lunedì 13 aprile 2009

Una questione che non è così semplice...

"Il mio regno non è di questo mondo". Lo disse il Cristo a Pilato.
Secondo Hobbes, questa frase può essere interpretata unicamente in un modo: la fede è un fatto esclusivamente interiore. Le azioni debbono essere totalmente svincolate dalla fede e rispondono solo alla legge del sovrano. 
In altri termini, il cristiano, nel suo comportamento, deve obbedire al sovrano. Cioè alla Legge. E la sua "convinzione personale" non può sostituirsi a quanto è stato pubblicamente stabilito. Per Hobbes,  farsi guidare nel proprio comportamento dalle opinioni personali produce il risultato di far saltare tutto l'edificio giuridico che costituisce la base per l'esistenza della "società" degli uomini. Poiché, senza Legge, non esiste società.
La Legge, per Hobbes incarna la coscienza di tutti. La coscienza pubblica. Che non può essere inficiata dalla "coscienza personale".
È un talibano del diritto Hobbes?
Leggo sul NYT che Obama sta riflettendo sull'opportunità o meno di revocare la "clausola di coscienza" introdotta dal Presidente Bush poco prima di terminare il suo mandato.
Negli Stati Uniti, la Corte Suprema, con una sentenza del 1990 (Employment Division v. Smith), aveva stabilito il principio secondo il quale gli imperativi morali e religiosi non potevano indurre un individuo a violare una legge in vigore, a condizione che questa legge non fosse stata promulgata con lo scopo di creare un conflitto di coscienza. La Corte Suprema sosteneva nella sua argomentazione che se lo Stato permetteva all'individuo di considerare la propria legge morale superiore alla legge di tutti, ovvero alla legge dello Stato, ciò significava ammettere che ogni cittadino poteva essere arbitro del diritto e dunque in sè produttore di leggi.
La posizione di Hobbes e della Corte Suprema (che ne accoglie totalmente lo spirito) hanno un impatto oggi, nelle nostre società, su temi particolarmente etici quali il diritto delle donne all'aborto o il rispetto del testamento biologico di un individuo.
È accettabile che una donna che vuole abortire debba effettuare una vera corsa contro il tempo per scovare un medico che accetti di praticarle l'intervento, visto che sempre più medici rifiutano di praticare quest'atto appellandosi alla clausola di coscienza? Il medico nel suo agire pubblico è prima di tutto cittadino o membro di una congregazione di fede?
E, d'altro canto, la stessa clausola di coscienza può essere sollevata da un individuo che rifiuta di partecipare a un atto di guerra deciso dal proprio paese? Come fanno i Refuznik in Israele, che rifiutano di combattere nei Territori? 
La questione non è così semplice.

10 commenti:

sileno ha detto...

Risolvere questo dilemma equivarrebbe a risolvere una miriade di conflitti di coscienza e anche conflitti di potere, dilemma, credo, impossibile da risolvere.
Sileno

Chiara Milanesi ha detto...

@Sileno: troppo facile!

Angela ha detto...

Difficile dilemma ma dire che "il mio regno non è di questo mondo" applicato nel contesto in cui parla Cristo, significa un non voler assoggettarsi al potere dell'impero, all'ipocrisia farisaica, al legalismo. Significa restituire all'uomo la sua libertà dal Potere di un altro uomo che si reputa "assoluto", come quello di Cesare.
Quindi rispettare la legge sì, infatti dai a Cesare quel che è di Cesare, ma nello stesso tempo non dipendere da Cesare se questo sclera...e di brutto!
Inoltre, gli obiettori di coscienza -mi chiedo- obbediscono alla loro coscienza oppure ad un' altra legge, dettata da un altro cesare nascosto tra le pieghe del potere??? I medici che sono contro l'aborto hanno messo l'umanità ferita o la legge del Papa al centro del loro conflitto???
Quel che è difficile è giudicare il cuore delle persone, le loro più pure intenzioni, tuttavia se il mondo dei medici viene liberato dall'idolatria e si interroga sul buon senso, capirà quando è opportuno o no applicare la propria coscienza.
"La legge è stata fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge": gli evasori fiscali leggono questo insegnamento secondo le loro losche intenzioni! Quelli che non vogliono fare la guerra, lo leggono secondo il buon senso di mantenere la salute della collettività.
Quando le nostre scelte ledono il diritto e la pietà, scavalcano l'interesse comune, il bene comunitario, l'ascolto del più debole, quelli che la Bibbia indentifica nell'"orfano e la vedova", ovvero i senza diritto o terra o dignità, quando le scelte ledono il buon senso che si misura sui fatti e non sulle teorie a priori, l'obiezione di coscienza si va a farsi fottere.
Ammiro però i soldati israeliani obiettori e comprendo perché non ci siano dubbi sulla loro coscienza.
Un pò di meno i medici cattolici che non ascoltano le donne, la vittime primarie di una società incivile.

scusa se sono stata poco chiara, vorrei avere la competenza sull'etica tuttavia questa etica sta diventando una montagna di merda! Vorrei che venissero sempre e solo ascoltate le vittime per capirci qualcosa!
inoltre: tanti baci, mi manchi tanto!

Chiara Milanesi ha detto...

@Angela:Hobbes diceva che il limite dell'obbedienza dovuta coincide con quello dell'obbedienza che è legittimo esigere. Lui sosteneva che il senso dell'elezione di Saul da parte degli ebrei i quali così facendo avevano rifiutato nettamente di essere sudditi di Dio su terra significava la fine dell'idea di un regno informato alle leggi divine. E che da quel momento in poi l'uomo doveva esclusivamente obbedienza alla legge positiva.
Hobbes mi ha sempre affascinato.
E, anche tu mi manchi...tanto...
il tuo libro, enfin, è arrivato!

maricla ha detto...

interessante quesito. ho cominciato a risponderti sicura della distinzione fra obiezione all'aborto e obiezione alla guerra - questione di fede, la prima, questione etica la seconda: ché l'etica ovviamente non sempre coincide con una fede religiosa, anzi, spesso ne prescinde, la anticipa.
i problemi si sono moltiplicati.
sarà complicato prendere sonno. anche perché or ora c'è stata un'altra bella scossa di terremoto

Chiara Milanesi ha detto...

@Maricla: vedi che non è semplice..da cui il titolo...

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Se si parte dal considerare uno stato come l'unione di tanti individui, a mio parere, da questa faccenda non c'è modo di uscirne: ci sarà sempre conflitto tra una morale individuale e una legge collettiva.
Se invece, come io credo, la comunità precede l'individuo, e quindi noi siamo cittadini da sempre, allora si può ammettere che una morale davvero individuale non esista, che ne esista soltanto una collettiva (diciamo meglio un ethos collettivo), sorta proprio come esigenza politica, cioè di convivenza civile.
In tale visione, si capisce come il problema dell'obiezione di coscienza non si ponga: la legge dovrebbe già rispecchiare nella maniera migliore possibile l'ethos esistente, ed eventualmente modificarsi modificandolo per migliorare la società.

Chiara Milanesi ha detto...

@Vincenzo: quanto affermi è esattamentequello il succo di quello che pensava Hobbes...Purtroppo la realtà induce a credere che le cose non vadano proprio così...

luciano ha detto...

Hai ragione nel finale del tuo post: la questione non è semplice. Butto solo (alla rinfusa) alcune osservazioni e qualche domanda. E premetto che io sono cristiano (non cattolico bensì valdese e dunque intransigentemente laico):
1) in sintesi, intendo "laicità" come esercizio costante (individuale e pubblico) della libertà di critica e di ricerca,
2) le maggioranze NON hanno sempre ragione,
3) uno stato (vedi il Terzo Reich o la Russia staliniana) può legiferare in modo formalmente corretto ma "ingiusto" e in tal caso è "giusto" opporsi a quelle leggi,
4) chi decide se una legge è "giusta" o "ingiusta"? Solo la mia coscienza e non un'autorità politica, culturale, religiosa,
5) nessuno (essere umano o istituzione, partito o chiesa) è il detentore della Verità Assoluta,
6) per un cristiano la Verità è Gesù Cristo ma (ecco una delle differenze chiave tra valdesi e cattolici) su questa Terra non abbiamo criteri certi per stabilire quale sia questa Verità assoluta. E dunque dobbiamo cercarla insieme (con l'aiuto di Dio chi ha fede, con il libero confronto delle idee tutti quanti),
7) la mia (e tua e sua e vostra e loro) coscienza NON può venir eterodiretta da nessuna autorità (non è il mio pastore o il pontefice romano o il presidente o il guru o il filosofo o chi altro a dettare ordini alla libertà di coscienza),
9) per un cristiano la fede si incarna su questa Terra, in questa vita, attraverso l'azione e le opere. Per un cristiano dovrebbe essere inconcepibile la rassegnazione ("tanto...ci sarà la vita eterna...") davanti ai dolori e alle ingiustizie del mondo: le nostre esistenze si svolgono qui e adesso, nel rapporto con il nostro prossimo.

Chiara Milanesi ha detto...

@Luciano: le osservazioni che fai rimandano al dilemma di Antigone. Antigone incarna la coscienza, l'etica, la morale personale (in questo caso dettata dall'amore) e Creonte incarna la Legge, lo Stato, il mantenimento dell'ordine della Polis.
Sofocle suggerisce che non c'è soluzione a questo conflitto. Entrambi i protagonisti fanno una fine tragica. Antigone si suicida e Creonte vivrà tutto il resto della vita nella disperazione.
Forse illuminante è la domanda che Alcibiade rivolge al giovane Pericle: "Quando una decisione non è più legge, è prevaricazione?"