lunedì 23 marzo 2009

SPECCHI


Oggi non ho tempo. 
Allora ci metto un racconto che ho scritto alcuni anni fa. 
In cui si narra una storia d'amore. 
Una storia vera. Una storia triste.
Come spesso accade quando si parla d'amore.



Prima sigaretta.

Una donna, proprio vicino a lei, subito sotto casa, in pochi mesi aveva buttato all'aria la sua vita. 
Buttato all'aria la sua vita era la frase che si rincorreva da una bocca all'altra del paese. Perché proprio questa frase, non si sa. Le faceva pensare a un grande lenzuolo bianco tenuto stretto ai quattro angoli da mani forti che lo agitavano su e giù. 
Sul lenzuolo, la vita saltava in aria, una, due volte, e poi non ricadeva più giù. 
Si era perduta nell'aria, o l'aria l'aveva inghiottita.
La vita, quella di prima, non c'era più. Forse, fluttuava.

La donna in questione era bella. Aveva quarant'anni ma ne faceva trenta. Era figlia di portoghesi e la sua pelle restava abbronzata anche d'inverno. D'estate camminava spesso a piedi nudi, piedi lunghi e magri, gambe sottili e abbronzate, polsi e caviglie sottili pure loro. Vestiva di cose semplici: un paio di jeans scoloriti tagliati sopra il ginocchio, una maglietta bianca. Rideva forte, parlava forte. La gente pensava che ridesse così forte per mostrare il bianco dei suoi denti.

Così giovane, così semplice, così estranea. Una donna sottile. I suoi scoppi di risa entrano nelle case. Sottolineano silenzi altrui. Stridono con le lacrime di chi è solo. C'è troppa gente sola. Che non ride perché non sa come fare.

La donna aveva un marito e due bambini. Il marito era imprenditore edile specializzato nella costruzione di piscine. Un uomo alto e grosso, con le mani grandi e segnate senza dubbio dal lavoro. La sera rientrava tardi dal cantiere, rosso in viso dal sole o dal vino, adorava mangiar bene e quasi tutti i sabato sera, d'estate, cuoceva sulla griglia del giardino le sardine che lei gli comprava la mattina al mercato. Era un uomo che amava i riti, le ripetizioni. Nessuno metteva in dubbio che fosse un buon padre di famiglia.

E' uno che lavora sodo. Guardagli le mani. Tutte tagli e calli e unghie spezzate. Se beve un bicchiere di troppo, se lo merita, con tutto quello che sgobba. Non alza mai la voce. Si vede che è un buon uomo. Si alza all'alba. Noi lo vediamo quando accende la luce. E' ancora buio che se ne è già partito. Lo fa per i figli. Perché i suoi figli abbiano tutto il meglio dalla vita.

A guardarli da lontano erano quello che si dice una coppia ben assortita. Anche se lui era certamente più vecchio di lei, anche se lei si occupava da sola dell'educazione dei bambini, anche se nessuno li aveva mai sorpresi ad accarezzarsi, formavano una coppia. La gente non li invitava mai separatamente, e i loro nomi non erano mai disgiunti quando ci si occupava di loro.

Le carezze. Ma quali carezze? Non ce n'è bisogno di carezze. Quello che conta sono i fatti.

Negli ultimi anni, non si sa bene perché, coltivavano il sogno o semplicemente il desiderio di ricominciare una nuova vita. Niente di strano in questo. Solo che loro, a differenza di altri, ne parlavano. Parlavano di isole lontane, di bungalow sulla spiaggia, di natura e vita sana. Di camminare a piedi scalzi - lei - e di grigliare del pesce appena pescato sulla spiaggia - lui.

E chi non ha mai sognato queste cose? E chi non ha mai pensato di ricominciare? E non c'è niente di strano a voler ricominciare dal mare. Anche Venere se ne è uscita dalle acque e Mosè pure ne è stato salvato. Una nuova vita comincia sempre nell'acqua. Nell'acqua del ventre della madre. E nel mare c'è acqua per tutti. Per tutti i gusti. Ecco perché è facile sognare il mare quando si pensa a nuova vita. 
Il mare. 
Ricominciare.

La gente non credeva affatto che tutto fosse così semplice come la raccontavano loro. Si mormorava che lui avesse esaurito la costruzione di piscine nella zona e che non riuscisse più a far fronte ai debiti.  Che lei, dietro ai piedi nudi,  ci vedesse una casa coloniale  con patio e servitù. Che forse le cose tra loro non andavano poi così bene. Che lui si fosse preso un'amante. Storia di qualche pomeriggio. Scuri accostati. Luce gialla che filtra. Ventilatore che gira sul soffitto. Niente di più. Ma la voce circolava in paese. E faceva troppo rumore.

Non è mai semplice come sembra. E chi mai ha veramente il coraggio di ricominciare? Scappare!  Altro che ricominciare!  La paura o l'ambizione. Volere sempre di più.  Sempre più di quel che si ha.  Peccato mortale.

Fatto sta che un primo tentativo verso le isole di Capo Verde era fallito sul nascere. Al loro ritorno in paese sembrava che avessero sperimentato più una vacanza prolungata che un cambiamento di vita e le giustificazioni di questo ritorno anticipato erano sembrate così pratiche e terra terra da trasformare - agli occhi di tutti - quello che era stato considerato un gesto romantico d'avventura in un banale trasloco mal organizzato.Le scuole per i bambini erano inadeguate e lei voleva che i suoi figli avessero tutte le carte in regola. Sulle isole più belle non era ancora arrivata l'acqua potabile e il costo della vita non era poi così basso come si diceva. Ottime ragioni, pensava la gente, sollevata dal fatto che fosse in fin dei conti difficile trasformare i sogni in realtà.

Mica è semplice come a dirlo. A dirle, le cose,  ci riesce chiunque. Ma quanto a farle... 
Non c'è serietà. Il mondo non è fatto di parole. Ma di cose. E se fosse veramente così facile, quelli che restano sarebbero proprio degli stupidi. O dei senza sogni. Che a pensarci bene non è poi una cosa malvagia. Meglio che i sogni restino nel cassetto. E che non lo si apra mai. Lo si chiuda e si getti via la chiave.

Avevano ripreso la vita di prima sotto gli occhi di tutti. Lui, smentendo i maligni, aveva aperto un cantiere per una nuova piscina, e lei aveva ricominciato ad occuparsi della casa, dei bambini e della cena. Come prima si eccitavano entrambi all'idea di sperimentare nuove ricette, come prima gli unici fogli di carta stampata che entravano i casa erano i volantini pubblicitari che ogni mercoledì il postino depositava nella cassetta delle lettere. Come prima lei si lamentava perché i suoi figli non amavano leggere.

Meglio così. Prima o poi tutto rientra nell'ordine delle cose. Che è poi l'ordine di tutti. Quello in cui tutti ci si ritrova e guai a modificarlo.

Li avevano chiamati Alexander e Fanny. Come nel film di Bergman, ma al contrario, perché prima era nato Alexander e poi Fanny. E in ogni caso si era trattato di pura coincidenza perché né lui né lei andavano mai al cinema e tantomeno a vedere un film di Bergman. Questo lo dicevano alto e forte a tutti quelli che inevitabilmente facevano il collegamento tra i bambini e il film. Non si capiva se nel negare con veemenza questa associazione loro volessero, di comune accordo, comunicare un modus vivendi, o una scelta di vita del tipo: non abbiamo tempo per quelle cose lì, abbiano altro a cui pensare, stiamo bene così.
Non si capiva.

Ma che cosa si dovrebbe capire?  Che non si abbia tempo per i discorsi? Confusione. Pura confusione. Cacofonia.

Alexander e Fanny, occhi scurissimi come la madre, pelle abbronzata e denti bianchissimi come la madre, erano i bambini più chiamati del paese.
All'epoca in cui lei aveva buttato all'aria la sua vita avevano, rispettivamente, nove e sette anni, giocavano quasi sempre per strada e i loro nomi venivano gridati ogni sera al momento del bagno o della cena. O, forse, quando la donna non sapeva che farsene dei suoi vuoti.

Perché i figli vanno tenuti vicino. Non li si deve mai allontanare. Lontano è pericolo. I figli riempiono i vuoti. Ti danno da pensare.

Avevano trascorso così un paio di stagioni. Le isole di Capo Verde spuntavano ogni tanto nelle loro conversazioni, ma via via che il tempo passava accadeva sempre più di rado.
Poi, di colpo, e questa volta senza nessun annuncio ufficiale, ripartirono di nuovo. Tutti e quattro. Lei e lui, Alexander e Fanny.
E sembrava fatta.

Sembrava. Ma il più delle volte l'apparenza inganna. Anche se non c'è fumo senza fuoco o fumo senza arrosto. Andarsene? Lasciare? Lo sanno tutti che quando si va via si lascia qualcosa. E che è quel qualcosa, proprio lui, che ti fa tornare. Succede quasi sempre così. Se si è saggi.

Partirono così, lasciando tutti a bocca aperta e dopo un poco anche i più scettici cominciarono a crederci. Se ne erano partiti un'altra volta per delle isole, stavolta le Antille, la Martinica o la Guadalupa, non ci si ricordava mai in quali delle due fossero sbarcati, ma se ne erano andati veramente.
Voci si rincorrevano per il paese che li davano per felici e abbronzati, a piedi nudi lei e a far fortuna lui. Si diceva che avessero affittato una casa in riva al mare, che i bambini fossero diventati dei selvaggi felici, e tutto bene, tutto per il meglio.
Sollevava perfino invidia la loro partenza che era sembrata agli occhi di qualcuno più simile ad uno sputare su quanto era stato lasciato che al saltare su nuove occasioni. Era così malsana questa sensazione di far parte delle cose che si lasciano che fu con un sospiro di sollievo che, alcuni mesi dopo, la si vide tornare. Stavolta abbronzatissima, ancora più bella e selvatica di quando era partita. Sempre a piedi nudi, a urlare dietro ai figli o a ridere e a mostrare i suoi denti bianchi. 
Stavolta più bella che mai, ma stavolta da sola.
Stavolta il marito se ne era restato sulle isole. 

Lei, poi, non aveva voluto spiegare chiaramente quel ritorno.
A tratti riparlava della scuola dei figli, altre volte troncava netto dicendo che era meglio così, lei qui a cercar di vendere la casa, lui lì a far fortuna. Altre volte, nelle conversazioni a due, magari dopo un bicchiere - in vino veritas - lei confessava che la casa che avevano trovato era di cemento grigio e non di legno, che tra la casa e il mare, è vero, non c'era nulla, ma il mare era tanto, tanto lontano, che le spiagge belle se ne stavano dall'altra parte dell'isola, e che lì, dove si erano sistemati, non tirava il vento giusto, ma quello sbagliato che spingeva le alghe a morire sulla spiaggia, creava le onde e intorbidiva l'acqua.

Il pubblico tira un profondo sospiro di sollievo. Forte. A pieno petto. Lo si può sentire attraverso le colline, giù per il ponte, fin sulla provinciale. Ci voleva poi così tanto per capire che è qui che si vive meglio? E che a cercare altro ci si rompe il naso?

Per due anni lei visse una vita cheta.

Cheta come l'acqua, come l'olio, liscia come il mare la sera, come l'acqua di un lago. Cheta come all'alba o al tramonto che son le ore della tranquillità. In mezzo ci sta il giorno. In mezzo ci sta la notte.

I più ferrati in  psicologia, quelli che avevano sentito parlare di coazione a ripetere, sostenevano che lei non faceva altro, in fondo, che ripetere quello che aveva visto fare a sua madre.
Figlia di portoghesi, il padre se ne era andato a lavorare in Francia quando lei era ancora una bambina e tutta la famiglia aveva aspettato dieci anni prima di seguirne l'esempio. Sua madre aveva aspettato dieci anni nel paesino dove vivevano, a cento chilometri da Lisbona. Senza soffrirne troppo. 
Lei faceva lo stesso. 
Senza soffrirne troppo.
L'aveva vista da piccola cos'era l'attesa. Era dentro di lei. Era la norma, dicevano i più colti. Gli altri ne ammiravano semplicemente le qualità di madre, di sposa fedele, di brava donna di casa. 

E chi può dire di conoscerla veramente l'attesa? I suoi inganni, i falsi allarmi, le ore che si stirano, le scadenze che sfilano via, i ricordi che si sfilacciano...

Per due anni fu madre devota, pulì a fondo la casa, sicuramente non tradì il marito.
Bella com'era sembrava un peccato mortale che nessuno la facesse uscire la sera, che nessuno la prendesse la notte, che nessun uomo avvolgesse di stretta maschia le sue ossa sottili.
Sembrava appartenere ad un mondo ancestrale quel suo ritiro volontario, l'acqua che lei dava regolarmente ai gerani sul balcone, gli scuri che lei chiudeva la sera quando calava la notte, i bambini che rientravano, la porta di casa chiusa a chiave.
La sua casa, i figli, persino il suo corpo sembrava una fortezza che la sera chiudeva bene le porte.

E' un corpo che è un peccato non prendere. Un corpo che si chiude. Bocca che si nega. Occhi  che non guardano. Umori che non si mescolano. E tutto dietro una porta chiusa.

Di giorno, no. Circolava per il paese a piedi scalzi non appena il sole scaldava le pietre, bermuda e maglietta bianca, abbronzata di natura, a ridere forte come aveva sempre fatto, a gridare quando chiamava i bambini.
Tutto, tutto come prima.

Non può essere vero.

Per due anni fu tutto come prima.

Niente è mai come prima.

Poi non si sa bene che cosa successe. I primi sintomi ognuno in paese diceva di averli individuati per primo. E in questa gara insensata tra la psicologia e l'inquisizione venivano ripetuti i fatti.

Nella dinamica di un fatto un ruolo non trascurabile ce l'ha il messaggero. E ancor di più colui che si vanta di essere profeta.

Si era messa a cercare una donna di servizio a ore che lavasse i pavimenti di cotto rosso della casa. Non ne poteva più di pulire - aveva detto - non ne poteva proprio più. E aveva aggiunto che non era quella la vita.
Poi i gerani alle finestre erano appassiti. Erano gerani rosa e violetti, i più bei gerani del paese; scendevano a grappoli dalle finestre del secondo piano e lei ogni sera, puntuale al tramonto, ne staccava con delicatezza le foglie ingiallite. Poi non lo aveva fatto più. Se ne era dimenticata o era stata un'altra tappa cosciente sulla strada dell'aria, della vita da buttare all'aria, del buttare all'aria la propria vita. Questo non si sa e chi mai può dirlo? Ma i gerani si erano riempiti lentamente di fiori sfioriti, di mozzichi gialli e la terra era diventata grigia e secca.
Restarono lì anche dopo che lei se ne andò. Restarono lì a sbriciolarsi nel vento.
Così come aveva smesso di nutrire i fiori aveva cominciato ad uscire la sera con le amiche. Amiche sguaiate, malmaritate si diceva in paese, o maritate mai. Amiche che in fin dei conti non le assomigliavano per niente, non avevano nulla a che fare con lei, se non il fatto che lei si accompagnava a loro. Un trampolino di fuga quelle donne biondotinte, più vicine ai quaranta che ai trenta, che gridavano invece di parlare, gridavano forte, chiasso e tacchi a spillo, abiti che fasciavano, forme imperfette, bocche rossissime e utilitarie, ricette, bambini e giarrettiere. 
Lei, in mezzo a loro, sembrava una regina bruna.

Una regina imperfetta, si diceva. Chi ne aveva vissuto i tremori, pensava - non diceva - che fosse una regina di cuori.

Poi anche le amiche erano sparite. Ad una ad una le serate si erano assottigliate finchè fu chiaro che ormai lei se ne usciva da sola. Cominciò la sera del venerdì, poi la notte, il sabato ed infine l'intero fine settimana. Nessuno l'aveva mai vista rientrare. Segno chiaro, dicevano quelli che non l'avevano mai fatto, che se ne tornava all'alba come una ladra a spingere la porta di casa ben oliata per non far rumore e non svegliare i figli.

Ladra di cosa? Dei sogni altrui? Di emozioni soffocate? Magro bottino. Attraverso di lei i fantasmi prendono vita. Quello che ruba è la pace dell'assenza.

Che andasse a trovare il suo amore era evidente.
Non tanto per come le brillavano gli occhi e per la morbidezza del sorriso, non tanto perché aveva abbandonato i bermuda sfilacciati o per come scuoteva i capelli che sembravano anche loro avere preso nuovo vigore. Tutto questo non bastava.
A metterne a nudo i sentimenti erano state più la distrazione con cui ascoltava le solite storie di paese, o la determinatezza sventata con cui piazzava i figli nelle mani di ragazzine inesperte poco più grandi di loro. 
Era stata la sua indifferenza, o il pensare forse che la vita era una sola e che in quella sola se ne potevano vivere cento? 
Era stata la sua passione a decidere per lei? 
O erano state la sua segretezza esclusiva e assoluta, il suo dominare le cose del mondo da quella regina che era a spingere qualcuno - più di uno? - a mettere in guardia il marito? 
O fu lei stessa, o semplicemente la sua evasività a suonare stonata per telefono? 
Fu la distanza? 
Fu l'amore?

Gli scenari sono molteplici e tutti plausibili. Una lettera che attraversa l'oceano infarcita di doppi sensi e segnali d'allerta.  Una voce per telefono che si dice amica.
La sua voce.  Stanca.

Lui arrivò un sabato pomeriggio. Era più di un anno che non aveva messo piede in paese. Arrivò in taxi dall'aeroporto, abbronzato e più magro di quando era partito. La gente si chiuse nelle case. La piazza si svuotò velocemente, veloce quanto la notizia del suo arrivo. Chi abitava a piano terra chiuse persino gli scuri delle finestre.
L'uomo si ritrovò ancora più solo. 
Non ci furono scambi di parole. O di cose. O di sguardi. Non ci furono neanche scambi di figli. Ci fu piuttosto uno scambio di persone.
Lui lì, lei chissà.

Non tornò più. Nessuno la vide più. Non tornò a baciare i figli. Non tornò a prendere cose. Non salutò nessuno.
Aveva buttato all'aria la sua vita - dicevano in paesi tutti, senza eccezione. 
All'aria.

Ultima sigaretta.

 


6 commenti:

sileno ha detto...

Scrivi in maniera fantastica, mi sono sentito coinvolto in questa vicenda, poi.....speravo una fine diversa.
Sileno

il cuoco ha detto...

é vero per amore si dimentica tutto il resto... io sono cresciuto nel periodo delle grandi compagnie . Si sono tutte sfaldate man mano che gli amici trovavano l'amore. Ma comunque i figli non si possono dimenticare perchè non esiste nessun amore come quello che riescono a dare i figli un amore eterno destinanato a durare nonostante si faccia loro del male.... Ciao

Angela ha detto...

Hai narrato il dissolversi di un ruolo...quante donne vivono nascoste in false identità...

Miriam ha detto...

Una storia travolgente, c'è la vita di una donna, c'è tutta la sua solitudine...le sue illusioni intrise di sogni, ci sono i pettegolezzi diel vicinato, chiassoso e sguiato dove abbonda la miseria umana e culturale...
Quella giovane donna parcheggia i suoi figli nel buio della sua anima, mentre lei cerca la strada dei suoi sogni, si smarrisce... Suo marito và lontano in cerca di fortuna e lì rimane, di lui fa ritorno solo un fantasma, è lui il suo lenzuolo, quello che la donna per ritrovare i suoi sogni decide con coraggio di buttare all'aria, definitivamente!
Complimenti...romanzo bellissimo e struggente...chiedo scusa se ho commentato, mi sono lasciata coivolgere!
Un caro saluto e un abbraccio, anche se non ci conosciamo...

Anonimo ha detto...

bellissimo, col ritmo della letteratura latino americana che è la mia preferita. a me la fine è piaciuta molto, non mi sembra per niente triste.....i figli, quando sono cresciuti, sono sì sempre tuoi figli, ma anche " persone" , magari molto diverse da te (ma qui il discorso si fa troppo complesso per affrontarlo in poche righe). comunque una bella figura di donna,che io non vedo proprio come perdente! Anzi,il finale mi sembra un riscatto: ma siamo proprio sicuri che se ne è andata seguendo un altro amore, e, se sì, che questo amore sia ancora un uomo.....? oppure magari se ne è andata semplicemente perchè capace di essere finalmente sola davanti al mondo!
anonima pat

Anonimo ha detto...

mi è scappato il clic della pubblicazione prima che avessi scritto che la foto è splendida. sei tu, vero?
pat