mercoledì 29 aprile 2009

Il Bignami del rock


Daniel è olandese di Amsterdam e assomiglia come una goccia d'acqua al Bob Dylan di Blonde on Blonde. Ad eccezione del fatto che ha lunghi dreadlock che gli scendono giù dalle spalle che lui non può esibire visto che il fa il barista. E allora li raccoglie sotto un berrettone di lana tanto rasta tanto sporco che forse sarebbe quasi meglio ricevere i suoi capelli nel caffè piuttosto che qualche pelucchio della lana del capello.
Il baretto che gestisce Daniel è sulla Caracoles, la via principale di San Pedro. Ma il suo non è un baretto tendenza. Piuttosto uno di quei baretti che Pasolini odiava. Quelli con le sedie di plastica e i tavolini di metallo.
Il fatto che sia diventato il mio baretto preferito non va imputato solo alla sua particolare bruttezza, al suo essere fuori moda, ma anche al fatto che Daniel è un fine conoscitore di musica. Dal suo baretto esce indiavolata la voce della vecchia Janis, la chitarra di Jimi Hendrix, le diversioni pirotecniche di Franck Zappa, Jeff Beck, Clapton, qualche slide alla Ry Cooder e persino "Les copains d'abord" di Brassens.
Ieri sera Daniel ha chiuso il baretto al pubblico e si è lanciato nel Bignami della storia del rock.
Ad ascoltare la musica e ad ascoltare lui che disquisiva sui benefici di tutta una serie di droghe "naturali" da testare assolutamente in questo continente eravamo in cinque. Io, Claudio, Alia, una bibliotecaria francese di origine maghrebbina in sabbatico di sei mesi in Sudamerica per curare le solite ferite d'amore, Charles, un ragazzo parigino che si sparava il Cile, Patagonia compresa, in dieci giorni dieci, e Ohad un ragazzo israeliano in viaggio da un anno mezzo in Sudamerica con zaino e stampelle per via di una brutta poliomielite presa da piccolo.
Il rock che sceglieva Daniel con competenza e serietà, raccontando nel contempo vita, droghe, morte e miracoli dei suoi autori, scatenava discussioni plurilingue tra i prescelti all'interno del baretto. E così si passava dal valore della memoria storica al miglior hostal di Mendoza, dalla Valle della Luna alla Shoah, dal peyotl alla visione protoromantica per cui gli artisti o sono maledetti o non sono.

Oggi, invece, è stato di nuovo il deserto.
Che di questo deserto d'alta quota non ne ho mai abbastanza.
Questo deserto scatena l'adrenalina.
Le piste sfiorano le pendici dei vulcani e poi di colpo si interrompono sul bordo di canyon alla Thelma e Louise. Sul fondo dei canyon torrenti d'acqua cristallina invitano al bagno. Ogni tanto in mezzo al nulla si leva un pennacchio di fumo.
E così oggi ci siamo alzati, sempre più in alto, sempre più vicini al vulcano che erutta. Pochino, ma non smette mai di farlo.
Oggi sbuffava di lato. Sulla sinistra. E salendo verso il cratere se ne vedeva il bordo giallissimo e si sentiva ovunque odore di zolfo. Odore di Belzebù.
Pian piano ho capito che i lama hanno il muso nero, si muovono come cammelli e non hanno paura dell'uomo. E che i vicuña sono piccolini, assomigliano a dei cerbiatti e si allontanano spaventati appena uno cerca di avvicinarli.
Lungo le piste miniere abbandonate, casolari, stagni, lagune, crateri, ovili in pietra secca.
E nessuno. Nessuno a 360 gradi. Che quando si leva un poco di polvere all'orizzonte si spera che sia un camion o un pick-up. Storia di non essere soli.Ma quasi sempre sono dei vortici di sabbia e arbusti sollevati, chissà perchè proprio là, dal vento.
Dietro ad una curva si apre un canyon. Sul fondo giace il villaggio di Caspana. Un villaggio indio miserabile in uno scenario da favola. Una coppia di vecchie con la pelle color cuoio, un pastore ubriaco, lama, capre, anatrelle. In alto, su uno sperone roccioso ci sta la chiesa e il cimitero. Nel cimitero le tombe sono cumuli di terra con delle croci di legno su cui sta il scritto il nome del morto. Che si è sbiadito per via del sole e della sabbia e così i morti si chiamano Jos, rancisc, Mag, edrito. Accanto alle tombe delle vecchie pentole, qualche bottiglia di plastica piena d'acqua e alcuni teschi di cavallo.

Stasera rientrando a San Pedro le prime nuvole che incappucciano i vulcani. E subito le prime zanzare. Dalla Bolivia e dall'Argentina arrivano ragazzi in viaggio da mesi e mettono in guardia dalla dengue chi sta partendo per quelle destinazioni. Dicono che i governi minimizzano ma sono tante le persone malate.
Noi si doveva partire domani. Per raggiungere Salta via il Paso de Jama che dicono sia la più bella strada del pianeta. E invece si resta qui ancora un giorno.
L'Argentina è vicina. Ma il permesso di trasbordo fuori frontiera del nostro fido gippone non è ancora arrivato.
Chi vivrà....

3 commenti:

marina ha detto...

adrenalinica sei tu!
marina

sileno ha detto...

Solo tu riesci a scovare qualche rara perla in ogni remoto angolo del globo e poi fai partecipi gli altri.
Ciao
Er

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