sabato 28 febbraio 2009

Le parole sono un terreno di guerra.

Di Antonio Moresco, immenso scrittore, chirurgo della lingua, tomografo delle piccolezze dell'animo umano, non avevo sentito parlare fino al novembre dell'anno scorso.
E non ne avrei sentito parlare chissà ancora per quanto tempo se non avessi fatto quello che avevo fatto quel giorno alla libreria universitaria, a pochi passi da Cà Foscari. Quel giorno avevo deciso che il piccoletto che se ne stava a discutere con una signora anziana con cappellino rosso e cagnolino al guinzaglio era un libraio. 
Non è facile oggi trovare librai. Si trovano tante librerie. Ma pochi librai. La maggior parte delle librerie non ha librai ma venditori.
Il libraio, innanzitutto, è qualcuno che legge. Molto. Anzi, che i libri li divora. E li ama o li odia. A un libraio puoi raccontare in due parole la trama di un romanzo, il punto di vista di un filosofo su una determinata questione, puoi descrivere un personaggio, e lui capisce di cosa parli e tampona il tuo improvviso attacco di Alzheimer snocciolando titolo, autore, casa editrice e anno di edizione. Poi, a colpo sicuro, si dirige verso la scaffale, ed estrae il volume che cerchi.
Un libraio è anche qualcuno a cui puoi dire: "Senta, io son vent'anni che sto fuori da questo paese, e non so più cosa val la pena di leggere della nostra letteratura. Dei contemporanei mi piace Giuseppe Genna, ma di lui ho letto tutto. Baricco e Susanna Tamaro li metterei ai ferri, per impedir loro di scrivere ancora una riga. Il mio universo letterario è fatto quasi esclusivamente di scrittori americani e israeliani. McCarthy, De Lillo, Roth, Pinchon, Oz, Grossmann, Yehoshua. I francesi che anatomizzano il loro ombelico, non li reggo. E detesto ogni letteratura che si vuole poetica. Cosa mi consiglia?"
A quel libraio avevo detto questo e lui, senza colpo ferire, aveva estratto due volumi da uno scaffale sul retro. Legga Moresco, mi aveva detto. Piace a pochi. Ma secondo me è un grande. Outsider, ma grande.
E così mi ero ritrovata a casa con due volumi. Uno di racconti, Clandestinità. E un volume più corposo dal titolo intrigante: Lettere a nessuno
Quest'ultimo è uno dei libri che si possono leggere anche due volte. O meglio ripercorrere. A spizzichi e a bocconi. 
Lettere a nessuno, è un libro che non rispetta nessun codice letterario. Se per postmoderno intendiamo la contaminazione di generi, allora Lettere a nessuno può essere considerato un libro postmoderno. Ma il rigore della scrittura, il rifiuto di cedere a qualunque cliché lo apparentano ai grandi romanzi della letteratura.
Cos'è Lettere a nessuno? Una confessione? Una cronaca? Un pamphlet? Una riflessione? Difficile definirlo. Il testo è volutamente frammentario e mette in scena fondamentalmente due temi: da un lato il rapporto che ha lo scrivere, la scrittura con il mondo editoriale. 
Dall'altro, l'esperienza politica a sinistra negli anni '60 e '70. Di quest'ultima Moresco ci regala una cronaca, o meglio la cronistoria di un fallimento.
E lo fa come un anatomo patologo che esamina il cadavere di un amico e detta al suo assistente che cosa gli dice quel corpo, che in vita non gli è stato estraneo.
In Moresco, incantatorio è l'uso delle parole. Scrivere, per lui, non significa semplicemente trascrivere quanto si è vissuto in prima persona, realmente o oniricamente. Se fosse così, i libri sarebbero dei grandi cimiteri nelle cui tombe sono seppelliti dei pezzi di vita.
Per Moresco, scrivere significa innanzitutto sforzarsi per dare un nome alle cose. E anche a quelle cose che apparentemente  sfiorano un'esistenza, ma possono assurgere, nella scrittura, nella parola scritta, a mattoni, putrelle, chiavi di volta di un edificio tutto da costruire. 
La semplice realtà, quella intravista da un balcone, può essere propulsiva, per l'autore, di un universo altro rispetto al reale. Basta saperla "dire". "Nominare". Col giusto rispetto.
Le parole sono un terreno di guerra. Questa, in fondo, è la tesi dello scrittore. E se ce ne si impossessa, si può forgiare il mondo.
Bisogna dunque essere vigilanti sulle parole. Bisogna fare i poliziotti. Essere tanti Catoni in potenza. 
Un esempio, che traggo proprio da Lettere a nessuno.
Moresco si chiede, ad un certo punto, perché Flaubert e Melville vengano definiti "scrittori", Vivaldi e Mozart, "musicisti", Chardin e Van Gogh, "pittori", mentre tutte le starlette, le pornodive, i presentatori televisivi, i cantanti in playback o i ballerini della domenica vengano imperiosamente definiti "artisti". 
Sul terreno dell'arte, sostiene, la battaglia è già stata vinta dalla società massmediatica che, avendo conquistato il monopolio e il conio delle parole, attribuisce solo a sè la qualifica di "artista" facendo perdere a questa parola il suo senso proprio e cancellandone la memoria. 

Nelle ultime pagine del libro c'è una delle tante "lettere a nessuno", lettere che Moresco scrive a personaggi diversi, a non personaggi, a se stesso. 
Quella di cui parlo è speciale e particolarmente attuale.
È la lettera che Moresco scrive a Benedetto XVI, pregandolo, supplicandolo, di sciogliere la Chiesa, nel tentativo estremo di innescare una reazione a catena che possa portare a una sua salvifica resurrezione. Solo attraverso la morte della chiesa, scrive Moresco a Ratzinger, si riuscirà nuovamente a liberare  tutta la spiazzante potenza resurettiva del cristianesimo.

Ho terminato di leggere Lettere a nessuno. 
Come al solito quando finisco un libro che amo, soffro. 



venerdì 27 febbraio 2009

Berlusconi non è cattivo...

Ormai è chiaro. Non credo possano esserci dubbi. È demenza senile. 
Interrompere il presidente della repubblica francese che sta spiegando ai giornalisti in che termini si svolgerà il riconoscimento reciproco dei diplomi emessi dai due paesi per sussurrargli: "La tua donna sono io che te l'ho data" con ammiccamento furbo corredato da sorrisetto siamo maschi e ci capiamo, svela finalmente l'arcano. 
B. non è cattivo. È semplicemente demente. Il balordo del pianerottolo di sotto. Uno zuzzerellone che si è bevuto il cervello a colazione. Un mattacchione. Di quelli a cui bisogna dire sempre di sì. Come si fa con gli ubriachi.
Chissà quali visioni psichedeliche gli attraversavano il cervello quando ha raccontato dell'amore per il mare che nutrivano i desparecidos argentini o quando ha spiegato - solito sorrisetto ammiccante - che tanto belle siamo noi italiane che per forza i maschi ci violentano. Chissà... Palme, barriere coralline, acqua di cristallo e bocche rosse che gli mandano baci.
Capita a molti vecchietti. Che ringiovaniscono guardando di sottecchi i polpacci della badante ucraina, o blaterano e blaterano persi nei loro neurocircuiti grippati.
E c'è ben poco da fare.
Tanto amore. Tanta dolcezza. Una buona dose di sopportazione. 

Se non è demenza senile, invece, potrebbe essere quello che il grande storico Paul Veyne suggeriva nel 1982, nel corso di un seminario  tenuto al Collège de France.
Paul Veyne,  quel seminario, lo aveva dedicato all'imperatore Costantino e, in senso lato, alla psicologia del dittatore.
Secondo Paul Veyne quasi tutti i dittatori hanno due convinzioni fortissime. 
In primo luogo di essere le creature più importanti dai tempi di Adamo ed Eva. Di essere predestinati per divina volontà a fare il bene dell'umanità. Di essere gli iniziatori e attori di un movimento che rivoluzionerà la locomotiva della storia.
In secondo luogo di poter eccellere in tutto, e non solo nella sfera politica. Di potersi esprimere, al massimo dell'eccellenza, anche in campi che con la politica non hanno nulla a che fare. 
In breve, dei megalomani.

Hitler era arciconvinto di essere un grande pittore incompreso e un architetto di genio. 
Nicolae Ceausescu, che si autodefiniva il "genio dei Carpazi" era certo di essere un magistrale scrittore di teatro e, nei teatri di Bucarest, imponeva al popolo le sue pièces. 
Mussolini, che si considerava eccelso romanziere, aveva pubblicato numerosi polpettoni tra cui spicca  il ben noto e  lubrico "L'amante del Cardinale". 
Nerone componeva poemi accompagnandosi con la lira di fronte a Roma divorata dal fuoco.

Il dittatore, questo sosteneva Veyne al seminario, si sente animale poliedrico e non può esimersi dall'esprimersi  in tutti i campi della vita, certo di eccellere in ciascuno.

E Berlusconi?
Lui è ancora più poliedrico.
Nello sport, eccelle. In occasione dei campionati mondiali di calcio interviene puntualmente per suggerire formazioni o spiegare quali schemi adottare.
Nella musica  lascia il segno. Basta pensare  ai suoi duetti memorabili con l'immortale Apicella.
Ma, il campo in cui davvero è Maestro riconosciuto, è il cabaret.
Berlusconi è incontestabilmente un comico irresistibile. Uno, che al suo confronto, Totò è un dilettante.
Compulsivo nella battuta, divino nell'arte oratoria della barzelletta, icona del gestaccio all'italiana.
Un comico che però, visto il duro lavoro che svolge, ha sempre meno tempo per esibirsi. 
Fa niente, deve aver pensato, il nostro da quel grande generoso che è... Perché privare il mondo  dei miei lazzi e dei miei frizzi? 
E allora eccolo il caro vecchietto, il dolce Scaramacai, occupare con sapienza e geometrica potenza tutte le platee, dentro e fuori frontiera, tutte, anche le più austere, trasformandole allegramente  in circhi minimi, teatrini di vaudeville, palcoscenici da fiera di paese.
Con generosità. Per farci del bene.
Grazie Silvio.


giovedì 26 febbraio 2009

Buon anno e tashi delek...


Niente festeggiamenti in questi giorni per il Capodanno tibetano. Lo hanno gridato la settimana scorsa alcuni monaci a Lhassa e la polizia dopo averli pestati se li è portati via e li ha fatti sparire.
 
Visto come stanno le cose, c'è comunque ben poco da far festa.
E quindi niente abiti tradizionali, niente danze, niente sculture di burro di yak. E le strade della vecchia Lhassa non accoglieranno il 2136 con profumo di incenso. 

A Lhassa c'ero arrivata quattro anni fa. Da Kathmandu. Lo stesso percorso che 85 anni prima aveva effettuato Alexandra David Neel assieme al figlio adottivo Yongden.  Un viaggio lunghissimo.E faticoso. Una settimana intera su un traballante autobus cinese in compagnia di tre soldatesse e un soldato di Tsahal. Lentamente, lungo sterrati a strapiombo, su un altopiano a 5000 metri. Su e giù. Talvolta a passo d'uomo per cedere il passo alle mandrie di yak. 
Ricordo le innumerevoli soste per far raffreddare il motore . 
Ricordo un picnic alle sorgenti del Bramaphutra. 
E le infinite discussioni con i soldati di Tsahal su Israele e la Palestina, attorno a tavoli di biliardo en plein air dove bellissimi tibetani disoccupati trascorrevano oziosamente le loro giornate. Di loro ricordo i lunghi capelli neri avvolti attorno al capo e intrecciati con fili rossi e pietre turchesi. 
Ricordo i camionisti cinesi che a Shigatse si esibivano tranquillamente con le puttane tibetane in sordidi locali dove il karaoke non si esaurisce mai prima dell'alba. 
Il peso della dominazione cinese in Tibet me lo avevano rivelato proprio le puttane e i bordelli con tanto di insegna e di prezzi sfacciatamente indicati sul frontone della porta delle case di piacere. Esibiti, pubblicizzati, subito dopo il ponte che a Kodari segna la frontiera col Tibet. Una cosa assolutamente improponibile nel resto della Cina, dove la prostituzione resta, invece, tassativamente vietata.
Ma cosa c'è di meglio per umiliare un popolo, mi ero detta quella volta, se non il fatto di trasformare le sue donne in prostitute? 

Di Gyantze ricordo l'albergo. Lunghi corridoi moquettati, sputacchiere ad ogni angolo, bagni sontuosi, spazzolini da denti offerti dalla direzione e niente canalizzazioni. Al momento della costruzione, l'acqua non era stata prevista, spiegano al banco. 
La notte scendo a pisciare nel parcheggio dei camion. Mi accuccio dietro una ruota più alta di me e guardo le stelle.
Di Tingri ricordo il ragazzo senza braccia e senza gambe che scivolava lungo le bancarelle del mercato adagiato su uno skate board e quella che ho pensato fosse sua sorella che lo trascinava con una cordicella.
Di Nyalam la grande camera destinata ai funzionari del partito nella quale, sotto gli occhi del gotha del comunismo internazionale appeso alle pareti,   Gili, Adi e Noah, prima che ci addormentassimo, avevano intonato la nenia che i soldati di Tsahal cantano negli accampamenti del Negev.
Non era stato un viaggio facile. Era stato un viaggio faticosissimo. Duro. Pieno di imprevisti. Ma denso di emozioni.
All'arrivo, stanchissima dopo 12 ore di buche e guadi, neanche la vista del Potala, più maestoso del palazzo di Ceausescu, mi aveva dato la voglia di uscirmene a zonzo dall'albergo.
L'avevo fatto solo a notte fonda. Per capire da dove venisse quel rumore ripetitivo di legno che sbatteva. Quell'infinito e insopportabile tak tak che mi impediva di dormire. Ed ero scesa per strada. Nella vecchia Lhassa, poco lontano dal mercato degli uiguri.
In quel momento a farlo, quel rumore, era una vecchia. Che avanzava con l'andatura rituale dei pellegrini. Tre passi e giù lunga distesa a scivolare sulle tavolette di legno legate alle ginocchia e agli avambracci. E di nuovo in piedi. Le mani giunte davanti alla fronte e poi sul cuore. Ancora tre passi. E giù. 
Seduta sullo scalino di un negozio di tessuti avevo atteso l'alba. A osservare i pellegrini che sempre più numerosi effettuavano lo stesso percorso. Da migliaia di anni, su e giù, con le vesciche annerite sulla fronte che ogni tre passi sbatte contro la terra, i lunghi rosari di corna di yak avvolti attorno al polso sinistro. Quasi tutti a piedi nudi. Vecchi, giovani, donne, bambini. Imperturbabili.
Sempre avanti, verso il Potala vuoto del suo inquilino.
Riusciranno a cancellare tutto questo i cinesi? mi ero chiesta quella notte.
I loro ospedali high tech avranno la meglio su una fede così forte? 
Vinceranno i telefonini o i mandala di sabbia?
E perché mai la fede, l'oscurantismo e la devozione di quel popolo mi commuovevano? 
Ancora non so darmi una risposta.
So solo che non ci sarà Capodanno a Lhassa in questi giorni. 
Ma qualcuno mi ha detto che i pellegrini, per il momento, continuano ad avanzare verso il Potala facendo tak tak. 
Buon anno, allora. 
Buon anno a quelli che camminano sbattendo la fronte per terra. 
Buon anno ai ragazzi che giocano a biliardo. 
Buon anno ai monaci che ridono. 
Buon anno a high holyness il Dalai Lama, sofferente a Dharmasala. 
Buon anno a tutti i tibetani. A quelli delle montagne dello Sichuan. Ai rifugiati di Bodnath. Ai monaci di Kathmandu che passano la notte in prigione ogni volta che gli trovano in tasca una foto del loro leader. 
Buon anno a tutti voi. 
Buon anno di cuore e tashi delek.



 .  


Impeccabile

Mi è sembrata, impeccabile, appunto....

LETTERA APERTA ALL'ONOREVOLE FRANCHESCHINI

mercoledì 25 febbraio 2009

Il dilemma di Kierkegaard e il pessimismo di Schopenauer


Camminare. Sempre dritti verso la meta.
La sorgente di un fiume, la cima di una montagna, un villaggio dove vendono le Marlboro, un telefono, un rifugio.
È camminando che ho sconfitto il dilemma di Kierkegaard e il pessimismo di Schopenhauer.
Non camminando a caso, come potrebbe suggerire un eroe romantico.
Camminando il più possibile sempre dritto, lungo un sentiero già tracciato, verso una meta.
L'ho scoperto tanti anni fa. Una scoperta straordinaria.
La prima volta era stata nel paese dei Catari. Un percorso breve. Di appena una settimana. Da Queribus a Montsegur. Lo stesso percorso che gli eretici avevano intrapreso secoli fa. 
La mattina, la prima mattina che avevo inziato il sentiero, già mi sentivo bene.
Non l'avevo capito il perché, quel giorno. E ci sono voluti anni per capirlo. Anni e milioni di passi. Uno dietro l'altro. E cime da valicare. E fiumi da attraversare. 
Camminare da un punto all'altro, da A a B, annulla la scelta. 
Che è una delle ragioni, secondo Kierkegaard, dell'infelicità dell'uomo. 
E la scelta obbligata di una meta, vitale perché legata alle esigenze più materiali del corpo umano - mangiare, bere, dormire - sconfigge il pessimismo di Schopenhauer, convinto dell'intrinseca disperazione dell'uomo condannato a non raggiungere mai una meta, perché vera metà non c'è.
E così, ogni volta che mi capita di sentire il verme dell'angoscia insinuarsi in me, prendo una carta, traccio il più possibile una linea dritta, riempio lo zaino e me ne vado.


martedì 24 febbraio 2009

Bisogna amarsi molto per suicidarsi, aveva detto Albert Camus.

"La vita è una sigaretta, brace, cenere e fuoco. Alcuni fumano nervosamente, altri assaporano gli aromi...", scriveva il poeta spagnolo Manuel Machado e cantava David Bowie in Rock and Roll Suicide. 

Ci penso leggendo il giornale stamattina.
A Roma, ieri sera, un uomo si è sparato un colpo di pistola alla tempia in Piazza Venezia davanti all'Altare della Patria.
Il luogo e il modo con cui una persona si toglie la vita non può non interrogarci. Specialmente se la persona in questione sceglie di compiere quest'atto in un luogo pubblico e particolarmente connotato.

L'uomo che si è tolto la vita ieri a Roma è uscito di casa. Forse ha preso la metropolitana. Forse un autobus o un taxi. Forse a Piazza Venezia c'è arrivato a piedi. Forse era stanco. 
Di sicuro è uscito di casa con la pistola in tasca. Aveva già deciso di uccidersi in quel luogo?Aveva preparato la cosa da tempo? Cercava un posto speciale? Si credeva dentro a un film? Personaggio di un romanzo che nessuno scriverà? Oppure si è trascinato in giro per la città, indeciso sul da farsi? Andava in cerca di un luogo "adatto"? Se ne sarebbe parlato se lo avesse fatto a casa sua, in bagno o in cantina? Aveva paura che non se ne parlasse? Voleva dire qualcosa a qualcuno? Voleva dirci qualcosa?
Cosa voleva dirci? 
E se anche lo volessimo liquidare come un balordo esibizionista, che cosa ha voluto esibire? Cosa ci ha esibito? Chi erano i destinatari del suo gesto? Noi? I suoi fantasmi? 
Bisogna amarsi molto per suicidarsi, aveva detto Albert Camus.


"I rasoi fanno male, i fiumi sono umidi, l'acido lascia tracce, le pillole danno i crampi, le pistole sono illegali, i cappi cedono, il gas ha una puzza orrenda, tanto vale vivere. " Dorothy Parker




lunedì 23 febbraio 2009

Mantelli e mantellati

Oggi è il giorno dei mantellati. 
Il primo è una donna. Mantellata nera da capo a piedi. Elegantissima, fluttua verso il supermercato. Del suo corpo intravedo la mano che porta all'orecchio un cellulare, il naso, la bocca e il mento. Il velo nero che le copre i capelli e il corpo scende basso sulla fronte a coprirle gli occhi. Vezzosa, sorride al telefonino, mentre ferma al semaforo attende il verde.
Il secondo è un uomo. Mantellato di bianco. Al solito posto. Il semaforo vicino all'ospedale civile. Col consueto pezzo di cartone in cui invita gli automobilisti a dargli qualche moneta. Si chiama Henry. Età indefinita, capelli rossi seduti sul cranio come un cespuglio, lentiggini, sguardo perso, i grossi piedi nudi con cui fa a fatica un passetto dietro e l'altro. Su e giù lungo la file delle automobili, avvolto nella sua coperta che un tempo deve essere stata bianca.
Il terzo è un avvocato. Esce dalla Corte d'Assise con la toga
neranegligentemente posata sulle spalle, un codazzo di fotografi al seguito. Non so chi sia e non ho nessuna idea del processo che si sta svolgendo all'interno del palazzo di giustizia. Il vento gli scuote i lembi della toga. Poco ci manca che un cameramen ci inciampi sopra. 
La quarta è ancora una donna. Avvolta in un informe sacco/mantello marrone. Mani guantate. Volto coperto. Scarpe da taglialegna. Da una fessura si intravvedono gli occhi, smisurati dietro ad un paio di spesse lenti da vista. Il marito barbuto in djellabah la aspetta alla cassa del supermercato low cost. È lui che paga mentre la donna a capo chino infila scatolette di pelati in grandi sacchetti di plastica.
Ripenso ad alcuni appunti che avevo scritto di ritorno da un viaggio in Siria e che riporto qui:

Il logo di questo viaggio è una donna in nero. Una donna in nero che scorgo dietro di me, a Damasco, mentre sto per attraversare l'arteria trafficatissima che mi porta dalla città nuova alla città vecchia. 
Di lei percepisco solo una forma. Nera, un velo nero lungo fino ai piedi, ampio sulle maniche, che le copre i capelli, la bocca e il naso. La fessura da cui si potrebbero intravvedere gli occhi è coperta da un paio di occhiali da sole a specchio. Velo e occhiali trasformano la donna in una cosa. 
Percepisco che lei mi sta guardando. Anch'io la guardo. Con la coda dell'occhio, la guardo. Ma di lei non vedo nulla. Lei mi vede, io no. 
Mi sento nuda. 
La Siria è un paese in cui quello che conta veramente è sempre situato dalle spalle in su. Dalle spalle in giù, si assomigliano tutti. Sacchi informi coprono forme. I colori predominanti sono il grigio, il marrone, il beige, il nero. Raro il bianco. Il rosso è confinato alle kefiah, che uomini di tutte le età indossano sul capo, in fogge diverse, fissate da un cerchio di cordone nero. Un cerchio morbido portato come la corona di spine del Cristo. 
Dalle spalle in su si coniugano i segni delle appartenenze. Il velo femminile, per esempio, si esprime in forme molteplici. Corrispondono ai gradi di fede? A questa o a quella corrente scismatica dell'Islam? Mi mancano i codici per capire. Mi limito allora a registrarne le fogge. 
Si passa dai veli neri che coprono totalmente il volto e il corpo, senza permettere spiragli di sorta (le mani fuoriescono dai veli, guantate di nero), a quelli che lasciano una fessura per gli occhi, ai foulard legati stretti sotto il collo. Questi ultimi, a volte, sono sovrapposti in maniera civettuola. Uno, due, tre foulard di tinte degradanti, nero, beige, bianco sistemati a correggere le rotondità di un viso, l'ampiezza della fronte. Alcune ragazze portano veli di tessuto elastico, lavorati a maglia, all'uncinetto, che scivolano su una spalla a formare una treccia di lana. Poche le donne svelate. Qualche turista. E le cristiane. Alcune cristiane, mi dicono, portano anche loro il velo. Le altre, quelle che invece esibiscono capigliature striate dai colpi di sole, abbondanti capigliature arricchite da cotonature anni '60, eccedono pesantemente nel maquillage. Assomigliano alle ragazze dei quartieri popolari di Marsiglia. Non sono belle. Bocche rossissime, occhi bistrati, ciglia finte e chili di monili sberluccicanti. Mi chiedo se, da parte loro, sia una forma di reazione, o se conciarsi in quel modo soddisfi canoni di bellezza mediorientali che prediligono l'eccesso. 
Perdo la donna in nero e occhiali fumé in un mare di donne in nero che passeggiano sotto le arcate del souk di Damasco. 

domenica 22 febbraio 2009

Brutta aria tira in Italia...

Brutta aria tira in Italia. 
La legge che istituzionalizza le ronde, le milizie, segna uno dei punti più bassi dell'operato dello stato. L'esistenza legale delle milizie non è altro che l'imprimatur alla privatizzazione della violenza. E alla sua legalizzazione.
All'inizio degli anni '30 la Germania hitleriana fu teatro di atti di estrema violenza razzista nei confronti degli ebrei. Ma, quando nel 1935 vennero varate le prime leggi di Norimberga, il razzismo da pratica fu assunto a norma giuridica. Ci si spostò dal piano spontaneo al piano programmato. L'Olocausto nasce con le leggi di Norimberga. 
Che delle ronde esistessero anche prima di questa legge è fatto deplorevole e condannabile. Ma che tali ronde vengano istituzionalizzate rappresenta un innegabile salto di qualità verso la perdità di stato, e verso il venir meno ad una delle sue prerogativz primigenie, ovvero quella del monopolio della violenza.
E poi diciamocelo. Chi mai potrà aver voglia di partecipare a queste ronde? Come si costituiranno le milizie? Quale cittadino dotato di un minimo di sale in zucca vorrà uscire la sera assieme a dei balordi per dare la caccia ad ipotetici vandali e criminali?
Le milizie saranno per forza costituite da giustizieri della notte imbevuti di telefilm di serie B, da cani di paglia in cerca di riscatto, da rambi usciti dalle palestre delle periferie, da pensionati delle forze armate con la nostalgia della fondina. Chi saranno gli hez'bollah di casa nostra? I Mai Mai del nostro quartiere?
Come ci si potrà difendere? 
Le strade diventeranno estremamente pericolose.
I più ricchi assumeranno bodyguard a contratto.
I più poveri se ne staranno chiusi in casa. 
Pian piano, senza colpo ferire, il paese assomiglierà sempre di più a una repubblica bananiera del centramerica.
Pian piano il fascismo sfonderà la porta di casa nostra. 



Il leopardo delle nevi


È più bello preparare un viaggio o viaggiare? L'altra sera ho pensato che forse, quello che mi prende di più, è prepararlo un viaggio. Che significa leggere qualche guida, leggere qualche romanzo che si svolge nei luoghi che mi passeranno sotto i piedi, navigare in rete per scovare le dritte lasciate da altri viaggiatori, ma soprattutto percorrere la carta.
L'abbiamo percorsa in lungo e in largo la carta del Dolpo, l'altra sera, io e Jean, per gli amici Jeannot. 
Jeannot è il classico marsigliese puro sangue col piede marino. Bon vivant, grande estimatore della buona tavola, sempre pronto alla battuta nella lingua di Marsiglia. Che io capisco pochissimo per cui ogni volta devo farmi spiegare. 
Io e Jeannot siamo forse gli unici occidentali che puntualmente, la mattina, mentre prendiamo il caffé apriamo il computer e per prima cosa scorriamo il Kathmandu Post. Ovvero il giornale online in lingua inglese che racconta quanto succede in Nepal. Il Nepal, la sua gente, le sue montagne, sono le cose che ci legano. 
Lui del Nepal è un veterano. Le grandi camminate le ha fatte tutte: Makalù, Mustang, Manaslu, Annapurna, Everest, Dhaulagiri, Langtang, Helambu. Gli manca il Dolpo. Forse la regione più remota di tutto il paese. 
Del Dolpo ne parliamo da un paio d'anni. Non siamo d'accordo sul periodo in cui tentare di attraversare la regione. Io propendo per luglio/agosto onde evitare la neve alle alte altitudini, lui per settembre/ottobre onde evitare il monsone alle basse altitudini.  Io sostengo che solo in estate potremmo accodarci a una caravana di yak, perché è solo in quel periodo la transumanza. Lui sostiene che in estate è quasi impossibile che l'aeroplanino che dovrebbe portarci a Juphal possa decollare e che dunque rischiamo di trascorrere settimane in attesa che le nuvole si dissolvano per qualche ora onde permettere il volo.  
Juphal è unicamente raggiungibile in volo. E se gli aeroplanini a 6 posti non riescono a decollare ci sono sempre gli ex elicotteri dell'esercito sovietico che mantengono i collegamenti tra questa zona e il resto del paese. Ma l'elicottero costa una fortuna, ed è quindi improponibile.
Senza trovare alcun compromesso quanto alla data possibile del viaggio trascorriamo l'intera serata a fare l'altalena tra la carta e il "Il leopardo delle nevi", lo splendido libro in cui Peter Mathiessen racconta l'attraversamento del Dolpo alla ricerca del mitico leopardo e delle pecore azzurre del Bharal.
Jeannot nel Dolpo ci vuole andare per vedere la Montagna di Cristallo. Io le acque blù del lago di Phoksumdo.
Tutti e due vogliamo ripercorrere esattamente le stesse tappe che ha percorso Mathiessen.
Studiamo a fondo la carta, cercando di indovinare dove l'americano aveva stabilito gli accampamenti, dove si trovano i valichi, dove poter acquistare delle vettovaglie, da dove sia più facile scendere o salire.
Mathiesson, il leopardo delle nevi non lo vedrà mai. Ne vedrà le tracce. Scoprirà che una notte ha persino lasciato un'orma nel suo scarpone, abbandonato in prossimità della tenda. Ma il leopardo non lo vedrà mai.
Eppure, in quel viaggio, ai confini del mondo abitato dagli uomini, nella terra degli spiriti, scoprirà che quello che conta nella vita non è tanto il raggiungimento dell'oggetto della ricerca stessa. Quanto la ricerca. L'atto di cercare. In sè.

Come c'è scritto in un canto di Kabir:

O servo, dov'è che mi cerchi?
Guarda! Ti sono accanto.
Non sono nel tempio, né nella moschea,
né sono nei riti e nelle cerimonie
né nello yoga né nella rinuncia.
Se davvero tu cerchi, mi vedrai immediatamente.
Mi incontrerai nell'arco di un istante.


sabato 21 febbraio 2009

Il tempo compresso ruba la bellezza?



Questa storia è successa tre anni fa.
Io però non ne avevo sentito parlare.
È accaduta a Washington, DC. Più specificatamente nei corridoi di una delle stazioni della metropolitana di Washington. La stazione, non so perché, ha un nome francese. L'Enfant Station. La stazione del bambino. Forse la scelta di quella stazione non è stata un caso.

Alle 7 e mezza della mattina un ragazzo vestito un poco trash entra nella metropolitana, si guarda intorno, sceglie un angolo non lontano dall'ingresso, posa a terra l'astuccio di un violino, si toglie il cappotto, estrae il violino e inizia a suonare. Come fanno tutti i musicisti di strada lascia l'astuccio aperto davanti ai piedi. Storia di invitare chi passa a lasciare qualche moneta. Casomai apprezzasse la sua musica.
Il ragazzo accorda velocemente il violino e poi inizia a suonare la Ciaccona, un brano tratto della partita in re minore di J. S. Bach. La Ciaccona è ritenuta uno dei pezzi per violino più articolati e difficili da eseguire.
Centinaia e centinaia di pendolari indaffarati sfilano di fronte al ragazzo senza degnarlo di uno sguardo. Rare sono le persone che si soffermano più di un paio di secondi. Un bambino tenta di arrestare sua madre, ma la donna sbuffa e lo strattona perché il piccolo la segua.
Il giovane musicista suona imperterrito per 45 minuti. Al termine del concerto nell'astuccio di violino vi sono 32 $, in pratica una pizza,un caffé e la mancia. Nessuno applaude.
Una sola persona tra le migliaia che gli sfilano davanti lo riconosce.
Il ragazzo altri non è che Joshua Bell. In assoluto uno dei più grandi violinisti viventi.
È di passaggio a Washington. Due sere prima si è esibito in un concerto sold out, dove i biglietti costavano minimo 100 $ l'uno. Il violino su cui esegue le sue sonate è uno Stradivarius del 1713 del valore di parecchi milioni di dollari.
La performance di Bell era stata organizzata dal Washington Post allo scopo di verificare la capacità degli esseri umani di percepire la bellezza in un ambiente non consono, non adatto, all'esposizione della bellezza.
Genere, se trovassimo la Gioconda nel deposito di un robivecchi saremmo disposti a pagarla 5000 euro? 

Questo articolo lo scrivo pensando a mio figlio, musicista di strada.
Che oggi suona da qualche parte, nelle profondità del metrò di Parigi.




venerdì 20 febbraio 2009

Che cosa significa laicità


Possibile che il professor Coppoli, l'estirpatore di crocifissi, sia punito, per questo suo gesto, a un mese di sospensione dall'insegnamento, senza salario? Quando, come sottolinea Repubblica, in passato, un docente condannato per violenza sessuale nei confronti degli alunni si era beccato 10 giorni di sospensione, e la stessa pena di Coppoli era stata comminata ad una preside condannata per "peculato, truffa, abuso d'ufficio e falsità ideologica"?
Qual è la norma giuridica che impone il mantenimento del crocifisso in classe, pena l'esclusione dall'insegnamento di colui che si appella a un principio di laicità? E laicità non implica che ogni diverso credo abbia uguaglianza di diritto? Che nessuna particolare religione possa godere di una posizione egemone?
La laicità è il principio per cui lo stato si fonda sul popolo, il laos. Per i greci il "laos" non è altro che la comunità degli uomini. Una comunità di uomini, un popolo, che però non è inteso come gruppo unito da una religione, da uno stesso ceppo etnico, o da una lingua comune. Bensì come gruppo di individui che si unisce, decide di unirsi, per darsi le proprie regole, creando quella che è la città di tutti gli individui, liberi e dotati di uguali diritti. 
Il laos, preesiste al demos. La parola laos ha dato vita al concetto di laicità, principio giuridico che attribuisce l'autorità all'insieme del popolo, e che vieta che certi individui possano essere sottomessi ad altri in base alla loro differenza. La parola demos ha dato vita alla parola democrazia, una forma di organizzazione politica che significa sovranità del popolo.
Può esistere una democrazia non laica? La risposta è no, poiché in una demcrazia non laica il popolo intero cesserebbe di essere quel riferimento primo da cui discende l'esistenza stessa di società.
Quando Barak Obama giura sulla Bibbia, che significato avrà il suo giuramento per milioni di americani che non riconoscono nessun valore al cristianesimo? La Bibbia resta un valore particolare, nel senso che solo una parte della popolazione ne riconosce il fondamento. Giurare invece su dei principi quali l'uguaglianza e la libertà permette invece l'universalità e non esclude nessuno.
Il laos non ammette divisioni. Cosa che il demos può fare in quanto in virtù del meccanismo della maggioranza può privilegiare un credo che non è appannaggio di tutti. Per questo il demos discende dal laos. Trova le proprie radici nel laos. È successivo al laos.
Se il gioco democratico si svolge all'interno delle sacrosante regole primigenie della laicità, che garantiscono all'origine il legame indissolubile tra libertà di coscienza e neutralità confessionale del potere costituito non ci sarà pericolo di soprusi, esclusioni e sottomissioni. 
Non esiste Repubblica, senza laicità.

Quanto al professor Coppoli, vorrei che i laici, quelli veri, si unissero in un gesto simbolico: il professor Coppoli, sospeso dall'insegnamento e senza salario, dovrà far fronte, per aver difeso un'idea giusta, a pesanti difficoltà economiche. Non so proprio come organizzare la cosa, ma vorrei che coloro che si riconoscono nella laicità e nei suoi principi, aiutassero in qualche modo il professor Coppoli a tirare avanti la carretta... 


giovedì 19 febbraio 2009

In God we trust...

Oggi pomeriggio manifestazione a Marsiglia in difesa dell'università e della ricerca.  
Tanta gente. I soliti 10000 secondo gli organizzatori e 1000 secondo la polizia. 
Sole, cielo blù e il mistral che ti fa agognare di svoltare  un angolo. 
Il vento, però, andava bene per far sventolare le bandiere. Rosse, gialle, verdi, bianche. Striscioni artigianali. Pentole. Bidoni di benzina. Djembé. 
Il corteo scende la scalinata bianca della stazione Saint Charles, percorre qualche centinaio di metri e poi svolta a destra infilando la Canébière. 
Manifestare a Marsiglia è bello. Ma il momento migliore è quando si infila la Canébière, la strada dei lavoratori della canapa, la strada dei cordai, che  scende dritta dritta al porto. E al mare, che è blù come in Sardegna anche in pieno centro città.  
Sullo sfondo, al di sopra di teste, cartelli e striscioni, spuntano gli alberi maestri delle barche a vela. 
Vecchi ricercatori, giovani ricercatori, aspiranti ricercatori, studenti, si mescolano ai comoriani e ai maghrebbini che al tramonto si fermano a pregare sui marciapiedi della Canébière rivolti verso la Mecca. Professori ordinari e straordinari, eleganti, con le toppe sui gomiti, o in camice da laboratorio, scendono affiancati a donnone senegalesi in bourbour che spingono carrozzelle doppie sulle quali siedono quattro o cinque bambini.  Dai negozietti ebraici  esce l'odore delle keftah, che si confonde con quello del couscous, o delle paelle preparate in grandissime pentole su baracchini mobili.
È bella Marsiglia, quando c'è il sole e il vento. 
Dal corteo parte prima sommesso, poi forte un Bandiera Rossa. In italiano. E tutti, pian piano tutti, seguono in coro. Ne conoscono le parole. Sempre in italiano. E sempre in italiano la folla passa a Bella Ciao, che viene bene perché a tratti si possono battere le mani.
Marsiglia è una città femmina. Una città madre. Una città chioccia. La sola città in Francia che due anni fa  non ha visto rivolte nelle banlieues. Una città, che nel grande centro, non ha confini precisi tra quartieri ricchi e quartieri poveri, quartieri bianchi, quartieri neri, quartieri arabi. Una vecchia città del futuro. Che si è sviluppata per sovrapposizioni. 
Nel rientrare verso la stazione degli autobus, nel brutto quartiere commerciale dei negozi in franchising, un punto vendita di cellulari high tech. Subito sotto al nome della catena, che si chiama Hustler, campeggia lo slogan della casa : "In God we trust!" 
Mi consolo. E decido che se Dio viene usato per vendere telefonini, non mi scandalizzerò più quando passerò di fronte alla foto del Che, che campeggia sul manifesto del Cuba Libre, noto locale marsigliese di lap-dance. Giuro. Prometto. 



mercoledì 18 febbraio 2009

E allora? Dov'è il male?

Mi chiedo cosa sia la rete. Che genere di relazioni crei. Che genere di aspettative produca. 
Tenere un blog è un esercizio strano. Per certi versi incongruo. In qualche modo ha a che fare con i messaggi nella bottiglia. Che si lanciano nel mare e magari non arrivano mai da nessuna parte. 
Un blog lo si scrive per sè o per gli altri? Sfogo o compiacimento? Catalizzatore di slanci? Promemoria? Feed back?
C'è tutto questo? C'è altro?
In rete si creano contatti. Si creano amicizie. Si incrociano anime. Si scontrano pensieri. Ci si rafforza. Ci si rassicura.
Quest'ultima cosa è quella che mi piace di meno.
Navigando per blog scopro un'immensa quantità d'amore. Un'inesauribile iniezione di fiducia. E persino quando i post sono urla di dolore, sono dichiarazioni di sfiducia, di rabbia, da essi nascono e si tessono legami che risultano rassicuranti: sono arrabbiato/a, ma lo sei anche tu e...ecco, ora che te l'ho detto, ci sentiamo meglio tutti e due.
Penso al corto, Oedipus Wreck, che Woody Allen aveva diretto e recitato in prima persona alla fine degli anni '80 e che faceva parte del trittico New York Stories. In Oedipus Wreck, Woody recita la parte di un avvocato, Sheldon, la cui personalità è schiacciata dalla presenza della propria madre ebrea che ad un certo momento sparisce dalla sua vita grazie ad una magia. E proprio quando Woody/Sheldon si sente finalmente libero di fare tutto quello che la madre ha criticato ecco che la madre appare di nuovo, enorme come l'omino Michelin, nel cielo di New York.
Mi è venuto in mente il film di Allen perché a volte vedo questa rassicurazione collettiva e virtuale, questo amore universale che emerge dai post e dai commenti, come un enorme compressa di Prozac che fluttua nell'aria. 
Dov'era quest'amore prima dell'era di Internet, prima dei blog, prima dei contatti virtuali?
Sicuramente una grande dose d'amore indistinto e collettivo la ricordo nei grandi meeting legati ai grandi concerti, a Umbria jazz, al festival del teatro di Sant'Arcangelo...alle manifestazioni giovanili degli anni '70, quelle più legate all'ala creativa del movimento che alle P38 dell'Autonomia...per quanto anche in quelle ci fosse amore.
Poi sono arrivati gli orribili anni 80 e 90, che per me sono stati anni disamore e di chiusura nel privato.
Oggi dai blog si riversano torrenti d'amore. Cascate di rassicurazioni. Spalleggiamenti. Sostegni. Ci si rassicura. Ci si spalleggia. Ci si sostiene. 
E allora? Dov'è il male? 
Paradossalmente, secondo me, nell'assenza di conflitto. Di antitesi dialettica. Come se più che la riflessione, il bisogno fosse quello dell'inflessione. Del ri/trovarsi. Del con/solidarsi.
In questo sono una vecchia hegeliana e anelo a tesi, antitesi, sintesi.
Per aver la sintesi, il tanto osannato salto di qualità, ci vuole l'antitesi. 
Che secondo me in rete è soffocata da una valanga d'amore, così ampia e soffice, che la povera antitesi stenta a tirare fuori la testa.

martedì 17 febbraio 2009

Ciao Stefano


Stefano è morto. Così diceva il mail che mi è arrivato l'altro giorno. "Brutta notizia. Stefano è morto".
Stefano. Non lo vedevo da 19 anni. Lui si era rifugiato alle Canarie e ci viveva dall'inizio degli anni '80. Di cosa vivesse non l'avevo capito nemmeno quando ero andata a trovarlo, di ritorno da un soggiorno a Gomera. Era dunque il 1989.
Stefano, quand'eravamo ragazzi, mi aveva comunicato la passione per le carte geografiche. 
Era un tipo strano, una delle persone più divertenti e creative che ho mai conosciuto. Un cinico, cinico fino all'osso, e un malinconico, come è spesso il caso delle persone che fanno ridere la platea. 
Con lui avevo attraversavo mezza Europa socialista alla ricerca di vecchie carte geografiche, vecchie mappe nautiche, planimetrie di città. A Praga, a Stare Mêsto, c'era uno dei suoi migliori fornitori. Un vecchio ebreo che aveva un negozietto di cianfrusaglie a pochi passi dalla casa di Kafka. Quando mi ci accompagnò,  l'uomo alla vista di Stefano era andato nel retrobottega e aveva estratto da un cassetto da tipografo una ventina di incisioni che rappresentavano planimetrie a volo d'uccello di città fiamminghe immaginate dall'alto, un poco come quella che Jacopo Barbaro, nel 1500, aveva fatto di Venezia. Ricordo Stefano mentre le guardava, mentre le soppesava. Ad un certo punto ricordo pure che le aveva annusate.
A Tenerife, l'ultima volta che l'avevo visto, seduti alla terrazza di quello che sosteneva essere il suo bar, mi aveva raccontato la sua ultima avventura. 
Era partito, così mi aveva detto, assieme a due amici balzani come lui, per fare il giro del mondo in barca a vela, con una barca sponsorizzata da un'associazione che si chiamava "Friulani nel mondo". Credo che anche la barca si chiamasse così. Sosteneva che nessuno di loro tre era uno skipper affidabile e che l'Adriatico, da Trieste fino in Puglia l'avevano sceso lungo le coste  seguendo la carta automobilistica del Touring Club. Non so come, non so grazie a che carte, ma i tre disgraziati la barca l'avevano portata  fino alle isole Tonga. Là si erano arenati. Stefano sosteneva  che la barca aveva avuto delle avarie così importanti che i tre erano stati costretti ad affidarla al re, Tupou qualcosa, il quale nel frattempo, sempre a stare a Stefano, era diventato loro amico. 
Ogni volta che vado al Correr ad ammirare le mappe nautiche di Venezia, lo sento a fianco a me, che mi spiega. Che mi dice.."Guarda un poco, sti veneziani, cosa avevano messo al posto di Pantelleria! E guarda Gibilterra, spostata di almeno cento chilometri..." Poi si lanciava in ipotesi geopolitiche a partire da ogni assenza. 
Quello che amava di più era la creatività con cui i cartografi riempivano gli spazi vuoti, le terre ancora da esplorare. I vulcani, i fiumi, le città con i mostri alle porte che i geografi del passato ci mettevano. Si lamentava del fatto che lui carte così non se le poteva permettere. E vagheggiava di tesori cartografici nei depositi di antiquari che conosceva lui a Cracovia, a Lviv, a Vilnius...
Lo saluto qui, perché non l'ho salutato davvero.
Ogni volta che studierò la curva di un sentiero, l'ansa di un fiume, ogni volta che cercherò una strisciolina bianca che segna un valico possibile tra due montagne,ogni volta che avrò in mano una carta continuerò a pensare a lui.
Ciao Stefano.




lunedì 16 febbraio 2009

I valori di Marianna...

Molte sono "le cose" che non amo della Francia, paese in cui vivo e lavoro oramai da vent'anni. 
Ma vi sono alcune "cose" della Francia di cui oggi, invece, non potrei fare a meno e che mi piacerebbe esportare nel paese in cui sono nata.
Tra queste, la prima è il senso dello Stato, il senso della Repubblica. 
Quando sono arrivata in questo paese io non avevo affatto il senso dello Stato, della Repubblica.
Come avrei potuto averlo, quando i dirigenti dello Repubblica di cui ero cittadina, tramavano coi servizi segreti di stati esteri per creare eserciti paralleli, destabilizzare, seminare il terrore tra la popolazione?
È solo in Francia che ho scoperto cos'è lo Stato, la Repubblica, nel senso di res publica
È in Francia che ho scoperto l'orgoglio di essere "cittadini" di una Repubblica.
Mi viene in mente questa cosa leggendo la lettera in cui un professore universitario francese, Christophe Mileschi, invita pubblicamente il Ministro della Pubblica Istruzione, Xavier Darcos, a dimettersi.
L'antefatto: il Ministro Darcos, durante un'emissione radiofonica, dichiarava che se gli insegnanti e i ricercatori avessero continuato a scioperare contro la riforma dell'Università (finalizzata, come in Italia, a privatizzare quel che resta ancora del servizio pubblico), lui ne avrebbe reclutati altri personalmente, stabilendo, sempre a titolo personale, se i nuovi reclutati avessero i requisiti necessari, e, sempre a titolo personale, decidendo lui personalmente dei risultati dei concorsi di recrutamento.
Il tono e il senso della lettera con cui il professor Mileschi chiede al Ministro di dimettersi è un ottimo esempio di cosa si deve intendere per Repubblica.
Ne traduco qui di seguito uno stralcio:

...Signor Ministro, le frasi che lei ha pronunciato sono quelle di un imprenditore. Hanno a che fare con una logica che funziona nel settore privato.
Ma lei, signor Ministro, non è un imprenditore e la scuola non è una società per azioni di cui lei sarebbe l'amministratore delegato. Lei signor Ministro, è al servizio di un datore di lavoro che non coincide con la sua persona, per quanto notevole possa essere; chi l'ha recrutata e che le dà lavoro è la Pubblica Istruzione, è la scuola della Repubblica, la scuola di tutti i Cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti gli elettori, di tutti i genitori di alunni, di tutti gli abitanti di questo paese. 
E lei è al servizio dei cittadini di questo paese. Lei è al servizio della Francia. 
Signor Ministro, le frasi che lei ha pronunciato la squalificano e la disonorano. Implicano la confisca della res publica, della cosa pubblica, da parte di un individuo. Implicano che lei si considera come l'unico depositario della legittimità, in un campo che appartiene alla volontà popolare.
...Lei, Signor Ministro, è legittimamente tale solo in quanto espressione della volontà popolare. E la volontà popolare non le ha dato mandato di disitruggere nel nome della Repubblica un sistema fondato sui valori della Repubblica. 
Noi la accusiamo, Signor Ministro, di indegnità repubblicana. Con le sue dichiarazioni lei ha dimostrato di essere inadatto ad assumere le sue responsabilità repubblicane e il mandato che le è stato conferito dal popolo francese. 
...In quanto cittadini, elettori, contribuenti, genitori, abitanti di questo paese noi non riconosciamo più la legittimità morale e repubblicana della carica che lei occupa ed esigiamo le sue dimissioni.

Oggi in un articolo pubblicato su Libération un'avvocatessa francese denuncia allibita l'assenza di senso della Repubblica dei nostri parlamentari citando il fatto che quando il Parlamento Europeo, il 5 febbraio, ha votato il sostegno all'Italia sulla questione della mancata estradizione di Cesare Battisti i parlamentari italiani presenti al voto erano solo 6 su 78...
Chissà se magari i 6 deputati presenti, seguendo la moda italica, non si saranno lanciati in una virtuosa esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven e non avranno pianisticamente votato anche per i 72 deputati assenti????

Ho cercato di integrare un video che mostrava i  nostri deputati dediti agli esercizi di pianoforte, ma Youtube indicava che la stringa necessaria per attivare il video era stata disattivata su richiesta degli interessati.
(sempre della serie :" i butta el sasso e i sconde el brasso")

Lo potrete comunque visionare cliccando QUI 


 

domenica 15 febbraio 2009

I due mondi della paura

Lo ripeterà ancora il nostro primo ministro che non è possibile difendere le donne italiane perché sono così belle da scatenare il desiderio dei maschi?
Ma non è di questo che voglio scrivere.
In coda all'articolo di Repubblica che riporta gli ultimi due stupri subiti da due ragazze, uno a Roma, l'altro a Bologna, si accumulano i commenti dei lettori.
Li scorro e ho l'impressione che esista ormai una barriera invalicabile, un muro di Berlino, un abisso tra due mondi contrapposti e inconciliabili.
Il mondo di chi ha paura. E il mondo di chi non ce l'ha.
Quando si ha paura si reagisce in due modi. 
O con l'aggressività, col pelo che si rizza, la carne che secerne sudore e sfugge, i muscoli che si contraggono, il petto che si gonfia. 
O ci si nasconde. E si rimugina una rivincita futura contro il nemico considerato troppo forte.
Chi ha paura propone la castrazione degli stupratori con coltello arrugginito da mettere in mano alla vittima, o quantomeno alla castrazione chimica suggerisce di accoppiare l'ergastolo e buttiamo via la chiave. 
Chi ha paura vorrebbe ripetere il supplizio di Demian sulla pubblica piazza.
I più moderati vorrebbero abolire tutti i gradi del processo. Si condanna una volta sola, si esegue la sentenza, e poi si passa ad altro che non c'è tempo per i distinguo.
Chi ha paura vede il mondo diviso in noi e loro.
Noi padani, italiani, lavoratori, con un tetto sopra la testa e senza grilli per la testa. Noi che paghiamo le tasse, noi che la sera ce ne stiamo a casa, noi che la domenica andiamo in chiesa.
E loro. 
Che se ne stanno nei parchi a stuprare le nostre donne, scansafatiche che vanno a zonzo invece di andare a lavorare, animali senza casa, cani randagi, cani rabbiosi senzadio o figli di un dio minore.
I distinguo non servono a nulla. Non ci sono più valichi tra il mondo di chi ha paura e il mondo di chi non ce l'ha. Semplicemente, da un mondo all'altro, non si passa più.
L'avevo capito già vent'anni fa. 
Quella volta che ero andata ad un comizio della lega. La Lega Nord. Che io conoscevo solo per sentito dire. Perché dall'Italia ero partita che loro non c'erano ancora. O quasi. Da noi  si chiamava Liga Veneta. E si esprimeva grazie a slogan tanto creativi quanto incongrui. Ricordo il "Sono padano per nascita o per scelta cosciente" che aveva scatenato l'ironia di mio padre, il quale, per questo, aveva smesso di comprare le mutande dal suo fornitore ufficiale, un tizio che teneva il banchetto della biancheria al mercato di Treviso e che in quatro e quattr'otto era asceso alla carica di senatore della repubblica.
Non ricordo esattamente l'anno. Il 1988,  il 1989, forse il 1990.
Ricordo il luogo, però. Un capannone situato in un paesino tra Padova e Treviso. 
Zero Branco, si chiamava il paesino. 
Un nome, un programma.
Ero arrivata in anticipo e mi ero seduta in fondo alla sala a osservare la gente che entrava a frotte. 
Tutte brave persone che chiacchieravano nel dialetto un poco cantato del Piave. 
Niente a che fare con il fantasma del Ku Klux Klan che io mi ero immaginata.
Gente semplice. Gente modesta. Gente cortese.
Poi era iniziato il comizio/dibattito. L'oratore, non ricordo il nome, intercalava dialetto veneto e italiano. Il tema era quello di oggi: che ci stanno a fare da noi gli immigrati? Perché non se ne tornano a casa loro? Guardate com'eravamo, e come siamo ora!
Nessuna razionalità nelle parole dell'oratore. Solo tanta, tanta nostalgia.
Per un passato bucolico. 
Un passato in cui "lasciavamo aperte le porte delle nostre case e nessuno che veniva a rubare".
Un passato in cui "le nostre donne se ne andavano per strada senza paura".
Un passato in cui " quando noi si andava a lavorare all'estero, tutti ci volevano bene, perché noi ci si adeguava e si rispettava il paese che ci aveva aperto le porte."
Per concludere con un inno alla "razza padana",  alla "razza veneta", razza bella, forte, coraggiosa.

Lo sapevo che non avrei dovuto farlo. Ma la gente attorno a me era gentile e sorridente. E poi ero giovane e credevo ancora nel potere delle parole.
E così al momento del dibattito, quando l'oratore aveva invitato la sala ad esprimersi, avevo alzato la mano, sotto lo sguardo compiaciuto dell'intendenza;
E avevo ricordato che anche mia zia lasciava aperta la porta di casa, ma forse perché l'unica cosa da rubare all'epoca, a casa sua, era la polenta. 
E che quell'età dell'oro tanto vagheggiata era talmente miserabile che le nostre donne erano costretta ad andare a Roma a fare le serve. 
E che all'estero non ci volevano affatto bene, ma addirittura ci uccidevano, perché spinti dalla fame i nostri veneti facevano i crumiri e nelle saline sostituivano gli scioperanti. 
E che in Svizzera non potevano nemmeno passeggiare nei parchi che erano vietati ai cani e agli italiani. 

Poi, visto che nella sala cresceva il malumore, avevo concluso in fretta dicendo che se veramente ci tenevano alla razza veneta allora avrebbero dovuto sposare le belle croate e montenegrine che venivano a lavorare da noi. Come aveva fatto il vecchio re. Se non altro per alzare un poco la statura che la razza veneta era fatta di gente bruttina e piccolina. 
Bastava che ci guardassimo tra di noi, avevo aggiunto.
Gli unici due veneti alti presenti in sala a un cenno dell'oratore mi trascinarono fuori ingiungendomi di non mettere più piede in quel luogo, mentre le signore cortesi che avevo notato prima mi urlavano addosso intercalando gli insulti a un "orpo qua, orpo là".
Sorridevo nel rientrare a casa. All'epoca, loro, con i loro slogan "Il leon magna il teron!", non mi facevano ancora paura.
Oggi, non è più così.
Oggi, ho paura.








sabato 14 febbraio 2009

Sacco e Vanzetti furono mai giustiziati?

Nel suo (brutto) romanzo "Bright Lights, Big Cities", l'allora giovane Jay McInerney raccontava la storia di un aspirante scrittore che, per mantenersi, in attesa di pubblicare il suo libro, lavorava presso una prestigiosa rivista newyorkese al reparto "Verifica dei fatti". Il protagonista, di cui non ricordo il nome, viveva la sua situazione lavorativa in maniera estremamente frustrante e riteneva il suo compito meno nobile di quello di un lavapiatti. 
Ricordo che nel leggere quel libro pensai che a me, invece, quel lavoro sarebbe piaciuto tantissimo. 
Che io sappia, rari sono i giornali, le riviste o addirittura i libri che si pubblicano in Italia o in Francia, a passare sotto le forche caudine di un "verificatore di fatti". 
Avendo tradotto decine di libri, posso testimoniare quanti strafalcioni siano contenuti nei testi, anche di autori assolutamente rispettabili: citazioni inesatte, date fasulle, cifre a caso. 
La cosa è doppiamente fastidiosa. Non solo perché, così facendo, si travisa la realtà. Ma perché, per certi versi, una volta scritto e stampato, l'errore "vive" e si perpetua in mille modi nelle enciclopedie, nelle memorie dei computer, rimbalza da un sito all'altro, inducendo all'errore onesti ricercatori che a loro volta accumulano altri errori a partire dall'errore di base.
L'errore, paradossalmente, pian piano si impone  come la "verità vera" che sovrasta e annulla la "realtà dei fatti". 
Un poco come la storia della moneta cattiva che scaccia la buona.
A differenza dei paesi anglosassoni, da noi, i giornali, le riviste e la case editrici ritengono che la verifica di quanto viene scritto competa direttamente all'autore. Il quale, o, è persona leggera e non ha tempo di effettuare verifiche incrociate, oppure, a sua volta, può in perfetta buona fede cadere nella trappola.
E quand'anche un lettore se ne accorgesse, (ed esisterà sempre un lettore che noterà prima o poi lo strafalcione) la casa editrice o la rivista o il giornale in questione non potranno mai, per questioni economiche, offrire una seconda ristampa corretta dell'oggetto del crimine.
Lo strumento più devastante in questo genere di incidenti è Wikipedia. Un'idea geniale, pratica, ma talmente esente da controlli, che, a volte, mi chiedo, quanto tempo ci vorrà per distorcere radicalmente e definitivamente la descrizione di un evento o la valutazione di un fatto. Uno zero battuto inavvertitamente in coda alla cifra delle persone decedute in seguito ad una malattia molto rara può trasmettere l'idea che tale malattia sia estremamente diffusa. Delle virgolette mal posizionate attribuiscono ad un soggetto dichiarazioni che invece sono state emesse da un'altra persona. Una data sbagliata, anche di un giorno, rende difficile le ricerche negli archivi dei giornali e può mettere in dubbio l'esistenza stessa dell'evento.
Un esempio, tra i tanti.
Nel lavorare alla ricostruzione della storia dell'anarchico italiano che aveva fatto saltare Wall Street, mi sono accorta che non esisteva concordanza sulla data in cui era stata eseguita la condanna a morte di Sacco e Vanzetti. La data della morte dei due anarchici variava di qualche giorno da un sito all'altro, da un'enciclopedia all'altra. 
Un tale divario, in sè, non ha niente di delittuoso. Non c'è stata di sicuro la volontà di camuffare un fatto evidente e incontestabile. Ma, magari, un semplice errore di battitura. In qualche enciclopedia, in qualche giornale che fa autorità. Un errore di battitura che poi si è riproposto e amplificato. Rendendo dubbia la data dell'esecuzione dei due anarchici italiani. 
Il rischio è che, magari, un domani, quando nessuno più saprà chi è Joan Baez, non trovando in alcun archivio corrispondente alla data errata (ma ormai assodata per, chiamiamola,  duplicazione d'errore), il resoconto dell'esecuzione dei due anarchici,  un ricercatore, in tutta onestà, metterà in dubbio che nel ventesimo secolo tale esecuzione sia davvero avvenuta...







venerdì 13 febbraio 2009

È giusto privatizzare i monumenti?

La mia amica Daniela è capace di farmi amare anche gli asparagi, che io detesto sopra ogni cosa.
Lei ha un dono. Sa trasmettere. È una sorta di trasmettitore di passioni. Un traduttore di senso. Un audioguida alle avventure dello spirito. 
Con la stessa nonchalance potrebbe inculcarmi la passione per i buchi neri e quella per la musica. L'intrinseca poliedricità del curling o quella di Mozart.  Insomma ci sa fare. 
Quando decide una cosa, poi, non la ferma nessuno.
Qualche anno fa mi telefona. Va dritto al sodo con un perentorio: "Chiara, non la possiamo perdere...". Intende la Messa per l'incoronazione del doge Marino Grimani composta nel 1595 dai fratelli Gabrieli ed eseguita nella basilica di San Marco a Venezia una volta sola. Che sarebbe stata rieseguita, mi spiega, dal genio McCreesh. Esattamente come cinque secoli prima. In poche parole mi spiega che si tratta di un evento straordinario e unico. Ripete, più volte il canonico "non la possiamo perdere" e io già capisco che non si tratterà di una cosa semplice.
Semplice non è infatti perché l'imperdibile concerto, in realtà, è un concerto privato.
Concerto privato a San Marco? Scopro con fastidio che anche in Italia è arrivata la moda di privatizzare monumenti, piazze, spazi collettivi. In questo caso a privatizzare la basilica è un gruppo di ricchissimi australiani capitanati da un intraprendente manager inglese.
Sto pensando che si tratta di missione impossibile, quando la mia amica Daniela mi comunica il piano. "Il confessionale", dice. "Noi a San Marco arriviamo presto, ci infiliamo come turiste in chiesa e ci chiudiamo nel confessionale. Quando inizia il concerto ce ne usciamo quatte quatte. Troppo tardi per farci uscire...Che ne pensi?"
Il piano mi sembra altamente improbabile, ma a Daniela non so resistere e dunque prendo il low cost, atterro a Venezia, la recupero alla stazione e via dirette in Basilica.
Dove già si snoda la coda dei ricchi australiani in tenuta da sera nonostante sia ancora pomeriggio.
Il confessionale è chiaramente irrangiungibile poiché l'ingresso alla Basilica è controllato da due mastini napoletani vestiti da buttafuori. Ci mettiamo in fila speranzose di passare inosservate, ma neanche due minuti dopo, il manager inglese, un piccoletto con la pelle rosa e i capelli color paglia, ci raggiunge e con accento oxbridge ci spiega che si tratta di un concerto privato, riservato a pochi eletti. Tentiamo di muoverlo a compassione, spieghiamo, peroriamo la causa, ma il piccoletto è irremovibile. Ci ingiunge di allontanarci ma noi lo vediamo che si agita sempre di più (forse non siamo vestite abbastanza bene). Dopo un poco torna verso di noi, ci squadra, e vorrebbe farlo dall'alto in basso ma data la sua statura non può, ribadisce la sua posizione intransigente e conclude con la frase che non avrebbe dovuto dire: "Se anche vi fossero dei biglietti aperti per un pubblico pagante, sarebbero così cari che voi non avreste comunque i soldi per comprarli...". La frase fatidica che lo perderà.
Lo guardo come si guarda un insetto e a questo punto decido in cuor mio che, in qualche modo, al concerto avremmo assistito. Ne sarebbe andato del nostro onore.
Sto tentando di raccogliere quel poco di materia grigia che mi resta per elaborare un piano alternativo, quando Daniela mi guarda e mi fa : "Il parroco!". 
Il parroco di San Marco, lei intendeva. Era lui, no, il custode della Basilica? Custode, signore e padrone! "Facciamoci invitare dal parroco" sbotta imperturbabile la mia amica. "In fondo San Marco è casa sua, no?"
So dove abita il parroco. Nella calle dietro la chiesa. Ci andiamo, suoniamo, apre una perpetua, che, incredibile, ma ancora ne esistono. Il parroco ci riceve sulla porta. Si sta dirigendo in Basilica ad ascoltare pure lui il concerto. Noi gli spieghiamo. Di Gabrieli. Dell'amore per la musica. Della distanza siderale che abbiamo coperto per giungere a Venezia, e da come la raccontiamo, il nostro viaggio è un'avventura degna di Marco Polo a rovescio. 
Ma non c'è affatto bisogno di insistere che Don Giovanni, così si chiama il parroco, ci dice "Vegné co mi, putee..." e ci invita a seguirlo. 
Ci stringiamo a lui, come ci si stringe a coorte, e sulla porta della Basilica lo sentiamo pronunciare questa frasetta semplice di fronte al manager ormai sull'orlo del collasso. "Ste do qua e xe co mi. E xe do amighe mie...Prego...dopo de voialtre", pronuncia con voce gentile il galante Don Giovanni.
La chiesa si sta riempiendo dei danarosi australiani.
Noi ci sediamo in fondo, sul banco di marmo faccia all'altare.
Il manager si agita, aspetta che Don Giovanni si allontani e si precipita verso di noi. È paonazzo. Temo un attacco. 
"You have no right to stay here! Go away! This is my concert...My concert!" vorrebbe urlare, ma lo dice in tono sommesso, per timore di disturbare il pubblico pagante. 
Daniela lo fissa con un sorrisino. Poi alzando le spalle, come se non ci fosse bisogno di dilungarsi di più, lo fredda con voce tranquilla..."And this is my church, sir....".

La musica comincia...





giovedì 12 febbraio 2009

La "Maison du Fada"


La notizia di oggi è triste. O meglio, agghiacciante. A Aix-en-Provence, una donna di cinquant'anni è stata ritrovata morta a casa sua a un anno e mezzo dal decesso.
Si chiamava Hélène, abitava in un condominio di una quindicina di appartamenti, possedeva un'automobile, una piccola Citroen, che era rimasta parcheggiata davanti all'immobile per tutto quel tempo.
Nella cassetta della posta, con l'andar dei mesi, si erano accumulate le lettere, le ingiunzioni di pagamento, i volantini pubblicitari. Gli abitanti del condominio avevano impilato tutte quelle carte per terra, in bell'ordine. La pila, pian piano, era diventata sempre più alta.
Un condominio di gente gentile. Tutti conoscevano la signora. E tutti la definiscono donna piuttosto riservata. Un condomino, insospettito dall'assenza prolungata della donna, aveva persino infilato dei pezzettini di carta tra il portoncino d'ingresso del suo appartamento e il battente della porta per controllare se magari la donna non entrasse nottetempo nell'appartamento. Storia di dar aria alle stanze o di prendere con sè qualche indumento.
Niente da fare. I pezzettini di carta erano rimasti là, intoccati, per mesi.
Chissà se la donna aveva avuto una famiglia? Non si è mai figli di nessuno, ma probabilmente i genitori della donna erano morti. E lei non doveva aver avuto fratelli o cugini. O magari con loro aveva rotto le relazioni. Di sicuro non doveva aver avuto molti amici. Forse nemmeno il telefono. 
In tanti anni che la donna abitava in quel condominio, dice la gente, mai una cena, mai una visita, mai qualcuno che le suonasse il campanello. Una sorta di eremita urbana, spiegano ora.
Per quello, dicono, nessuno se n'era accorto che lei era là dentro. Morta da 18 mesi.

Questa storia di solitudine urbana è avvenuta, come ho detto, a Aix en Provence. 
A neanche trenta chilometri da quella Città Radiosa che aveva voluto Le Corbusier e che si può ammirare ancora oggi lungo il Boulevard Michelet. 
La Cité Radieuse: 337 appartamenti in un unico immobile. 1600 persone che ci abitano. E al suo interno, un asilo, un albergo, alcuni negozi, un giardino pensile, una splendida terrazza sul tetto, una piscina, una palestra, una biblioteca, un cinema, un teatro,un auditorium, degli spazi da adibire a mostre.
Tanti spazi collettivi, aveva pensato Le Corbusier, per tentare di dare senso al vivere insieme. Per sconfiggere la solitudine urbana in un progetto di vita che voleva anche essere collettivo e solidale.
Oggi, pochi marsigliesi sanno indicare al turista dove si trova la Cité Radieuse. Per trovarla, bisogna chiedere loro dove si trova la "Maison du Fada" (la Casa del "fuori di testa"). Oramai è con questo nome che la gente conosce l'edificio.  
Un "fada", Le Corbusier. Un fuori di testa. Un pazzo, così pazzo da aver avuto un'idea semplice. 
L'idea che a stare insieme ci si aiuta. Si sta meglio. Si è meno soli.





mercoledì 11 febbraio 2009

Vive la France!


Franco Coppoli dev'essere un piccolino. Sul web non sono riuscita a trovare nessuna fotografia che lo ritragga, ma, chissà perché, lo immagino piccolino e determinato. Uno coriaceo, per capirsi. 
Uno che non si lascia fare.
Entra al seggio elettorale (2006), si guarda intorno, vede il crocifisso, prende la sua seggiolina, e zacchete, lo stacca . 
Entra in classe, nel suo istituto professionale, prende la solita seggiolina e via il crocifisso anche da là. 
Luogo pubblico + crocifisso? La cosa a Franco Coppoli non piace. E lui, da vero crociato, stacca!

Quando la racconto ai miei studenti loro si mettono a ridere. 
Quando poi racconto che per questo rischia il licenziamento,  spalancano gli occhi allibiti. 
Qui il licenziamento arriva d'ufficio se uno, il crocifisso, in classe ce lo mette.
Mi chiedono: "Ma allora l'Italia non è un paese laico?"
Lo confesso. Non so cosa rispondere.

martedì 10 febbraio 2009

ULTREÏA...

Era accaduto a Conques. Nel refettorio del monastero di Conques, tappa privilegiata della sezione francese del Cammino di Compostela. Silenziosi, poco prima di iniziare la cena, erano entrati nel grande salone tre monaci incappucciati di bianco.
 Quei monaci, canonici premostratensi, custodi dell'Abbazia di Sainte Foy, il loro lugubre cappuccio lo tenevano calato sulla faccia, quasi a coprire il mento. Impossibile per chiunque catturarne lo sguardo. Al loro ingresso, nella sala, affollata da pellegrini e gitanti di diversa origine e provenienza, era calato inspiegabile il silenzio. Per un paio di minuti, i tre monaci erano rimasti immobili. Poi, all'unisono avevano iniziato a cantare il canto del pellegrino, un canto che risale, a quanto avevo scoperto dopo, al XII secolo. Di quel canto non ricordo esattamente tutte le parole. Ricordo solo che i tre monaci ripetevano con voce sempre più elevata: "Ultreïa, ultreïa."
Ultreïa, sempre avanti. Contro tutto e contro tutti. Sempre avanti. Non fermarsi. Non soffermarsi.
La cosa non mi era piaciuta. Quel canto, dal tono lugubre e nello stesso tempo arrogante, e al quale quasi tutti coloro che erano in sala si erano ipnoticamente accodati, assomigliava a un canto di guerra. Vi era molta violenza, in quell'ultreia. Un'ultreia che aveva il sapore di una sfida. Lanciata, come velato rimprovero, a coloro che invece si fermano, si soffermano, si guardano indietro. Così l'avevo percepita quel giorno.

Ci ripenso oggi. La Chiesa del Papa tedesco è impregnata e impegnata in un'ultreia vitalistico e incoerente. Un ultreia per l'ultreia. Un andare avanti, costi quel che costi, a tutti i costi.
Non si sofferma molto a riflettere, il papa tedesco, di questi tempi. 
Stringe alleanze con i massoni anticlericali. Grazie, scusi, non me n'ero accorto.
Affida il suo messaggio sulla santità della famiglia a zoppicanti pecorelle pluridivorziate. Grazie, scusi, la Chiesa è grande nel suo perdono.
"Scopre" tardivamente per opera del cancelliere di una potenza temporale di aver riabilitato, nel giorno della memoria, il monsignore che nega le camere a gas. Grazie, scusi, non lo sapevo.
Si lancia come un toro accecato in una battaglia per la vita senza rendersi conto di diventare l'alfiere dell'odiato scientismo, che, per definizione, è relativista. Grazie, scusi, guarda un po', non l'avevo capito.
Non si accorge che l'autostrada dell'odiato relativismo passa per il pensiero critico, il quale, a sua volta, è figlio di quel metodo scientifico che la Chiesa stessa ha fatto ingoiare a Galileo. Grazie, scusi, troppo complicato.

Ultreia, sempre avanti. Sempre avanti anche nella contraddizione di diventare paladini di un sondino, crociati di un respiratore artificiale, alfieri di quella tecnica che la chiesa ha sempre contrapposto a Madre natura. 
Il papa tedesco è cieco. Accecato dalla paura di assistere allo sgretolarsi della sua chiesa che perde sempre più consensi anche in quei paesi lontani sui quali aveva fatto affidamento il suo predecessore. E allora, Ultreïa, sempre avanti, muoversi, agitarsi, farsi sentire, esistere. Con i compagni di strada che offre il convento.
Non si sofferma il papa tedesco a riflettere. Lui, che ci era stato venduto come un fine intellettuale! Quando anche l'allievo più somaro non può non vedere che questa difesa a spada tratta della tecnica che permette artificialmente al corpo di sopravvivere non ha niente a che fare con la battaglia per la vita, che secondo la tradizione della Chiesa, è fatto di natura e dono di Dio.
Senza la macchina, senza la scienza, il corpo di Eluana, quel che resta del suo corpo, muore. 
La natura fa il suo corso. Sia fatta la volontà di Dio, dovrebbe gridare il papa tedesco.
E invece, no. 
"Assassino",  fa gridare ai suoi cani rabbiosi. 
"Boia", lancia la soldataglia a scrivere sui muri.

Quel che conta, è Ultreïa. Sempre avanti. Anche sul corpo e sul sangue di una ragazza. 
Calpestandolo.
Grazie, scusi, non ho sentito.