sabato 28 novembre 2009

Violeta

Lei si chiama Violeta. Con una T. Ha una mascella ben quadrata, i capelli corti, degli occhi che si spalancano, che ridono e sanno essere seri. Insomma, una bella faccia.
È la prima volta, da quando sono nata, che conosco qualcuno che viene dalla Lituania. Cosa conosco della Lituania? Che sta vicino all'Estonia e alla Lettonia, sopra o sotto, vai a saperlo e che a Vilnius avevano massacrato gli ebrei.
Violeta viene proprio da Vilnius, la "piccola Gerusalemme", chiamata così, a stare alla leggenda, perché nel settecento in città c'erano ben 333 studiosi ebrei che conoscevano il Talmud (64 volumi) a memoria. Certo è che in Europa, all'inizio del secolo, circolava questo proverbio: "Se vuoi fare affari vai a Lodz, ma se vuoi diventare una persona saggia, vai a Vilnius...".
Violeta mi racconta che del massacro degli ebrei a Vilnius, lei non aveva mai saputo nulla, finché non aveva letto il libro di Amos Oz che raccontava di come era scomparsa la sua famiglia.
"A Vilnius - mi dice - pochi si chiedono perché gli ebrei sono scomparsi." E delle cento e passa sinagoghe che si trovavano in città forse ne restano un paio.
Violeta, vive facendo la traduttrice. Dall'inglese, dal francese, dall'italiano e dal russo.
Le lingue le impara facilmente come i bambini, e i libri li ama come figli suoi.
Nella sua carriera ha tradotto Faulkner, la Blixen, Coetzee, Primo Levi, Cormac McCarthy, Beckett, Joyce, la Duras, e tanti altri. Ora sta traducendo Camus. E vive per qualche tempo dalla mia amica Catherine.
Perché, racconta, con quello che guadagna col suo lavoro - all'incirca 300 euro al mese - non può permettersi di avere una casa. E infatti, Violeta, una casa non ce l'ha.
Da anni si trascina raminga da un ritiro d'artisti all'altro, da una fondazione di traduttori all'altra, attraversando la terra con la sua valigia, il suo computer e una passione debordante per la lettura e la scrittura.
La settimana prima Violeta aveva dovuto andarsene dal Monastero di Saorge, nelle montagne sopra Nizza, perché il monastero a metà novembre chiudeva per mancanza di fondi per riscaldarlo. In attesa di svernare in un'isoletta svedese tra Malmö e Stoccolma, traduceva a Marsiglia, nel minuscolo studiolo messole a disposizione da Catherine. Dopo la Svezia, avrebbe trascorso la primavera in un vecchio castello nei pressi di Edimburgo e l'estate, molto probabilmente, in una cittadina del Vermont, dove un'eccentrica americana metteva a disposizione il suo chalet agli scrittori e ai traduttori che avevano bisogno di un luogo calmo per concentrarsi.
Il prezzo dei biglietti aerei, in genere, Violeta se lo fa finanziare da qualche borsa di studio, quasi sempre americana, e quando non ci riesce allora parte coi cargo, o tenta di trovare un passaggio in macchina grazie agli annunci su Internet.
I libri che legge li trova nelle biblioteche dei conventi o nelle case degli amici che la ospitano. Talvolta fa uno strappo al budget ridottissimo di cui dispone e si permette di acquistare qualche libro dai bouquinistes. Che abbandona, terminata la lettura, là dove si trova in quel momento. Sulla seconda di copertina ci scrive il suo nome: Violeta, e le piace pensare che qualcosa di lei si ferma da qualche parte.
Se vi imbattete in un libro col suo nome, salutatela da parte mia.


2 commenti:

guglielmo ha detto...

Quante Violete si trovano firmate sui libri usati ! Quando stavo a Torino e bazzicavo sempre le bancarelle di Via Po ne trovavo spesso: libri firmati, annotati, sottolineati. E' un libro vivo che trasmette emozioni. Non credo alla sacralità del libro e a quelli che "guai scrivere con un libro anche con una matita".

Chiara Milanesi ha detto...

@Guglielmo.....nemmeno io...orecchie, segni di matita, liste della spesa...