mercoledì 24 giugno 2009

Cassano e la questione della cittadinanza

Grazie alle reazioni contenute nei commenti che il post di ieri ha suscitato, oggi ho voglia di affrontare su un piano razionale la questione della cittadinanza. Visto che la decisione di ieri era scaturita da un incubo. E pur sapendo che, forse, non interesserà a nessuno, ad esclusione di chi come me, è cittadino del paese in cui è nato, ma gran parte della sua vita l'ha passata ormai in un paese altro.
Comincio, ponendomi la questione al contrario. 
Perché non ho ancora preso la cittadinanza francese? 
Me lo chiedono gli amici di qui. A volte me lo chiedono pure gli amici italiani. Oggi me lo chiedo io.
In fondo, la vera ragione che dovrebbe indurre una persona a cambiare cittadinanza è proprio legata al suo voler essere "soggetto" nel paese in cui vive e in cui paga le tasse. E mi si ripropone ogniqualvolta in Francia si vota. 
Se è vero che il voto di una persona esprime, fino a prova contraria, un giudizio sulla buona condotta del governo che dirige la sua vita quotidiana, percepisce le sue imposte e le spende secondo criteri suoi, è implicito che chi è privo di cittadinanza questo diritto, questo controllo, non lo possa esercitare. E dunque, in nessun modo, possa influire sulle scelte alle quali è sottoposto. Un poco come essere dei cittadini di serie B. Dei cittadini che sono tenuti a dare, a contribuire alla spesa pubblica, per esempio, in ragione della loro capacità contributiva, ma nel contempo non hanno nessun diritto di critica.
Non bene.
Eppure fino ad ora, nonostante la fondatezza di queste osservazioni sia lapalissiana, avevo sempre allontanato l'idea di cambiare cittadinanza.
E qui, si snodano argomentazioni che nulla hanno a che fare con la razionalità o i principi repubblicani.
Sicuramente la cosa ha avuto a che fare con la pigrizia. Nonostante l'amministrazione francese sia più agile di quella italiana, la richiesta di cittadinanza implica l'onere di dover produrre una serie infinita di documenti. A cui va aggiunto il fatto che l'essere cittadini europei concede ai residenti "quasi" gli stessi diritti che spettano agli altri europei. A parte il deficit di diritti elettorali attivi e passivi, in Francia godo degli stessi diritti di cui godrei nel mio paese di nascita. Perché dunque sbattersi nei meandri della burocrazia?

In secondo luogo entrano in gioco le liste. Gli elenchi. Gli elenchi delle cose che mi piacciono della Francia e dei francesi e l'elenco delle cose che di loro mi dispiace.
E qui la faccenda si complica, perché quel che mi piace dell'uno o dell'altro possiede in sè la propria negazione. Faccio un esempio molto semplice.
Dei francesi  amo, tra le altre cose, il modo in cui sanno elaborare un ragionamento. A questo vengono abituati fin da piccoli, quando si insegna loro una cosa che non si insegna in Italia. Ovvero a dissertare. Tenendo presente le regole della dialettica così come l'aveva formalizzata Hegel, nonché i principi ferrei contenuti nel Discorso sul Metodo del padre fondatore Descartes. Ai francesi viene insegnato dunque l'uso della ragione, nel senso filosofico del termine. 
Nel corso di una cena che vede schierate opposte visioni del mondo, nessuno urla, afferma, impone perentoriamente con la forza del volume, le proprie idee. Incredibilmente, si discute. Si sviscera. Si ammette. Si analizza. Si ribadisce. Ma sempre utilizzando argomentazioni eminentemente fondate sulla ragione.
Eppure, questa cosa, pur affascinandomi, nel contempo mi dispiace. 
Perché mai una volta viene lasciato spazio al sentimento. E nonostante gran parte della letteratura o del cinema francesi sia una letteratura o un cinema di sentimenti, quello che viene narrato o messo in immagine è il freddo esame autoptico delle passioni. Che poco spazio hanno nel vissuto quotidiano. Spesso, agli amici italiani che me lo chiedono, faccio questo esempio: se le certezze affettive su cui si basa la mia vita venissero a cadere, l'amico italiano empaticamente mi abbraccerà, stretto stretto, mentre l'amico francese calcolerà immediatamente quali conseguenze concrete nella mia vita produrrà tale disastro affettivo. E ad una donna lasciata dal marito consiglierà come primo rimedio quello di licenziare la donna di servizio, visto che di redditi in casa ne entrerà uno solo.
Un giorno farò un elenco delle cose che mi piacciono e dispiacciono di entrambi i paesi. E credo che il saldo sarà nullo.
Come decidere allora? La prenderò o no sta benedetta cittadinanza? 
Oggi, alla luce del sole, penso che forse farei meglio a fidarmi di un barometro sicuro come l'atteggiamento che mi viene spontaneo durante la Coppa del Mondo di calcio. Quando l'Italia gioca contro la Francia, tifo spasmodicamente e spudoratamente per la prima. Almeno fino ad ora. 
Un'amica di penna mi ha scritto infatti ponendomi di fronte alla vera questione: ma alla prossima Coppa del Mondo, se diventerai francese, tiferai per la Francia? E nonostante, come scrive sconsolato l'amico Silvano, "il Brasile ci ha mostrato perché lui ha 5 stelline cucite sulla maglietta, con qualsiasi formazione si presenti in campo, mentre noi NON abbiamo dimostrato come mai ne abbiamo 4 con più o meno la stessa formazione che ci aveva ricamato l'ultima", temo che la cosa, tifare per i franzosi, vada al di là delle mie umane possibilità e con dolore e rassegnazione continuerò a sostenere spasmodicamente, amorosamente, irrazionalmente la nostra nazionale nella speranza che il Lippipensiero faccia finalmente scendere in campo "la bella di Cerignola".

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Il lippipensiero mi è scaduto da quando è stato allenatore dell'Inter:nella partita con il Brasile ho smesso di guardare la televisione,perchè al di là del piazzale davanti a casa mia , a San Siro, c'era il concerto delle "Amiche per l'Abruzzo"e, quando mi sono accorta che stavo cantando da sola,sono andata allo stadio a cantare in 55.000. Ma tenevo al Brasile, mia seconda squadra del cuore dopo l'Italia,e in questo caso meritatamente prima.
Ora mi concentrerò sugli"azzurrini", con superMario, italiano vero e nero in terra leghista.
riciao
Pat

Chiara Milanesi ha detto...

Le "amiche dell'Abruzzo"????? Che è?

Rouge ha detto...

Concerto di beneficenza organizzato da sole artiste donna, in quel di Milano, la sera scorsa.
Ma tornando al post (e al precedente, che non avevo più letto nei commenti: mamma mia!), per me non è questione di cittadinanza, sennò a quest'ora io sarei piemontese, abitandoci da una trentina d'anni e avendone preso pure l'accento (neh?). Si può essere italiani anche se il passaporto dice altro, l'importante è che tu continui a dare il tuo contributo, se ci credi ancora. Anzi, come dicevo in un altro blog sempre su questo tema, per noi che siamo qua è un incentivo in più a migliorare, avendo esempi che arrivano dall'estero.

Artemisia ha detto...

Ecco ti volevo proprio chiedere, a seguito del post-incubo, uno più tranquillo che spiegasse cosa ti piace della Francia. Mi piacerebbe anche quello con gli elenchi.
Il fatto che i Francesi sono abituati a dissertare senza urlare coprendosi con la voce a me piace molto (lo ammetto, mi piace persino l'aplomb inglese, pensa che c'è anche chi mi ha chiamato "ghiacciolo" tanto tempo fa)anche se mi fa venire in mente che i film francesi sono pallosi proprio per il continuo chiacchierare.
La sceneggiata napoletana non fa per me.
Riguardo al calcio, cara Chiara, lo detesto talmente tanto che arrivo ad essere contenta quando i viziatissimi plurimilionari azzurri perdono. Che ci vuoi fare!
Non che Zidane sia meglio...

Chiara Milanesi ha detto...

@Arte: ora ci penso davvero e la lista (adoro le liste) la farò...ciao