lunedì 4 maggio 2009

La strada di tutti i continenti


La strada da Salta a Tafi del Valle, via Cafayate, attraversa zone del mondo assolutamente incongrue. Dovrebbe essere una strada che attraversa i vigneti, visto che la chiamano la Ruta del Vino, ma nei primi 200 chilometri di vigneti non se ne vede manco l'ombra.
All'inizio siamo in Galles. Verde, verde, verde ovunque. Sulla porta di casa cascate di fiori che scendono da vasi appesi ai portici con catenelle di metallo. Margheritone gialle, ibiscus, fiori che assomigliano a gerani senza esserlo, violette a grappolo, trionfi di oleandri. A perdita d'occhio campi di tabacco. Su lunghissimi fili che recingono i campi seccano foglie che un domani diventeranno Marlboro o Philip Morris.
Poi, dolcemente, il Galles cede il passo all'Arizona. Il deserto lancia il primo tentativo disperato di riprendersi il territorio. Sabbia, cespugli stile la mia Africa ed enormi cactus. Alti dieci, quindici metri. Verdissimi e con le braccia che si aprono asimettricamente.
La strada sale leggermente e di colpo si aprono i canyon. Siamo in Utah, in terra mormona, nei dintorni di Moab. Canyon altissimi, rossi, ocra, gialli, neri e verdi. Architetture spontanee. Buchi, archi, roccie dritte come fusi. La strada corre sul fondo dei canyon lungo un fiume quasi in secca. Sulle sue rive crescono cespugli con grandi ciuffi gialli.
La toponimia è fedele al territorio. Siamo di nuovo a El Paso (ma quante El Paso ci saranno nel mondo?), a Sonora e nella valle del Colorado. Gli affluenti del fiume come si possono chiamare se non Rio Lobo e Rio Grande???
Traffico zero assoluto. Ogni tanto un paio di peones in biciclette che risalgono alla guerra delle Malvinas. E lungo il letto del fiume cavalli e cavalieri. Un gruppetto di cavalieri con il cappello a falde larghe e piatto in testa, i copri pantaloni di cuoio e lunghe fruste che mi chiedo se non siano lazos, spinge gridando una mandria di mucche reticenti a guadare il fiume.
A Cafayate si arriva all'ora della siesta. Il villaggio che si sviluppa attorno allo zocalo esibisce una certa sonnolenza. Al mercato offrono bisteccone di lama a 5 euro e fiorentine di dimensioni spropositate a 2 euro.

Tomas Moretti e la sua fidanzata che si chiama Sybil vengono da Buenos Aires. Volevano fare cinema. Documentari, lui, film, lei. Ma in un paese in cui i cinema chiudono più velocemente dei negozi di macchine da scrivere, fare film è missione impossibile. Cosí, raccontano, han deciso di mollare tutto e di partire. Per vivere vendono foto e portafogli fatti di cartoni del latte. Grazie a tali attività contano di star via almeno due anni. A zonzo per il continente. Viaggiando sui camion. In questo paese cosí immenso, lungo e largo, i camionisti - spiegano - tirano su facilmente gli autostoppisti per tenersi svegli. In cambio gli autostoppisti debbono parlare. Raccontare la loro vita. Fare domande. A volte devono anche cantare.
Sybil è innamorata di Fellini. Quello dei Clown e di Amarcord, specifica. Tomas, quasi scusandosi, afferma che preferisce la Voce della Luna. Entrambi stanno leggendo l'autobiografia di Jodorowski. A entrambi piace.
Tomas e Sybil parlano di se stessi usando il noi. La cosa farebbe rabbrividire Roland Laing. "Ci piace", "Vogliamo", "facciamo", sono l'anticamera del baratro. Quanto meno rischiano di trasformare due soggetti in una melassa. Qualcuno ricorda quell'improbabile duo italiano che si faceva chiamare "I Vianella" e che parlava usando rigorosamente la prima persona plurale?
Tomas racconta che è stato in Italia. A fare il bagnino sulla costa adriatica vicino a Ravenna e dell'Italia ricorda con nostalgia le piadine. Vorrebbe scrivere a Nanni Moretti, proporgli di finanziare uno dei suoi documentari. In fondo, mi dice, magari siamo cugini. Io gli suggerisco di scrivere al padrone della birra Moretti. Un investimento probabilmente più sicuro.
Compro loro un inutilissimo portafoglio della centrale del latte di Salta e ci si saluta all'Argentina. Baci, abbracci mozzafiato, manate sulle spalle, e tante buena suerte.
Da Cafayate la strada continua a salire. Dieci chilometri dopo siamo in piena valle ampezzana. Pini, abeti, montagne. Qualche tentativo di chalet.
Tafi del Valle è una località di villeggiatura che assomiglia ai paesini della Val Badia di trent'anni fa. Con la differenza che le casa non sono delle hutte ma delle estancias, e tutti o quasi girano a cavallo. A Tafi fanno il formaggio. Di vacca e di cabrito.
Una delle cose più straordinarie dell'Argentina è che si mangia divinamente bene con pochissimi euro. Nei ristoranti popolari servono bistecche di carne deliziosa larghe come lenzuola e il dolce locale è una suola di formaggio di capra che annega nel miele, sopra alla quale spargono fichi secchi, noci e strani filamenti dolci che chiamano cayote.
L'altra è che la gente, a differenza dello svizzero Cile, è allegra, comunicativa e musicale.

Nonostante quasi tutte le avenida delle città siano dedicate a colonnelli o a generali, l'Argentina decisamente è fatta per me.



4 commenti:

amatamari ha detto...

Incredibile: molti elementi del tuo racconto - la varietà dei paesaggi, i gauchos, le bisteccone buonissime ed economiche - me li raccontava spesso mia nonna che da bambina aveva vissuto qualche anno nella zona di Buemos Aires. Un secolo di distanza.

sileno ha detto...

Stupendo quadro dell' Argentina!
Ciao
Er

Anonimo ha detto...

io ho adorato l'Argentina che ho visitato e a Buenos Aires mi sarei volentieri trasferita a vivere, quando ci sono stata: così europea ma anche sudamericana. Pat

Blogger ha detto...

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