venerdì 8 maggio 2009

La Reina del Cerro


Il consolato italiano di Mendoza si affaccia sulla Piazza Chile. Elegante palazzina bianca, stile primi novecento, splendida porta di ingresso in noce sulla quale campeggiano gli orari (immutabili perchè incisi in un'altrettanto elegante placca di ottone formato A3) di apertura al pubblico dell'ufficio consolare. Il nostro consolato è aperto al pubblico "tutti i giorni salvo giovedí e sabato più i giorni feriali, dalle 9h30 alle 11h00". Per un totale di ben sei ore a settimana.
Sul muro di cinta di quello che potrebbe essere un giardino interno un enorme pannello, dieci metri per tre, elenca quanto dell'Italia è da considerarsi patrimonio dell'umanità. Ho preso nota mentalmente e ora elenco: Dante Alighieri, Cannavaro, Venezia, Firenze, Monica Bellucci, Vivaldi, Alberto Sordi, la Moka Bialetti, la Ferrari, Milva, l'Arena di Verona, Eros Ramazzotti.
Eros Ramazzotti, patrimonio dell'umanità?
De gustibus...

Alla frontiera tra Argentina e Cile, giusto sotto l'Aconcagua, i controlli sono sette. Distribuiti tra diversi uffici che sono, appunto, numerati dall'uno al sette. L'ultimo controllo è finalmente umano. Rodrigo, un simpaticissimo doganiere, ci spoglia letteralmente la jeep in cerca di elementi organici che possano contaminare i saporitissimi frutti cileni. Che non sono malati come invece, sottolinea, lo sono gli argentini. Fruga attentissimo, Rodrigo, alla ricerca di un mandarino o di un avocado che avremmo malandrinamente tentato di introdurre nel paese. Poi ci sottopone ad un serratissimo interrogatorio incrociato volto a smascherarci. Quand'è l'ultima volta che abbiamo mangiato una banana? E i pomodori, non è che per caso ce ne portiamo dietro uno, storia di sgranocchiarcelo durante il viaggio?...Scatto verso l'automobile seguita da un cane sniffatore e gli mostro il pacchetto di cracker aperto a metà, pronta ad implorare pietà. Ma Rodrigo è magnanimo e mi spiega che il cracker no es vegetal e dunque non ci siamo macchiati di nessun crimine.
Nel frattempo scendono le nuvole e la cima dell'Aconcagua che mi pregustavo una volta terminata la via crucis frontaliera è tristemente coperta. Della più alta montagna d'America posso dire dunque di aver solo ammirato il versante orientale.

Non sarà per un'altra volta. Per quanto le Ande cileno argentine a nord di Santiago siano spettacolari, non possono rivaleggiare con le cime himalayane. Non tanto per l'altezza inferiore. Forse i paesaggi, qui, sono addirittura più mozzafiato dei paesaggi himalayani. Quello che a mio avviso manca loro è il lato culturale e umano che è presente in Nepal e in Tibet. Dove villaggi e monasteri raggiungono i 5000 mila metri e i sentieri restano quello che erano sempre stati: vie commerciali da una valle all'altra, da una civiltà all'altra, da un mondo all'altro.
Qui la natura è così arida e ostile che i sentieri sono stati tracciati solo per salire in cima alle montagne, ai vulcani e ai picchi nevosi. E chi può voler salire in cima ad una montagna se non i trekkers o gli alpinisti? I sentieri creati solo per chi della montagna fa uno sport non hanno vita propria.
Un tempo, neanche tanto lontano, in cima a queste montagne gli indio delle vallate, invece, ci salivano. Ma esclusivamente per portarci i bambini destinati ai sacrifici. Li vestivano a festa, li circondavano di oggetti preziosi, li accompagnavano su, li calavano in un buco e li lasciavano là a morire di freddo. Il piú prezioso sacrificio a Dio.
Al museo archeologico di Salta sono esposti tre di questi bambini. Perfettamente conservati e fissati nella posizione esatta in cui la morte li ha colti. Una ragazzina di quindici anni con i lunghissimi capelli neri intrecciati che le scendono sulla schiena e sulle spalle. Ai piedi, nudi, un paio di sandali. Muore rannicchiata su se stessa, la bambina, con le braccia strette attorno alle ginocchia. Nello stesso buco, accanto a lei, un bimbo di sette anni che muore in posizione fetale tentando di avvolgersi in una tunica rossa che col tempo è diventata marrone. Di lui al museo non si riescono a vedere gli occhi. La terza è una ragazzina tredicenne, terrorizzata dalla morte. Almeno è quanto appare, più che dagli occhi, dalla sua bocca spalancata in un grido muto. La bambina, battezzata dagli archeologi "la Reina del Cerro" sembra essere l'elemento che ha suggerito a Munch il suo grido. Terribile grido. Si può morire di freddo e di terrore? E perchè i tre ragazzini non si sono stretti uno accanto all'altro in un estremo tentativo di riscaldarsi? Perchè in cima alle montagne ognuno di loro è morto solo?

2 commenti:

rom ha detto...

Da fare un passo indietro e mettersi in assetto di guerra.
Sfidi a mentenere comunque un pensiero, davanti a realtà così terribili. Bene, eccone uno: due giovani donne, quindici e tredici anni - non bambine - e un ragazzino di sette anni.
Poi penso: uomo, vuoi fare un sacrificio al nulla che hai coperto con esistenze divine? Ucciditi, prego, accomodati se proprio ci tieni, ma lascia stare le giovani donne e i bambini.

amatamari ha detto...

Grazie per il tuo scritto.