lunedì 26 ottobre 2009

La malattia del paese dei mall...

Nina mi si avvicina piano. Poi mi abbraccia.
Diafana, la pelle tesa sugli zigomi, gli occhi grandi come tazzine, gli abiti che le cadono addosso e ossa che sento fragili sotto le dita.
La voce non è più la sua. Quantomeno quella che conoscevo.
È una vocina flebile, appena distinguibile.
Mi abbraccia e ritorna ad accoccolarsi sul divano. Le gambe rannicchiate sotto il corpo in posizione fetale.
Ho voglia di piangere ma non posso farlo vedere.
La mamma di Nina mi assicura che "sta meglio", che "ci sono dei miglioramenti".
Piccoli, ma impercettibili.
Intanto non pesa più 33 chili, come due mesi fa.
I chili in più li ha presi nei due mesi di ospedale dove veniva nutrita con una sonda.
Ma da quando è rientrata a casa non ha perso molto peso.
Il problema, aggiunge, è la tristezza.

Nina è sempre stata la mia preferita. Una ragazzina strana, bellissima e creativa.
Nina a dieci anni aveva scritto una pièce di teatro che si svolgeva a Roma, nella Roma di Tiberio.
Era andata in biblioteca, aveva studiato bene quel periodo e aveva persino disegnato gli abiti che portavano le donne e gli uomini a quell'epoca. Poi li aveva cuciti da sola. Tunichette e mantelli. Veli e calzari. Il problema, quella volta, erano stati gli attori. Amichetti e amichette che al decimo minuto si stancavano di provare e riprovare scene di terme e appuntamenti al senato.
Lei questo non lo capiva.
Coi "manga" aveva fatto la stessa cosa. Non le bastava sfogliare i fumetti o seguire rapita alla Tv i suoi personaggi preferiti. No. Lei aveva iniziato ad interessarsi al Giappone e poi al giapponese e su Internet si era messa a studiarlo, a studiarne la scrittura e si allenava a tracciare gli ideogrammi su un grande quaderno nero.
Nina era così speciale. Girava dei piccoli film con la telecamerina che le aveva regalato il padre.
A dodici anni aveva fatto un film macabro in cui aveva messo in scena la sua propria morte. Poi l'aveva montato usando i-movie, ci aveva messo i titoli di testa e di coda, la musica e i ringraziamenti. Ne era venuto fuori un bel corto di 8 minuti.
Era speciale perché si concentrava.
Ed era bella. Più bella dei suoi compagni e delle sue compagne di classe. Con i quali aveva smesso pian piano di parlare.
Poi aveva smesso di mangiare.
E di andare a scuola perché le forze le mancavano.
E di scrivere. Di navigare sul suo computer. Di leggere i romanzi giapponesi. Di parlare con la sua voce.
Con la stessa determinazione con cui portava a termine le cose aveva inconsciamente deciso di morire.
Il nome comune è anoressia. La bestia nera di tutti gli scandagliatori della psiche.
Che, nei nostri paesi, sta diventando un'epidemia tra giovani e meno giovani. La malattia del primo decennio del millennio.
Mi chiedo, inoltre, se non sia proprio la malattia dei paesi capitalistici avanzati. Mi chiedo se in Centroamerica, in Africa e in Oriente in ogni classe delle medie o del liceo ci sia almeno un caso di anoressia come accade qui in Francia. E, mi dicono, in quasi tutta Europa.
E se, ma non ne sono certa, fosse proprio una malattia nostra, una malattia dei paesi dei mall e dei supermercati oceanici, mi sembra rivestire l'atto estremo di evasione da un sistema che propone incessantemente cose e oggetti.
Nina non mangia più. Rifiuta i sushi, i gamberetti al curry, i manghi e olive ripiene. Rifiuta i vestiti e usa le camice del padre che le arrivano al ginocchio. Rifiuta gli oggetti della tecnologia quotidiana, computer, telecamere, lettori di MP3. E il cellulare, visto che non suona mai, lo ha regalato alla sorella.
Una forma estrema di ribellione a questa vita, che, mi dice, non le piace più....


11 commenti:

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Che aggiungere? Sulla tesi che tu stessa avanzi, io ho molti meno dubbi di te. L'uomo ha bisogno di lottare per la sua propria sopravvivenza, mentre c'hanno insegnato che una società davvero civile deve liberare l'uomo dal bisogno. La domanda è: liberati dal bisogno, quale destino ci attende? Verso quale obiettivo alternativo potremo dirigere i nostri sforzi? C'è chi trova qualche obiettivo "ideale", qualcuno trova magari l'avventura "trasgressiva" con il trans di turno, qualcun'altro magari la cocaina o l'alcol. Altri, forse più sensibili o più intelligenti, vedranno la vacuità di questo mondo che abbiamo consegnato ai nostri figli, e finisce per soccombere. Per questo, dico che gli stessi ideali dell'Illuminismo sono ormai fuori tempo, e, almeno dalle nostre parti, del tutto fuori luogo.

Anonimo ha detto...

Ma è anche una malattia che colpisce le femmine: perchè sono più sensibili? perchè si devono adeguare a una immagine standard ? mah!!!In ogni caso terribile.
Pat

Anonimo ha detto...

Propongo quanto segue:

1)Il berlusconismo non è all’inizio, non è la prefigurazione o il precursore di niente: è alla fine, è l’ultimo stadio di un disfacimento. La fine ingloriosa e irrilevante della ‘sinistra creativa’.

2)C’è invece un neo-fascismo incipiente, in gestazione all’interno della ‘sinistra’ stessa: una sinistra reazionaria, anti-moderna e anti-illuminista che cerca la sua ideologia in Carl Schmitt, in Junger, in Heidegger.

Se consideri l’Ur-fascismo come una matrice generatrice di fascismi, e se riconosci nell’insofferenza alla ‘cultura’ (o alla ‘complessità) un suo tratto specifico, perché mai questa insofferenza alla ‘cultura’ dovrebbe manifestarsi in un solo modo (“la mano mi corre alla pistola”), e perché mai il fascismo generato dovrebbe manifestarsi così caricaturalmente (“minaccio i giornali”), senza di che non saremmo in grado di riconoscerlo? Non si è forse, per anni, ricorsi altrettanto meccanicamente al persiflage generalizzato, non si è messo tutto ‘fra virgolette’, nell’”ironia intertestuale”, per decenni, altrettanto boriosamente? C’è il bruciare i libri in piazza, ma c’è la neutralizzazione della cultura attraverso il suo scioglimento in un generico ‘culturale’ indifferenziato. C’è una cultura che rinuncia a pensarsi come prodotto della critica dialettica del Moderno sciogliendosi invece nel post-moderno; ci sono libri che sono il prodotto solidificato di eruzioni e furori civili, che a tenerli in mano ci si ustiona, e ci sono libri che si tengono in mano come se fossero dei gattini.

Anonimo ha detto...

Per esempio: un mio omonimo dice qui sopra:
“A volte, a me pare che nel ragionare anche con quelli e quelle che magari la pensano come noi, prevalga un pensiero schematico….talvolta siamo troppo "schiacciati" sul principio di non-contraddizione e perciò, poco dialettici.”

Immagino che intenda dire “c’è una chiusura preventiva persino nei confronti di quelli e quelle della nostra parte, che agisce come un riflesso del modo stesso di vedere le cose proprio dei nostri avversari, e che impedisce il dialogo e dunque di ri-pensare la realtà…”, o qualcosa del genere.

Ma, mi chiedo, quale processo di CULTURA può farci descrivere quella cosa in termini di “schiacciamento sul principio di non-contraddizione”? Cosa nella NOSTRA cultura può averci condotto a pensare che, affinché la dialettica sia possibile, sia necessario abolirlo, o metterlo fra virgolette o fra parentesi, o sospenderlo, o ‘addolcirlo’, il principio di non-contraddizione? Cosa nella NOSTRA cultura può averci condotto ad equiparare il principio di non-contraddizione (che ha un significato preciso) con lo “spirito di contraddizione”? Perché, nella NOSTRA cultura, il principio di non-contraddizione è precisamente la fonte della dialettica, abolito il quale non hai dialettica ma pura giustapposizione, compresenza, contiguità di tutto e il suo contrario. Hai una riduzione di tutto in ‘stili’, in modalità equivalenti di essere, hai una sinistra che – molto esattamente – è ridotta a puro LIFESTYLE.

Anonimo ha detto...

Nella sua “sintesi perfetta”, sempre il mio omonimo conclude: “per la loro stessa natura, la cultura ed il senso critico sono nemici del fascismo”.
Anche qui ciò che scrive è ‘ovvio’, ma cosa nella NOSTRA cultura può averci condotto ad accontentarci di accettare, parlando di fascismi e di cultura, qualcosa di OVVIO? Ed è DAVVERO così ‘ovvio’ parlare di un SENSO critico? Che è nemico PER NATURA del fascismo? Cosa è questo? Siamo di ‘sinistra’ e dunque abbiamo un ‘senso’ critico, come alcuni sono gatti e hanno un senso dell’equilibrio, e questo ci rende per natura anti-fascisti come i gatti sono per natura agili? Cosa mai può essere successo alla nostra cultura se parliamo di “cultura e senso critico” come di ‘sale e pepe’, due cose che vanno insieme da sole al solo nominarle?

Non ci serve – credo – una “sintesi perfetta” ma una analisi rigorosa, ci serve una STORIA di questo disfacimento, e credevo che il discorso su New Italian Epic potesse avviarla, senza di che non abbiamo gli strumenti necessari ad opporci al fascismo incipiente, che non ha NULLA a che vedere col berlusconismo, ma con la ricostruzione in corso presso la sinistra stessa di una cultura politica anti- o meta-storica, anti-illuministica, identitaria, comunitaristica e reazionaria (cfr: Mario Tronti, “La politique au crépuscule”, di cui c’è una copia nella Bibliothèque Méjanes).

rom ha detto...

Fosse un bel gatto nero come quello, la "bestia nera"!...

Non c'è bellezza, nell'anoressia.
Se suscita fascino, va rapidamente afferrato e annientato: viene da lì, quel fascino, e torna lì. Fa parte del male.

Scandagliatori di psiche, dici. Dipende da come: scandagliare può far parte del male.

Qualcuno non è riuscito a prendere il gioiello dalla testa del serpente velenoso senza farsi mordere. Urge antidoto, nient'altro.

Chiara Milanesi ha detto...

@Anonimo: fa piacere risentirti, e mi piacerebbe tanto discutere con te come si è fatto quest'estate...i tuoi commenti andrebbero messi in coda ad un altro post e non a questo ...all'inizio non capivo, ma ti sei fatto prendere dal "furore" e te ne ringrazio.
Che ci serva un'analisi rigorosa, sono d'accordo con te e pure con te riconosco quello che vuoi dire quando parli della cultura che si è andata costruendo a sinistra...mi sa che devi tornare qui...

Anonimo ha detto...

Ah! Mi scuso con tutti ma ho proprio sbagliato il post, une vraie connerie. E pardon anche perché non sono riuscito a stare nei 4096 caratteri non solo commentando nel post sbagliato ma facendolo a dismisura.

Abbiamo intenzione in effetti di tornare là-bas à Natale, con gli appunti e la bibliografia et tout le bazar, perché c'è - come credo umilmente - un sacré boulot à faire. Abbastanza per venti tesi di laurea, anche solo a partire da una certa mémoire che ho letto questa estate sul diverso atteggiamento della gauche francese e italiana vs. "il caso Battisti". Car cette crise n'est pas, évidemment, qu'un truc italico-italien: è un cambiamento profondo di repères, un passaggio di civiltà. Ora, io so benissimo che non abbiamo bisogno di ancora un altro dilettante come me, ma so ancora meglio che non possiamo lasciare questo nelle mani di Mandarins di nessuna specie, anche autorevoli (o ex-autorevoli); che non possiamo non dico capirlo veramente, ma neanche percepirlo, continuando a occuparci degli epifenomeni, della cronaca, a farne questioni di stile, di biografie individuali o esercizi di cinema e gastronomia.

Ti ringrazio per la pazienza: sono consapevole di sollecitarla. Ma non possiamo sceglierci noi il 'tempo' (la 'lentezza'?): qiello ce lo impone la realtà concreta.

Gio ha detto...

L'anoressia a volte mi sembra sia lo sgomento di fronte a una realtà così dissonante rispetto i nostri sogni.

La sensibilità fa il resto.

Angela ha detto...

Sì, anoressia come risposta ad una realtà bulimica che ci vomita addosso cose, culti, richieste, pretese, attese...tutto fuorché l'abbraccio che ci fa vivere!
Sì anoressia come grido del corpo che muore in società in cui il corpo è merce.

giorgio ha detto...

Una sola volta ho avuto come paziente una anoressica grave, vent'anni fa. Come tutte era intelligentissima, non aveva le mestruazioni e faceva troppa attività fisica.
Ho bucato la sua patologia con l'affetto, sono riuscito a farla andare in una clinica dove l'hanno fatta risalire di peso e poi pian piano ha ripreso la sua vita normale. Ma è difficile, quasi disperante.
Mi ha scritto delle lettere negli anni successivi, per tranquillizzarmi, che le cose stavano andando bene.
Devi amarle profondamente e non sempre basta.
Dipende anche dal grado di gravità della patologia.
Giorgio