martedì 3 marzo 2009

Comprendere significa perdonare?


Del compagno Kang Kek Ieu, alias Duch, avevo sentito parlare per la prima volta leggendo lo splendido libro di François Bizot, Le Portail (in Italia pubblicato da TEA col titolo Il cancello, ma ora, temo,  introvabile).
 Il ritratto che ne fa Bizot, giovane antropologo francese trapiantato in Cambogia per studiare i fondamenti del buddismo cambogiano e finito per tre mesi prigioniero in un campo khmer alle direzioni di Duch, è estremamente complesso.
E mi interroga, perché mette in luce il pericolo insito in ogni tentativo di capire, di comprendere il male. 
L'atto di comprendere , in qualche modo, può apparentarsi al giustificare?
Durante il regime khmer, Duch era stato incaricato da Son Sen, ministro della difesa di Pol Pot, a dirigere il famigerato centro di sicurezza di Tuol Sleng, meglio noto nella capitale come S21. Cosa che fece a partire dal 1975, con grande zelo e meticolosità. 

A Tuol Sleng ci ero arrivata quattro anni fa, in una splendida giornata invernale, poco dopo il sorgere del sole. Non erano neanche le sette di mattina, ma in Oriente la vita comincia molto presto. L'edificio, un tempo il liceo della città, era lasciato andare. L'erba del giardino era secca e tra le grandi lastre di pietra che costituivano il marciapiede spuntavano stecchi e rampicanti ingialliti. Non c'era nessuno, a parte il guardiano. Dal tutto spirava un'aria di abbandono.
Mi era sembrato giusto, quasi bello, quel giorno, che quel luogo di morte continuasse in tal modo a evocare la morte. 
Prima di salire in quelle che erano state le celle, le sale di tortura o di esecuzione, mi ero soffermata in giardino, sotto un cartello che riportava il decalogo del prigioniero modello.
Trascrivo alcune delle regole che quel giorno avevo ricopiato con la matit
a nel mio quaderno :

Regola N°3: "Non fare l'imbecille perché tu sei l'uomo che si oppone alla rivoluzione". 
Regola N°4: "Rispondi immediatamente alla mia domanda senza riflettere". 
Regola N°5: "Durante le bastonate o l'elettricità è vietato gridare forte". 

A Tuol Sleng erano state sommessamente assassinate circa ventimila persone. 
Duch, in carcere da sette anni a Phnom Pehn, non ha avuto nessuna difficoltà a confermare i fatti. Aggiungendo, con dovizia di particolari, che gli interrogatori non servivano a nulla poiché tutti coloro che entravano a Tuol Sleng erano destinati a morire. 
Come morivano lo capisco quando salgo al primo piano, dove in una vetrina, stile cerusico seicentesco, sono impilati centinaia di teschi. Quasi tutti riportano i segni di fratture. 
A Tuol Sleng le esecuzioni avvenivano a colpi di piccone o di martello.
Per il momento, per quanto strano possa sembrare, Duch è l'unico khmer rosso sottoposto a processo. 
E questo a più di trent'anni di distanza dai fatti.
Il processo a Duch è infatti sintomatico delle contraddizioni dell'Onu e dell'Occidente.
Quando nel 1979 il Vietnam invade la Cambogia rovesciando uno dei regimi più folli e sanguinari nella storia dell'umanità, l'Occidente, ONU in testa si schiera contro il Vietnam invasore, rifiuta di riconoscere il nuovo governo cambogiano, continua ad attribuire a Pol Pot il seggio cambogiano alle Nazioni Unite e questo fino agli anni '90 quando costringe il regime cambogiano democraticamente eletto a stringere accordi di pace con i khmer rossi asserragliati nella giungla in prossimità di Siem Reap e del confine tailandese. 
Alla faccia di quasi due milioni di morti.
Rileggo il libro di Bizot.
Bizot, all'epoca dei fatti, ha trent'anni. 
Per i novanta giorni della sua prigionia fu interrogato quasi quotidianamente da Duch, e tra i due si sviluppò una relazione che non  ha niente a che fare con la sindrome di Stoccolma. 
Fu la relazione umana di due esseri umani e di due intellettuali.
La forza del libro di Bizot consiste proprio nel ritratto che l'autore fa del suo carceriere. Un uomo alla costante ricerca della verità, alla costante ricerca dell'assoluto, e, paradossalmente un uomo estremamente insensibile alle ingiustizie. Dietro alla maschera di assassino, Bizot non ci racconta un mostro, ma un essere umano a parte intera, con le sue ansie, le sue paure, i suoi dubbi. E quasi a sottolineare quanto intende far capire il lettore, ad un certo punto, lo definisce, "un uomo  che per moltissimi versi mi assomigliava."

In tutta questa storia è forse questa la cosa più terribile. 

Bizot dopo essere andato a trovare Duch in carcere, nel 2003, dichiarò che secondo lui esistevano spinte ideali che potevano rendere un uomo distruttivo e senza cuore. E aggiunge che quando le regole della normale convivenza civile scompaiono, queste stesse spinte possono improvvisamente trasformarci in assassini, in quei mostri che in tempi normali non avremmo mai immaginato di poter essere. Una constatazione quantomeno disturbante.
Se i khmer rossi avessero vinto, Duch, che si era dedicato corpo e anima a Pol Pot, sarebbe ora ai livelli più alti della gerarchia governativa. 

Ma la vicenda di Duch non mi interessa in quanto ennesima conferma che la storia non appartiene mai ai vinti. 
Mi interroga sul senso che possa avere ogni tentativo di comprendere l'inumano dell'uomo. 
È sempre vero che comprendere non significa aprire una breccia verso la giustificazione? E una volta infilata questa strada, il passo verso il perdono non è forse breve?

Potrei quasi pensare di sì. 
Poi mi basta riguardare i quadri che Vann Nath, un pittore detenuto a Tuol Sleng, e uno dei sei unici sopravvissuti, dipinse subito dopo la sua detenzione. Era stato proprio Duch, affascinato dalla sua maestria, a permettergli di restare in vita attribuendogli il compito di ritrarre i dirigenti khmer a fini di propaganda.
Vann Nath fa ancora il pittore, dalle parti di Batambang. Coi proventi della vendita dei suoi quadri tenta di costruire un centro destinato alle vittime sopravvissute miracolosamente al genocidio khmer.
Qualcuno, forse un giornalista, ha chiesto Vann Nath se voleva incontrare il suo carceriere e "mecenate", ora in prigione.  
Pare che Vann Nath, dopo un attimo di silenzio, abbia scosso la testa e sputato per terra.  

Le immagini di questo post riproducono alcuni quadri di Vann Nath esposti attualmente nel Museo di Tuol Sleng.

  

8 commenti:

sileno ha detto...

Una storia orrenda, di uomini che in nome di un ideale possano commettere dei crimini tanto atroci.
E temo che quanto descritto in Cambogia, sia solo la punta del'iceberg e nulla si sappia di massacri altrettanto atroci che accadono quotidianamente in Africa, piuttosto che in Asia od in America latina, nell'indifferenza del mondo cosidetto civile.
Grazie Chiara per il tuo impegno in aiuto ed in difesa degli ultimi.
Sileno

Angela ha detto...

Il dolore grande è sapere che l'uomo più ovvio posso essere il più atroce dei carnefici: ci riguarda tutti.
Perché è così facile fare il male e così difficile realizzare il bene, persino immaginarlo? Forse il bene è atto contro natura?

guglielmo ha detto...

Due dei comandanti/ massacratori di San Sabba (l'unico campo di sterminio italiano) erano un birraio e l'altro avvocato. Dopo la guerra sono tornati a fare il birraio e l'avvocato continuando la vita "normale" di prima.

giorgio ha detto...

Non esiste l'inumano nell'uomo. Credo che tutti abbiamo lo stesso spettro di potenzialità: dalle migliori alle peggiori. Sta al nostro Io, se può e come può, cercare di stare dalla parte del bene. Dico se può e come può perchè esistono i matti, purtroppo, quelli che non ce la fanno a recuperare una capacità di consapevolezza e questi cambogiani sono matti lucidi, che non ce la fanno a comportarsi diversamente. Non c'è niente da giustificare: è così e basta. Poi, uno può ammazzarli, isolarli e/o perdonarli, è una scelta personale o di uno stato. Io li isolerei e cercherei di recuperarli nei limiti del possibile, che però reputo quasi impossibile. Il perdono (sempre lasciandoli isolati) sarebbe la cosa più giusta, ma siamo uomini anche noi e anche noi abbiamo i nostri limiti. E' sempre una questione di limiti...

Anonimo ha detto...

Premesso che non sono un'esperta, vi prego di scusare la mia riflessione minimalista con cui provo a dire perchè risponderei di no alla domanda che titola il post.

Il concetto di perdono, che appartiene alla religione cattolica si basa a sua volta sul concetto di giudizio morale (con tutti gli annessi e connessi).
Invece, la comprensione appartiene al buddismo e ad altre filosofie orientali che, avendo a base il concetto di reincarnazione (con tutti gli annessi e connessi), è emendata dal giudizio.
Non c'è bisogno di perdono in quanto tutti i comportamenti, buoni o malvagi, sono condizionati dal Karma che, nella vita successiva, obbligherà a fare i conti con quanto fatto in quella precedente.
In quest'accezione un buddista molto evoluto spiritualmente comprende le azioni di Duch, ma anche Hitler e di molti altri (karma negativo) e comprende anche il karma (positivo) collettivo delle loro vittime.

Vorrei ricordare che la reincarnazione era riconosciuta anche dal Cristianesimo... ma che fu "politicamente" cancellata durante non ricordo più quale concilio.
Stefi

Anonimo ha detto...

good start

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie

Anonimo ha detto...

La ringrazio per Blog intiresny