domenica 11 ottobre 2009

Una frattura antropologica...


Spiegaci un po', insiste PL al momento dell'aperitivo. E ci ritorna, insistendo perplesso, non appena ci sediamo a tavola. Prende il magazine che ogni sabato pubblica Le Monde, lo sbatte sul tavolo, e mi ripete: "Com'è possibile?".
La stessa domanda che si pone il settimanale.
Com'è possibile che un uomo del genere abbia ancora il sostegno di almeno la metà degli italiani?
Cos`è successo in Italia? Cos`è successo alla gente di questo paese? Basta la violenza simbolica, mi chiede, per ottenere il sostegno del popolo?
Non capisco cosa intende. Lo guardo perplessa, a mia volta.
La violenza simbolica, ripete lui, quella che per Bourdieu si esercita su un agente sociale con la sua complicità. E riprende l'articolo del Monde, che sottolinea come l'uomo controlli gran parte dei media e bla bla bla...
Non ne posso più di sentire per l'ennesima volta questa spiegazione. Non mi basta.
Secondo me quanto è avvenuto lentamente in Italia è sintetizzabile nell'espressione "frattura antropologica". Un'enorme frattura antropologica che sta modificando, alla velocità della luce, l'intero sistema dei paradigmi di riferimento della nostra cultura.
Come se in Italia esistessero ormai due gruppi di individui che "sentono", "pensano", "parlano" in un modo diverso. Un modo "diverso" di pensare l'etica.
Non esiste più una lingua comune. Non esistono più concetti comuni a partire dai quali si possa tentare di creare senso.
È impensabile, oggi, in Italia, poter dialogare con chi sta dall'altra parte. E non è solo una questione di fastidio. Anche con tutta la migliore volontà del mondo, non ci si riesce.
Per dialogare è necessario che esistano delle parole comuni. E che a tali parole corrisponda un senso condiviso. Ora, questo senso condiviso non c'è più.
E la cosa ha a che fare, secondo me, con l'accettazione o con il rifiuto della complessità.
In questo, forse, la violenza simbolica di cui parla Bourdieu ha avuto la meglio.
La televisione, o i giornali costretti sempre di più a semplificare e a parlare per slogan, hanno lentamente abituato il cittadino alla velocità e alla semplicità. Che sono diventati dei valori.
Per cui, tanto per fare un esempio, la parola democrazia è identificata, dagli adepti della semplicità, unicamente con l'esercizio puntuale del diritto di voto.
Se il popolo lo ha eletto, sostengono costoro, nulla lo può fermare.
Questa è la democrazia, aggiungono.
Che oltre alla sovranità popolare il concetto di democrazia preveda eguaglianza giuridica tra i cittadini, attribuzione di diritti e doveri sanciti dalla Costituzione, separazione e indipendenza dei poteri, libertà economica e intellettuale, costituisce una pericolosa deriva verso la complessità.
Dunque non ci sta.
Di esempi come questi, potrei farne a decine.
La comunicazione, temo, oggi la si può fare solo grazie ad una sorta di "sottrazione" categoriale, a un ripiombare in quello che è precategoriale, prefilosofico. Infilandosi in un mondo puramente "corporeo", veloce ed "emozionale".
All'interno di un sistema di relazioni teso a uniformare il vivere umano in una omogeneità aliena dai distinguo, dalle sfumature, dalle differenze.
Un mondo liscio e rotondo che rotola giù.

12 commenti:

Matteo ha detto...

Condivido. Credo che spesso neanche a sinistra si comprenda fino in fondo la portata del disastro che è stata la tv commerciale berlusconiana per l'Italia. Non basta liquidare il tutto con la frase "Berlusconi torni a fare l'imprenditore". E' da imprenditore che ha costruito la propria fortuna, anche politica, ed è con le sue imprese che ha costruito il suo consenso.
Pasolini, profeticamente, parlava di quel retaggio della nostra cultura che ha radici antiche e che il fascismo non era riuscito ad intaccare, ma che il consumismo, già allora, stava distruggendo. In Italia c'è stato un consumismo culturale come c'è stato anche in altri paesi ma in una forma più violenta e distruttiva che in qualsiasi altra parte del mondo.
Quell'orizzonte culturale condiviso di cui tu parli è venuto meno, è stato sostituito da un suo surrogato artificiale, da quello che è il linguaggio dei media, un linguaggio molto povero, essenziale, fatto di parole d'ordine e di chiamate alle armi. paradossalmente proprio il paese di Dante doveva subire questa sorte.
Non è che non ci si capisce. La comprensione tra i fruitori di questo linguaggio "minimalista" esiste perché è cambiata la cornice culturale e quindi sono cambiate anche le necessità comunicative e gli oggetti della comunicazione, dunque per lo stesso motivo anche la forma.
Due aspiranti veline si capiscono alla perfezione. Forse non le capiamo noi, reduci di un'epoca e di una cultura che si ostina a resistere, malgrado tutto e per fortuna.

gigi ha detto...

Posso fare una domanda?
Da ignorante in materia, come siamo arrivati al fascismo?
E' paragonabile la decadenza che stiamo vivendo oggi con quella di 80 anni fa? Se si quali sono le cause comuni?
Perchè è lampante che la "televsione Berlusconiana" sia una delle cause del continuo arretramento culturale, ma cosa c'è di più profondo negli italiani che non ha difese immunitarie contro questi "virus"?
A Berlusconi, se gli avessero regalato un canale della tv norvegese, sarebbe arrivato così in alto? Avrebbe trovato il licio gelli norvegese...la mafia norvegese?non credo...
vabbè le domande sono 45 :) e per rispondere ci vorrebbero altrettanti post

Matteo ha detto...

gigi, la domanda da porsi è come mai Licio Gelli non è riuscito a fare ciò che invece Berlusconi ha realizzato. Quindi è evidente che la televisione sia stato un fattore essenziale per affermare quel modello, se poi mi chiedi come ha fatto la televisione di Berlusconi a guadagnare tutto questo spazio questo va visto sia politicamente sia socialmente alla luce della dissoluzione di quegli "apparati ideologici", quei centri di vita collettiva che sono partiti, sindacati, parrocchie, centri culturali ecc. Questa è la lettura che io do.

Chiara Milanesi ha detto...

@Matteo: la dissoluzione degli "apparati ideologici"...proprio così...quella cosa che faceva sì che il tenere un libro in mano, per esempio, fosse un valore, e non, una "perdita di tempo" praticata da "fancazzisti", e perdigiorno...
@Gigi: tu sollevi una questione chiave: "cosa c'è di più profondo negli italiani che non ha difese immunitarie contro questo virus????"
appunto, cosa c'è?

Anonimo ha detto...

d'accordo con tutti. e aggiungerei anche la scuola (anche quelle scuole dove prevalgono gli insegnanti "di sinistra") che ha ormai perso la funzione di livellare i comportamenti culturali e l'educazione verso l'alto.
pat

antonio ha detto...

Si tratta di pulsioni immediate, legate a concetti basilari, primitivi, come la paura, l'odio, la rabbia. Paura dello straniero, odio contro la società burocratica e fannullona degli statali, rabbia contro meccanismi istituzionali ritenuti vecchi e inutili (Capo dello Stato e Costituzione), una palla al piede. E poi esaltazione del fare (non si sa bene cosa e perché), denigrazione di ciò che non è pratico e materiale, allenamento mediatico alla pigrizia e sottomissione mentale, ricerca dello svago sopra ogni cosa (vedi reality) e perdita (guidata) del senso della comunità (locale o globale).
La televisione fa questo e cambia i punti di vista e i valori cardine di una società. Ma Berlusconi è solo il simbolo di un decadimento generale. Caduto un capo se ne fa un altro. Il vero cambiamento deve venire dalle persone, ma queste devono essere guidate fuori dalla nebbia mediatica che le tiene divise e fuori da questa noia diffusa, conseguenza di una quasi totale assenza di tensioni morali (che uniscono le comunità). Forse è anche la frenesia stressante del nasci-lavora-crepa (come dice Massimo Fini) della società attuale. L'informazione è alla base della rinascita.

E' vero, ormai è difficile parlare con quelli che stanno dall'altra parte. Concetti come uguaglianza e libertà non hanno ormai più valore.

PRESS ha detto...

Post splendido, post senza speranza. Esemplare nel vuoto che rappresenta e nelle falsità che usa come presupposti di discussione. I tuoi commentatori non hanno alcun senso dell'estetica e non sanno volare. Non mi piaci e saper scrivere non è mai stato sufficiente per me per abbracciare un concetto o un'idea; però hai detto cose fonadmentali che sono all'origine del cancro che ci sta divorando. Non ti commenterò oltre qui perchè l'aria del tuo salotto mi è sgradita. Lo farò nel disimpegno della mia stamberga-Buona sera.

giorgio ha detto...

Leggi i due ultimi post di Tereza (www.tereza.splinder.com) e il mio su paranoia e politica. Mi pare che stiamo tutti lì, al capezzale del malato a cercare una diagnosi e una cura.
Condivido la tua conclusione. Nessuno vuole complessità, vale a dire nessuno vuole la vita.
La miriade di corsi sulla comunicazione ci dice che vogliamo semplificare anche quello, tecnicamente: essere comunicatori efficaci. Peccato che perdiamo l'anima, la singolarità, le sfumature, come dici ottimamente tu.
Come risvegliare le coscienze dei singoli?
Come far immaginare che singolarità e collettività possono camminare fianco a fianco?
Che una collettività fatta di teste pensanti è meglio?
Sarebbe necessario qualche obiettivo politico caldo, che toccasse il cuore e l'immaginazione, per convogliare tante energie ora inutilizzate nella stessa direzione.
E infine: l'Italia infetterà l'Europa o l'Europa aiuterà l'Italia a guarire?
Giorgio

Tereza ha detto...

ti leggo e sento che siamo più di quanti pensiamo ad avvertire questo "malessere identitario", questo progressivo distacco da un'idea di terreno comune, necessariamente culturale, sì, ma nel senso più ampio possibile, sul quale ritrovarci per alcune fondamentali questioni: quelle da salvaguardare sempre, facilmente coincidenti con i diritti di tutti, tanto per semplificare...
Posso dire che nella visione via via più depressa della società italiana mi risolleva sentir arrivare altri segnali dello stesso "malessere identitario"?
Ciao, Chiara, grazie per averne parlato.
(ti ho inserito nei link)

Chiara Milanesi ha detto...

@Giorgio: grazie di avermi segnalato Tereza.
@Tereza: grazie
@Antonio...quelo che descrivi si chiama Ur-fascismo...

Anonimo ha detto...

Se è una frattura ANTROPOLOGICA perché non la studiamo in quanto tale? Non dovremmo noi per primi PRATICARE l'indagine della 'complessità' storica precisamente su questa frattura antropologica, che ha per l'appunto una storia, è inscritta nella storia e non semplicemente nel costume o nelle panze?

Non abbiamo NOI per primi un SERISSIMO problema se una roba che comincia con "frattura antropologica" finisce in "malessere identirario"?

malessere???
IDENTITARIO???

Se il berlusconismo fosse il prodotto degenerato di una NOSTRA decostruzione o "dissoluzione" originaria? Come siamo NOI riusciti a trasformare un "tenere un libro in mano" in un "valore", quando noi lo tenevamo in mano come un attrezzo da lavoro?

Riccardo

Chiara Milanesi ha detto...

@Riccardo: credo davvero che andrebbe studiata...Io non ho gli strumenti per farlo...ma le questioni che poni sono reali, dolorosamente reali...