domenica 20 settembre 2009

La donna in nero


La Santanché mente. Non è vero che in Francia stanno facendo una legge contro il burqua.
Se ne discute, questo sì, su iniziativa del deputato comunista André Gerin. E se ne discute nel paese come si era discusso, in modo estremamente acceso, sulla proibizione del foulard islamico e di qualunque altro segno che "ostentatamente faccia riferimento ad una religione" nelle scuole francesi.
La questione non è facile da trattare. Vietare il burqua negli spazi pubblici è da considerarsi un atto liberatorio nei confronti della donna, o una misura liberticida?
Io, confesso, sono combattuta e non sono capace di prendere una posizione precisa tanto mi sembrano validi gli argomenti degli uni e degli altri.
E allora riprendo alcuni appunti che avevo scritto nel corso di un viaggio effettuato alcuni anni fa in Siria. Per capire che cosa mi suscitano le donne in nero...

 

Vi è sempre, all'inizio di un viaggio, un'immagine che ci si fissa in testa e che poi ci si porta dietro nel ricordo. E' una sorta di logo. Del viaggio, del paese. A volte un logo di storie. Tante storie.

Il logo di questo viaggio è una donna in nero. Una donna in nero che scorgo dietro di me, a Damasco, mentre sto per attraversare l'arteria trafficatissima che mi porta dalla città nuova alla città vecchia. La donna è dietro di me. Come me, aspetta che il vigile faccia segno di fermarsi al fiume in piena di taxi gialli che con i loro continui colpi di clacson informano il mondo della loro esistenza.

Di lei percepisco solo una forma. Nera, un velo nero lungo fino ai piedi, ampio sulle maniche, che le copre i capelli, la bocca e il naso. La fessura da cui si potrebbero intravvedere gli occhi e coperta da un paio di occhiali da sole a specchio. Velo e occhiali trasformano la donna in una cosa.

Percepisco che lei mi sta guardando. Anch'io la guardo. Con la coda dell'occhio, la guardo. Ma di lei non vedo nulla.

Lei mi vede, io no.

Mi sento nuda.

La Siria è un paese in cui quello che conta veramente è sempre situato dalle spalle in su. Dalle spalle in giù, si assomigliano tutti. Sacchi informi coprono forme. I colori predominanti sono il grigio, il marrone, il beige, il nero. Raro il bianco. Il rosso è confinato alle kefiah, che uomini di tutte le età indossano sul capo, in fogge diverse, fissate da un cerchio di cordone nero. Un cerchio morbido portato come la corona di spine del Cristo.

Dalle spalle in su si coniugano i segni delle appartenenze. Il velo femminile, per esempio, si esprime in forme molteplici. Corrispondono ai gradi di fede? A questa o a quella corrente scismatica dell'Islam? Mi mancano i codici per capire. Mi limito allora a registrarne le fogge.

Si passa dai veli neri che coprono totalmente il volto e il corpo, senza permettere spiragli di sorta (le mani fuoriescono dai veli, guantate di nero), a quelli che lasciano una fessura per gli occhi, ai foulard legati stretti sotto il collo. Questi ultimi, a volte, sono sovrapposti in maniera civettuola. Uno, due, tre foulard di tinte degradanti, nero, beige, bianco sistemati a correggere le rotondità di un viso, l'ampiezza della fronte. Alcune ragazze portano veli di tessuto elastico, lavorati a maglia, all'uncinetto, che scivolano su una spalla a formare una treccia di lana. Poche le donne svelate. Qualche turista. E le cristiane. Alcune cristiane, mi dicono, portano anche loro il velo. Le altre, quelle che invece esibiscono capigliature striate dai colpi di sole, abbondanti capigliature arricchite da cotonature anni '60, eccedono pesantemente nel maquillage. Assomigliano alle ragazze dei quartieri popolari di Marsiglia. Non sono belle. Bocche rossissime, occhi bistrati, ciglia finte e chili di monili sberluccicanti. Mi chiedo se, da parte loro, sia una forma di reazione, o se conciarsi in quel modo soddisfi canoni di bellezza mediorientali che prediligono l'eccesso.

Perdo la donna in nero e occhiali fumé in un mare di donne in nero che passeggiano sotto le arcate del souk di Damasco.


18 commenti:

Matteo ha detto...

Personalmente sono contrario a proibire il burqua. Se è una libera scelta della donna, non vedo per quale ragione bisognerebbe proibirlo. Così come non vedo la ragione di proibire a certi bagnanti in spiaggia il nudo integrale.
La Santanché è una fascista che come tutti i fascisti non accetta la differenza culturale e per questo vuole imporre con la forza il proprio credo, come ha cercato di fare, tentando di aggredirle e di strapparle il velo. Subendo poi giustamente le reazioni dei mussulmani.

Chiara Milanesi ha detto...

@Matteo: non è così semplice come la fai tu...Io ho un sacco di studentesse maghrebbine che mi raccontano cosa succede nei quartieri nord di Marsiglia, dove grazie alla legge sulla laicità i padri o i fratelli o chi per loro sono costretti a lasciare che le figlie o sorelle escano di casa senza velo..se no, niente scuola! Le mie studentesse mi dico che è proprio grazie a questa legge che loro hanno potuto iniziare ad avere una vita "normale"....
In Francia a sollevare la questione del burqua sono proprio gli ambienti della sinistra, e le femministe...
Il deputato che ha proposto di legiferare sull'uso del burqua è un deputato comunista...

Luposelvatico ha detto...

Ecco, questo è uno dei classici argomenti su cui rinuncio ad avere opinioni. Non ho conoscenze nè esperienze che mi aiutino a farmene una, e non siamo in presenza di qualcosa per cui possa richiamarmi in modo netto ai miei valori, come può capitare - ad esempio - per l'infibulazione, dove è netta la percezione che si tratti di una inaccettabile violenza nei confronti di chi non può difendersi.
Sul burqua, mi astengo.

Matteo ha detto...

Io temo che questa storia della laicità sia un po' una scusa, un pretesto, in fondo se uno porta una catena col crocifisso al collo, che facciamo? mandiamo i carabinieri per strappargliela? Mi sembra altrettanto assurdo impedire a una donna mussulmana di portare il velo, per la laicità (come se il suo corpo appartenesse allo stato e non a lei) bisogna togliere i segni religiosi affissi alle pareti dei luoghi pubblici (quello che manca in Italia dove abbiamo i crocifissi in tutte le scuole) ma cosa c'entrano i simboli che io porto su di me? Non è forse un principio fondamentale dello stato democratico permettere tutto ciò che non nuoce ad altri? Forse che il velo che porta una donna ci danneggia in qualche modo?

E poi non capisco, perché permettere allora alle suore, ai monaci o ai preti di andare in giro ovunque con abiti religiosi? Loro si e gli islamici no? Questa sarebbe la laicità?

Chiara Milanesi ha detto...

@ Matteo: è evidente che tu non hai dubbi sui vantaggi dell'ideologia comunitarista. A mio avviso, le supposte virtù del "diritto alla differenza", si accompagnano spesso ad una concezione giurisprudenziale del diritto, che tende a differenziare le norme in funzione delle diverse situazioni, sancendo così una sorta di apartheid giuridico le cui prime vittime sono proprio gli individui, che si ritrovano, così, confinati nella loro "differenza".
La sovranità di pensiero è un diritto, che non si realizza, però, in modo automatico. Il soggetto libero va costruito. E con pazienza. Da cui l'attenzione alle condizioni concrete che lo rendono tale, nonché a quanto è necessario fare affinché gli individui possano pensare in maniera critica, condizione sine qua non perché vi sia autentica libertà. Le condizioni sociali che permettono di produrre soggetti razionali e il regime passionale e immaginario con cui essi si rapportano alla vita collettiva e la politica, sono quindi elementi importantissimi.

Chiara Milanesi ha detto...

@Lupo: anch'io sono combattuta e non riesco a prendere posizione...mi interrogo...

Matteo ha detto...

Chiara il discorso che fai in parte lo condivido anche, però qui non c'entra niente il comunitarismo.
Si tratta semplicemente di garantire un normale diritto a vestirsi come si vuole.
Se nelle nostre società una donna può avere dritto a mettersi la minigonna, non capisco perché impedire a una donna di mettersi il velo, francamente tutta questa preoccupazione che ha anche parte della sinistra io non la capisco. Perché ad esempio i tacchi a spillo si? Le femministe ritengono questi una forma di soggiogamento delle donne, e io condivido, ma questo significa che dovremmo proibire i tacchi a spillo per legge? Posso capire fare una battaglia culturale perché queste donne scoprano il volto, come io posso fare una battaglia culturale perché alcune donne smettano di farsi suore e fare voto di castità, ma da qui a imporlo per legge ce ne passa!

Tra l'altro una proibizione del burqua può avere effetti catastrofici perché spingerebbe queste donne a rimanere barricate in casa!
tu lo chiami comunitarismo, io lo chiamo liberalismo (l'ironia è che deve essere un comunista a difendere il liberalismo dai liberali!)

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Scusami, Chiara, ma la posizione di Matteo non è affatto comunitarista, ma proprio liberale al 100%.
Al contrario, chi obietta all'esibizione di simboli religiosi è un comunitarista.
Io mi considero appunto un comunitarista, nel senso che non credo al principio sacro della definizione di uno spazio individuale inviolabile. Io credo che bisogna piuttosto entrare nel merito di ciascun provvedimento, senza esclusiooni preliminari nello spazio delle decisioni collettive. Nel caso in oggetto, in effetti la decisione è sofferta anche per me.
Come giustamente argomenta Matteo, proibire solo il burqa e permettere l'uso dei tacchi a spillo, appare incoerente. Rimango dell'opinione che in una società come io la immagino, la definizione di alcuni standard anche per quanto attiene l'abbigliamento sarebbe giusta, ma so che è una posizione impopolare. D'altra parte, argomentarla esaurientemente come merita non è possibile nel ristretto spazio di un commento.
Comunque, chiara, tu mi meravigli. Pensavo che fossi anche tu liberale al 100%, ma devo ricredermi :)

PRESS ha detto...

Sono molto intimidito ad entrare qui in questo sacrario di cultura e laicità. Però quoto Matteo! E' ora di finirla con questa imposizione di una presunta liberazione, ecco. Le donne il burqa devono avere, quando e nella remota eventualità che se lo vogliano levare c'è sempre l'alternativa di un bello sgozzamento risolutivo. dobbiamo smetterla con tutti i sofismi di un occidente decadente e marcio. E anche tu signora Milanesi che la meni su con discorsi incomprensibili come " A mio avviso, le supposte virtù del "diritto alla differenza", si accompagnano spesso ad una concezione giurisprudenziale del diritto, che tende a differenziare le norme in funzione delle diverse situazioni, sancendo così una sorta di apartheid giuridico le cui prime vittime sono proprio gli individui, che si ritrovano, così, confinati nella loro "differenza".
Basta! le donne sono in una posizione inferiore rispetto agli uomini, i musulmani che lo hanno capito porteranno anche a te la luce di una, di una, di una...cultura comunitarista. Chi se ne frega delle ragazze maghrebine di Marsiglia che devono andare a scuola senza velo. E che cazzo, a scuola non ci vadano proprio che è meglio ( come avviene i molti paesi musulmani). Vi ringarzio degli eventuali sfanculamenti che vorrete gentilmente inviarmi e dello spazio che mi avete concesso in quasto blog di cultura elitaria e sublime. Vincenzo Cucinotta sono passato dal tuo blog e ho capito che insegni, come la Milanesi. Ma sei sicuro che i tuoi alunni ti capiscano quando parli?
"Rimango dell'opinione che in una società come io la immagino, la definizione di alcuni standard anche per quanto attiene l'abbigliamento sarebbe giusta, ma so che è una posizione impopolare"
E' talmente bello che me lo scrivo sul mio blog, una perla rara. Sei un genio ( misconosciuto) Ossequi a voi luminari eccelsi.

Chiara Milanesi ha detto...

@ Matteo e Vincenzo:
Nelle periferie delle grandi città francesi sono decine e decine le ragazzine costrette ad indossare il velo dal padre, dal fratello o dalla comunità religiosa.
Dove si situa il fattore di discriminazione?
Nella legge repubblicana che rifiuta, giustamente, ogni tipo di stigmatizzazione e ogni simbolo di inferiorità, o nell'asservimento subito da un essere che, in quanto minorenne, non è ancora padrone di se stesso?
È infatti per ordine di qualcuno che il più delle volte viene accettato un tale "marchio" religioso che in realtà sottolinea la sottomissione del "sesso femminile". La discriminazione sessista, persino negli emblemi della religione, non è forse contraria all'uguaglianza fondamentale, ovvero l'uguaglianza degli esseri umani in quanto tali, e non solo quella relativa all'espressione delle loro convinzioni?

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Chiara, ma io sono comunitarista, e Matteo si professa liberale, non confonderci :-D
Io, prendendo spunto proprio da Matteo, dicevo che proibirei i tacchi a spillo, perchè vengono imposti solo alle donne. Mi chiedo quanti francesi sarebbero d'accordo...
Le fonti di discriminazione femminile sono moltissime, ma la regola è stata sempre di fermarsi quando c'era il consenso delle interessate. E le interessate non si negano nulla. da reggiseni che spingono, stringono, affliggono, ma evidenziano un seno ben più "interessante" che lasciato senza tali ausilii, da interventi di chirurgia plastica spaventosi che le trasformano in mostri senza che esse stesse siano minimamente in grado di accorgercene.
Io non credo alla libertà, e quindi sono il primo a convenire che le donne che si mettono il byurka non lo fanno liberamente, ma a questo punto si capisce che il problema è ben più vasto, in quanto ci dovrebbe spingere a ridefinire dove finisce il condizionamento sociale e mediale, e dove comincia la libera scelta.

Matteo ha detto...

Vincenzo, per prima cosa io sono comunista, non fraintendiamo. Sono "liberale" per quanto riguarda la sfera individuale, nel senso che in questa sfera condivido con i liberali puri l'idea che lo stato non debba entrare negli affari privati. Sono invece in totale disaccordo con i liberali riguardo alle politiche economiche, ma questo è un altro discorso.

Chiara, non bisogna cadere in nessuno dei due estremi: è sbagliato sia imporre il burqua, sia imporre di non portarlo. Questi atteggiamenti sono speculari e non portano da nessuna parte.
Sarebbe sbagliato lasciare alle comunità islamiche di legiferare autonomamente dallo stato, magari imponendo la sharia, ma sarebbe altrettanto sbagliato che lo stato si intrometta in affari che non lo riguardano, come sono appunto le scelte di abbigliamento delle donne.
Se poi mi dici che bisogna fare una battaglia culturale contro il burqua posso anche convenire, ma a patto che la si faccia anche contro i tacchi a spillo! Ma qui siamo su un altro piano, che non ha nulla a che fare con la legge.

il cuoco ha detto...

Secondo me è giusto che le donne siano liberissimme di decidere e per questo non ci vuole una legge anti burqua ma una legge che vieti in tutti i modi e a tutte le persone la costrrizione alla libertà di idee e di modo di vivere....

Anonimo ha detto...

Davvero una presa di posizione difficile. Sarebbe molto facile se si potesse dire: "ogni donna faccia quello che vuole , è una sua libera scelta". Ma non è proprio così o comunque non lo è sempre. In ogni caso , la propria liberazione passa prima di tutto attraverso se stessi e non una Santanché (che poi è il cognome dell'ex marito chirurgo plastico!) qualunque che strappa veli alle altre dall'alto della sua faccia completamente rifatta.

Anonimo ha detto...

scusa chiara, anonimo come al solito, sono io, pat.

Chiara Milanesi ha detto...

@Pat: ma c'era bisogno di dirlo?????Che eri tu????? Quando ti leggo sento persino il tuo accento bauscia...

Anonimo ha detto...

è niccolò che, vedendo il servizi0 al tg, ha detto:"ma se lo mettesse lei il burqua, sulla sua faccia finta!".

Anonimo ha detto...

imparato molto