venerdì 1 maggio 2009

Passaggi di frontiere


La doganiera in agguato all'imbocco della strada che porta al Paso Jama e alla frontiera con l'Argentina ha una faccia da kapò. Il ghigno con cui ci accoglie non posso altro che immaginarlo visto che sulla faccia porta una mascherina anti febbre suina. Sostiene che gli untori sarebbero i camionisti peruviani che usano quella dogana per deviare poi in Bolivia e dunque lei così si protegge. Afferra il documento che le presentiamo con sorriso innocente e in tre secondi punta il dito sull'errore.
Gode poi, la sadica, nel lanciare un sinistro "No pasaran".
Ma la notte aveva portato consiglio. Poichè in un Internet Cafè avevo redatto un documento fasullo nel quale làutore dello stesso si scusava dell'errore e segnalava che in effetti noi, portatori di un passaporto italiano, eravamo appunto italiani e non francesi. Avevo chiesto in prestito alla posada il loro timbro della ditta e l'avevo stampato strascicandolo quel tanto da renderlo incomprensibile. In seguito avevo imitato la firma del latore del documento con grande svolazzo e stampato il tutto in duplice copia.
Lo stratagemma funziona. La suocera di Bokassa si toglie la mascherina, ci fissa a lungo, mi strappa il documento dalle mani, sparisce in un ridotto e finalmente se ne esce con il nullosta e con la mano fa il gesto che internazionalmente significa fuori dai piedi.

Il tutto prende due ore.
Sono dunque già le dieci della mattina.
Al Paso de Jama, 4900 mt., ci arriviamo due ore dopo.
L'aria è tersa, attorno il solito anfitetro in technicolor e dopo una curva appare una lunga fila di camion. È la frontiera argentina. Ci si mette in coda tra camionisti che succhiano mate e banchetti che vendono foglie di coca contro la fatica.
Un'altra ora e un doganiere pronto alla siesta che manco guarda i documenti ci fa cenno di andare.

Non posso tirare un sospiro di sollievo perchè l'aria è estremamente rarefatta e poi si sale ancora.
Sul versante argentino crescono i cactus.
Enormi, come quelli dei fumetti.
Mi aspetto che mi parlino. Proprio come nei cartoni animati.

Il versante argentino è tutto una festa di colori. Montagne rosa, viola, gialle, ocra, bianche come la neve. Capre, lama, guanachi, cavalli. Cavalli, tanti cavalli.
Si scende prima piano, poi stile montagne russe verso Purcamarca, un villaggio adagiato sulla riva di un fiume che anche lui si chiama Rio Grande.
Credo che tutti i fiumetti del Sudamerica si chiamino Rio Grande o Rio Lobo.
Da là mancano solo 100 chilometri a Salta. Dove ci fermiamo per la notte.
A Salta sono appena arrivata.
Qui si inizia a cenare alle 11 di sera e la gente si dà appuntamento a mezzanotte.
Giusto il tempo di scrivere questo post.

1 commento:

sileno ha detto...

Non ho parole, mi inchino di fronte alla tua sagacia!
Ti abbraccio e Buon I° Maggio!
Er