mercoledì 28 gennaio 2009

Maroni e la congiura del Tiepolo


L'ultima volta che a Venezia si manifestò passando per le calli era il 1310.
Una manifestazione finita male per via della Giustina Rossi. Giustina o Lucia, poco importa. Fu lei, la Giustina o la Lucia, a stendere secco il soldato che portava la bandiera di fronte ai manifestanti facendogli cadere un mortaio sulla testa. E questo dalla finestrella della sua casetta in Calle delle Mercerie, a poche decine di metri dalla Porta dell'Orologio, che una volta oltrepassata, avrebbe portato chi sfilava ad invadere la Piazza San Marco.
I manifestanti, al seguito di Bajamonte Tiepolo, scandivano slogan del tipo: "Libertà!" e "A morte di Doge Gradenigo!". Volevano farla finita con le vecchie famiglie incancrenite che si accaparravano, (sempre loro!) il seggio di palazzo Ducale. Loro rappresentavano le famiglie nuove, i nuovi ricchi, diremo ora, ma, come spesso accade, le avanguardie che le motivavano, facevano pure loro parte delle famiglie incancrenite. 
I Querini, i Tiepolo e i Badoer, infatti, non avevano nulla da invidiare quanto a lignaggio ai loro nemici, che di nome facevano Dandolo,  Gradenigo o Giustinian. Basta farsi un giro sul n°1 che passa per il Canal Grande e vedere un poco dove abitavano i congiurati e i loro nemici. 
Della serie, la terra gira e niente cambia.
Chissà cosa sarebbe successo se la vecchia Giustina o Lucia non avesse calato il mortaio sulla testa del vessillifero, mandando allo sbando i manifestanti che si erano insaccati nella calle. 
Non ci vuole molto nelle calli di Venezia per avere la meglio sul popolo. 
Non si riesce nemmeno a scappare facilmente, se si pensa che la polizia veneziana intercettava i rivoltosi a Campo San Luca, neanche a cinquecento metri dalla Piazza.
La manifestazione, passata alla storia come "La congiura del Tiepolo", finiva in una sarabanda di teste tagliate e di pendagli da forca.

Da allora, a Venezia è consigliato manifestare in zone più larghe. 
Napoleone, che non era l'ultimo arrivato in fatto di strategie, l'aveva capito così bene che aveva fatto abbattere un intero quartiere  e pavimentato un canale (oggi la Via  Garibaldi, a Castello), a mò di boulevard Haussmaniano, per permettere ai suoi soldati di arrivare a San Marco (e eventualmente darsela a gambe) senza inconvenienti.

Ai veneziani, le sparate di Maroni, dunque, non fanno un baffo. 
Alla faccia del ministro continueranno a sfilare in mezzo alla laguna, sul Ponte della Libertà, lungo la meravigliosa bretella autostradale che porta a Mestre e a Marghera.

 

martedì 27 gennaio 2009

Fanatismo e sottocultura


Non mi stupisce che la stessa persona (Monsignor Richard Williamson) che nega l'esistenza delle camere a gas:





sia anche un forte sostenitore della teoria del complotto a proposito dell'11 settembre: 




La sottocultura mescolata al fanatismo è una miscela esplosiva.

"I butta el sasso e po' i sconde el brasso"

Leggo tra i commenti al post di Marina che tra gli iniziatori del disegno di legge 1360, (che se passa permetterà di elargire le stesse pensioni e onoreficenze riservate ai partigiani anche ai repubblichini) vi sono due deputati del PD. 
Mi dico: impossibile. 
Deve esserci un errore. 
Allora vado a verificare. 
Scarico il DDL che riporta i nomi degli iniziatori e incrocio questi nomi con i deputati che siedono al parlamento all'opposizione. 
Trovo non due, ma tre nomi: Franco Narducci, Giampaolo Fogliardi, e Paolo Corsini. 
Allora cerco di trovare informazioni in rete sul background di questi tre deputati.
I nostri tre moschettieri non brillano.
Franco Narducci è eletto dagli italiani nel mondo nella circoscrizione della Svizzera, ed è stato attivo nelle ACLI e nella difesa dei diritti degli italiani emigrati. Paolo Corsini, sindaco di Brescia, è il classico politico che un passetto dopo l'altro arriva alle alte sfere. Giampaolo Fogliardi è un fiscalista veronese catapultato al Parlamento per la prima volta in questa legislatura.
In ognuno dei siti che riportano vita morte e miracoli dei singoli deputati sono indicate tutte le loro prese di posizione, gli articoli che le commentano, le critiche ricevute, l'appartenenza alle commissioni. Manca poco che vengano segnalati anche i discorsi che i singoli deputati rivolgono la mattina alla portinaia o al garçon de café
C'è tutto nei loro siti, ma in nessuno appare il fatto che costoro siano stati tra gli iniziatori di un DDL che oltre ad esser l'ennesimo tentativo di quel revisionismo storico che negli ultimi dieci anni, in Italia, sembra diventato uno degli sport più alla moda tra gli intellettuali, è anche un'aberrazione sul piano del diritto.
Niente. La data del 23 giugno 2008, giorno di presentazione del DDL, è assente dal loro calendario. Si passa dal 22 al 24, saltando bellamente il solstizio.
A quel punto mi viene in mente la nonna Maria.
Che era alta, severa, e di poche parole.
Che aveva pochi principi, ma chiari.
Tra questi il fatto che bisognasse massimamente diffidare di chi "buttava el sasso e scondea el brasso". Mi scuso per il dialetto ma mia nonna parlava solo veneziano (trad: buttava il sasso e nascondeva il braccio).
Paolo Corsini, Giampaolo Fogliardi, e Franco Narducci buttano il sasso quando firmano quell'inaccettabile decreto legge. Poi, quatti quatti, silenziosi come la banda Bassotti, "scondono il brasso", e fanno sparire ogni traccia di quel gesto dal proprio sito personale dalle decine di siti agiografici che il PD produce a raffica attorno alle gesta dei suoi parlamentari, e pure dalle loro agende.
Ecco.
Chissà...Magari, a posteriori, Paolo Corsini, Giampaolo Fogliardi e Franco Narducci se ne sono vergognati. 
O magari, il giorno del voto, erano assenti.
E allora, perché non glielo chiediamo?

GIAMPAOLO FOGLIARDI
Verona Stradone San Fermo 21, 37121 Verona
Tel. 045/8033156 Fax 045/8039788
e-mail: foglia2a@giampaolofogliardi.191
Addetto stampa P.R.: Dott. Andrea Pontara
(tutte le mattine dalle ore 9.00 alle ore 12.00)



Franco Narducci 
c/o Bertone Design Hintermaettli 3,  
Gewerbepark 
CH-5506 Maegen c wil
Tel.   +41 62 896 08 56 Cell.  
+41 78 740 49 73 Fax   
+41 62 896 08 57


PAOLO CORSINI



corsini_paolo@camera.it

(più furbetto, lui non ha indicato il numero di telefono!)

lunedì 26 gennaio 2009

Ratzinger e la giornata della memoria





La revoca della scomunica con conseguente perdono pontificio al vescovo lefevbrista Richard Williamson non sono altro che l'ennesima prova che all'interno della Chiesa Cattolica continua a proliferare il germe dell'antisemitismo.
In un'intervista concessa alla televisione svedese Williamson dichiarava il suo scetticismo sull'esistenza delle camere a gas. Secondo lui furono tra i 200000 e i 300000 gli ebrei che in tutto morirono di fame e di stenti nei campi di concentramento, ma nessuno venne sterminato nelle camere a gas.  Ratzinger dichiara oggi che il vescovo negazionista "è in piena comunione con la Santa Sede", e, poi, come Ponzio Pilato, onde evitare le critiche che gli giungeranno, specifica che "ciò non significa sposare le sue idee e le sue dichiarazioni che vanno giudicate da sè".
Questo atto e le dichiarazioni del Papa si commentano da sole.
Ma, Ratzinger è una mela bacata in mezzo a tante mele buone? È un vecchietto le cui dichiarazioni non vanno prese sul serio perché affetto da demenza senile?


O, in fondo, non fa altro che ribadire quel "Compelle intrare" che ha sempre ispirato la politica della Chiesa di Roma nei confronti di quanti all'origine erano visti come apostati?
Nel 325, al Concilio di Nicea il giudaismo è definito "aberrazione divina" e gli ebrei sono dichiarati eretici.
Al concilio di Vannes (465) si vieta a un cattolico di consumare della carne assieme a un ebreo.
Al concilio di Orleans (533), si vietano i matrimoni misti.
Al concilio di Toledo (589) si vieta agli ebrei di esercitare delle cariche ufficiali.
Al concilio Laterano (1215) papa Innocente III impone agli ebrei di utilizzare una tenuta vestimentaria che li distingua dai cattolici.
Nel 1555 il Papa Paolo IV dà ordine agli ebrei di portare un turbante giallo, per distinguersi dai cattolici.
E per arrivare in tempi più vicini ai nostri, cosa pensare di Monsignor Gröber, vescovo di Friburgo, che commenta così quanto avvenuto nella famigerata Notte dei Cristalli: "Non si può rifiutare a nessuno il diritto di mantenere pura la propria razza e di elaborare le misure necessarie a questo scopo..."
Che pensare di Monsignor Stepinac, arcivescovo di Zagabria, che offre la sua benedizione ad Ante Pavelic e al suo progetto di fare della Croazia uno stato abitato da cattolici "puri"? E del francescano Padre Mirosav Filipovic, comandante in capo del campo di Jasenovac dove moriranno  circa 40000 uomini, donne e bambini  ebrei e ortodossi? E di padre Ivan Raguz che invita i croati a sterminare tutti i serbi ortodossi, affinché "non resti nemmeno il seme di queste bestie immonde...."?

Monsignor Stepinac in compagnia del Nunzio apostolico. 


E Papa Pacelli non offre forse a Oswald Pohl "la benedizione apostolica come garanzia della più alta consolazione celeste"? Allo stesso cattolicissimo Oswald Pohl condannato a morte dal tribunale di Norimberga per aver ordinato l'introduzione delle camere a gas nei campi di sterminio onde sopprimere più velocemente gli ebrei?
E sempre lo stesso papa non offrirà protezione e nascondiglio nella reggia di Castelgandolfo a Marcel Déat, condannato alla liberazione per aver collaborato con Vichy e i nazisti all'organizzazione del genocidio degli ebrei in Francia?
Per non parlare dell'asilo offerto da monasteri e conventi cattolici a favore di molti di coloro che avevano collaborato con le milizie e la Gestapo.

La lista non è affatto esaustiva, ma mostra che, di fondo, il "me ne lavo le mani" di Ratzinger è in linea con le azioni di molti suoi predecessori.
La Chiesa cattolica si distingue per coerenza e fedeltà alle Scritture.
Mosè, di ritorno dal Monte Sinai, osserva costernato gli israeliti apostati adorare il Vitello d'Oro.  Si rivolge allora ai pochi che gli sono rimasti fedeli con queste parole: "Dice il Signore, Dio d'Israele: Ciascuno di voi cinga la spada. Andate in giro per l'accampamento, da una porta all'altra, e uccidete ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente. "
La Chiesa, continua Sant'Agostino deve fare di tutto per riportare all'ovile coloro che non abbracciano la stessa fede: "La Chiesa" ribadisce Sant'Agostino, "perseguita spinta dall'amore..."

domenica 25 gennaio 2009

Il processo contro Florence Hartmann


Sara, una mia studentessa che ha trascorso un anno di studio a Sarajevo, mi segnala il caso di Florence Hartmann. 
Florence Hartmann, corrispondente del Monde durante la guerra in Yugoslavia e in seguito, dal 2000 al 2006, portavoce e consigliere per i Balcani di Carla del Ponte, Procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale fino al 2007, sarà giudicata all'Aia, il 5 febbraio 2009, dallo stesso Tribunale Penale Internazionale. 
Quali crimini contro l'umanità avrebbe mai perpetrato questa giornalista? Qual'è l'accusa che la obbliga a sedere davanti alla Corte, là dove si sono seduti coloro che hanno teorizzato e messo in pratica la purificazione etnica? 
L'atto di accusa parla di :"oltraggio alla Corte" e sostiene che la giornalista  avrebbe "consapevolmente e volontariamente divulgato informazioni in violazione di un ordine esplicito dello stesso tribunale". Se ritenuta colpevole Florence Hartmann rischia fino a 7 anni di prigione e 100000 euro di multa. 
Nel 2007 Florence Hartmann pubblica un libro dal titolo: Paix et chatiment. Les guerres secrètes de la politique et de la justice internationale. Nel libro la giornalista denuncia la responsabilità delle grandi potenze, principalmente Inghilterra, Francia e Stati Uniti, nel rifiutare reiteratamente di collaborare per giungere all'arresto di Karadzic e Mladic, nonché, a suo tempo, di operare per evitare i massacri in Bosnia e in particolare quello di Srebrenica.
Quello che ha scatenato le ire del TPI e che ha indotto lo stesso TPI a incriminare la Hartmann è però un'altra grave denuncia che la giornalista fa nel libro: lo stesso tribunale, infiltrato dalle potenze di cui sopra, avrebbe fatto di tutto per riuscire a minimizzare le responsabilità del governo serbo quanto all'assedio di Sarajevo, e i massacri di Srebrenica. Nello specifico,  avrebbe acconsentito al rifiuto da parte della Serbia  di esibire  documenti d'archivio relativi a questi due crimini in nome di un quanto mai vago "segreto di stato".
Così facendo lo stato serbo sarebbe riuscito a sfuggire ad un verdetto che lo avrebbe costretto a risarcire le famiglie delle vittime bosniache, sia sul piano morale che su quello materiale.
Quei documenti di archivio, sostiene la Hartmann, contenevano le prove che avrebbero permesso al TPI di incriminare la Serbia di crimini contro l'umanità. 
E tali documenti avrebbero pure svelato gli accordi presi a suo tempo tra Mladic e Karadzic e i rappresentanti di Francia, Inghilterra e Stati Uniti, in base ai quali ai due era garantita l'impunità in cambio della loro adesione al patto di Dayton.
Che il TPI si accanisca contro questa giornalista invece di far pressioni sulla Serbia affinché gli venga consegnato il generale Mladic, costituisce già di per sè un'aberrazione.
Ma il fatto che sia lo stesso TPI, che ha  condotto l'istruttoria contro la giornalista, a giudicarla e perdipiù a porte chiuse, rappresenta oltre che un'aberrazione giuridica anche un vero e proprio crimine sul piano morale. 


sabato 24 gennaio 2009

Obama e le cantonate di una vita


La mia vita è stata un susseguirsi di terribili e sconfortanti cantonate.

1972. Saluto con invidia Marina e Alberto che partono per la Cina, a portare il loro sostegno di giovani liceali trevisani alla rivoluzione culturale. Tornano tre anni dopo. Sono pallidi,dimagriti. Scostanti, della Cina non ci raccontano nulla e spariscono dalla circolazione immergendosi nel privato.

1977. Ospedale Paolo Pini di Milano. Seminario di Sergio Finzi e Virginia Finzi Ghisi attorno alla rivista "Il piccolo Hans". La conferenza termina con un brindisi al compagno Saloth Sar, alias Pol Pot, che, giunge notizia, in Cambogia ha abolito la moneta. Abolire la moneta è la chiave, penso. Brindo anch'io.

1978. Aldo Moro è rapito dalle BR. Un fremito di gioia mi percorre quando lo comunicano alla radio. Una giusta punizione, mi sembra all'epoca, per Piazza Fontana e le stragi di stato. I compagni delle Br, d'accordo, sono compagni che sbagliano, però... 
Però poi Moro viene assassinato, e Guido Rossa e Roberto Peci.

1979. Brindo nuovamente alla notizia che l'ayatollah Khomeini è finalmente riuscito a spodestare Rheza Palhavi, la sua cricca e la nefasta Savak. Neanche un anno più tardi, a Parigi, Rassa, un comunista iraniano fuggito dal suo paese, mostra la schiena martoriata dalle cicatrici delle frustate che i guardiani della rivoluzione gli impartirono per punirlo di aver festeggiato il compleanno della cugina al dolce suono dell'oud.

1979. Eden Pastora, il comandante "Zero" entra a Managua mentre Somoza fugge dal paese. Il cugino Andrea Giolitti parte a raggiungere i sandinisti. Torna estasiato qualche mese dopo. Racconta che a Managua non si dà nemmeno più la multa all'automobilista che passa col rosso, ma, gentilmente, nell'ottica di un illuminato sforzo pedagogico collettivo, gli si spiega il pericolo inerente al suo comportamento. Sono estasiata e mi chiedo cosa ci sto a fare in Italia.
Tre anni dopo il comandante Zero, pur tappandosi il naso, combatte i sandinisti a fianco dei Contra di Somoza e della CIA, alimentando così una guerra civile che farà più di 30000 morti.

Fidel faceva sparire gli omosessuali, il poeta Massoud applicava la sharia alle donne che combattevano assieme a lui nelle montagne del Panshir, il medico senza frontiere Kouchner diventa ministro di Sarkozy, Luxuria fa l'isola dei famosi e ora c'è Obama presidente.
Obama e moveon.org.
Che promettono copertura sanitaria per tutti, riconversione dell'economia e nuovi posti di lavori, economia verde, energia pulita e fine della guerra in Irak.
E io ci credo. 
E ancora una volta alzo il bicchiere.




venerdì 23 gennaio 2009

La vita è un viaggio? Siamo tutti turisti...

Michela, un'amica in odore di misticismo, in base a calcoli astrali che conosceva solo lei, ogni anno, al cadere del suo compleanno, si spostava in un luogo preciso del pianeta. Un villaggio perduto dell'Orissa, la periferia di Toulouse, un'isola delle Incoronate dove non c'era nemmeno l'acqua da bere e lei se la doveva andare a prendere in canoa nell'isola più vicina, a Michela, poco importava. Le stelle decidevano per lei e a lei stava bene.

giovedì 22 gennaio 2009

Guido Rossa e le elezioni nepalesi

Langtang Lirung, versante sud.


Da neofita, scopro che il mondo dei blogger è un continuo rimando. La cosa mi piace.
Leggo il bellissimo post di Sileno che ricorda Guido Rossa. Nel post, una lettera di Guido che dichiara di rinunciare all'alpinismo e alle montagne, per scalare vette più alte.
Guido Rossa, negli anni '60 era stato in Himalaya. Aveva partecipato ad una spedizione torinese per la conquista di un 7000, lo splendido Langtang Lirung. La spedizione era finita in tragedia con la morte di due compagni di cordata di Guido.
Otto mesi fa, in un villaggio tibetano ai piedi del Langtang Lirung ho assistito allo svolgimento delle elezioni dell'Assemblea Costituente nepalese, le prime elezioni dopo più di dieci anni di guerra civile, terminate con la vittoria del maoista Prachanda, il "temerario".
Non avevo dedicato nemmeno un pensiero a Guido Rossa, in quel momento, troppo presa da quanto stavo seguendo: l'esercizio della democrazia a quasi 4000 metri di altezza.
Me ne ricordo oggi. 
Ho scritto un pezzo su quelle elezioni, che si può leggere qui.


Opera apocrypha

Sono di fretta, ma non posso esimermi dal segnalare un'iniziativa esilarante destinata agli amanti dell'opera...Buona Lettura...

martedì 20 gennaio 2009

L'uomo con la faccia da cane rabbioso

Mi sveglio, apro la posta e, tra gli altri mail ricevo il consueto mail di un tale "Do". Puntuale come la morte, non appena accade un evento che attira su di sè gli occhi del mondo, "Do" me ne fornisce la chiave di comprensione. Spiegandomi ovviamente che tutto quello che vedo e sento, non è vero. E indicandomi generosamente la via.

In questo mail "Do" mi spiega che:
1) Obama, ieri ha fatto un minaccioso discorso guerrafondaio, promettendo guerre a destra e a manca.
2) Ha indicato negli americani il popolo eletto.
3)È un bianco e, sommo peccato, ha affermato che continuerà a battersi contro il terrorismo.

4) Se noi non lo abbiamo capito la ragione è che non capiamo l'inglese e il traduttore francese era un mistificatore venduto.

I mail che mi invia tale Do, li tengo tutti. Sono creativi e dadaisti. L'essenza della dietrologia più spinta, la quintessenza del complottismo. Dal ben noto "gli americani non sono mai stati sulla Luna", al più recente "È il Mossad che ha fatto cadere le due torri", il tenero "Do" si agita, spiega, svela, smonta, illustra. Non lo conosco, ma la sua cristallina determinazione nel vedere "attraverso" fa sì che non si possa non volergli bene...Peccato per lui che non sia vissuto in Italia. Avrebbe avuto pane per i suoi denti.

Dell'inaugurazione di ieri serbo preziosa un'immagine.
Dick Cheney che  lascia la Casa Bianca in sedia a rotelle. Insaccato nel suo cappottone. Un bastone da passeggio in mano. 
E per quanto il giornalista si affretti ad informare che lupo Dick non è gravemente malato, ma deambula in sedia a rotelle per via di una semplice  slogatura alla caviglia, procuratasi mentre spostava dei pacchi durante il trasloco, l'immagine resta. 
Tra lui e l'elicottero Mack1 pronto a evacuare definitivamente i Bush e  i Cheney dalla Casa Bianca, c'è la scalinata di Capitol Hill. Non è la scalinata di Odessa immortalata nella corazzata Potemkin. Eppure sono incollata al televisore. Nutro la segreta speranza di assistere al remake del grande film. Al remake di quella scena. Ne seguo la discesa col  fiato sospeso.


Non succede. Dick Cheney non rotolerà giù sotto gli occhi del mondo. Salirà a bordo dell'elicottero con i suoi compari e l'ex First Lady farà persino ciao con la mano. Chi saluterà?
 

Dick Cheney è una di quelle persone con cui non vorrei cenare. I Navajos credono che la fotografia catturi l'anima del soggetto fotografato. Guardo Cheney e credo fermamente nella reincarnazione.  Un cane rabbioso, un mastino, o un toro affetto da daltonismo che vede sempre tutto rosso, si devono essere reincarnati in quest'uomo che, senza dubbio, Lombroso avrebbe inserito nell"Uomo delinquente", dedicandogli, forse  un intero capitolo.

Cheney se n'è andato. E con lui tutto uno stuolo di cani rabbiosi come lui.
Nonostante le spiegazioni di "Do", questa per me  è già un'ottima notizia. 
Non basta. 
Ma è un primo passo. 

Il mistero della letteratura spazzatura


La voglia di leggere mi è venuta dalla letteratura spazzatura. 
Avevo dodici anni. E il libro era "Via col vento". Un monumento della letteratura spazzatura. Lo lessi tre volte, e la terza volta lo lessi in parte, ad alta voce, a Livia, mia cugina, mentre ce ne stavamo sedute entrambe sulle scale esterne della casa al mare dove puntualmente tutta la famiglia allargata trascorreva l'estate. 
Ancora oggi quando penso all'incontro tra Rhett Butler e Rossella O'Hara, provo brividi puri di piacere romantico.
Eppure, per quanto sublime, "Via col vento", resta, secondo un me, un romanzo spazzatura.
Un'altra Livia, ieri, mi scrive che si sta bevendo l'ultimo volume di Millennium, ma non capisce perché mai il povero autore (dice povero, credo, perché Larssen è morto prima di assaporare il successo planetario della sua trilogia) "sente il bisogno, di specificarmi ogni volta il prezzo esatto, al centesimo di corona, di ogni caffé, panino, autostrada". 
Uno degli elementi della letteratura spazzatura sta proprio qui: il bisogno dell'autore di comunicare pedissequamente al lettore dettagli inutili come il tipo di scarpe indossate dal protagonista, il prezzo dell'hamburger, o gli orari di apertura della palestra dova va a giocare a squash.
Non dico che si tratti in assoluto di dettagli inutili. Henry James descrive minuziosamente i suoi personaggi, eppure, le sue descrizioni sono funzionali al racconto.
Togliamo il prezzo del caffé pagato da Lisbeth Salander in autostrada e nulla cambia. Eppure continuiamo ad essere stregati dal personaggio.
Evidentemente, c'è spazzatura e spazzatura.
Uno dei libri italiani più venduti all'estero è "Va dove ti porta il cuore". In questo caso l'autrice non si dilunga sui dettagli vestimentari dei protagonisti, ma quello che rende spazzatura questo libro, secondo me, sono frasi genere: "..le persone anziane sono ombrellini dimenticati..." che coprono le pagine di una melassa dolciastra la quale inevitabilmente scivola verso il lettore.
Il cielo che, prima di un temporale, può essere solo "minaccioso", l'amore che può essere solo "profondo" o non è, i capelli "lunghi e setosi", sono altri elementi che contraddistinguono la letteratura spazzatura.
Eppure, ho amato certi libri che,  stando ai criteri sovraesposti, fanno indubbiamente parte della letteratura spazzatura.
In genere sono malloppazzi corposissimi, con una trama complicata, e suspense assicurata. Spesso in me "funzionano" quando toccano cose che mi affascinano nella vita di tutti i giorni. 
Ogni "memoria di montagna o di viaggio" mi cattura, anche se scritta in maniera insopportabilmente lirica.
Se nel romanzo esiste la "dimensione del gioco", qualunque gioco, dagli scacchi al gioco d'azzardo, non posso smettere di leggere. La "vulgata scientifica" legata alle epidemie funziona altrettanto bene, vista la mia passione per i virus. I romanzi "catastrofe", pure, per la soddisfazione che provo quando avviene l'impossibile salvataggio del genere umano da parte di un umile e geniale appartenente alla specie. In "Congo" e nella "Trilogia Millennium", a catturarmi è stata l'onnipotente tecnologia da grande fratello che salva, nel primo caso, gli uomini dalle scimmie e, nel secondo, i buoni dai cattivi. Stephen King, per capacità di evocare l'orrore, è un maestro della spazzatura d'autore, quantomeno nei primi libri, quelli che ancora scriveva lui. 
Alcune "spazzature" osannate dal pubblico sono invece finite dove suggerisce il nome. 
"L'alchimista", "Va dove ti porta il cuore" o "Il Codice Da Vinci" stanno probabilmente fertilizzando male qualche campo di patate da queste parti.
In viaggio sono in manca di "spazzature" coinvolgenti, che non è così facile trovare.
Anche alcuni autori spazzatura "sicuri", come Grisham o Scott Turow, dopo un paio di libri sono illeggibili perché ti sembra sempre di star leggendo lo stesso libro.
Insomma la buona letteratura spazzatura, come tutte le cose buone di questo mondo, è merce rara. Sempre più rara.
Sempre disponibile a coglierne il magico fiore, accetto consigli.

CATALOGO
Michele Cignolo, 54 anni, muore schiacciato da un masso mentre era al lavoro in una cava a Ruvo di Puglia.

lunedì 19 gennaio 2009

14 novembre: "Festa dedicata a se stessi"

Festa dell'Asar Pandhra, che celebra la piantagione del riso.



Tra i vari consigli di vita che ha dispensato il Dalai Lama ce n'è uno che dice : "Una volta all'anno vai in un luogo in cui non sei mai stato prima". C'è sicuramente una grande saggezza in questo precetto. 
Ma allora, mi chiedo, perché reitero le mie peregrinazioni nepalesi invece di andare alla scoperta di altre terre sconosciute?
Me lo chiedo oggi, mentre studio la carta del Dolpo, una delle regioni più remote del Nepal che vorrei attraversare a piedi quest'estate.
Certo, per una come me che predilige i viaggi a piedi, paradossalmente il mondo non è poi così grande.
L'America che è bellissima è anche enorme e le distanze tra villaggi e cittadine sono percorribili in più giorni. E io non amo viaggiare troppo carica. 7/8 chili sulle spalle dopo qualche ora sono già tanti. Figurarsi se ci metto la tenda, l'acqua e i viveri.
L'Europa ha i suoi bei percorsi, formalizzati, con i rifugi o gli agriturismi, le gites d'etapes o i B&B. Ma l'ho già attraversata in lungo e in largo. A nord e a sud. 
Il Sudamerica mi chiama più debolmente, forse perché da ragazza non avevo mai spasimato per Castaneda.
L'Indocina l'ho percorsa qui e là e in parte a piedi. Ma l'aria è sempre pesante e i suoi troppi profumi stordiscono.
Il Nepal è perfetto. Un paese dei balocchi per tutti quelli come me che amano camminare. Un paese fatto per camminare, perché, innanzitutto, le strade sono poche. Che è anche la ragione per cui in Nepal camminano tutti.
Ma non sono solo il Nilgiri, il Machapucchare, o il Makalu che mi attirano in Nepal.
Continuo ad amare Kathmandou, per esempio. Che non è più il luogo dove si può sperare di trovare l'oblio, l'innocenza e la beatitudine che vi cercavano gli hippy negli anni 70. Anzi. Kathmandu oggi è una delle città più inquinate e povere del pianeta. E nemmeno ci vado perché, in evidente controtendenza, è l'unico posto che resta al mondo dove la gente ha scelto di eleggere un presidente maoista. Non sono affatto sedotta dalle rivoluzioni culturali.
E allora?
Me lo chiedo  mentre controllo i prezzi della Qatar Airways, che viene vantata come la più sicura compagnia aerea del mondo, fors'anche perché tra i maggiori azionisti spicca la famiglia Ben Laden.
Perché quando atterro a Kathmandou ho la sensazione di essere a casa?
Un amico, Philippe Vercamaer, con cui ho passato serate infinite a parlare di viaggi fatti o da fare,  nell'ultimo libro pubblicato qualche mese prima di morire, suggeriva che il Nepal era il paese che contava più "feste" al mondo, e che le feste in quel paese erano proprio quello che a suo tempo intendeva Holderlin : "Il momento in cui gli uomini e gli dei festeggiano il loro fidanzamento".
Apro a caso il calendario delle festività nepalesi, puntualmente precisato in una delle mie tante guide: solo nel mese di novembre, il 10 c'è la festa dei corvi (messaggeri di Yama, il dio della morte); l'11, quella dei cani. Il 12 quella delle vacche, che portano fortuna perché associate alla benaugurante dea Lakshmi. Il 14 c'è la festa dei fratelli, che verranno onorati in quel giorno dalle sorelle.
Il 13 c'è la "festa dedicata a se stessi".
Quale altro paese al mondo può immaginare una "festa dedicata a se stessi"?
E in quale altro paese del mondo l'anno nuovo si festeggia sette volte nello stesso anno...

Forse il Nepal mi è entrato nel cuore, al punto da farmi trascurare il saggio precetto del Dalai Lama, perché laggiù si  può giocare col tempo e festeggiare se stessi? 

"The answer, my friend, is blowing in the wind..."



domenica 18 gennaio 2009

La morte di Sepp Innerkofler


È un concatenarsi di pensieri e ricordi. La foto di una montagna. Mio padre che mi portava, da piccola, a cercare bossoli nelle Dolomiti, là dove si era combattuto durante la Grande Guerra. Se ne trovavano ancora. Attorno alle Tre Cime. Sul Paterno. In Val di Comici.  Sul Lagazuoi e sul Sass de Stria. Ad ogni bossolo mio padre mi raccontava una storia. Era specialista di montagne e di storie, mio padre. Ne sfornava a ripetizione. Era una sorta di vate, mio padre. Pure sull'insalata era capace di sfornare storie.

La prima volta che mi raccontò la storia di Sepp Innerkofler fu lungo la facile ferrata che permette di raggiungere la cima del Paterno. Si chiamava ferrata De Luca-Innerkofler e credo si chiami così ancora oggi, anche se tutti dicono semplicemente "la ferrata del Paterno". 
Dalla Cima del Paterno c'è una visione mozzafiato delle Tre Cime. E stavamo proprio ammirandole, le Tre Cime,  con un panino in mano, quando mio padre iniziò dicendo che il nome della ferrata non si riferiva a due amici, o ai due primi scalatori che l'avevano attrezzata. Ma a due alpini. Pietro De Luca, di Pieve di Cadore. E Sepp Innerkofler, di un paesino vicino a Sesto in Val Pusteria. "Hanno detto che il primo aveva ucciso il secondo". "Hanno detto", specificò mio padre. 
Era il 4 luglio 1915, aveva continuato mio padre. Sepp era stato un grandioso alpinista, figlio a sua volta di un altro grande alpinista che era morto precipitando dal Cristallo.
Lo conoscevano tutti in quelle valli. Il rifugio Locatelli era stata la sua famiglia a costruirlo. E gli italiani  a distruggerlo all'inizio della guerra. Ed era stato lui, Sepp, a conquistare la Piccola di Lavaredo passando per la parete nord, la più ostica. Una foto dell'epoca, che riporto qui sotto, mostra la bara di Sepp che viene portata a spalle da un gruppo di alpinismi verso il cimitero di Sesto, dove nel 1919 sarà seppellito una seconda volta. Sullo sfondo, le Tre Cime, le sue montagne.

Aveva voluto prendere proprio la cima sulla quale eravamo seduti, aveva continuato mio padre. Una decina di metri quadri, non di più. Ma importanti, per il controllo delle vallate sottostanti. 
Sepp non era solo uno splendido alpinista, era anche un grande cacciatore di camosci. All'epoca dovevano essercene stati tanti in quelle valli. La leggenda racconta che pochi giorni prima che morisse, gli alpini italiani e gli Standschutzen austriaci avevano osservato affascinati la caccia che Sepp stava dando ad un camoscio, che correva libero tra i due schieramenti. Nessuno aveva tirato un colpo. E, sempre la leggenda, assicura che quando Sepp era riuscito ad abbattere il camoscio, da entrambi gli schieramenti si erano alzati applausi e grida di trionfo.
Poche notti dopo Sepp e altri cinque alpini avevano iniziato la scalata verso la cima del Paterno. Di notte. Per sorprendere gli italiani che se ne stavano appollaiati in alto. Proprio nei deici metri quadri in cui eravamo seduti noi.
Sul libriccino che mio padre portava sempre con sè in montagna (il Berti, così chiamava lui la storica guida dettagliata alle arrampicate dolomitiche), l'autore raccontava la fine di Sepp per mano di Pietro de Luca che, dall'alto della sua postazione di sentinella, gli aveva tirato addosso un masso. "No te vol proprio ndar via?", è la frase che secondo Antonio Berti, De Luca aveva gridato a Sepp prima di tirare il masso.
Mio padre, nel raccontarmelo, scuoteva la testa. Lui non ci credeva. Lui era un romantico della montagna. 
"Non è possibile," mi aveva detto. "Basta salire qui in vetta per capire che non è possibile che due montanari a due passi dalla cima si faccian del male.". Per lui la questione era chiusa. E il doppio nome della ferrata, era giustificato. Glielo avrebbero mai dato un doppio nome così, aveva continuato, se uno fosse stato l'assassino dell'altro?

Mio padre non si sbagliava. 
Nel 1975, il figlio di Sepp, testimone oculare, rilasciò la sua versione dei fatti. Racconta il figlio che proprio quando mancava poco a Sepp per raggiungere la vetta si erano sentiti gli spari di una mitragliatrice dalla Torre di Toblin, in quel momento in mano agli austriaci, e subito dopo quegli spari lui aveva visto il padre precipitare e incastrarsi nel camino Oppel. Un errore. Quello che oggi si chiama "fuoco amico".
Erano stati gli alpini comandati da Da Rin a calarsi qualche giorno dopo per recuperare il corpo di Sepp e seppellirlo, provvisoriamente, in cima al Paterno, continuò mio padre. E lo avevano fatto rischiando la vita ad ogni secondo, aggiunse.
Non so cosa avrebbe fatto Sepp se fosse riuscito ad arrivare in cima. Probabilmente quello che avrebbe fatto ogni soldato. Avrebbe tirato un paio di granate e poi sparato sul manipolo di alpini che controllavano la mitragliatrice. Tutte le cime dolomitiche grondano del sangue dei ragazzi che si sparavano da una cima all'altra. E a salirle, quelle montagne, è come calpestare un immenso e spaventoso ossario. 
Eppure vorrei avere la stessa romantica convinzione di mio padre. 
In montagna ci si aiuta. Non ci si uccide, ribadiva, mio padre.
Questo ci pensano le montagne a farlo.


Questo post nasce dalle foto della Piccola di Lavaredo che ha pubblicato stamattina Sileno nel suo blog. Lo ringrazio ancora di aver permesso a certi miei ricordi di venire a galla.






sabato 17 gennaio 2009

Il prezzo dell'informazione...


Che il sapere sia potere l'avevo studiato ai tempi di Michel Foucault. Che viviamo nel mondo dell'informazione, ci viene sbandierato ad ogni piè sospinto. 

Oggi ho toccato con mano quanto profondamente vera sia questa affermazione. 
E quanto sia altrettanto vero che semmai uno si vuole arricchire è meglio che si scordi di produrre dei beni che si possono toccare con mano come vorrebbe fare ogni San Tommaso che si rispetti. L'imprenditore di oggi che si mette, che ne so, a produrre piastrelle, fazzoletti da naso, scarpe da montagna o sfilatini, è decisamente un cretino. E trascina nella voragine della sua imbecillità anche quei poveri disgraziati che lavorano per lui.
No! Oggi, potere e ricchezza vengono dall'informazione. 
La storia.
Ieri, grande giornata. Si cambia il vecchio computer di casa con uno meno obsoleto. (Il vecchio computer, evidentemente, funzionava benissimo, ma poiché aveva già un annetto, alcuni programmi non giravano più e sullo schermo compariva un messaggio colpevolizzante il quale sosteneva che data la vetustà della macchina non si era degni di ricevere quegli aggiornamenti necessari per poter accedere a...bla bla bla).
Il nuovo computer, un elegante Mac Book Pro portatile, entra dunque trionfalmente in casa e viene installato al posto del precedente, decretato decrepito.
Scarico dal primo al secondo tutto quello che voglio conservare, operazione che mi prende circa due ore. Nel frattempo faccio la pasta e pregusto l'agilità con cui potrò navigare sull'oggetto meraviglioso che sfavilla sulla scrivania.
Dopo il caffé, risalgo nello studio, e avvio la configurazione Internet che mi dovrebbe permettere appunto di fare la marinaia. Come in fondo in fondo prevedevo, appare il messaggio temuto: la vostra configurazione Internet è già adottata da un altro computer, dovete riconfigurare il vostro modem per permettere a questo secondo computer di accedere alla rete.
...riconfigurare il mio modem...Lì per lì, non ricordo come si fa. Ho un vecchissimo modem Wifi Inventel che funziona da dio, ma non ricordo cosa devo fare per permettergli l'accesso di un secondo computer. Guardo perplessa la scatolina grigia che giace muta sul pavimento e poi decido di chiamare l'assistenza tecnica, come indicato nel contratto che ho sottoscritto con Orange, che altro non è che la versione privatizzata della vecchia France Telecom.
Passo per le forche caudine dei dischi che ti fanno digitare un numero di qua, un asterisco di là, un cancelletto e un altro numero ancora. Resto in linea diciassette minuti ascoltando la primavera di Vivaldi, finché San gennaro mette una buona parola, e una voce umana soavemente risponde.
La voce umana è educatissima e per prima cosa si presenta. Si chiama Fatima, dichiara di essere ai miei ordini e mi informa che la telefonata, sempre che io sia d'accordo, sarà registrata. Mi sento come se fossi in paradiso seduta giusto giusto  dietro a San Pietro. 
Mi schiarisco la voce e spiego il problema. Fatima, di colpo, si fa silenziosa. Pone contrita qualche domanda. Rispondo perfettamente a tono. Lei, cincischia, è evasiva, gira attorno al problema, quasi vergognosa. A un certo punto le chiedo se la soluzione la conosce o se magari non è meglio che mi passi un collega, più ferrato di lei in vecchi Modem. A quel punto la soave, per quanto imbarazzata, ha un sussulto di orgoglio e si affretta a dire:
"No, no, la risposta la conosco benissimo. Il problema è che non ho il diritto di spiegarglielo. Ogni informazione che riguarda un secondo computer è fatturata 79 euro. Se lei mi dichiara che è d'accordo di pagare, le spiego come si fa...".
Cado in catalessi. Ma come? Chiedo alla Fatima se loro sono proprio il servizio assistenza. La Fatima è quasi alle lacrime...Singhiozza un sì, più soffiato che dichiarato e si prostra a spiegarmi che non è colpa sua, che lei ha ordini chiari di non spiegare certe cose e che capisce che la situazione può risultare fastidiosa....
Blocco subito la Fatima. Le dico di non dilungarsi oltre nelle scuse. Il grande fratello è in ascolto, e immagino a quali sevizie possa esser sottomessa un'impiegata di call center, per di più d'origine maghrebbina. Le dico: "Non dire di più. Ti capisco. Non è certo colpa tua. Ma, toglimi una curiosità...quali sono le informazioni che sei autorizzata a dare?"
La Fatima, è soave, ma non è poi tanto furba. O forse è solo stanca. O forse non ne può più e avrebbe voglia di essere con gli amici a cazzeggiare. Con la voce tremula di chi è, suo malgrado, strumento del male, confida "Bhè, in effetti, le stesse che ci sono scritte sulle istruzioni...quelle facili, per capirci...".
Saluto la Fatima. Riaggancio. E ho voglia di fare come Alice...di attraversare lo specchio....


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venerdì 16 gennaio 2009

Il rock è morto. Viva il barock...


La settimana scorsa ho ricevuto due fotografie.
Una me l'ha mandata Pierre, chitarrista corso, nostalgico degli Stones, accompagnata dalla didascalia: "Eccoti una foto del vero William Shakespeare". 
L'altra veniva dalla mia amica Daniela e in questo caso c'era scritto:"Chi è quest'uomo? Che sentimenti ti suscita?". Pensavo fosse un gioco, e mi sono rotta la testa cercando di indovinare quale trappola ci fosse dietro la domanda. Lei, poi, la Daniela, non scuciva nulla. Inviava mail sornioni. In uno diceva: "Un nostro amico ha detto: Dio gli deve molto". E in un altro aggiungeva: "Tu conosci quest'uomo e ti piace molto". La cosa mi lasciava ancora più interdetta.
In seguito alle mie insistenze, alla fine Daniela sputava l'osso: "Vabbé, cedo..." finiva per scrivere.
"Si tratta del volto di J. S. Bach, ricostruito dal teschio e pertanto senza parrucca".
Al di là della ricostruzione antropometrica, quello che mi ha divertito è stata la coincidenza. Nello stesso giorno mi arrivano due fotografie di due grandi geni della musica: il primo, un genio del riff, e il secondo, inutile spiegare. 
A quel punto mi è venuto in mente uno dei più begli articoli che ho letto sulla musica.

"Il rock è morto...Viva il barock..." Così si intitolava l'articolo, e l'aveva scritto il mio amico Silvano, che oltre ad essere tante cose è anche un meraviglioso critico musicale.
Silvano, altro non è che il marito della mia amica Daniela. Ed è uno che c'ha lo sbriz.
Non conosco molte persone che hanno lo sbriz - quella dote unica e rara che permette di vedere le cose da un punto di vista, da un angolo, particolare, inconsueto e dirompente - ma quelle poche mi rendono la vita più ricca. Silvano lo sbriz ce l'ha a chili.
Nel suo articolo, pubblicato sul sito di Orfeo nella Rete, dedicato alla musica classica, lirica, antica e contemporanea, Silvano si chiedeva dove fosse finito lo spirito del rock, la sua fantasia, la sua forza dissacrante, il suo anticonformismo. Chi sono, si chiedeva, i nuovi Jimi Hendrix, dove sono finiti gli universi psichedelici dei Pink Floyd, le depravazioni degli Stones, la creatività di un Frank Zappa, o le ossessioni di Robert Fripp?
Non di certo nel nuovo rock che ripercorre le stesse strade riproponendo pallide imitazioni dei mostri del passato. "This is the end", aveva urlato Jim Morrison, prima di morire in un sordito hotel parigino. Il rock è finito, si allinea Silvano...ma, attenzione, ci dice, al suo posto c'è il...barock...Ed eccolo lanciarsi in ardite comparazioni: chi è l'Elvis Presley di oggi? Ma Nikolaus Harnoncourt, che, come fece all'epoca Elvis, ha aperto strade nuove e dissacranti a stuoli di giovani musicisti!
E l'esecuzione del sesto Concerto Brandenburghese per opera dei Musica Antiqua Köln, non ricorda le sonorità ruvide e crude degli Stones? E l'originalità di Frank Zappa non si può associare a quella con cui Marc Minkowski plasma il Messiah di Haendel?
Non mi dilungo. Silvano lo fa magistralmente nel suo articolo che vi invito a leggere.
Ho semplicemente voglia di aggiungere un video. È il terzo Concerto Brandenburghese eseguito
dall'Orchestra Barocca di Friburgo. Guardate come suonano i ragazzi. La verve, la passione, i movimenti del corpo...Insomma...ben poco da invidiare a un Mick o a un Bruce. L'energia è là. Tutta. La stessa. 
Il miracolo della musica.


giovedì 15 gennaio 2009

Come ci vedono da..fuori...


Colgo l'occasione della concessione dell'asilo politico a Cesare Battisti da parte del Ministro delle Giustizia brasiliano, per riflettere su come ci considerano all'estero.
Vivo all'estero da vent'anni. Frequento pochi italiani e molti stranieri. Quello che segue è un collage di quello che sento dire di noi.
Innanzitutto il popolo "italiano", gli "italiani":  più o meno, siamo considerati dei giocherelloni, un poco buffi, un poco simpatici, quasi innocui, col cuore in mano, ben vestiti, geneticamente truffaldini, pasticcioni e senza spina dorsale. Tutto sommato, godiamo di una certa condiscendente simpatia. Persino la mafia - e al decimo minuto di conversazione con la maggior parte degli stranieri, ecco uscire la parola magica - persino la mafia, (nonostante gli sforzi del povero Saviano) è vista come una bella cosuccia romantica, intrigante e misteriosa con la faccia di Marlon Brando nel ruolo di Don Corleone. 
A calcio, siamo scorretti e commedianti. Lo siamo anche in affari, ma questo va a nostro vantaggio perché sembra che riusciamo a far firmare contratti, per quanto inesperti e ignoranti, grazie alla nostra naturale simpatia. Da noi si mangia bene e c'è un certo savoir vivre...ma in fondo se diamo l'impressione di essere più leggeri e dispendiosi dei nostri vicini lo dobbiamo soprattutto al "nero", che chiunque fa, vista la complicità del nostro sistema fiscale.
Parliamo esageratamente forte, viaggiamo solo in banda perché incapaci di starcene da soli, timorosi della solitudine e del vuoto. Non siamo in grado di moderare i nostri sentimenti. Esibiamo passioni rozze, senza nessuna vergogna. Siamo disertori di natura e su un campo di battaglia voltiamo le spalle al nemico correndo dalla mamma. Siamo capaci di tanto affetto, ma un poco come i cagnolini che scodinzolano in attesa di una carezza dal padrone. Amiamo le macchine luccicanti, le pellicce e i bei vestiti griffati perché siamo ex poveri sopraffatti dall'effetto di Veblen. Alle televisioni estere, quando parlano di noi, ed è rarissimo all'infuori del calcio o di qualche gaffe di Berlusconi, i giornalisti esibiscono un sorrisino complice, della serie, sono fatti così ma non sono cattivi...
Questo in sintesi. 
Il caso Battisti ci mostra invece com'è visto e considerato da fuori il nostro Stato, il nostro Sistema.
Non intendo entrare in merito alle responsabilità, reali o fittizie, di Cesare Battisti.
Il fatto di essere stato condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana per una serie di omicidi compiuti negli anni '70, non è certo sinonimo di colpevolezza, visto il clima dell'epoca e soprattutto quella famosa e controversa legge sui pentiti che indusse Mitterrand a concedere l'asilo politico alle centinaia di fuoriusciti italiani che si erano rifugiati qui in Francia. 
La famosa "dottrina" Mitterrand è presto detta: la Francia non estraderà nessun individuo accusato di reati di natura politica fintantoché in Italia esisterà una legge sui pentiti e il sistema giudiziario italiano si avvarrà, per condannare qualcuno, delle dichiarazioni di detti pentiti. E non solo. Fintantoché i processi potranno durare all'infinito, e certe libertà non saranno garantite.
La "dottrina" Mitterrand, poiché non venne mai formalizzata, restò una promessa legata ai poteri "régaliens" del Presidente. 
Ciò non toglie che creò in Francia, tra molti intellettuali, la convinzione che l'Italia fosse una sorta di repubblica bananiera, un paese i cui cittadini non godevano delle libertà più elementari.
Se pensiamo all'Italia degli anni '70, non credo di sbagliarmi se affermo che l'opinione degli intellettuali francesi non era molto lontana dalla realtà. Ma questo ha comportato, in Francia, la difesa di personaggi assolutamente indifendibili quali ad esempio lo psicanalista Verdiglione, che, tutti, qui, considerano una sorta di martire innocente. O esagerazioni flagranti, come la concessione a Battisti, da parte del sindaco Delanoé, della cittadinanza onoraria della città, roba che normalmente viene data a gente come il Dalai Lama. 
Battisti è riuscito a convincere il Ministro della Giustizia brasiliano e il presidente Lula, che se lui tornasse in Italia, sarebbe "assassinato". A parte il fatto che non vedo proprio per quale motivo e chi mai dovrebbe assassinarlo, è comunque interessante notare che nessun non italiano, nei media, ha registrato e commentato questa panzana.
Perché questa piatta accettazione delle dichiarazioni di Battisti come oro colato? Sono davvero così ignoranti i giornalisti e gli intellettuali stranieri da avallare una minaccia del genere? Forse lo sono, sulla questione specifica. Ma, all'estero, le vicende italiane, i misteri italiani, da Piazza Fontana in poi, sono ben noti. Uno stato che ha avuto Gladio, che non ha ancora permesso che si facesse luce sulle molteplici stragi che hanno segnato il paese, che ha ministri collusi con la mafia e un ex-presidente che spiega nei dettagli come far cedere il movimento studentesco attuale grazie a qualche morto innocente ben scelto, bhè, perché non potrebbe far fuori anche il nostro rocambolesco Battisti?????
Paradossalmente, dunque, la mancata estradizione di Battisti per i motivi sopra indicati, è un boomerang che si spiattella sul nostro paese, sulla sua credibilità all'estero, sul suo essere o meno uno "stato di diritto".
Inutile aggiungere che il buffone preferito dai giornalisti, che incidentalmente è anche il nostro presidente del consiglio, non migliora di certo le cose.

Chiudo con due parole su Battisti.
Non sono un'appassionata di Battisti scrittore.
Non sono nemmeno un'appassionata del Battisti personaggio che, alcuni anni fa, in un'intervista alla televisione francese, dichiarò che in fondo eravamo tutti colpevoli collettivamente degli omicidi per cui era stato condannato.
Non mi chiedo se Battisti sia colpevole o meno. Non lo posso sapere. Lui nega. I tribunali italiani dell'epoca lo condannarono.
Sono comunque sollevata che Battisti e altri come lui non siano estradati in Italia. Non tanto per la questione della "colpa collettiva", che proprio non reggo. Semplicemente perché mi sembra che uno stato che ha fatto quello che ha fatto in Italia durante gli anni di piombo e che è rimasto bellamente impunito, non abbia decentemente il diritto di imprigionare quelli che all'epoca erano i suoi nemici. 
Tutto qui.
 
CATALOGO

Enrico Tami, 54 anni, è morto travolto da una massa di segatura all'interno di un silos della ditta di Claudio Macor a Premariacco in provincia di Udine.

mercoledì 14 gennaio 2009

Una storia d'amore, di tenebra e di guerra


La discussione di ieri con gli amici di lista mi porta inevitabilmente a riprendere in mano un libro che ho amato particolarmente. Uno di quei libri che si rileggono. 
Non sono tanti i libri che si rileggono. Ma questo...
Una storia di amore e di tenebra. Lui, Amos Oz, uno di quegli scrittori che vorrei avere per amico.
Se davvero vogliamo capire perché israeliani e palestinesi si dedicano con passione ad una guerra senza fine bisogna leggerla questa storia d'amore e di tenebra.
Attraverso la descrizione della sua infanzia di figlio di ebrei "vomitati in Palestina dall'Europa", Amos Klauzner, oggi Amos Oz, ci racconta la storia e la genesi di una nazione.
La sua famiglia è dunque "vomitata" a Gerusalemme nel 1933, dalla Russia e dalla Polonia.
Racconta Oz, che la sua era una famiglia di europei. Non di ucraini, polacchi, o russi. La sua era una famiglia di perfetti europei "cosmopoliti, intellettuali e parassiti". Parlavano e leggevano una quindicina di lingue che utilizzavano - ed è un poco la stessa storia che ci racconta anche Elias Canetti - a seconda degli argomenti. Il tedesco e l'inglese per la cultura. Il russo e il polacco per non farsi comprendere dai bambini. L'yiddish per sognare. Ad Amos i genitori impongono l'ebraico per paura che l'Europa, con il fascino delle sue lingue, possa sedurre il figlio. Della famiglia di Oz decide di restare in Ucraina, a Vilna, solo lo zio David, professore di letteratura comparata ed europofilo convinto.
Si rifiuta, lo zio David, di fare piacere a quelli che considera "dei fanatici teppisti antisemiti e nazionalisti". Resta dunque al proprio posto per "servire il progresso della cultura, dell'arte e del pensiero senza confini", finché a Vilna non arrivano i nazisti. A Vilna, dove quando venne assassinato, David leggeva sui muri : "Giudei, andatevene in Palestina ...". La stessa scritta che si ripeteva sui muri di tutta l'Europa. 
Cinquant'anni dopo, gli stessi muri urlano "Ebrei, uscite dalla Palestina!".
I componenti della famiglia di Amos Oz, genitori, zii, nonni, cugini, sono tutti personaggi usciti dai romanzi di Cecov. Tentano disperatamente di assumere la statura di personaggi tolstoiani, di riformare il mondo, di elargire principi morali, di seminare attorno a loro il fervore pacifista e la smania del ritorno alla natura, ma non solo non sono capaci di fare proseliti, ma "non se la cavavano nemmeno con le semplici piante di appartamento" che morivano per troppa o troppo poca acqua.
Tutti sono assolutamente impreparati ad affrontare la confusione, gli odori, e gli umori del Levante. "Il Levante è pieno di microbi" decreta Shlomit, la nonna appena sbarcata ad Haifa dall'Europa Orientale. "Aveva rivolto un unico sguardo ottenebrato ai commercianti sudati, ai banchi variopinti, ai vicoli brulicanti, pieni di grida di venditori, ragli d'asini, belati di capre, starnazzi di galline appese per la gambe, e colli muti di polli già sgozzati, aveva gettato un'occhiata alle spalle e alle braccia degli uomini d'Oriente, ai colori scandalosamente chiassosi della verdura e della frutta, ed enunciato il suo verdetto definitivo: il Levante è pieno di microbi".
E, da intellettuali europei, "disgraziati, verbosi, soffocati dagli istinti, rovinati dagli ideali",  i membri della famiglia di Oz sono  pure impreparati a confrontarsi con quello di cui Israele ha bisogno in quel momento: "di ragazzi e ragazze, pionieri determinati e scuri di pelle, silenziosi, in confidenza col buio della notte".
Ogni gesto, ogni scelta, ogni decisione , racconta lo scrittore,  comportava discussioni e lacerazioni interne alla comunità di cui faceva parte la famiglia.
Un episodio illuminante è quello che riguarda se acquistare il formaggio proveniente da un kibbutz, o il formaggio proveniente da Lifta, il villaggio arabo vicino.
Riporto qui di seguito l'intero brano:
"Questione complessa. A dire il vero il formaggio arabo era appena più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo un poco si tradiva il sionismo: da qualche parte in un kibbutz o in una cooperativa agricola, nella valle di Jezreel o fra le alture di Galilea, c'era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato quel formaggio ebraico - come avremmo potuto voltarle la schiena? D'altro canto a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l'odio tra i due popoli. E il sangue che ancora si sarebbe versato sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L'umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo fellah era in fondo il fratello buono del mugicco incolto dall'animo nobile dei racconti di Tolstoj"...
"Al negozio del signor Auster sorgeva ogni volta una piccola discussione tra le clienti: comprare o non comprare il formaggio dei contadini arabi? Da una parte, come dice il Talmud, 'la precedenza ai poveri della tua città', e perciò era nostro dovere comprare il formaggio proveniente dal kibbutz. D'altro canto, dice la Bibbia ' una sola legge avrete voi e lo straniero che vive tra di voi', perciò era opportuno comprare ogni tanto il formaggio dei nostri vicini arabi. E poi quale sguardo di disprezzo avrebbe riservato Tolstoj a una persona capace di comprare un formaggio e non un altro solo per via di una differenza di religione, di popolo o di razza? Dove erano finiti i valori dell'universalismo? L'umanesimo? La fratellanza tra tutte le creature fatte a immagine divina? Però quale meschinità sionista, quale bassezza, quale grettezza d'animo era mai quella di comprare il formaggio arabo solo perché costava due centesimi di meno, invece di quello dei pionieri, che sulla loro pelle e con le unghie cercavano di tirar fuori il pane da questa terra?"

Di queste "infamie" era fatta la vita degli ebrei emigrati in Palestina. Di queste infamie, di queste inadeguatezze e della costante paura che veniva instillata in ogni casa ebraica: "la paura terrificante che forse eravamo davvero troppo fastidiosi e invadenti, troppo intelligenti e avidi di denaro...La paura mortale di dare per disgrazia ai gentili una cattiva impressione, che in tal caso loro si sarebbero arrabbiati e ci avrebbero fatto di nuovo quelle cose tremende cui era meglio non pensare."
È Oz bambino che ricorda. Che ricorda il panico che lo prendeva di non fare buona impressione. Sugli inglesi e sugli arabi di Palestina, perché "bastava un bambino, un solo bambino che non si fosse lavato la testa e avesse i pidocchi, per gettare una pessima reputazione su tutto il popolo ebraico".
Più tardi, dopo il suicidio della madre, dopo aver lasciato a 15 anni la casa paterna per andare a vivere in un kibbutz, Oz, ritorna su quella paura.
Ho voglia di riportare qui questo brano. Mi sembra importante. Oggi. Alla luce di quanto succede in quelle terre.
È il 1955. Oz, sedicenne, fa il turno di guardia notturno lungo la cinta del kibbutz, a cinque chilometri dalla linea del cessate il fuoco tra Israele e la Giordania. È il periodo degli attentati dei feddayn, degli assalti ai kibbutz, delle granate tirate dentro alla finestre delle case degli ebrei. Accanto a Oz, il veterano Efraim Avneri, arrivato in Palestina trent'anni prima. Alla domanda che Oz rivolge al compagno più vecchio, "se gli fosse mai capitato di uccidere 'quegli assassini' ", l'uomo  risponde, raggelando il suo interlocutore:
"Assassini? Ma che ti aspetti da loro? Dal loro punto di vista noi siamo extraterrestri giunti dallo spazio a sparpagliarci sulla loro terra, che pian piano abbiamo conquistato alcune sue parti, ma mentre assicuriamo loro che in realtà siamo venuti qui per coprirli di ogni ben di Dio, per guarirli dalla tricofizia e dal tracoma, per affrancarli dall'arretratezza e dall'ignoranza, dal gioco dell'oppressione feudale - con l'astuzia ci accaparriamo un appezzamento dopo l'altro del loro suolo. Dunque, cosa vorresti? Che ci ringraziassero della nostra bontà d'animo? Che ci venissero incontro suonando le fanfare? Che ci porgessero rispettosamente le chiavi di tutto il paese perché i nostri avi un tempo abitavano qui? C'è forse da stupirsi se hanno imbracciato le armi contro di noi? E adesso che abbiamo inferto loro una sconfitta schiacciante - e centinaia di migliaia di loro da quel giorno vivono nei campi profughi - ti aspetti forse che condividano la nostra gioia e ci augurino ogni bene?"
Amos Oz è scioccato che un eroe di Eretz Israel risponda in questo modo e gli chiede "E allora perché non te ne vai dal paese? "
Al che Efraim Avneri risponde:
"...perché in nessun posto al mondo mi vogliono. Nessuno mi vuole. La questione sta tutta qui. Ce n'è già troppa nel mondo di gente come me. Solo per questo mi trovo qui. Questa è l'unica ragione per cui porto un'arma. Perché non mi caccino pure da qui. Ma la parola 'assassini' non la userei mai per degli arabi che hanno perduto i loro villaggi...."
"Ne consegue - ribadisce Oz ragazzino sempre più annientato - che noi gli avremmo portato via delle terre non nostre..."
"È semplice" - risponde Efraim - "Se non qui, allora dove si trova la terra del popolo ebraico? Forse sotto il mare? Sulla luna? O forse il popolo ebraico a differenza di tutti gli altri popoli della terra non ha diritto a una seppure piccola patria?...Nel 48 c'è stata una guerra tremenda, e sono stati loro a porre la questione nei termini di noi o loro, noi abbiamo vinto e quindi gliel'abbiamo presa. Non c'è nulla di cui andare fieri! Ma se avessero vinto loro, nel '48, ci sarebbe ancora di meno d'andare fieri: non un solo ebreo avrebbero lasciato vivo! ...Qui sta il punto: visto che abbiamo preso quello che abbiamo preso nel '48 ormai è fatta, l'abbiamo. Visto che adesso comunque abbiamo di che, è proibito prendere loro di più. Chiusa la faccenda. "
"E se fra un momento arrivassero qui i i feddayn?" chiede Oz...
"Se arrivassero" sospirò Efraim, "dovremmo immediatamente stenderci a terra, nel fango, e sparare. Facendo del nostro meglio per sparare meglio e più lesti di loro. Ma non perché siamo un popolo di assassini , dovremmo sparare, ma per la semplice ragioni che anche noi abbiamo il diritto di vivere e per la semplice ragione che anche noi abbiamo il diritto di avere una terra..."


Amos Oz, oltre che scrittore è membro fondatore del movimento Shalom Arshav. Riporto un suo contributo redatto durante il ritiro di Israele da Gaza.



martedì 13 gennaio 2009

Il catalogo è questo...





1003. I morti sul lavoro in Italia, nel 2008. 1003, come le vittime del fascino di Don Giovanni. Ma in Ispagna. In Italia erano "solo" 640. 
1003...Il catalogo è questo...Ma, in questo caso, non c'è nessun catalogo.  E pochi Leporelli  che ne registrano puntuali nomi e fatti. 
Al 12 di gennaio di morti bianche in Italia se ne sono già registrate 39. Con questo ritmo supereremo largamente le vittime spagnole di don Giovanni e ci attesteremo sulla cifra di 1185.
Mi piacerebbe lanciare l'iniziativa di un muro, da qualche parte in Italia, di un muro, come quello  che c'è a Washington,  su cui incidere i nomi di tutti coloro che muoiono perché costretti a lavorare in condizioni disumane, senza sindacati che li difendono, senza nessuna sicurezza, a volte senza nemmeno un nome...

I giornali spesso i nomi non li mettono nemmeno. C'è scritto: "un uomo, un operaio, un immigrato"...è stato stritolato, è precipitato, è rimasto schiacciato eccetera....
Ho deciso, nel 2009, di fare come Leporello...di tenere il catalogo...

12 gennaio
Messina: Giovanni Puglisi, incastrato nella cabina di un escavatore.
Trieste: Dusan Poldini, incastrato negli ingranaggi di un macchinario della Ferriera Lucchini-Servestal
Siracusa:Rosario Cardile rimasto ucciso durante le operazioni di attracco di una nave.
San Maurizio Canavese: ANONIMO (nessun giornalista ne ha riportato il nome!) rimasto schiacciato da un macchinario nella ditta Turin Carta.

Il povero principe Carlo...






Marina in un post si chiede come mai sia possibile che due amici le inviino dall'Inghilterra una cartolina che raffigura il principe Carlo. Cosa ho fatto di male?  si chiede tra le righe, Marina. 
Niente, avrei voglia di dirle. Ma il suo post mi induce a spezzare una lancia a favore del personaggio.
Personaggio sfortunato e infelice. Ridicolo. E pure bruttino.
Carlo, Gran Maestro dell'Ordine del Bagno e di quello della Giarrettiera, ha compiuto sessant'anni l'anno scorso.
Nella storia delle monarchie pochi sono gli eredi al trono che a sessant'anni, quasi sessantuno, del trono non hanno nemmeno sentito l'odore. Lui ufficialmente è ancora principe di Galles, una definizione, povera stella,  che fa pensare più a un tessuto che ad un'onoreficenza. Attende, da quando è nato, di regnare su sedici stati sovrani, la Gran Bretagna e 15  stati membri del Commonwealth. Si prepara, fin dal primo vagito, a questo compito. Che probabilmente non rivestirà mai, visto che si mormora verrà saltato nella linea dinastica, come si saltano le pedine quando si gioca a Dama.
Ha una madre peggiore di Medea, attaccata alla sua sedia con l'Uhu. La nonna, che a fine corsa ha tentato di vendere di sè l'immagine di una vecchiettina bizzarra, in realtà in gioventù simpatizzava fortemente con la Germania di Hitler. La figura paterna è estremamente scialba. Il padre, che altro non è che un cugino della madre, conta nella vita come il 2 di fiori a scala 40.
Si è sposato con la Diana (della serie: miglioriamo la dinastia, noi siamo brutti, lei è bella, faremo dei figli migliori, un poco come quando il nostro re sposò la bella Margherita del Montenegro). La Diana era una depressa/vitalistica che gli ha messo tante di quelle corna sulla testa che manco un'alce ce le aveva così folte. Lui allora si consolava con la Camilla, la sua vecchia amante cavallina. Diana muore, e il mondo se la prende con lui.
Decide di sposare la Camilla, con l'andar del tempo sempre più uguale a un cavallo,  e, colmo della sfiga, deve spostare la data del matrimonio perché, proprio quel giorno, schiatta Wojtila.
Dei due figli, il maggiore, con ogni probabilità, gli soffierà il trono sotto il naso e il minore ha ereditato le simpatie filonaziste della bisnonna.
Lui passa il tempo a inaugurare serre, patrocinare fondazioni per il restauro di qualche vecchio castello, far visita a qualche vecchia nobilazza toscana tenutaria di vigneti doc, e non può nemmeno più giocare a polo perché ha il mal di schiena...

Insomma, un dolce e remissivo cagnolotto a cui va tutta la mia simpatia...