domenica 21 giugno 2009

Storie nepalesi

La Kathmandu Guesthouse, come indica il nome, è una guesthouse situata a Kathmandu, Nepal. In generale la differenza tra un hotel e una guesthouse è data dal carattere più "familiare" della seconda, rispetto alla prima. Nonché, sempre in generale, dal fatto di disporre di un minor numero di stanze. Il concetto di guesthouse si apparenta, per certi versi, a quello di pensioncina familiare.
La KGH, per dimensioni, non è affatto una pensioncina. Il perimetro che copre, all'interno di Thamel, il quartiere turistico di Kathmandu, in effetti, è vastissimo.  E, in qualche modo, protetto. Da un grande cancello stile Versailles, piantonato giorno e notte da un signore che tutti chiamano "il colonnello". Di giorno il cancello resta aperto. Di notte, il colonnello, tiene aperta una porticina minuscola, inserita nel cancello, che per entrare bisogna piegarsi a metà. 
Durante "il pogrom" antimussulmano, scatenatosi a Kathmandu nell'agosto del 2004, in seguito all'assassinio di dodici lavoratori nepalesi emigrati in Iraq, da parte di una banda sciita che li aveva presi in ostaggio, il cancello era rimasto chiuso. E il colonnello non lasciava uscire nessuno. Fuori, gruppi di adolescenti inferociti davano alle fiamme le moschee, i negozi tenuti dai pakistani, le sedi delle compagnie aeree provenienti dagli stati del Golfo, e decine e decine di Corani. 
Chiusi all'interno della KGH c'era circa una cinquantina di turisti. Che trascorrevano le giornate a scambiarsi informazioni facendo capannelli. Faceva caldo a Kathmandu in quella fine agosto. E il governo aveva decretato il coprifuoco totale. 24h/24.  Il colonnello, ogni tanto, faceva una sortita dall'altra parte della strada, dove un negoziante nepalese se ne stava asserragliato dentro il suo negozio. Bussava alla saracinesca e il negoziante la alzava quel tanto che bastava per far entrare l'uomo. Poi, il colonnello riusciva guardandosi intorno, le braccia cariche di sigarette da distribuire agli ospiti. 
Le giornate trascorrevano pigramente. A leggere, a discutere, o a giocare a carte in uno dei tanti giardini interni della KGH. I camerieri, le femmes de chambre, gli inservienti, i giardinieri, se ne stavano tutti là, anche loro in attesa. Le scimmie che ogni tanto attraversavano il giardino interno lungo i fili della luce, sembravano essersi moltiplicate. Correvano ovunque, saltavano sugli alberi, scendevano dalle palme, e si lanciavano sui balconi e le terrazze. Le più coraggiose facevano compagnia ai turisti che ogni tanto salivano in cima alla torretta più alta e dalla quale era possibile avere una visione generale della città. 
Kathmandu era vuota. Silenziosa e spettrale.
Pian piano lo staff e i turisti avevano cominciato ad organizzarsi. Bisognava dar da mangiare ad un centinaio di persone. Mattina, mezzogiorno e sera. Ma era assolutamente impossibile uscire per comprare qualcosa che non fossero le sigarette. Il cuoco, aveva deciso, che la cosa migliore da fare era servire del riso. Di cui le cucine disponevano in abbondanza. Riso, e patate, cotti in tutte le salse. 
In pochi giorni la guesthouse aveva assunto l'aspetto di una grande zattera alla deriva. Ma una zattera, in qualche modo, organizzata. 
Ogni tanto il telefono riprendeva a funzionare. E allora arrivavano le comunicazioni dalle varie ambasciate. Restare dentro. Non uscire ed aspettare comunicazioni. Le ambasciate si sarebbero attivate quanto prima per evacuare i turisti. Cosa oltremodo difficile visto che tutte le compagnie aeree provenienti dagli stati del Golfo avevano sospeso ad libitum i voli.
Lentamente i giardini della guesthouse si erano ripartiti per gruppi nazionali. Nel giardino che si apriva sulla strada, i nordici. Tedeschi, danesi, olandesi, inglesi. Di americani non ce n'erano, visto che il ricordo di 9/11 era ancora troppo fresco e loro non viaggiavano più. Nel giardino interno, quello delle scimmie, se ne stavano invece i meridionali. Francesi, italiani e spagnoli. 
I due gruppi, pian piano, avevano sviluppato due diverse filosofie della situazione. I nordici non avevano dubbi. Bisognava restarsene all'interno della guesthouse e aspettare ordini dalle rispettive ambasciate. I meridionali, invece, nonostante avessero ricevuto le medesime consegne, avevano elaborato una posizione diversa. In particolar modo gli italiani, che avevano convinto anche i cugini francesi e spagnoli. "Se ce ne stiamo ad aspettare che i nostri governi facciano qualcosa, a Natale saremo ancora qui. La cosa migliore è fare una sortita notturna, in convoglio, raggiungere l'aeroporto, e là ognuno troverà un modo per uscira dal paese. " E così era stato. La quinta notte, alle tre di mattina, il convoglio dei meridionali, fatto di automobili, carretti e risciò si era diretto lentamente verso l'aeroporto. La vettura di testa esibiva un cartello in inglese sul quale stava scritto: "Tourists for airport". Prima di uscire e di lanciarci lungo le strade piantonate dai soldati del re, c'erano stati gli addii. Maya, la femme de chambre, piangeva. Sohan, il responsabile delle relazioni con la clientela, si agitava dando ordini a destra e a sinistra. E Bal, il camerierino strabico, distribuiva a tutti caffé nero in bicchieri di plastica. 
All'aeroporto si era arrivati dopo numerose discussioni con i diversi posti di blocco. E ognuno era riuscito a volare da qualche parte. Bangkok, Dakka, New Dehli. Da là era stato gioco facile. 

Scrivo questo post perché ieri ho ricevuto un messaggio dal padrone della KGH. Lui ricordava quei giorni. E lanciava un'iniziativa balorda. Strampalata e bizzarra. Come spesso sono le iniziative nepalesi. Che sono sempre balorde ma cariche di affetto: tutti coloro che avevano vissuto gomito a gomito nella guesthouse in quei giorni erano invitati a mandare qualcosa. Una lettera, una fotografia, un ricordo di quel periodo. I documenti sarebbero stati chiusi in un contenitore che sarebbe stato aperto il 1° gennaio del 2050. Alla presenza dei discendenti degli ospiti. Che avrebbero trascorso una settimana gratis nella guesthouse. E si sarebbero ricordati, diceva testualmente il messaggio, dei loro antenati.

2 commenti:

sileno ha detto...

Bella l'iniziativa dell'albergatore, mi farebbe piacere sapere che i miei pronipoti godono di un credito in un remoto angolo del mondo.
Per curiosità, c'era qualcuno in particolare che sobillava i "meridionali" a disobbedire alle disposizioni delle ambasciate?
Ciao
Sileno

Chiara Milanesi ha detto...

@Sileno: insinua pure, ma ti sbagli...la decisione di partircene all'alba senza dar retta agli ambasciatori scaturiva collettivamente da una sorta di disincanto...in ogni caso l'ambasciatore italiano se n'era immediatamente filato in India...