lunedì 2 marzo 2009

La bancarotta dell'Ucraina


Stamattina è un'immagine che mi colpisce. Quella di una fila di persone di fronte all'ingresso della Rodoviv Bank, a Kiev, che aspetta che gli uffici aprano per ritirare i propri risparmi. 
Se non fosse per i colori, un'immagine già vista nei libri di storia, al capitolo che parlava della Grande Crisi. O qualche anno fa nelle strade di Buenos Aires o Mendoza. Le stesse facce ansiose, preoccupate, arrabbiate.
La Rodoviv Bank sta per fallire.
O meglio, è l'Ucraina intera che sta per fallire.
Le acciaierie e le industrie chimiche, il nerbo dell'economia del paese, licenziano quotidianamente migliaia di lavoratori. Capita che le città stiano giornate intere senza acqua o senza elettricità perché i comuni non hanno pagato le bollette di fornitura. Il metrò di Kiev funziona a singhiozzo. Davanti alle banche sono costanti le code dei cittadini che tentano di recuperare le poche banconote che hanno. E che, se le cose continueranno così, il che è altamente probabile, ben presto saranno solo carta straccia.
Se l'Ucraina fallirà, sarà un altro paio di maniche rispetto alla bancarotta dell'Islanda che è poco più grande della cittadina dove abito io, o della Lituania, sull'orlo della bancarotta pure lei, ma che in sè è più piccola di Milano, 
L'Ucraina ha 46 milioni di abitanti. 
Che la gente non stesse bene neanche prima della crisi noi italiani lo sapevamo già, visto il numero delle badanti ucraine che si occupano di anziani e malati, nel nostro paese. Ma negli ultimi anni le badanti ucraine erano calate. Il paese sembrava decollare.

Di ragazze ucraine, ne ho conosciute. 
La Galia, ex tenente dell'esercito sovietico, che dopo la caduta del muro si era ritrovata ad aspettare la paga per sei mesi fino a che non aveva messo nel cassetto la divisa, affidato il figlio alla madre, ed era partita in Italia in cerca di lavoro.
La Tatiana, che in Ucraina faceva l'infermiera e che era rimasta sei mesi chiusa nella casa di una vecchia signora malata la quale non voleva vedere la luce del sole. Sei mesi al buio mi aveva detto la Tatiana, che io chiamavo Tania. 
La Liuba, che aveva sempre i capelli pettinati in maniera impeccabile, e  poi la Svetlana, o la Svieta, o la Lucia coma la chiamava mia madre, perché Svetlana significa luce. Che nel suo paese viveva vendendo uova fresche al di là della frontiera polacca, tutti i giorni a prendere il treno col suo cesto di uova, e  che era arrivata in Italia perché le uova non bastavano a mantere il marito, i due figli e i genitori.
Venivano tutte da Biskovici, un villaggio della periferia di Sambir a qualche ore di macchina da Lviv che noi chiamiamo ancora Leopoli. Erano ragazze splendide, forti, ingenue e luminose che guardavano i figli crescere sul videoregistratore, grazie alle videocassette che gli mandavano da laggiù. 
Alcune di loro erano tornate al loro villaggio due anni fa, poco tempo dopo la rivoluzione arancione, sicure che il loro paese sarebbe rinato, che Yuschenko avrebbe bandito la corruzione e che ci sarebbe stato lavoro, lavoro per tutti.
Poco prima che partisse avevo chiesto alla Svieta se dell'Italia, del modo di vivere che c'era da noi, aveva voglia di portare qualcosa nel suo paese. Mi aveva risposto che loro e noi eravamo tanto diversi ma una cosa sì l'avrebbe portata con sè, mi aveva detto.
Il pranzo e la cena, aveva spiegato con un sorriso, che da loro non si mangiava mai assieme, mai seduti tutti a tavola, salvo per il loro Natale o per qualche festa. Da loro c'era sempre una zuppa che bolliva pian piano sul fuoco e quando uno della famiglia aveva fame si prendeva una scodella di zuppa e se la mangiava seduto tutto solo ad un angolo del tavolo.
Ora voglio che la mia famiglia tutta intera si sieda a mangiare attorno a un tavolo e che si parli tutti assieme, mi aveva detto. Come fate voi. Magari la sera perché di giorno forse noi adulti saremo al lavoro.
L'ho chiamata al telefono ieri sera. Ma nessuno rispondeva e il telefono faceva degli strani bip. Forse il telefono non funzionava. Forse il telefono, la Svieta non ce l'ha più. Forse non abita più là e ha fatto come tutti i contadini di questa terra. Si è spostata in città, perché è in città, mi aveva detto, che ci sarà lavoro.
Penso a lei, penso forte a lei e a tutte loro. 

3 commenti:

l'incarcerato ha detto...

Spero che la Svieta stia bene! Non so se la crisi ci travolgerà come loro qui in Italia.
Ma anche se non ci sarà vedrai che tra una decina di anni qui in Italia con il lavoro precario che diventata una costante, con la forte insicurezza economica, vedrai che saranno guai amari!

giorgio ha detto...

Non sapevo di questa grande crisi ucraina. Io ho avuto quattro diverse donne ucraine che sono venute nel tempo a farmi qualche ora di lavoro in casa. Tutte sono state donne straordinarie, oneste, schiette, lavoratrici ottime, umanamente ottime. Sono commosso e addolorato per la vita che conducono, adesso poi con la crisi... Sono veramente dispiaciutissimo.

Artemisia ha detto...

Grazie, Chiara, per averci raccontato queste cose.
Ho dei sinistri presagi...