martedì 31 marzo 2009

Il dilemma della realpolitik

Una nuova legge sta per essere votata dal parlamento afghano, mi informa Repubblica questa mattina. Una nuova legge, che autorizza lo stupro dei mariti, obbligando le mogli non consenzienti ad allargare comunque le gambe. Oltre a vietar loro di uscirsene di casa, di andar dal medico, di svolgere un qualsiasi lavoro senza il consenso del marito. E ad affidare alla linea maschile presente in famiglia (padri, nonni, zii) l'educazione e la custodia dei figli.
Pare che Kharzai tenti di ottenere con questa legge una vittoria alle prossime elezioni che rischia di perdere contro il partito islamista radicale. Garantendosi il voto della minoranza scita presente nel paese, nonché il sostegno di quel bel tomo di Mahmoud Ahmadinejad.
Otto anni sono passati dall'invasione del paese, dalla caccia a Ben Laden, dall'inseguimento del Mollah Omar, dalla presa di Kabul e (in misura minore) dell'Afghanistan da parte degli eserciti della coalizione. Otto anni anche dalle dichiarazioni trionfali sul salvataggio delle donne afghane grazie ai valori dell'Occidente. Che da allora in poi sarebbero state "libere".

Quello che sta accadendo, a mio avviso, è un caso scuola di come sia difficile prendere una posizione in un frangente del genere.
Per anni, nel periodo in cui gli studenti islamici si davano allegramente alla lapidazione pubblica delle donne cosiddette "adultere" o "ribelli", dal mondo occidentale si erano levate le grida di dolore delle donne che si chiedevano come fosse possibile che il "mondo" lasciasse andare al loro destino una "minoranza" così folta e corposa come quella della componente femminile senza alzare un dito. 
In fondo, non si era spesso ripetuto che se gli stati europei fossero intervenuti contro la Germania al momento delle Leggi di Norimberga, forse non ci sarebbe stato l'Olocausto? D'accordo, si tratta di un'ucronia che trova il tempo che trova, ma....
In ogni caso, oggi, l'elegante Kharzai, l'amico dell'Occidente Kharzai, propone una legge che non ha niente da invidiare a quelle varate dai giovani barbudos che sfrecciavano a Kabul nei loro gipponi brandendo il Corano.
Che fare? Restare chiudendo un occhio? 
Andarsene, perché non è accettabile difendere un governo che difende tali leggi? Sapendo, in questo caso, che i talebani riprenderanno allegramente le zone non ancora sotto il loro controllo e oltre a leggi del genere riprenderanno le punizioni corporali, le lapidazioni e i roghi di libri?
Che fare?

Un requiem arrabbiato in forma di rap...


Inizia così:

La clinica nido di membra stanche la casa di riposo
sorge su un colle azzurra come lama di forbice
bianca come latte in polvere come
un lenzuolo e silenzio attorno
la Pace
Arcadia dell'ultimo miglio
qui si è raccolta la famiglia prega assiste la ragazza
si prepara
morta da tanti anni si appresta a morire
senza la paura né l'orrore né bisogno
di aggrapparsi a una mano nell'ultimo momento...

E continua questa splendida poesia, un'ode, un canto, che ha avviluppato di parole l'odio che da quel giorno aveva fatto il nido. In me.
Grazie Wu Ming1 che stasera l'hai letta a noi, con voce ringhiante, raggelante, commovente, ansimante. Una musica. Un requiem arrabbiato in forma di rap.

domenica 29 marzo 2009

Il mostro della domenica


Sono già le 5 e mezzo del pomeriggio e mi sembra che la giornata di oggi non sia esistita. Esistono giornate che non esistono?
Che sia l'effetto perdita di un'ora? Ma perdita di cosa? Di quale parte di vita? 
Lo spazio tra la colazione e quasi la cena si è davvero raggrinzito per una misera oretta di meno?
Piove. Una pioggia bergamasca. Di quelle regolari, ne troppo forti, né troppo lente. Cielo grigio. Rumori di macchine che sguinciano e quando accelerano fanno schhhh. Nessuna voce umana nella strada. Difficile, in effetti, gridare al riparo di un ombrello. E non ci sono le "beurettes" in minigonna che vengono fischiate dai ragazzi che la domenica pomeriggio raggiungono il centro città dalle periferie con i capelli che sprizzano gel. E nemmeno le moto da cross che accelerano a vuoto, giusto per far sentire che esistono. E nemmeno i suonatori di strada. E nemmeno le signore che si affrettano a far le spese prima che le saracinesche scendano sulle vetrine. E nemmeno gli studenti che tirano cena nelle terrazze dei caffé. E nemmeno la venditrice di anemoni, all'angolo della piazza. Né i clochard tedeschi coi loro cani, scesi da qualche giorno per sfruttare anzitempo la clemenza del clima provenzale. Non ci sono gli avvocati che passeggiano discutendo casi attorno al tribunale. Non c'è il venditore di ostriche col suo grembiule di gomma. Manco i fedeli vanno in chiesa oggi che in Provenza piove. E i gatti se ne stanno rintanati da qualche parte al riparo dall'acqua.
Da piccola lo chiamavo il mostro della domenica.


sabato 28 marzo 2009

Buona notte...


Quando il gigante Coca Cola si associa ad un'azione simbolica come quella di spegnere le luci, la cosa puzza. Ma non è solo Coca Cola che invita a spegnere le luci. Tutti, proprio tutti, invitano a farlo. In Francia, il governo invita i cittadini ad associarsi e a spegnere la luce per un'ora. Si affretta anche a rassicurare che ciò non provocherà nessun danno a EDF, abituata a gestire picchi positivi o negativi nell'erogazione dell'energia elettrica. 
Piace proprio a tutti questo improvviso buio collettivo. Le imprese, grandi o piccole che siano, promettono di partecipare. Come pure le associazioni di qualsiasi colore politico. E i singoli individui. Che sognano di far l'amore a lume di candela, di ritornare per il vertiginoso spazio di un attimo ad una vita ancestrale e bucolica illuminata dai bagliori delle fiamme che escono dal caminetto, dalla luce fioca di una lampada a petrolio.
I più innocenti, sono proprio i singoli. Noi dunque. Io. 
Che comunque, l'indomani, procederemo esattamente come ieri. Ci sarà chi continuerà nel tentativo responsabile e onesto di ridurre gli sprechi lanciandosi nella produzione autonoma dello yogurth. E chi, dopo aver concionato al buio per un'ora spiegando ai figli il valore della frugalità, salirà sul suo SUV alla ricerca di boschi incontaminati in cui cacciare selvaggina come facevano i nostri antenati.
Le imprese, le stesse che oggi si associano all'azione simbolica, scateneranno i loro lobbysti per evitare di essere sottoposte a costose riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra. Ed EDF, continuerà a spiegare ai cittadini che consumare più elettricità...costa di meno.
Ma ci sentiremo in tanti, tutti un pochino più buoni, tutti un pochino straniti, tutti un pochino insieme. E la dolce rassicurazione di non essere soli e di aver dato una mano a questo povero pianeta cullerà sogni distesi.
Detto questo, mi accingo al clic ed auguro a tutti buona notte.

venerdì 27 marzo 2009

Lezione di storia

Di Andreotti, non hanno mai sentito parlare. La Democrazia Cristiana intuiscono che doveva essere un partito cattolico. Perché la massoneria da noi rappresenti il male, non lo capiscono, visto che conoscono l'eroe dei due mondi e di lui ricordano che era framassone. La mafia, per loro, oscilla tra Don Corleone e Gomorra. Di Aldo Moro sanno che era un tizio assassinato dalle Brigate Rosse. Uno tra i tanti. Niente di più. Non hanno mai sentito parlare di Piazza Fontana, e si chiedono di dove sia originario Kossiga visto che la kappa non fa parte dell'alfabeto italiano.
Sono alcuni dei miei studenti. Primo anno di Scienze Politiche. Ai quali devo fare un'introduzione al film "Il Divo", che verrà trasmesso questo pomeriggio in facoltà. In due ore. Due ore in cui devo condensare la storia d'Italia degli ultimi cinquant'anni.
Mi ci metto. Tentando di parlare il più velocemente possibile.
Come nasce la DC. Le correnti. l'Italia degli anni 50 e 60. Le bombe nelle piazze e nelle stazioni. La strategia della tensione. Mafia e politica. La P2. Pecorelli, Ambrosoli, Sindona, Calvi. La strage di Capaci. Salvo Lima. La morte di Aldo Moro. Sbardella, Ciarrapico. I palazzinari. Tangentopoli. I processi. 
Parlo, sempre più velocemente. Ogni storia ne chiama un'altra. E sono quasi tutte storie sordide e oscure. Storie tramate nell'ombra. Morti innocenti. Morti colpevoli. Vendette trasversali. Condanne. Assoluzioni. Stragi. 
La storia del nostro paese condensata in due ore assomiglia alla grande mattanza. A un film nero girato in una repubblica bananiera del centramerica. Mentre parlo e li guardo che mi guardano con gli occhi sempre più spalancati,  provo disagio. Disagio e vergogna.
Alla fine una biondina seduta in prima fila, leggermente più al corrente degli altri, commenta: "Ah, adesso capisco perchè Lula non vi vuol dare Battisti. Finalmente capisco".
Fine della lezione.

giovedì 26 marzo 2009

La faccia del "serpente"

Della storia di Charles Sobraj, detto "il serpente" avevo sentito parlare per la prima volta nel 1988 in un'isoletta al largo di Lombok. Era stato un libro di un giornalista americano, Richard Neville, a farmela conoscere. The life and crimes of Charles Sobraj, si intitolava il libro. E sicuramente la vita e i crimini di Sobraj non potevano passare inosservati. Quello che mi aveva colpito nel racconto di Neville era stata, da un lato, la capacità manipolatoria dell'uomo. Dall'altro il suo essere un perfetto camaleonte, capace di appropriarsi della personalità nonché delle fattezze fisiche delle sue vittime, per spacciarsi poi per loro. E continuare sotto diverse identità a reiterare i suoi crimini. Che furono tanti e tutti indirizzati contro i giovani che negli anni '70 cercavano nell'Asia il paradiso o una casa accogliente. Sobraj li conquistava con la sua parlantina, li attirava come un ragno nella sua trappola e poi li avvelenava per impossessarsi del loro denaro nonché delle loro identità. Tra i 15 o i 20 omicidi. Avvenuti nelle spiagge di Goa, sulle colline attorno a Kathmandu, nelle isole allora perdute della Thailandia, lungo le coste della Malesia, in prossimità dei ghat di Benares, nei quartieri periferici di Dehli.
Una decina di evasioni da varie prigioni asiatiche, la capacità di subornare giudici e testimoni, l'abilità di servirsi delle diverse procedure penali vigenti nei vari paesi nei quali era catturato per riuscire ad ottenere la libertà.
Inutile ammettere che il personaggio Sobraj aveva colpito la mia immaginazione. Ma soprattutto, quello che mi aveva intrigato, era la sua faccia. Nel libro di Neville di Sobraj era riportata un'unica fotografia. Che ritraeva un tipo qualunque dai capelli corvini. Eppure, ogni volta, Sobraj, che era figlio di una vietnamita e di un indiano, riusciva ad assumere le sembianze delle sue vittime. Che fossero francesi, inglesi, olandesi o australiani. E per mesi girava il mondo con il loro passaporto e i loro documenti attraversando imperturbabile le frontiere di paesi in cui era segnalato e ricercato come pericoloso criminale.
Quando avevo letto la sua biografia, Sobraj era rinchiuso in una prigione di Bombay dove avrebbe dovuto scontare dieci anni prima di essere estradato in Thailandia, paese in cui lo attendeva con ogni probabilità una condanna a morte. Se la sarebbe cavata anche stavolta. Una volta evaso dalla prigione, se ne era andato a Goa, a festeggiare sulla spiaggia per farsi arrestare neanche tre settimane più tardi. Un arresto voluto. Che gli sarebbe costato ancora dieci anni di prigione indiana, ma che gli avrebbe permesso di evitare l'estradizione in Thailandia, la sicura condanna a morte, e nel frattempo far sì che i reati commessi sul suolo thailandese cadessero in prescrizione.
Nei dieci anni successivi non avevo più pensato a Sobraj, se non ogni volta che il libro di Neville mi capitava tra le mani.
Nel 1997, una mattina, aveva letto sul giornale che Sobraj era diventato praticamente il mio vicino di casa. Purgata la pena indiana, infatti, l'uomo, che grazie al matrimonio della madre con un ufficiale marsigliese aveva a suo tempo ottenuto la nazionalità francese, era sbarcato in Francia e aveva deciso di sistemarsi in un villaggo nei dintorni di Marsiglia. Per un paio di mesi avevo tentato di scoprire esattamente dove abitasse. Semplicemente perché ero curiosa di vedere che faccia avesse. La famosa faccia da camaleonte. 
Poi, Sobraj, aveva fatto perdere nuovamente le sue tracce.
Pensavo definitivamente di averne perso le tracce anch'io, finché una mattina, mentre leggevo il quotidiano di lingua inglese, nel giardino della guesthouse in cui di solito alloggio a Kathmandu, notavo un trafiletto nel quale si diceva che qualche giorno prima Sobraj era stato catturato in un casinò della capitale mentre giocava alla roulette in compagnia di Paros, il figlio scapestrato del re Gyanendra. E che, rinchiuso nella prigione della città, attendeva il processo per l'omicidio di una ragazza americana perpetrato in quel paese nel 1975. Per il quale, l'anno dopo, sarà condannato all'ergastolo.
L'anno successivo, nuovamente in Nepal, tento di andare a trovarlo in prigione. 
Una curiosità malsana, la mia, lo ammetto, ma la sua faccia e una sua dichiarazione riportata da Neville nel suo libro giustificavano la mia piccola ossessione.
"Se mi si lascia parlare con una persona - aveva affermato Sobraj - allora so che la posso manipolare".
Mi informo su come si riesce ad effettuare una visita ai prigionieri. Un amico nepalese che dirige un'associazione in difesa dei profughi tibetani, sovente imprigionati, mi mette in contatto con il direttore della prigione. Il quale mi conferma di non avere niente in contrario alla mia presenza in carcere e ad un incontro con Charles Sobraj. Era comunque tenuto a chiedere al prigioniero se acconsentiva ad incontrarmi. Sobraj acconsentiva. Di buon grado. Ma mi chiedeva un obolo di  1000 dollari. Il che non sembrava stupire il direttore della prigione. Il quale mi confidava che Sobraj con i soldi che otteneva grazie alle interviste organizzava delle splendide feste in carcere invitando prigionieri e secondini a beneficiare dei pranzi luculliani che si facaeva mandare.
Ogni anno torno in Nepal e puntualmente tento un incontro con Charles Sobraj. Che si risolve come da copione precedente. 
"Il serpente", oggi, ha 66 anni. E tante cose ancora da chiarire e da raccontare. 
Chissà se un giorno o l'altro riuscirò a studiare la sua faccia. 
Che, a quanto sostiene la saggezza popolare, è lo specchio dell'anima. Chissà.









mercoledì 25 marzo 2009

I ragazzi sui tetti che scottano...

In questa città i ragazzi fanno l'amore sui tetti. 
Camminano, i ragazzi, da un tetto all'altro, in equilibrio su cornicioni, su e giù per le altane e le terrazze, a scavalcare abbaini, spostando inavvertitamente qualche tegola e facendo scappare i gatti.
I più romantici infilano nello zaino una bottiglia e due bicchieri. A calice. Lunghi e sottili, che a volte dimenticano appoggiati sulle corniole da cui si diparte la pendenza di un tetto. 
Scendono ridendo dalle impalcature lasciate incustodite la notte. Di giorno vedono la montagna dipinta da Cezanne e a volte, se sono in alto in alto in alto, vedono pure il mare. 
D'estate ce ne sono di meno perché le tegole rimandano il calore implacabile del sole. Ma in questa stagione, con la primavera che arriva, i tetti sono tutti loro.
Ai miei tempi si camminava meno sui tetti che erano in mano a gatti, piccioni e a qualche colomba scappata dai giardini.
Li guardo, i ragazzi che fanno l'amore sui tetti. E mi piacciono.

martedì 24 marzo 2009

Ci si può perdere in un libro?


Ci si può perdere in un libro? 
Credo di sì. Ci si può perdere in un libro come ci si può perdere se si percorre il sentiero principale di un ipotetico giardino delle meraviglie che ad ogni curva si apre su altri sentieri, che si perdono a loro volta, passando per boschi, fontane, cascate di rose di Banks. Circonvoluzioni, passaggi segreti, pertugi, grotte, colline, siepi di traverso, che riportano inevitabilmente al sentiero principale, che però ha smesso di essere tale, poiché il passeggiatore, stordito da tanta bellezza, non cerca più la meta.
Questo è 2666 di Roberto Bolano.
Non è corretto parlare di un libro prima di averlo terminato. E io, grazie a Dio, non l'ho ancora terminato.
Ma ho voglia di farlo ugualmente, perché 2666 ti porta a pensare che la fine non c'è. O che non è un fine.
Bolano è uno scrittore difficile. A suo modo arrabbiato. E arrabbiata e difficile deve essere stata anche la sua vita. Come doveva piacere a lui, credo.
Bolano è cileno, di Santiago, ma l'adolescenza la passa a Città del Messico, dove il padre, camionista e pugile, ce lo porta a vivere giovanissimo.  Che vuole essere un poeta, di preferenza maudit, lo decide già al liceo, che lascia prematuramente per tornare nel Cile di Pinochet dove viene imprigionato e in seguito liberato per intercessione di un poliziotto con cui aveva condiviso l'infanzia. Torna in Messico ed entra a far parte di un gruppo d'avanguardia, gli infrarealistas, che si distinguono per contestare tutte le conferenze o i reading di poesia dei letterati appartenenti all'establishment letterario. Anni di grida, insulti, lanci di uova.
Nel 1977 lascia il Sudamerica e si trascina in Europa, da un paese all'altro,  svolgendo lavori occasionali, bevendo e drogandosi all'eroina. Verso i quarant'anni cambia vita. Si sposa, fa un figlio, smette le droghe e si mette a scrivere romanzi. Che gli regaleranno popolarità e un discreto benessere fino alla sua morte prematura, nel luglio del 2003. A soli cinquant'anni.

2666 è un'opera corposissima. Quasi un migliaio di pagine che Adelphi propone di due tomi. Che a loro volta sono divisi in cinque parti, come fossero episodi di un feuilleton, che in realtà, non ha trama apparente.
La prima parte, dal titolo, "La parte dei critici", racconta quattro critici letterari specialisti di un misterioso scrittore tedesco dal nome improbabile ed evocatore di Benno von Arcimboldi. I quattro, tre uomini e una donna, sono seguiti, come se lo scrittore fosse il Grande Fratello, nella loro più intima e a volte inutile quotidianità. Si scrivono, si incontrano, si amano, si lasciano, si ritrovano, si separano, si parlano, sparlano per finire poi a Santa Teresa,  una cittadina del nord del Messico alla ricerca del misterioso scrittore. Che non trovano. E la prima parte del romanzo finisce. Così come è cominciata. Dal nulla, nel nulla.
La seconda parte, quella di Amalfitano, narra di un professore di filosofia, Amalfitano, appunto, finito non si sa come proprio a Santa Teresa e del suo graduale perdersi nella follia. La terza parte, che è quella di Fate, ha invece per protagonista un giornalista newyorkese che finisce pure lui a Santa Teresa per seguire un match di boxe.
La quarta e la quinta parte non le ho ancora lette. Non so se vi sarà un legame con le parti precedenti. O se prima o poi ritroverò i quattro critici, il misterioso scrittore, il filosofo pazzo. Ma poco importa. Perché la grandezza di Bolano sta proprio in una sorta di confusione, di digressione continua tra una trama principale, che però si perde di vista, e continue digressioni apparentemente inutili, che aprono ad altre storie, ad altre vite, ad altri ambienti. E così si passa dal professore di filosofia parcheggiato nella squallida cittadina messicana ai ready made di Duchamp, dal giornalista sportivo newyorkese a un leader delle Pantere Nere ridotto a fare conferenze sul miglior modo di cucinare le cotolette di maiale, da un qualunque party universitario ai sogni (raccontati nei dettagli) che fa il Decano della facoltà che ha organizzato la festa e la di lui moglie. 
È un romanzo? Ma cos'è questa cosa che ho per le mani? mi chiedo, avanzando nella lettura. Lo ritroverò quel personaggio? O occupa "inutilmente" venti pagine per sparire poi per sempre? Eppure, pian piano, via via che mi immergo nella lettura, ho l'impressione che Bolano abbia voluto tentare un'operazione oltremodo ardita. 
Non lo so, forse mi sbaglio. Ma secondo me ha voluto scrivere un romanzo che assomiglia a quelle che sono le nostre vite. Le nostre storie. Che, noi tutti, a raccontarle cerchiamo un filo. Un filo conduttore che dia loro un senso. Ma a pensarci bene le nostre vite, le nostre storie, sono fatte di frammenti. Di incontri. Di andate e ritorno. Di cose amate e perse. Di sogni. Di passioni fiammifero. Di persone. Che entrano. Escono. Si incrociano. Spariscono.
Così è 2666
Comprensibile, perché parla di vite e racconta storie. Tante storie. 
Incomprensibile, per certi versi, come il suo titolo. 
A suo modo angosciante, per l'assenza di linee dritte, rassicuranti e consolatorie come i grandi viali o le autostrade. 
2666 è un libro di frammenti, curve ad angolo retto, U-turn, buchi, vuoti, menzogne. 
In poche parole un libro sulla vita.

lunedì 23 marzo 2009

SPECCHI


Oggi non ho tempo. 
Allora ci metto un racconto che ho scritto alcuni anni fa. 
In cui si narra una storia d'amore. 
Una storia vera. Una storia triste.
Come spesso accade quando si parla d'amore.



Prima sigaretta.

Una donna, proprio vicino a lei, subito sotto casa, in pochi mesi aveva buttato all'aria la sua vita. 
Buttato all'aria la sua vita era la frase che si rincorreva da una bocca all'altra del paese. Perché proprio questa frase, non si sa. Le faceva pensare a un grande lenzuolo bianco tenuto stretto ai quattro angoli da mani forti che lo agitavano su e giù. 
Sul lenzuolo, la vita saltava in aria, una, due volte, e poi non ricadeva più giù. 
Si era perduta nell'aria, o l'aria l'aveva inghiottita.
La vita, quella di prima, non c'era più. Forse, fluttuava.

La donna in questione era bella. Aveva quarant'anni ma ne faceva trenta. Era figlia di portoghesi e la sua pelle restava abbronzata anche d'inverno. D'estate camminava spesso a piedi nudi, piedi lunghi e magri, gambe sottili e abbronzate, polsi e caviglie sottili pure loro. Vestiva di cose semplici: un paio di jeans scoloriti tagliati sopra il ginocchio, una maglietta bianca. Rideva forte, parlava forte. La gente pensava che ridesse così forte per mostrare il bianco dei suoi denti.

Così giovane, così semplice, così estranea. Una donna sottile. I suoi scoppi di risa entrano nelle case. Sottolineano silenzi altrui. Stridono con le lacrime di chi è solo. C'è troppa gente sola. Che non ride perché non sa come fare.

La donna aveva un marito e due bambini. Il marito era imprenditore edile specializzato nella costruzione di piscine. Un uomo alto e grosso, con le mani grandi e segnate senza dubbio dal lavoro. La sera rientrava tardi dal cantiere, rosso in viso dal sole o dal vino, adorava mangiar bene e quasi tutti i sabato sera, d'estate, cuoceva sulla griglia del giardino le sardine che lei gli comprava la mattina al mercato. Era un uomo che amava i riti, le ripetizioni. Nessuno metteva in dubbio che fosse un buon padre di famiglia.

E' uno che lavora sodo. Guardagli le mani. Tutte tagli e calli e unghie spezzate. Se beve un bicchiere di troppo, se lo merita, con tutto quello che sgobba. Non alza mai la voce. Si vede che è un buon uomo. Si alza all'alba. Noi lo vediamo quando accende la luce. E' ancora buio che se ne è già partito. Lo fa per i figli. Perché i suoi figli abbiano tutto il meglio dalla vita.

A guardarli da lontano erano quello che si dice una coppia ben assortita. Anche se lui era certamente più vecchio di lei, anche se lei si occupava da sola dell'educazione dei bambini, anche se nessuno li aveva mai sorpresi ad accarezzarsi, formavano una coppia. La gente non li invitava mai separatamente, e i loro nomi non erano mai disgiunti quando ci si occupava di loro.

Le carezze. Ma quali carezze? Non ce n'è bisogno di carezze. Quello che conta sono i fatti.

Negli ultimi anni, non si sa bene perché, coltivavano il sogno o semplicemente il desiderio di ricominciare una nuova vita. Niente di strano in questo. Solo che loro, a differenza di altri, ne parlavano. Parlavano di isole lontane, di bungalow sulla spiaggia, di natura e vita sana. Di camminare a piedi scalzi - lei - e di grigliare del pesce appena pescato sulla spiaggia - lui.

E chi non ha mai sognato queste cose? E chi non ha mai pensato di ricominciare? E non c'è niente di strano a voler ricominciare dal mare. Anche Venere se ne è uscita dalle acque e Mosè pure ne è stato salvato. Una nuova vita comincia sempre nell'acqua. Nell'acqua del ventre della madre. E nel mare c'è acqua per tutti. Per tutti i gusti. Ecco perché è facile sognare il mare quando si pensa a nuova vita. 
Il mare. 
Ricominciare.

La gente non credeva affatto che tutto fosse così semplice come la raccontavano loro. Si mormorava che lui avesse esaurito la costruzione di piscine nella zona e che non riuscisse più a far fronte ai debiti.  Che lei, dietro ai piedi nudi,  ci vedesse una casa coloniale  con patio e servitù. Che forse le cose tra loro non andavano poi così bene. Che lui si fosse preso un'amante. Storia di qualche pomeriggio. Scuri accostati. Luce gialla che filtra. Ventilatore che gira sul soffitto. Niente di più. Ma la voce circolava in paese. E faceva troppo rumore.

Non è mai semplice come sembra. E chi mai ha veramente il coraggio di ricominciare? Scappare!  Altro che ricominciare!  La paura o l'ambizione. Volere sempre di più.  Sempre più di quel che si ha.  Peccato mortale.

Fatto sta che un primo tentativo verso le isole di Capo Verde era fallito sul nascere. Al loro ritorno in paese sembrava che avessero sperimentato più una vacanza prolungata che un cambiamento di vita e le giustificazioni di questo ritorno anticipato erano sembrate così pratiche e terra terra da trasformare - agli occhi di tutti - quello che era stato considerato un gesto romantico d'avventura in un banale trasloco mal organizzato.Le scuole per i bambini erano inadeguate e lei voleva che i suoi figli avessero tutte le carte in regola. Sulle isole più belle non era ancora arrivata l'acqua potabile e il costo della vita non era poi così basso come si diceva. Ottime ragioni, pensava la gente, sollevata dal fatto che fosse in fin dei conti difficile trasformare i sogni in realtà.

Mica è semplice come a dirlo. A dirle, le cose,  ci riesce chiunque. Ma quanto a farle... 
Non c'è serietà. Il mondo non è fatto di parole. Ma di cose. E se fosse veramente così facile, quelli che restano sarebbero proprio degli stupidi. O dei senza sogni. Che a pensarci bene non è poi una cosa malvagia. Meglio che i sogni restino nel cassetto. E che non lo si apra mai. Lo si chiuda e si getti via la chiave.

Avevano ripreso la vita di prima sotto gli occhi di tutti. Lui, smentendo i maligni, aveva aperto un cantiere per una nuova piscina, e lei aveva ricominciato ad occuparsi della casa, dei bambini e della cena. Come prima si eccitavano entrambi all'idea di sperimentare nuove ricette, come prima gli unici fogli di carta stampata che entravano i casa erano i volantini pubblicitari che ogni mercoledì il postino depositava nella cassetta delle lettere. Come prima lei si lamentava perché i suoi figli non amavano leggere.

Meglio così. Prima o poi tutto rientra nell'ordine delle cose. Che è poi l'ordine di tutti. Quello in cui tutti ci si ritrova e guai a modificarlo.

Li avevano chiamati Alexander e Fanny. Come nel film di Bergman, ma al contrario, perché prima era nato Alexander e poi Fanny. E in ogni caso si era trattato di pura coincidenza perché né lui né lei andavano mai al cinema e tantomeno a vedere un film di Bergman. Questo lo dicevano alto e forte a tutti quelli che inevitabilmente facevano il collegamento tra i bambini e il film. Non si capiva se nel negare con veemenza questa associazione loro volessero, di comune accordo, comunicare un modus vivendi, o una scelta di vita del tipo: non abbiamo tempo per quelle cose lì, abbiano altro a cui pensare, stiamo bene così.
Non si capiva.

Ma che cosa si dovrebbe capire?  Che non si abbia tempo per i discorsi? Confusione. Pura confusione. Cacofonia.

Alexander e Fanny, occhi scurissimi come la madre, pelle abbronzata e denti bianchissimi come la madre, erano i bambini più chiamati del paese.
All'epoca in cui lei aveva buttato all'aria la sua vita avevano, rispettivamente, nove e sette anni, giocavano quasi sempre per strada e i loro nomi venivano gridati ogni sera al momento del bagno o della cena. O, forse, quando la donna non sapeva che farsene dei suoi vuoti.

Perché i figli vanno tenuti vicino. Non li si deve mai allontanare. Lontano è pericolo. I figli riempiono i vuoti. Ti danno da pensare.

Avevano trascorso così un paio di stagioni. Le isole di Capo Verde spuntavano ogni tanto nelle loro conversazioni, ma via via che il tempo passava accadeva sempre più di rado.
Poi, di colpo, e questa volta senza nessun annuncio ufficiale, ripartirono di nuovo. Tutti e quattro. Lei e lui, Alexander e Fanny.
E sembrava fatta.

Sembrava. Ma il più delle volte l'apparenza inganna. Anche se non c'è fumo senza fuoco o fumo senza arrosto. Andarsene? Lasciare? Lo sanno tutti che quando si va via si lascia qualcosa. E che è quel qualcosa, proprio lui, che ti fa tornare. Succede quasi sempre così. Se si è saggi.

Partirono così, lasciando tutti a bocca aperta e dopo un poco anche i più scettici cominciarono a crederci. Se ne erano partiti un'altra volta per delle isole, stavolta le Antille, la Martinica o la Guadalupa, non ci si ricordava mai in quali delle due fossero sbarcati, ma se ne erano andati veramente.
Voci si rincorrevano per il paese che li davano per felici e abbronzati, a piedi nudi lei e a far fortuna lui. Si diceva che avessero affittato una casa in riva al mare, che i bambini fossero diventati dei selvaggi felici, e tutto bene, tutto per il meglio.
Sollevava perfino invidia la loro partenza che era sembrata agli occhi di qualcuno più simile ad uno sputare su quanto era stato lasciato che al saltare su nuove occasioni. Era così malsana questa sensazione di far parte delle cose che si lasciano che fu con un sospiro di sollievo che, alcuni mesi dopo, la si vide tornare. Stavolta abbronzatissima, ancora più bella e selvatica di quando era partita. Sempre a piedi nudi, a urlare dietro ai figli o a ridere e a mostrare i suoi denti bianchi. 
Stavolta più bella che mai, ma stavolta da sola.
Stavolta il marito se ne era restato sulle isole. 

Lei, poi, non aveva voluto spiegare chiaramente quel ritorno.
A tratti riparlava della scuola dei figli, altre volte troncava netto dicendo che era meglio così, lei qui a cercar di vendere la casa, lui lì a far fortuna. Altre volte, nelle conversazioni a due, magari dopo un bicchiere - in vino veritas - lei confessava che la casa che avevano trovato era di cemento grigio e non di legno, che tra la casa e il mare, è vero, non c'era nulla, ma il mare era tanto, tanto lontano, che le spiagge belle se ne stavano dall'altra parte dell'isola, e che lì, dove si erano sistemati, non tirava il vento giusto, ma quello sbagliato che spingeva le alghe a morire sulla spiaggia, creava le onde e intorbidiva l'acqua.

Il pubblico tira un profondo sospiro di sollievo. Forte. A pieno petto. Lo si può sentire attraverso le colline, giù per il ponte, fin sulla provinciale. Ci voleva poi così tanto per capire che è qui che si vive meglio? E che a cercare altro ci si rompe il naso?

Per due anni lei visse una vita cheta.

Cheta come l'acqua, come l'olio, liscia come il mare la sera, come l'acqua di un lago. Cheta come all'alba o al tramonto che son le ore della tranquillità. In mezzo ci sta il giorno. In mezzo ci sta la notte.

I più ferrati in  psicologia, quelli che avevano sentito parlare di coazione a ripetere, sostenevano che lei non faceva altro, in fondo, che ripetere quello che aveva visto fare a sua madre.
Figlia di portoghesi, il padre se ne era andato a lavorare in Francia quando lei era ancora una bambina e tutta la famiglia aveva aspettato dieci anni prima di seguirne l'esempio. Sua madre aveva aspettato dieci anni nel paesino dove vivevano, a cento chilometri da Lisbona. Senza soffrirne troppo. 
Lei faceva lo stesso. 
Senza soffrirne troppo.
L'aveva vista da piccola cos'era l'attesa. Era dentro di lei. Era la norma, dicevano i più colti. Gli altri ne ammiravano semplicemente le qualità di madre, di sposa fedele, di brava donna di casa. 

E chi può dire di conoscerla veramente l'attesa? I suoi inganni, i falsi allarmi, le ore che si stirano, le scadenze che sfilano via, i ricordi che si sfilacciano...

Per due anni fu madre devota, pulì a fondo la casa, sicuramente non tradì il marito.
Bella com'era sembrava un peccato mortale che nessuno la facesse uscire la sera, che nessuno la prendesse la notte, che nessun uomo avvolgesse di stretta maschia le sue ossa sottili.
Sembrava appartenere ad un mondo ancestrale quel suo ritiro volontario, l'acqua che lei dava regolarmente ai gerani sul balcone, gli scuri che lei chiudeva la sera quando calava la notte, i bambini che rientravano, la porta di casa chiusa a chiave.
La sua casa, i figli, persino il suo corpo sembrava una fortezza che la sera chiudeva bene le porte.

E' un corpo che è un peccato non prendere. Un corpo che si chiude. Bocca che si nega. Occhi  che non guardano. Umori che non si mescolano. E tutto dietro una porta chiusa.

Di giorno, no. Circolava per il paese a piedi scalzi non appena il sole scaldava le pietre, bermuda e maglietta bianca, abbronzata di natura, a ridere forte come aveva sempre fatto, a gridare quando chiamava i bambini.
Tutto, tutto come prima.

Non può essere vero.

Per due anni fu tutto come prima.

Niente è mai come prima.

Poi non si sa bene che cosa successe. I primi sintomi ognuno in paese diceva di averli individuati per primo. E in questa gara insensata tra la psicologia e l'inquisizione venivano ripetuti i fatti.

Nella dinamica di un fatto un ruolo non trascurabile ce l'ha il messaggero. E ancor di più colui che si vanta di essere profeta.

Si era messa a cercare una donna di servizio a ore che lavasse i pavimenti di cotto rosso della casa. Non ne poteva più di pulire - aveva detto - non ne poteva proprio più. E aveva aggiunto che non era quella la vita.
Poi i gerani alle finestre erano appassiti. Erano gerani rosa e violetti, i più bei gerani del paese; scendevano a grappoli dalle finestre del secondo piano e lei ogni sera, puntuale al tramonto, ne staccava con delicatezza le foglie ingiallite. Poi non lo aveva fatto più. Se ne era dimenticata o era stata un'altra tappa cosciente sulla strada dell'aria, della vita da buttare all'aria, del buttare all'aria la propria vita. Questo non si sa e chi mai può dirlo? Ma i gerani si erano riempiti lentamente di fiori sfioriti, di mozzichi gialli e la terra era diventata grigia e secca.
Restarono lì anche dopo che lei se ne andò. Restarono lì a sbriciolarsi nel vento.
Così come aveva smesso di nutrire i fiori aveva cominciato ad uscire la sera con le amiche. Amiche sguaiate, malmaritate si diceva in paese, o maritate mai. Amiche che in fin dei conti non le assomigliavano per niente, non avevano nulla a che fare con lei, se non il fatto che lei si accompagnava a loro. Un trampolino di fuga quelle donne biondotinte, più vicine ai quaranta che ai trenta, che gridavano invece di parlare, gridavano forte, chiasso e tacchi a spillo, abiti che fasciavano, forme imperfette, bocche rossissime e utilitarie, ricette, bambini e giarrettiere. 
Lei, in mezzo a loro, sembrava una regina bruna.

Una regina imperfetta, si diceva. Chi ne aveva vissuto i tremori, pensava - non diceva - che fosse una regina di cuori.

Poi anche le amiche erano sparite. Ad una ad una le serate si erano assottigliate finchè fu chiaro che ormai lei se ne usciva da sola. Cominciò la sera del venerdì, poi la notte, il sabato ed infine l'intero fine settimana. Nessuno l'aveva mai vista rientrare. Segno chiaro, dicevano quelli che non l'avevano mai fatto, che se ne tornava all'alba come una ladra a spingere la porta di casa ben oliata per non far rumore e non svegliare i figli.

Ladra di cosa? Dei sogni altrui? Di emozioni soffocate? Magro bottino. Attraverso di lei i fantasmi prendono vita. Quello che ruba è la pace dell'assenza.

Che andasse a trovare il suo amore era evidente.
Non tanto per come le brillavano gli occhi e per la morbidezza del sorriso, non tanto perché aveva abbandonato i bermuda sfilacciati o per come scuoteva i capelli che sembravano anche loro avere preso nuovo vigore. Tutto questo non bastava.
A metterne a nudo i sentimenti erano state più la distrazione con cui ascoltava le solite storie di paese, o la determinatezza sventata con cui piazzava i figli nelle mani di ragazzine inesperte poco più grandi di loro. 
Era stata la sua indifferenza, o il pensare forse che la vita era una sola e che in quella sola se ne potevano vivere cento? 
Era stata la sua passione a decidere per lei? 
O erano state la sua segretezza esclusiva e assoluta, il suo dominare le cose del mondo da quella regina che era a spingere qualcuno - più di uno? - a mettere in guardia il marito? 
O fu lei stessa, o semplicemente la sua evasività a suonare stonata per telefono? 
Fu la distanza? 
Fu l'amore?

Gli scenari sono molteplici e tutti plausibili. Una lettera che attraversa l'oceano infarcita di doppi sensi e segnali d'allerta.  Una voce per telefono che si dice amica.
La sua voce.  Stanca.

Lui arrivò un sabato pomeriggio. Era più di un anno che non aveva messo piede in paese. Arrivò in taxi dall'aeroporto, abbronzato e più magro di quando era partito. La gente si chiuse nelle case. La piazza si svuotò velocemente, veloce quanto la notizia del suo arrivo. Chi abitava a piano terra chiuse persino gli scuri delle finestre.
L'uomo si ritrovò ancora più solo. 
Non ci furono scambi di parole. O di cose. O di sguardi. Non ci furono neanche scambi di figli. Ci fu piuttosto uno scambio di persone.
Lui lì, lei chissà.

Non tornò più. Nessuno la vide più. Non tornò a baciare i figli. Non tornò a prendere cose. Non salutò nessuno.
Aveva buttato all'aria la sua vita - dicevano in paesi tutti, senza eccezione. 
All'aria.

Ultima sigaretta.