamo di essere dei wanderer, dei viandanti e avventurieri dello spirito.

rom ha detto...

Mi pare di capire quello che scrivi.
Non sono mai in immediato accordo con chi cerca un senso, in qualsiasi cosa, da quelle più grandi, vaste, come l'esistenza, verso quelle più piccole, quotidiane, e tanto più sono vaste tanto più sento resistenza alla ricerca di un senso.
Deve essere legata, questa resistenza, alla comprensione sempre meno confusa di quanto siamo portati ad interpretare, e di quanto velocemente siamo portati a farlo: l'interpretazione sostituisce la visione di ciò che è, di come stanno le cose, semplicemente cosa è, senza correre rapidamente ai nessi, ai perché, al significato, senza farne un'anello dell'infinita catena causale, fingendo di saperla o fingendo di poterla sapere quando, spesso, non è nelle nostre possibilità - quando, spesso, basta fermarsi alla visione di cosa è, prima ancora di darle un nome, una descrizione, già difficile in sé, già in parte interpretazione.
Ma è proprio il viaggiatore come tu lo intendi che ha la possibilità di uscire dallo spezzettamento della percezione della vita - la sua e quella degli altri, se ha il tempo e la capacità di ascoltare senza cercare nessun senso. ' Rinunciando alla ricerca di un senso, il filo forzato di significati su cui si stendono le letture illusorie viene lasciato andare. Tu pensi che, così andando, non si arrivi a sentire congruenza, coerenza - non si arrivi a scoprire una spinta interna, diversa da persona a persona, ad essere una, o uno, quella, quello?

Chiara Milanesi ha detto...

@Rom che chiede: "Tu pensi che, così andando, non si arrivi a sentire congruenza, coerenza - non si arrivi a scoprire una spinta interna, diversa da persona a persona, ad essere una, o uno, quella, quello?"
io rispondo: L'idea di coerenza, congruenza, risponde, secondo me, a un bisogno degli esseri umani, com'è quello di dare un nome alle cose, o di crearci un Dio.
Possiamo trovare coerenza o congruenza se è in quel senso che si rivolge la nostra domanda (visto che sono convinta che le domande siano più importanti delle risposte o quantomeno pilotino le stesse).
Se mi chiedi di trovare una coerenza al percorso che io chiamo la mia vita, forse te la trovo.
Ma la libertà del wanderer mi viene dal non cercarla questa coerenza, dal rifiutare la tua domanda di senso...lasciandomi vivere, forse...

amatamari ha detto...

Non fosse per la mole sarei andata ad acquistarlo oggi pomeriggio...

Grazie, ci faccio un pensierino per questa estate, il mio periodo dell'anno preferito per le buone letture

:-)

Artemisia ha detto...

Quasi un migliaio di pagine!!!
Di' la verita': lo hai trinciato con il trinciapollo. ;-)
Sei la seconda tra gli amici blogger che mi parla bene di questo libro:
http://lucianoidefix.typepad.com/nuovo_ringhio_di_idefix_l/2008/11/ho-finito-2666.html

luciano ha detto...

Alcuni anni fa, Roberto Bolano è stato un incontro letterario emozionante. Lo conobbi grazie ai DETECTIVE SELVAGGI e mi innamorari della sua scrittura calda e colta, avventurosa ed erotica, misteriosa e complessa. Con Borges, Cortazar e Vargas Llosa, è il sudamericano che prediligo.