domenica 10 maggio 2009

Sabra


Non è un fatto isolato quello che è accaduto in un hotel di Serfaus nel verde Tirolo. Dove l'albergatore si è rifiutato di accogliere una famiglia ebraica adducendo di aver avuto cattive esperienze, in precedenza, con altre famiglie ebraiche. 
In Asia è un fatto comune. Alla reception di molti alberghi e guesthouse è cosa comune leggere un cartello con su scritto: " No Israeli here". In altri alberghi gli impiegati hanno ordine di rifiutare gli ospiti ebrei con la scusa che l'albergo è pieno. Idem in Sudamerica. Specialmente nelle località che attirano i giovani.
Le ragioni sono sempre le stesse: gli ebrei discutono troppo i prezzi; oppure, gli ebrei fanno troppo chiasso.

In Asia e in Sudamerica moltissimi sono i viaggiatori israeliani. Giovani, nella maggior parte dei casi, poiché in Israele è d'uso che una volta terminato il servizio militare di tre anni ragazzi e ragazze partano in viaggio. Viaggi lunghi. Minimo un anno. A volte due. 
Spesso i ragazzi viaggiano in gruppetti di tre o quattro persone. E affittano camere a quattro, cinque letti per ridurre le spese. Si sa che i gruppi sono più rumorosi dei viaggiatori singoli, che in generale, se ne stanno in un angolino a leggere voluminosissimi romanzi spazzatura. È anche vero che i ragazzi israeliani possano apparire più rudi e meno di maniera di altri ragazzi che viaggiano. Sono loro stessi ad ammetterlo. Non a caso, infatti, sono dei "sabra".
Oggi, infatti, quasi tutti gli israeliani sono "sabra". Termine che viene usato per indicare un ebreo nato in Israele da famiglie che risiedono nel paese da più di una generazione. In ebraico, "sabra" significa "fico d'India". Da cui l'idea che un "sabra" è rude e spinoso fuori, ma dolce dentro.
Nell'ebraico che è parlato in Israele non esistono tutte le formule di cortesia che esistono nelle nostre lingue. Prego, scusi, per piacere, le spiace, mi permette. Ed è poco utilizzato anche il condizionale per chiedere qualcosa. In ebraico non si dice "avrebbe mica", "potrei, per caso", "vorrei". L'ebraico, che è una lingua morta che per decreto torna alla vita, è un idioma diretto. Che farebbe inorridire i francesi, i quali aggiungono sempre "petit" ad ogni richiesta. O gli spagnoli per cui tutto termina in ito o in ita. O gli italiani che fanno regalini, chiedono di farsi aspettare un minutino, o sollecitano piacerini o servizietti. 
La rudezza e la mancanza di "maniere" che caratterizza superficialmente i ragazzi che vengono da Israele corrisponde sicuramente ad una mancanza di modi insita nella lingua, che a sua volta nasce in un momento storico che vede il paese in guerra. Contro tutti i suoi vicini. In un paese in guerra permenente non c'è spazio per le maniere. 
E così è invalsa la pratica di segnalare con un cartello sul quale campeggia un incongruo "Shalom" che in quel'albergo si accettano ebrei. 
Una pratica. Accettata da tutti. 
Una brutta pratica obbligata.

 

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ma sei sicura? A Nicola non è mai capitato di riscontrare questa cosa. ciao Pat

Chiara Milanesi ha detto...

Più che sicura, Pat! Poiché per principio non alloggio mai là dove ci sta il cartello o là dove vengo a sapere che la pensione pratica questa politica di esclusione nascosta, a volte mi capita di rivolgermi a cinque sei pensioni prima di trovare quella "giusta".