giovedì 26 marzo 2009

La faccia del "serpente"

Della storia di Charles Sobraj, detto "il serpente" avevo sentito parlare per la prima volta nel 1988 in un'isoletta al largo di Lombok. Era stato un libro di un giornalista americano, Richard Neville, a farmela conoscere. The life and crimes of Charles Sobraj, si intitolava il libro. E sicuramente la vita e i crimini di Sobraj non potevano passare inosservati. Quello che mi aveva colpito nel racconto di Neville era stata, da un lato, la capacità manipolatoria dell'uomo. Dall'altro il suo essere un perfetto camaleonte, capace di appropriarsi della personalità nonché delle fattezze fisiche delle sue vittime, per spacciarsi poi per loro. E continuare sotto diverse identità a reiterare i suoi crimini. Che furono tanti e tutti indirizzati contro i giovani che negli anni '70 cercavano nell'Asia il paradiso o una casa accogliente. Sobraj li conquistava con la sua parlantina, li attirava come un ragno nella sua trappola e poi li avvelenava per impossessarsi del loro denaro nonché delle loro identità. Tra i 15 o i 20 omicidi. Avvenuti nelle spiagge di Goa, sulle colline attorno a Kathmandu, nelle isole allora perdute della Thailandia, lungo le coste della Malesia, in prossimità dei ghat di Benares, nei quartieri periferici di Dehli.
Una decina di evasioni da varie prigioni asiatiche, la capacità di subornare giudici e testimoni, l'abilità di servirsi delle diverse procedure penali vigenti nei vari paesi nei quali era catturato per riuscire ad ottenere la libertà.
Inutile ammettere che il personaggio Sobraj aveva colpito la mia immaginazione. Ma soprattutto, quello che mi aveva intrigato, era la sua faccia. Nel libro di Neville di Sobraj era riportata un'unica fotografia. Che ritraeva un tipo qualunque dai capelli corvini. Eppure, ogni volta, Sobraj, che era figlio di una vietnamita e di un indiano, riusciva ad assumere le sembianze delle sue vittime. Che fossero francesi, inglesi, olandesi o australiani. E per mesi girava il mondo con il loro passaporto e i loro documenti attraversando imperturbabile le frontiere di paesi in cui era segnalato e ricercato come pericoloso criminale.
Quando avevo letto la sua biografia, Sobraj era rinchiuso in una prigione di Bombay dove avrebbe dovuto scontare dieci anni prima di essere estradato in Thailandia, paese in cui lo attendeva con ogni probabilità una condanna a morte. Se la sarebbe cavata anche stavolta. Una volta evaso dalla prigione, se ne era andato a Goa, a festeggiare sulla spiaggia per farsi arrestare neanche tre settimane più tardi. Un arresto voluto. Che gli sarebbe costato ancora dieci anni di prigione indiana, ma che gli avrebbe permesso di evitare l'estradizione in Thailandia, la sicura condanna a morte, e nel frattempo far sì che i reati commessi sul suolo thailandese cadessero in prescrizione.
Nei dieci anni successivi non avevo più pensato a Sobraj, se non ogni volta che il libro di Neville mi capitava tra le mani.
Nel 1997, una mattina, aveva letto sul giornale che Sobraj era diventato praticamente il mio vicino di casa. Purgata la pena indiana, infatti, l'uomo, che grazie al matrimonio della madre con un ufficiale marsigliese aveva a suo tempo ottenuto la nazionalità francese, era sbarcato in Francia e aveva deciso di sistemarsi in un villaggo nei dintorni di Marsiglia. Per un paio di mesi avevo tentato di scoprire esattamente dove abitasse. Semplicemente perché ero curiosa di vedere che faccia avesse. La famosa faccia da camaleonte. 
Poi, Sobraj, aveva fatto perdere nuovamente le sue tracce.
Pensavo definitivamente di averne perso le tracce anch'io, finché una mattina, mentre leggevo il quotidiano di lingua inglese, nel giardino della guesthouse in cui di solito alloggio a Kathmandu, notavo un trafiletto nel quale si diceva che qualche giorno prima Sobraj era stato catturato in un casinò della capitale mentre giocava alla roulette in compagnia di Paros, il figlio scapestrato del re Gyanendra. E che, rinchiuso nella prigione della città, attendeva il processo per l'omicidio di una ragazza americana perpetrato in quel paese nel 1975. Per il quale, l'anno dopo, sarà condannato all'ergastolo.
L'anno successivo, nuovamente in Nepal, tento di andare a trovarlo in prigione. 
Una curiosità malsana, la mia, lo ammetto, ma la sua faccia e una sua dichiarazione riportata da Neville nel suo libro giustificavano la mia piccola ossessione.
"Se mi si lascia parlare con una persona - aveva affermato Sobraj - allora so che la posso manipolare".
Mi informo su come si riesce ad effettuare una visita ai prigionieri. Un amico nepalese che dirige un'associazione in difesa dei profughi tibetani, sovente imprigionati, mi mette in contatto con il direttore della prigione. Il quale mi conferma di non avere niente in contrario alla mia presenza in carcere e ad un incontro con Charles Sobraj. Era comunque tenuto a chiedere al prigioniero se acconsentiva ad incontrarmi. Sobraj acconsentiva. Di buon grado. Ma mi chiedeva un obolo di  1000 dollari. Il che non sembrava stupire il direttore della prigione. Il quale mi confidava che Sobraj con i soldi che otteneva grazie alle interviste organizzava delle splendide feste in carcere invitando prigionieri e secondini a beneficiare dei pranzi luculliani che si facaeva mandare.
Ogni anno torno in Nepal e puntualmente tento un incontro con Charles Sobraj. Che si risolve come da copione precedente. 
"Il serpente", oggi, ha 66 anni. E tante cose ancora da chiarire e da raccontare. 
Chissà se un giorno o l'altro riuscirò a studiare la sua faccia. 
Che, a quanto sostiene la saggezza popolare, è lo specchio dell'anima. Chissà.









8 commenti:

marina ha detto...

facciamo una colletta, così ti levi 'sto sfizio e non se ne parla più
marina

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Il famoso fascino del male? In fondo, mi pare si tratti di un furfantello, che derubava dei poveretti. Non ne sapevo niente di questo personaggio, ma leggendo quello che ne scrivi, non vi trovo davvero niente di minimamente interessante, ma si sa, ognuno è fatto a suo modo...

Chiara Milanesi ha detto...

@Vincenzo: i latini e i greci che erano più saggi di noi l'avevano capito il fascino del male. Visto che, per alcuni, all'orgine la parola indicava un frutto pulposo. Secondo altri Male deriva dal teutonico Mahl, regalo, banchetto. Altri ancora sostengono che deriva dal greco, il cui significato originario è miele.
La parola male genera anche malizia e ammaliare.
Tutte parole che hanno a che fare col fascino.
Questo per sottolineare che non sono un mostro!

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Oddio...non volevo dare questa impressione, lo sai che ho grande stima di te. Dicevo soltanto che a volte un personaggio può risultare affascinante per una persona e meno per un'altra, mi pare sia normale...

rom ha detto...

Se avessi il potere magico di provocare con un gesto la morte ora, in questo momento, di tutti gli psicopatici criminali che stanno per compiere una violenza totale su una bambina o un bambino - gente come quello lì, circa - lo farei. Non erano bambini, le vittime di questo morto vivente? Posso estendere la formula.

Susanna ha detto...

Però... sarebbe interessante conoscere un tipo simile...
... anche se in Italia i delinquenti ladri e manipolatori non è che manchino...
gatta susanna

luposelvatico ha detto...

Chiara, se Sobraj ha fatto tutto quel che ha fatto, è meglio che quando riesci ad incontrarlo comunichi esattamente la tua posizione e ci dici dopo quanto tempo dobbiamo chiamare la polizia...non vorremmo che di te restassero solo i tuoi post! :-))))))))

@marina: io mi faccio incontrare fuori dal carcere per soli 500 dollari, se proprio sta colletta s'ha da fà meditate sull'offerta:-)))

l'incarcerato ha detto...

Il fascino del male esiste, non c'è nulla da fare!

AHAHAHa concordo con Marina, facciamo sta colletta su!