venerdì 24 aprile 2009

Pueblos globalizzati....

Neanche due ore che sono qui e ho già capito che San Pedro Atacama, meta di tutti quelli che girano il Cile a nord di Santiago, è il clone di tanti altri posti in cui sono stata nel mondo.
In genere si tratta di posti bellissimi. Di difficile accesso, ma stratosferici sotto il profilo delle bellezze naturali.
In genere si tratta di posticini piccoli, che non contano più di qualche migliaio di autoctoni.
In genere i primi uomini bianchi ad abitarli sono stati i giovani viaggiatori tedeschi negli anni 70.
Che per qualche anno li hanno trasformati in avamposti fricchettoni, dove fumare allegramente in barba alla polizia che non ci pensava proprio di farsi giornate intere di viaggio per mettere il naso là dove non succedeva mai niente.
Luoghi estremamente poco cari, al limite del baratto.
Economie di sussistenza circondate da paradisi.
In genere chi li abitava, questi posti, non se ne era mai accorto di star seduto su una miniera d'oro.
Ma i giovani viaggiatori, prima tedeschi, poi inglesi, francesi, canadesi (gli italiani ci arrivavano sempre dopo) tra uno spino e l'altro, incredibilmente, l'avevano capito. E si organizzavano. Con l'idea di svoltare, e trascorrere una vita serena col minimo sforzo.
E così, in genere, iniziavano ad aprire dei baretti, e se c'era l'elettricità ci mettevano su la musica reggae. Presto venivano raggiunti dagli amici che facevano il passaparola e aprivano a loro volta negozietti di cianfrusaglie, riattavano case locali trasformandole in pensioncine, organizzavano minitour per i nuovi arrivati.
Il danno ormai era fatto.
Il pueblo globalizzato sostituiva quelli che prima erano luoghi.
E così San Pedro Atacama assomiglia in tutto e per tutto a Puerto Escondido, a Ko Chang, a Pokhara, a Louang Prabang, a Formentera di trent'anni fa e potrei continuare per ore.
Giorni che non vedevo turisti al punto che quasi ne sentivo la mancanza e poi di colpo arrivo qui, piccola oasi sperduta in un deserto di sale, ai piedi di un vulcano di 6000 metri, e mi sento assolutamente ovunque. Sono in Cile o in India?
Gli stessi sciabattamenti di Croc che ritrovo a Kathmandu, le stesse agenzie di trekking avventura che pullulano sul lago Inle, gli stessi baretti che fanno succhi biologici, e persino gli stessi bugigattoli con dentro eteree fanciulle nordiche dai lunghi capelli biondi che promettono di leggermi il futuro coi tarocchi, i pendolini, gli anelli di fumo.
"Fermate l'autobus, voglio scendere!", è stato il mio primo impulso alla vista di una sequenza di pantaloni thai portati con sandalo rigorosamente suolato con resti di copertoni di camion...
"Fatemi uscire..." reprimevo in me schivando cileni con facce da tagliagole che tentavano di impormi la gita notturna alla Valle della Luna con ritorno albato, il tutto per la modica cifra di 100 euro.
E poi"No! la musica degli Inti Illimani, no!". Almeno questo pensavo di riuscire a schivarlo, ma cosa esce dai negozietti che vendono amache, borse a tracolla e maglioni di alpaca fatti in Corea, se non "el pueblo unido hamas sera vencido"?

Che fare? Andare altrove?
Il problema è che o qui o niente. O qui o il deserto stile coyote.
Opto per il qui.
Anche perchè attorno a quest'isola friccaiola ci sta un vero paradiso per gli occhi.
D'accordo si tratta sempre di una coniugazione del deserto con aggiunta di geyser, sculture naturali e vulcani ad ogni battito di ciglia. Ma nemmeno Zabriskie Point ha questi colori, questi cieli blù, queste sabbie rosa ocra viola bianco, queste sculture naturali di roccia e sabbia.
Dunque resto.
Che poi da queste parti c'era passato anche il Che, mentre andava su e giù per il continente in motocicletta col suo amico.
Se c'è passato lui, posso starci anch'io. Mi dico. Almeno un pochino.

2 commenti:

sileno ha detto...

Straordinaria fotografia del Cile, mi sto divorando i tuoi racconti.
A quando le montagne?
Un bacione
Er

Stefi ha detto...

penso che anche io avrei fatto la stessa scelta...magari sulle orme del Che e di Alberto Granado.
Un bacione e buon proseguimento.
Stefi