mercoledì 6 maggio 2009

Mendoza


Mendoza, città ai piedi dell'Aconcagua -7000 mt meno qualche centimetro - è come ritornare in Europa.
Mi piace Mendoza.
Certo gli onnipresenti cardo e decumano la rendono diversa dalle nostre città medioevali tutte curve e tournichè. E le piazze non sono di piazze di pietra, ma grandi prati sui quali ragazzi e ragazze prendono il sole giocando a carte. Eppure, senza dubbio, qui dell'Europa c'è l'aria.
A Mendoza, innanzitutto, si beve finalmente un buon caffè in posti che si chiamano da Faustino, da Francesco, da Piero. Il caffè, i camerieri in similsmoking, te lo portano con un civilissimo bicchiere d'acqua e con una fettina di torta di mele o di noci.
Poi, a Mendoza, le persone sono più belle, più alte e più "civili". Nel senso che non hanno tutte l'aria trasandata del gaucho che è appena sceso da cavallo, ma assomigliano ai passanti che si possono incontrare a Genova, Parigi, Modena, Forlì.
A Mendoza, finalmente incontro gli italiani di Argentina.
Edoardo, per esempio, il nostro albergatore, i cui nonni erano ampezzani e che dopo avermi chiesto da dove vengo si è definito un "bellunat". Al negozio kodak dove vado a farmi scaricare la memoria della macchina fotografica il proprietario saluta in italiano e giura che nonostante lui sia qui da tre generazioni la sua famiglia si è sempre sentita lucchese. Un passante si ferma al tavolino del caffè dove sto avidamente leggendo il Corriere della Sera e le ultime notizie sulla Noemi Letizia e dopo essersi presentato come argentino di origine siciliana - Catania - mi chiede cosa ne penso del divorzio di Berlusconi.
Cosa ne penso del divorzio di Berlusconi? Rispondo che non so cosa pensare, ma che seguo la faccenda con la massima attenzione. Lui si sdilinquisce sulla povera Veronica. Povera donna, cornuta e così bonita, è in sintesi il suo discorso. Anche i ricchi piangono, confermo io, levando gli occhi al cielo, e finiamo per discutere un poco in generale di divorzi, separazioni, patrimoni e pene d'amore. Poi Eugenio, così si chiama, mi stringe la mano e se ne va.
Verso le 8 di sera Sarmiento, il viale del passeggio, comincia lentamente a riempirsi di leccavetrine, amiche che bevono l'aperitivo, colleghi di lavoro con le valigette nere, zingare grasse, giovani che vendono catenine fatte coi semi di qualche frutto esotico, chitarristi e nullafacenti. Da ogni bar, caffè, ristorante escono le voci dei commentatori delle partite di calcio che almeno una diecina di canali della televisione argentina trasmettono in contemporanea, 24/24.
C'è effervescenza nell'aria secca di questa città, oasi stretta tra montagna e deserto. Come un sabato sera di un dì di festa.



1 commento:

sileno ha detto...

Se sei ancora in tempo salutami Edoardo, ( solidarietà paesana).
Ciao
Er