martedì 12 maggio 2009

The underground fever...


La chiamavano "underground fever". Con la capacità che gli americani hanno di utilizzare un'immagine per descrivere un fenomeno. Il fenomeno in questione era la devastante pandemia di influenza che colpì il pianeta tra il 1917 e il 1918 e che passò alla storia con il nome di "spagnola". Il riferimento alla metropolitana, all'underground, voleva sottolineare con quanta velocità il virus si installava nel corpo ospite, ne attaccava i polmoni, li devastava e uccideva. La morte interveniva così velocemente che si raccontava che un uomo poteva entrare sano nella metropolitana di New York a Battery Park e uscirne morto al Bronx. 
In realtà la morte non era così fulminea, ma la spagnola, in certi casi, riusciva ad uccidere nelle 24 ore dai primi segni evidenti della malattia. 
In soli sei mesi la spagnola fece un numero estremamente elevato di vittime. Le cifre più ottimistiche parlano di 20 milioni di morti. Altre (come The Lancet) ipotizzano che in realtà il numero di morti fu addirittura il doppio, ma che molti decessi vennero contabilizzati tra le vittime della guerra più che dell'influenza. 

I virus sono sempre stati la mia passione.
Sono creature piccole. Estremamente adattabili. Estremamente intelligenti. Si nascondono per anni, giacciono come in letargo, per uscirsene alla chetichella, quando meno li si aspetta, colpire, e sparire di nuovo.
La sequenza genetica del virus della spagnola non è mai stata identificata dagli scienziati, nonostante i tentativi effettuati prelevando dei tessuti dai cadaveri di quattro persone morte di spagnola in Alaska e che erano stati sepolte nel permafrost. Gli scienziati, speravano che il virus fosse ancora sequenziabile. Ma tra il 1918 e il 1997, anno in cui venne effettuato questo tentativo, alcuni picchi di calore avevano scongelato i corpi e dunque distrutto ogni possibilità di ritrovare elementi utilizzabili del virus.
Secondo Mark Gibbs, un virologo australiano, è estremamente probabile che il virus della spagnola fosse una ricombinazione tra il ceppo dell'influenza umana e di quella suina. Secondo Webster, un altro virologo, stavolta americano, il virus della spagnola era invece una ricombinazione tra ceppo umano e ceppo aviario dell'influenza.
Entrambi i virologi hanno stuoli di scienziati che giurano su una delle due ipotesi. Poco importa.
Molti studi, da anni e in tutto il pianeta, sono dedicati a prevenire in qualche modo e nei limiti del possibile la prossima inevitabile pandemia di influenza con alti tassi di mortalità. Gli scienziati sanno che arriverà. Non possono predire quando, ma sanno che arriverà. 
La spagnola, infatti, non fu la prima influenza con tassi di mortalità elevati e non, come le normali influenze, confinati alle categorie più deboli della popolazione (vecchi e neonati). Nella storia vi sono tracce di altre pandemie di influenza che, come la spagnola,  colpivano adolescenti, giovani uomini e donne provocandone la morte. Nel 1580,  l'influenza provocò la scomparsa di intere città in Spagna. E così fu nel 1729 in Svezia, nel 1781 in Cina e in Siberia, nel 1830 sempre in Cina e nel 1889 in Russia e nelle Stan Repubbliche.
Oggi, nonostante gli antivirali e le possibilità a termine di fabbricare vaccini, siamo molto più fragili di un tempo. Perché siamo di più. E in contatto facile e permanente.
Isolare i focolai epidemici è molto più difficile oggi di ieri. 
E inoltre, come insegna la storia della morbidità, le ragioni del commercio sono sempre state più forti delle ragioni sanitarie. Il commercio prevede frontiere aperte alle merci e spostamento di uomini. Il che costituisce un banchetto di nozze per i virus che si nutrono di contatti, sempre disperatamente alla ricerca di nuovi ospiti che non abbiano sviluppato difese immunitarie.

Tutta questa pappardella per dire che è assolutamente giustificata, secondo me, l'allerta lanciata dal CDC, dall'OMS, nonché dai maggiori virologi mondiali. Magari quello che stiamo per affrontare non sarà il fatidico Big One che gli specialisti attendono con terrore. In ogni caso è troppo presto per dirlo.
Ma in rete circolano articoli ispirati alla peggior dietrologia. Sovente diffusi da persone che niente hanno a che fare con la medicina o la ricerca scientifica. Vedi l'articolo del simpatico Valerio Evangelisti su Carmilla.
L'influenza suina? Un complotto. L'ennesimo. 

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