mercoledì 22 aprile 2009

Deserto e deserto

C é deserto e deserto in questo mondo e ci sono computer che non hanno gli apostrofi. Quello da cui scrivo, per esempio.
Lasciata la valle paradiso del Pisco Elqui dove gli alberi da frutta sono coltivati con la tecnica israeliana del buchino a coppetta che raccoglie anche la minima traccia di umiditá, ecco di nuovo il deserto.
Sempre lui, mi viene voglia di dire. E invece no. Nove ore di traversata mi mostrano le tante facce del deserto.
Che inizia ruvidamente.
Per un centinaio di chilometri sono montagne di roccia color ocra su cui crescono enormi cactus come quelli dei film. Poi, impercettibilmente, i cactus si fanno piú piccoli fino a sparire. Restano cespuglietti stecchiti, che, anche loro si riducono via via che si macinano chilometri. Le montagne diventano collinoni dolci, piú dune che montagne, e di colpo non c é piú nulla. Sabbia a perdita d occhio. La strada dritta che va su e giú seguendo la pendenza del terreno. Nessuna macchina che circola. Rari camion che trasportano cipolle, pesche, avocado, limoni, cemento, tondini di ferro, banane. E qualche pick up con dentro tecnici con casco colorato all americana o giovani ingegneri in maniche di camicia e cravatta.
Ilfumo all orizzonte si rivela essere un trenino che trasporta carbone. Lentissimo attraversa senza fermarsi la Panamericana.
Immobili ad aspettare che passi in una scena da c era una volta il west ci siamo solo noi.
Poi una visione. Un miraggio. Un fenomeno da fata morgana. Dietro al treno spunta un cavaliere con il cappello rigido dei cileni che si vedono nelle pubblicitá. Trattiene il cavallo al piccolo trotto per non superare il treno. Quando si avvicina vedo che ha i capelli bianchi. É un vecchio. Un vecchio a cavallo che scorta un treno. Ci supera e non ci guarda. Fissa concentrato l ultimo vagone del treno e lo segue.
Lungo la strada continua la sarabanda degli altarini. Via via che si sale verso nord, via via che la societá umana si fa ricordo loro sono sempre piú numerosi. E si fanno piú grandi e articolati. A forma di pensilina di autobus, di chiese in miniatura, di baracche da corsa all oro. Lattine di coca cola e di fanta schiacciate a far da pareti a tempietti sbilenchi, o copertoni di camion impilati e dipinti di rosa bianco e blú dai quali spunta un Pomito mi vida, te quiero e una grande grandissima gigantografia di Salvador Allende.
Il deserto a questo punto é piatto e borotalcoso. Niente cespugli. Niente cactus. Solo altarini e carcasse di tutto. Camion, pneumatici, cassette della frutta, bidoni di benzina, lattine, bottiglioni di plastica, taniche. Che il sole del pomeriggio tinge leggermente di rosa, come rosa, rosato, pian piano sta diventando tutto.
É tempo di fermarsi.
Sará sul mare. Ottanta chilometri piú a nord. Un villaggio in cui si nascondevano i pirati inglesi, i migliori, altro che i somali...
In loro onore, in onore degli emuli di Francis Drake, il villaggio da dove scrivo si chiama appunto la Bahia des Angles.

6 commenti:

Miriam ha detto...

Condivido in pieno..."C'è deserto e deserto"...ma leggendo il tuo racconto è tutt'altro che incontrare il deserto, mi sono fatta trasportare lungo il tuo andare e fotografare con la memoria i paesaggi, le situazioni, i colori, le sensazioni!
Pura magia la tua, quella di saper cogliere l'essenza in quello che incontri e trasmettere con le parole tutto ciò!
Buon inizio giornata!
Miriam

Pol ha detto...

splendido il deserto... un viaggio emozionante... parole meravigliose... buona attraversata! ciao

sileno ha detto...

Quando ti deciderai a scrivere il libro dei tuoi viaggi?
Non vorrei che mancasse dalla mia biblioteca.
Un forte abbraccio
Er

Blogger ha detto...

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