mercoledì 29 aprile 2009

Il sogno infranto del Che


Il permesso di trasbordo in Argentina è arrivato. Ce lo telefona la Andrea Cortes, impiegata dell'Econorent, aggiungendo che l'ha portato a mano un camionista partito 24 ore prima da Santiago. Nonostante in Cile ci siano più postazioni Internet che uffici postali l'invio di documenti è affidato a robusti camionisti boliviani, argentini o uruguayani, incarnazioni di Mercurio dal piede alato, che promettono di consegnarli a destinazioni.
In altre parole i documenti sono affidati al caso.
Per andare a ritirare il nostro permesso dobbiamo per forza recarci a Calama, capitale della provincia.
In altre parole, a Marghera.
Calama è una città oltremodo nefanda, piantata in mezzo a una vallata che la carta indica come la vallata dell'Indio Muerto. Un nome, un programma.
Le strade a cardo e decumano che quadrigliano perfettamente Calama si chiamano Avenida Sonora, Avenida Rio Grande, Avenida Rio Lobo. Quasi a voler rendere omaggio al grandioso Cormac Mc Carthy e alle sue trame sanguinarie ambientate in luoghi che portano gli stessi nomi.
Città di frontiera, di minatori e di puttane, di alcolizzati e di indiani, Calama non invita alla sosta.
A dieci chilometri ad est c'è Chuquicamata, la più grande miniera del mondo a cielo aperto. Un buco gigantesco profondo un chilometro dentro il quale si muovono migliaia di esseri umani impolverati e centinaia di camion che vanno su e giù per le sue piste circolari le quali assomigliano in tutto e per tutto ai gironi infernali disegnati da Dorè.
A Calama si vantano dicendo che la loro miniera è la seconda costruzione che un satellite identifica sulla terra.
Quale sia la prima non lo sanno.
A Chuquicamata estraggono il rame.
Pare che il Che, nel suo famoso viaggio in motocicletta, fu proprio alla vista di Chuqui, sconvolto dalle condizioni subumane in cui vivevano i minatori, che decise di dedicare la sua vita al riscatto degli oppressi. La miniera è sempre là. E i minatori restano i soliti morti di fame dei tempi del Che.
Calama è nata proprio per ospitare i minatori. Dove se ne stiano gli ingegneri e i dirigenti non l'ho capito. Tutte le case di Calama sono più simili a baracche che a case, salvo uno strabiliante mall all'americana che vende gli stessi orridi articoli che si possono trovare lungo Latorre, il corso principale.
Calama è anche la regina dei pollastri. Dove scorazzino i deliziosi polli ruspanti che si trovano nelle rosticcerie di cui pullula la città resta un mistero. Eppure posso affermare in tutta tranquillità che l'Oscar del pollo arrosto lo vince la Cocineria di Donna Carmen. Una trattoria divisa a metà. Da una parte ristorante, dall'altra barbiere unisex. Il modulo è vincente. Il marito di Donna Carmen taglia il pelo e in seguito il cliente rasato passa a tavola.
Il mondo è bello perchè è diverso.

La Andrea Cortes ci consegna con un gran sorriso l'agognato permesso ma non fa nemmeno in tempo a far rientrare le labbra nella postazione consueta di impiegata serissima che scopro l'errore. Per il redattore del permesso infatti risultiamo di nazionalità francese ma detentori di un passaporto italiano.
Che fare? La Andrea Cortes suggerisce di trovare un altro camionista che porti il documento a Santiago per la correzione e in seguito un altro ancora che lo riporti qui. Una settimanita...ci dice.
Optiamo per il documento errato sperando di capitare su un doganiere analfabeta, o morbido o suscettibile di farsi ammorbidire.
Vorrei strozzare la Andrea Cortes, ma lei per scusarsi ci inonda di caramelle, di bloc notes, di penne biro, di decalcomanie e di sacchetti della spazzatura da automobile. E non smette di abbagliarci col suo sorriso.
Sorrido pure io, a denti stretti, le do un besito e riprendo la via del deserto...
L'Argentina sarà davvero vicina????

Il Bignami del rock


Daniel è olandese di Amsterdam e assomiglia come una goccia d'acqua al Bob Dylan di Blonde on Blonde. Ad eccezione del fatto che ha lunghi dreadlock che gli scendono giù dalle spalle che lui non può esibire visto che il fa il barista. E allora li raccoglie sotto un berrettone di lana tanto rasta tanto sporco che forse sarebbe quasi meglio ricevere i suoi capelli nel caffè piuttosto che qualche pelucchio della lana del capello.
Il baretto che gestisce Daniel è sulla Caracoles, la via principale di San Pedro. Ma il suo non è un baretto tendenza. Piuttosto uno di quei baretti che Pasolini odiava. Quelli con le sedie di plastica e i tavolini di metallo.
Il fatto che sia diventato il mio baretto preferito non va imputato solo alla sua particolare bruttezza, al suo essere fuori moda, ma anche al fatto che Daniel è un fine conoscitore di musica. Dal suo baretto esce indiavolata la voce della vecchia Janis, la chitarra di Jimi Hendrix, le diversioni pirotecniche di Franck Zappa, Jeff Beck, Clapton, qualche slide alla Ry Cooder e persino "Les copains d'abord" di Brassens.
Ieri sera Daniel ha chiuso il baretto al pubblico e si è lanciato nel Bignami della storia del rock.
Ad ascoltare la musica e ad ascoltare lui che disquisiva sui benefici di tutta una serie di droghe "naturali" da testare assolutamente in questo continente eravamo in cinque. Io, Claudio, Alia, una bibliotecaria francese di origine maghrebbina in sabbatico di sei mesi in Sudamerica per curare le solite ferite d'amore, Charles, un ragazzo parigino che si sparava il Cile, Patagonia compresa, in dieci giorni dieci, e Ohad un ragazzo israeliano in viaggio da un anno mezzo in Sudamerica con zaino e stampelle per via di una brutta poliomielite presa da piccolo.
Il rock che sceglieva Daniel con competenza e serietà, raccontando nel contempo vita, droghe, morte e miracoli dei suoi autori, scatenava discussioni plurilingue tra i prescelti all'interno del baretto. E così si passava dal valore della memoria storica al miglior hostal di Mendoza, dalla Valle della Luna alla Shoah, dal peyotl alla visione protoromantica per cui gli artisti o sono maledetti o non sono.

Oggi, invece, è stato di nuovo il deserto.
Che di questo deserto d'alta quota non ne ho mai abbastanza.
Questo deserto scatena l'adrenalina.
Le piste sfiorano le pendici dei vulcani e poi di colpo si interrompono sul bordo di canyon alla Thelma e Louise. Sul fondo dei canyon torrenti d'acqua cristallina invitano al bagno. Ogni tanto in mezzo al nulla si leva un pennacchio di fumo.
E così oggi ci siamo alzati, sempre più in alto, sempre più vicini al vulcano che erutta. Pochino, ma non smette mai di farlo.
Oggi sbuffava di lato. Sulla sinistra. E salendo verso il cratere se ne vedeva il bordo giallissimo e si sentiva ovunque odore di zolfo. Odore di Belzebù.
Pian piano ho capito che i lama hanno il muso nero, si muovono come cammelli e non hanno paura dell'uomo. E che i vicuña sono piccolini, assomigliano a dei cerbiatti e si allontanano spaventati appena uno cerca di avvicinarli.
Lungo le piste miniere abbandonate, casolari, stagni, lagune, crateri, ovili in pietra secca.
E nessuno. Nessuno a 360 gradi. Che quando si leva un poco di polvere all'orizzonte si spera che sia un camion o un pick-up. Storia di non essere soli.Ma quasi sempre sono dei vortici di sabbia e arbusti sollevati, chissà perchè proprio là, dal vento.
Dietro ad una curva si apre un canyon. Sul fondo giace il villaggio di Caspana. Un villaggio indio miserabile in uno scenario da favola. Una coppia di vecchie con la pelle color cuoio, un pastore ubriaco, lama, capre, anatrelle. In alto, su uno sperone roccioso ci sta la chiesa e il cimitero. Nel cimitero le tombe sono cumuli di terra con delle croci di legno su cui sta il scritto il nome del morto. Che si è sbiadito per via del sole e della sabbia e così i morti si chiamano Jos, rancisc, Mag, edrito. Accanto alle tombe delle vecchie pentole, qualche bottiglia di plastica piena d'acqua e alcuni teschi di cavallo.

Stasera rientrando a San Pedro le prime nuvole che incappucciano i vulcani. E subito le prime zanzare. Dalla Bolivia e dall'Argentina arrivano ragazzi in viaggio da mesi e mettono in guardia dalla dengue chi sta partendo per quelle destinazioni. Dicono che i governi minimizzano ma sono tante le persone malate.
Noi si doveva partire domani. Per raggiungere Salta via il Paso de Jama che dicono sia la più bella strada del pianeta. E invece si resta qui ancora un giorno.
L'Argentina è vicina. Ma il permesso di trasbordo fuori frontiera del nostro fido gippone non è ancora arrivato.
Chi vivrà....

lunedì 27 aprile 2009

Il potenziale erotico delle stelle


L'astronomo, in realtà, era un impostore. Ma un impostore piacevole e simpaticone.
Alain, francese di Nancy, finito in questo deserto in seguito ad una delusione d'amore. Quale unico bagaglio una passione smodata per le stelle e i pianeti. L'amore del firmamento trasformato in business. Due ore ogni sera, dalle 8 alle 10, a raccontare il cielo ai turisti di passaggio.
C'è da dire che il cielo qui non è un cielo qualsiasi. Quando cade la notte la volta celeste si accende. E forse è proprio a lei che si ispirano le lampadine pop che fanno da aureola a qualunque cosa in questo paese.
Ieri notte ho capito come scovare Sirio, ho individuato la tanto decantata Croce del Sud, ho memorizzato Canis major e Canis minor che a tutto assomigliano fuorchè a dei cani, e il telescopio mi ha svelato che l'Alfa Centauri imbroglia. Si presenta come la stella più brillante del firmamento e poi quando sali la scaletta che ti permette di appoggiare l'occhio sul visore scopri che a brillare lei non ci sta da sola ma si fa aiutare dalla sua gemella.
Saturno col suo anello sembrava un disegnino incollato sulla lente del telescopio per fami felice.
Alain spiega, si infiamma, punta un laser contro questa o quella stella, risponde alle domande idiote fatte dalle studentesse americane che ancora hanno dei dubbi sul fatto che la terra non sia al centro dell'universo, e alla fine rivela che conoscere le stelle costituisce un'arma infallibile di seduzione per qualsiasi maschio. Quale donna non cederebbe di fronte a un uomo che le svela il contorno di una costellazione astrusa o le regala la luce di una stella che per arrivare fino a noi è partita più o meno il giorno della sua nascita?
Non posso dire di averci pensato tutta la notte alle stelle perchè la notte è stata corta.
Alle 4 della mattina saliamo già la pista che ci porta fino ai geysers del Tatio. I geysers del Tatio, infatti, sono speciali. Funzionano bene solo la mattina all'alba. Quando la temperatura è più bassa. E si stemperano via via che il sole scalda l'aria. Un fenomeno fisico legato alla condensazione del vapore.
Alle sei e mezzo arriviamo in cima, in vista dei geysers.
Un anfiteatro gigantesco chiuso da cinque o sei vulcani uno dei quali ancora attivo che sbuffa leggermente dal cappello.
Davanti a me la bolgia dantesca. La cosa più vicina all'inferno del mio immaginario di bambina. Gli enormi spruzzi di acqua bollente che si levano dalla terra producono nuvole atomiche di vapore sempre più alte e grosse e bianche. Mi avvicino lentamente ai bordi della vallata. Che produce il rumore di un'enorme pentola a pressione. Soffi, gorgoglii, brontolii, cupi sussurri. Tra i fumi si avventura una manciata di turisti mattinieri. Le loro silhouette nere sono bellissime da vedere. Emergono da nuvole di fumo. Qualcuno incautamente scivola e si scotta leggermente. Per fortuna sua non scivola dentro a un calderone ma in un pentolino di quelli da uovo alla coque.
Il freddo è più che freddo a quest'ora e a quasi 5000 metri e in quello che per noi sarebbe autunno inoltrato. Capisco la voglia di farsi avvolgere dal vapore caldo. Ho su di me tutto il materiale tecnico possibile. Calzamaglia di ceramica, doppio pile, giacca a vento di Goretex, berretto di lana e la pashmina nepalese avvolta attorno alcapo e alle spalle come usano fare gli sherpa himalayani. Eppure mi gelo, faccio fatica a muovere le dita e i piedi non li sento quasi più. Forte è la tentazione di mettere le estremità a bagnomaria.
Poi di colpo esce il sole, il vapore si ritrae, e io mi sbuccio come un carciofo.
La vallata passa allo stadio di purgatorio. Per rivelarsi presto paradiso. O quanto di più vicino a quei bei documentari sulla natura prodotti dalla Walt Disney che vedevo da piccola.
Col sole arrivano greggi di lama, o alpaca o vicuña che ancora non riesco a fare la differenza. Enormi struzzi, sì struzzi, pascolano sugli stessi pendii dove brucano i quadrupedi non meglio identificati che ho citato prima. Nei laghetti di acqua dolce dondolano anatrelle nere e marroni, o grandi anatrone bianche col gozzo rosso. Gli animali non ci calcolano e non sono spaventati dalla presenza dell'uomo. Ogni tanto in lento volo circolare planano le aquile.

Come fare a lasciare National Geographic? La chiesetta di San Pedro, la sua piazza, la Carmen che ci prepara la colazione, la Silvia che sogna solo di tornare in Argentina e le lagune blú e i deserti e il bianco del sale che copre la terra e le tante stelle che illuminano la notte?




La festa di Quasimodo...


La chiesina di San Pedro Atacama è davvero preziosa. Così preziosa che non sembra vera, ma piuttosto frutto di una sapiente pubblicità. Eppure è vera e antichissima per queste contrade, visto che già esisteva quando Francesco Aguirre, alla fine del xvi secolo, aveva scatenato il furore di Dio anche in questo deserto.
Bianca, bassa, larga, col soffitto di legno e il pavimento di legno, circondata da un muro altrettanto bianco in una piazzetta quadrata ombreggiata da enormi alberi verdi. Nella stessa piazzetta dove, sul lato opposto, si affaccia il potere temporale col municipio e i carabineros.
Insomma una piazza proprio come si deve.
Ieri sera la chiesina dedicata a San Francesco era aperta per la messa.
All'interno il solito sconvolgente gusto cileno per la pop art. Che oramai mi convinco deve essere innato in questo paese.
E comunque i santi erano fosforescenti, le madonne circondate da lampadine che si accendevano e spegnevano e Padre Pio sembrava uscito dalle mani del nipote di Andy Warhol.
Il prete era davvero simpaticissimo. Un emulo di Papa Luciani.
La predica in sintesi era dedicata al giovane chitarrista che in un angolo accompagnava i momenti topici della cerimonia schitarrando e cantando a squarciagola melodie dedicate a Maria e all'amore universale. Ringraziava Dio, il prete, che quel giovane così simpatico, avesse deciso di fermarsi in paese e di allietare la messa con la sua musica. E aggiungeva a mo' di conclusione che Gesù amava ridere e divertirsi.
Poi invitava i fedeli a ritrovarsi l'indomani mattina sulla stessa piazza per festeggiare Quasimodo.
Il gobbo di Notre Dame? ho pensato perplessa...
Per scoprire l'indomani mattina (puntualmente avevo seguito i consigli del prete ed ero sulla piazza alle 8 della mattina già colazionata) che si trattava della benedizione di decine di cavalli e cavalieri che al piccolo trotto sarebbero partiti in seguito a trovare gli infermi nei villaggi sparsi ai bordi del deserto.
Alle 8 della mattina sulla piazza c'ero solo io. I cileni hanno un concetto del tempo elasticissimo. Cavalli e cavalieri si sono presentati alla spicciolata dopo una mezz'ora e il prete ridanciano alle 9 quando ormai i cavalli avevano trasformato la piazza in un letamaio.
È uscito ridendo il prete dalla sagrestia, ha lanciato una benedizione collettiva con un campanellino e un rametto imbevuto di liquido poi si è tirato su la sottana ed è montato a cavallo assieme agli altri.
Un gran vociferare, grida maschie, zoccoli di cavalli che sbattevano sulla pietra e il gruppo è scomparso lungo la strada in una nuvola di polvere...

Ora devo smettere.
E buio ed è il momento di andare a vedere il cielo e le stelle. In cima ad una montagna nell'osservatorio di un astronomo eccentrico nella speranza che costui non sia un impostore e mi indichi davvero la Croce del Sud...


domenica 26 aprile 2009

Il rumore del silenzio

Che il pianeta fosse così straordinariamente bello, ancora non l'avevo scoperto.
Non sono abbastanza brava per descrivere le lagune blù a quasi 5000 metri, sotto una farandola di vulcani. Tutti a cono gelato rovesciato, con la neve che brilla in cima a far da tappo.
Nel salire la pista che porta alle lagune di colpo, sulla sinistra, esce un'enorme nuvola di fumo, una sorta di fungo atomico, violento, bianco prima, poi ocra, giallo, marrone.
Esce dalla terra, poi in neanche un'ora si esaurisce.
Questa è una terra violenta e cangiante.
Ed è pure straordinariamente silenziosa. Magicamente silenziosa. Tetramente silenziosa.
Oggi, per la prima volta in vita mia ho capito che cos'è il silenzio.
In mezzo al Salar de Atacama, un immenso deserto di sale, l'unico rumore era quello del battere d'ali di enormi flamingo rosa, che si levavano dalla laguna salata per spostarsi di qualche decina di metri e ripiombare giù. A beccottare qualcosa nell'acqua muovendo eleganti i loro colli lunghi e snodati.
Silenzio, assenza di essere umani e bianco accecante a perdita d'occhio.
Dire che ci si sente piccoli, inutili, impotenti è un esercizio di stile.
Sensazione di insicurezza.
Disagio.
Silenzio.
Nel silenzio che via via diventa oppressivo non ho il coraggio di lanciare un grido. Un urlo. Un quack. Come se a farlo dovesse per forza scatenarsi qualcosa. Di immenso. Di imponderabile.
E allora, silenziosamente, tentando di far scricchiolare il meno possibile il sale bianco che abbiamo sotto i piedi, quatti quatti ci allontaniamo. Dalla Luna verso la vecchia mamma Terra.
E verso il paese. Verso quella che penso già come casa. Verso tutto quello che ci fa quello che siamo. Esseri rumorosi nel rumore.
Nel bene e nel male.

sabato 25 aprile 2009

Anime morte


Scopro tardivamente che salire il vulcano che domina il deserto sopra San Pedro de Atacama non si fa.
Troppo caldo di giorno, troppo freddo di notte.
Stanotte il termometro qui a San Pedro, che ai 3000 non ci arriva, è sceso a meno 12. Il conico vulcano che mi guarda, di mila, lui, ne fa sei. Non voglio sapere a quali vertiginose temperature scenderà il termometro là in alto, questa notte.
All'attacco del sentiero ci si arriva nel primo pomeriggio. Siamo a quota 4300 e io sono vestita come un tuareg. Al sole ci saranno 35 gradi e ho l'impressione che la pelle mi si stia essicando come fossi un baccalà.
Il Licancabour sale dritto, come un cono gelato rovesciato. In cima scintilla la neve. Il resto è petraia lavica. Tutta uguale fino in cima. Un poco come il Kilimangiaro che è un bella montagna da sotto ma a farla non c'è soddisfazione.
Con Claudio ci si guarda negli occhi e si scuote la testa.
Non si fa.
Meglio scendere il canyon che abbiamo lasciato neanche mezz'ora fa.
Sul fondo scorre un fiumiciattolo caldo. Cascatelle calde, e otto piscine naturali nelle quali immergersi per un poco. Non troppo perchè al calar del sole il termometro picchia giù vertiginoso e noi siamo solo in ricognizione. Il materiale tecnico è rimasto all' Hostal.
Ma non c'è un'altra montagna da salire, chiedo in giro alle false guide con la faccia da tagliagole?
Loro sostengono che l'altro vulcano, il gemello del primo, si può fare. Ma come? chiedo. Sono alti uguali e stanno l'uno a fianco all'altro? Borbottano qualcosa come microclima, e bla bla bla, e io non ci credo...
Niente da fare. Niente montagna da questa parte della Cordillera.
Si decide allora di fare un tentativo dall'altra parte. In Argentina. Ma bisogna aspettare il permesso di passaggio che arriva mercoledì. Mmmmmm. I tempi sono strettini.
Chi vivrà, vedrà.

Nel frattempo ho indagato.
Le tombe rock and roll che continuano a far capolino ad ogni curva, anche lungo le piste, anche là dove se vai a piedi vai più veloce, sono proprio tombe ad memoriam di accidentati.
Assolutamente incredibile che i tanti Pedro o Silvio mi corazon si siano spiaccicati in strade dritte come fusi, senza spallette, senza alberi, solo sabbia a perdita d'occhio.
Eppure...La ragazza argentina di origine siciliana che fa da portiere di notte alla posada dice che lungo la Panamericana, e lungo le piste di sale pressato che attraversano il deserto è il sonno che uccide la gente. L'assenza di traffico che rilassa, la poche curve, il paesaggio che non è interrotto da nulla, inducono i piloti ad una specie di narcosi cosciente. Di colpo il camion si rovescia. Di colpo l'automobilista tira dritto alle curve.
La Panamericana è allora un lungo cimitero spontaneo a cielo aperto?
E ad accompagnare chi viaggia ci sono solo le anime morte?

venerdì 24 aprile 2009

Pueblos globalizzati....

Neanche due ore che sono qui e ho già capito che San Pedro Atacama, meta di tutti quelli che girano il Cile a nord di Santiago, è il clone di tanti altri posti in cui sono stata nel mondo.
In genere si tratta di posti bellissimi. Di difficile accesso, ma stratosferici sotto il profilo delle bellezze naturali.
In genere si tratta di posticini piccoli, che non contano più di qualche migliaio di autoctoni.
In genere i primi uomini bianchi ad abitarli sono stati i giovani viaggiatori tedeschi negli anni 70.
Che per qualche anno li hanno trasformati in avamposti fricchettoni, dove fumare allegramente in barba alla polizia che non ci pensava proprio di farsi giornate intere di viaggio per mettere il naso là dove non succedeva mai niente.
Luoghi estremamente poco cari, al limite del baratto.
Economie di sussistenza circondate da paradisi.
In genere chi li abitava, questi posti, non se ne era mai accorto di star seduto su una miniera d'oro.
Ma i giovani viaggiatori, prima tedeschi, poi inglesi, francesi, canadesi (gli italiani ci arrivavano sempre dopo) tra uno spino e l'altro, incredibilmente, l'avevano capito. E si organizzavano. Con l'idea di svoltare, e trascorrere una vita serena col minimo sforzo.
E così, in genere, iniziavano ad aprire dei baretti, e se c'era l'elettricità ci mettevano su la musica reggae. Presto venivano raggiunti dagli amici che facevano il passaparola e aprivano a loro volta negozietti di cianfrusaglie, riattavano case locali trasformandole in pensioncine, organizzavano minitour per i nuovi arrivati.
Il danno ormai era fatto.
Il pueblo globalizzato sostituiva quelli che prima erano luoghi.
E così San Pedro Atacama assomiglia in tutto e per tutto a Puerto Escondido, a Ko Chang, a Pokhara, a Louang Prabang, a Formentera di trent'anni fa e potrei continuare per ore.
Giorni che non vedevo turisti al punto che quasi ne sentivo la mancanza e poi di colpo arrivo qui, piccola oasi sperduta in un deserto di sale, ai piedi di un vulcano di 6000 metri, e mi sento assolutamente ovunque. Sono in Cile o in India?
Gli stessi sciabattamenti di Croc che ritrovo a Kathmandu, le stesse agenzie di trekking avventura che pullulano sul lago Inle, gli stessi baretti che fanno succhi biologici, e persino gli stessi bugigattoli con dentro eteree fanciulle nordiche dai lunghi capelli biondi che promettono di leggermi il futuro coi tarocchi, i pendolini, gli anelli di fumo.
"Fermate l'autobus, voglio scendere!", è stato il mio primo impulso alla vista di una sequenza di pantaloni thai portati con sandalo rigorosamente suolato con resti di copertoni di camion...
"Fatemi uscire..." reprimevo in me schivando cileni con facce da tagliagole che tentavano di impormi la gita notturna alla Valle della Luna con ritorno albato, il tutto per la modica cifra di 100 euro.
E poi"No! la musica degli Inti Illimani, no!". Almeno questo pensavo di riuscire a schivarlo, ma cosa esce dai negozietti che vendono amache, borse a tracolla e maglioni di alpaca fatti in Corea, se non "el pueblo unido hamas sera vencido"?

Che fare? Andare altrove?
Il problema è che o qui o niente. O qui o il deserto stile coyote.
Opto per il qui.
Anche perchè attorno a quest'isola friccaiola ci sta un vero paradiso per gli occhi.
D'accordo si tratta sempre di una coniugazione del deserto con aggiunta di geyser, sculture naturali e vulcani ad ogni battito di ciglia. Ma nemmeno Zabriskie Point ha questi colori, questi cieli blù, queste sabbie rosa ocra viola bianco, queste sculture naturali di roccia e sabbia.
Dunque resto.
Che poi da queste parti c'era passato anche il Che, mentre andava su e giù per il continente in motocicletta col suo amico.
Se c'è passato lui, posso starci anch'io. Mi dico. Almeno un pochino.

giovedì 23 aprile 2009

IL PARADISO DI bOSSI

Cercando un kebab alla faccia della lega mi rendo conto, di colpo, che il Cile potrebbe essere il paese sognato da Bossi. O quantomeno Antofagasta, la città da cui scrivo.
In questa cittá che il deserto si mangia a colpi di qualche metro all'anno non c'è traccia di neri, arabi, cinesi, giapponesi, kossovari, rumeni, pakistani.
Qui sono tutti indo/europei.
Il che aggiunge un tocco ulteriore alla bruttezza naturale del luogo.
Come si può vivere ad Antofagasta? Dove vanno i ragazzi al fine settimana? Dove si fanno le scampagnate in una città che è stretta tra il mare e un deserto di nulla in un raggio di almeno 500 chilometri?
Antofagasta, che la Lonely Planet mi spiega essere il porto piú importante del Pacifico, vive come se fosse un'isola. Un'isola circondata da sabbia.
Per quale motivo arabi, rom, o kossovari dovrebbero venirsene qui?
Per finire sottoterra a scavare il salnitro, a cercar argento o altro, come fanno quelli che vivono da queste parti?
Quelli che vivono qui. Portuali, i più fortunati. Minatori, i più disgraziati.
Pare che i minatori, in città, li si veda solo il sabato sera. Arrivano dalle loro baracche nel deserto in prossimità delle miniere per inciuccarsi nei bar dove nemmeno le go go girls sono tailandesi, ma, come mi racconta un motociclista incrociato in una posada, sono robuste donne di qui.
E cioè un miscuglio di sangue italiano tedesco, inglese, indio, spagnolo, o croato. Sì, proprio croato, come indicano i nomi di molte strade di questa città maledetta. Che evocano l'Adriatico. Non il nostro, bensì quello "dei nostri sciavi". I dalmati croati...
Anche loro, ma perchè mai sono finiti qui?
Me lo chiedo mentre prendo un caffè sull'Avenida Lussino, all'angolo della piazzetta Cherso.
Il "people watching" che pratico puntualmente in viaggio denuncia la presenza di un'uniformità "razziale" sconvolgente.
Qui tutti sono bianchi. E si vestono e si muovono come si muovevano i miei zii nonni prozii nel Veneto degli anni "50.
Un paradiso per tutti i Bossi di questa terra.

mercoledì 22 aprile 2009

Deserto e deserto

C é deserto e deserto in questo mondo e ci sono computer che non hanno gli apostrofi. Quello da cui scrivo, per esempio.
Lasciata la valle paradiso del Pisco Elqui dove gli alberi da frutta sono coltivati con la tecnica israeliana del buchino a coppetta che raccoglie anche la minima traccia di umiditá, ecco di nuovo il deserto.
Sempre lui, mi viene voglia di dire. E invece no. Nove ore di traversata mi mostrano le tante facce del deserto.
Che inizia ruvidamente.
Per un centinaio di chilometri sono montagne di roccia color ocra su cui crescono enormi cactus come quelli dei film. Poi, impercettibilmente, i cactus si fanno piú piccoli fino a sparire. Restano cespuglietti stecchiti, che, anche loro si riducono via via che si macinano chilometri. Le montagne diventano collinoni dolci, piú dune che montagne, e di colpo non c é piú nulla. Sabbia a perdita d occhio. La strada dritta che va su e giú seguendo la pendenza del terreno. Nessuna macchina che circola. Rari camion che trasportano cipolle, pesche, avocado, limoni, cemento, tondini di ferro, banane. E qualche pick up con dentro tecnici con casco colorato all americana o giovani ingegneri in maniche di camicia e cravatta.
Ilfumo all orizzonte si rivela essere un trenino che trasporta carbone. Lentissimo attraversa senza fermarsi la Panamericana.
Immobili ad aspettare che passi in una scena da c era una volta il west ci siamo solo noi.
Poi una visione. Un miraggio. Un fenomeno da fata morgana. Dietro al treno spunta un cavaliere con il cappello rigido dei cileni che si vedono nelle pubblicitá. Trattiene il cavallo al piccolo trotto per non superare il treno. Quando si avvicina vedo che ha i capelli bianchi. É un vecchio. Un vecchio a cavallo che scorta un treno. Ci supera e non ci guarda. Fissa concentrato l ultimo vagone del treno e lo segue.
Lungo la strada continua la sarabanda degli altarini. Via via che si sale verso nord, via via che la societá umana si fa ricordo loro sono sempre piú numerosi. E si fanno piú grandi e articolati. A forma di pensilina di autobus, di chiese in miniatura, di baracche da corsa all oro. Lattine di coca cola e di fanta schiacciate a far da pareti a tempietti sbilenchi, o copertoni di camion impilati e dipinti di rosa bianco e blú dai quali spunta un Pomito mi vida, te quiero e una grande grandissima gigantografia di Salvador Allende.
Il deserto a questo punto é piatto e borotalcoso. Niente cespugli. Niente cactus. Solo altarini e carcasse di tutto. Camion, pneumatici, cassette della frutta, bidoni di benzina, lattine, bottiglioni di plastica, taniche. Che il sole del pomeriggio tinge leggermente di rosa, come rosa, rosato, pian piano sta diventando tutto.
É tempo di fermarsi.
Sará sul mare. Ottanta chilometri piú a nord. Un villaggio in cui si nascondevano i pirati inglesi, i migliori, altro che i somali...
In loro onore, in onore degli emuli di Francis Drake, il villaggio da dove scrivo si chiama appunto la Bahia des Angles.

martedì 21 aprile 2009

Il miracolo di Defunta Correo


Il mistero aumenta di chilometro in chilometro.
Perchè sul ciglio della strada ci sono tutte quelle tombe? Tutti quegli altarini?
Se si trattasse del ricordo di chi è morto in un incidente stradale, come suggerisce Claudio, allora la Panamericana non sarebbe una strada ma una roulette russa. E poi mi sembra praticamente impossibile che si possa morire in una strada tutta dritta e quasi totalmente vuota.
E allora?
Le tombe altarino sono creative e coloratissime. Quasi sempre c'è la foto della persona a cui la cosa è dedicata. E poi lettere, giochini di plastica, festoni fatti di lattine di coca cola, fiori di plastica, pelli di serpente, code di gatto, candele, candeline di compleanno, lampadine psichedeliche, santini che santificano santi di seconda categoria.
Meno sfolgoranti, ma altrettanto creative quelle lungo lo sterrato che porta da Ovalle a Vicuña. 90 km di sassi e sabbia. Cactus giganteschi a perdita d'occhio. Non un'anima viva. Ringrazio il cielo di aver seguito i consigli del collega cileno e di aver affittato un veicolo con quattro ruote motrici. Altissimo. E affidabilissimo mi hanno assicurato all'agenzia di locazione. Ma che fare se il motore si blocca? O semplicemente se si buca una ruota? Ne' io ne' Claudio siamo "uomini macchina" e dubito che lui sappia cambiare una ruota. Quanto a me, non saprei nemmeno dove trovare il cric...
Man mano che attorno a noi il deserto si fa sempre più deserto mi sale l'angoscia. Comincio a calcolare mentalmente cosa fare in caso di panne: restare accanto alla macchina? Aspettare la notte e avanzare a piedi? Ma in che direzione? Da dove siamo venuti o dove stiamo andando?
Ad ogni sussulto del veicolo immagino una rottura irreparabile. Per quanto ne so, qualunque rottura sarebbe irreparabile.
Lentamente spariscono anche i cactus. Restano dei cespuglietti stile savana, e montagne sempre più alte e sempre più chiuse. In lontananza, da un pendio scendono dei cavalli. Ma non ci sono cavalieri.
Tre ore passano. Tre ore di curve, sassi, discese, salite, cactus, ovili abbandonati, carcasse di pick up, gomme bucate, e centinaia di rapaci che girano in tondo sopra la nostra testa.
Tre ore di nulla e di angoscia che cresce.
Poi, di colpo, dopo una curva, una visione su sfondo di cactus: un uomo se ne sta inginocchiato vicino ad un cespuglio e ad una specie di baracca.
Mi fermo, sollevando una nuvola di polvere. L'uomo, un ragazzo, non si volta nemmeno, concentrato com'è a pregare di fronte ad un altarino.
Chi è che stai pregando? gli chiedo. Lui mi guarda stupito che anch'io non sia là per lo stesso motivo per cui anche lui è là. "Defunta Correo", mi dice. Il tono è esplicativo e esauriente in sè. Non oso chiedere spiegazioni ulteriori per non offenderlo.
"Ah...", è il mio commento, che lancio con il tono di quella che ha capito tutto...
Dall'altarino Defunta Correo, immortalata da un fotografo che non la ama, mi guarda. È bruttissima. Ha lo sguardo da miope e dei peli che le circondano la bocca. Una santa barbuta e occhialuta che fissa sgraziatamente l'obiettivo.
Il fotografo che aveva scattato quella foto doveva essere un mangiapreti. O un mangiasante.
Eppure la sgraziata Defunta Correa mi ha fatto un regalo. O forse un miracolo...
Non ho più quella brutta paura del vuoto che mi aveva presa. E mi sento meglio.
In lontananza scorgo del verde. Le cime di qualche albero spelacchiato. Segno che Vicuña è vicina. E che quel deserto deserto è finito.
Grazie. Grazie Defunta Correo...

lunedì 20 aprile 2009

mannaggia...

La Panamericana corre dritta verso nord. Stretta tra il Pacifico a ovest, e la Cordillera a est.
Il Cile non è un paese. È un nastro.
La Caleta de Horcon è un minuscolo villaggio di pescatori. Incongruo. Prima di arrivarci ci sono orride località turistiche stile Adriatico. E subito dopo c'è Zapaillon, una splendida baia, che a stare alle eleganti ville seminascoste tra la vegetazione, non può essere abitata che da ricchi. Horcon se lo devono essere dimenticato. Perchè, stranamente, è un villaggio vero. Povero. Ma vero.
Sulla caletta che funge da porticciolo le barche sono in secca. I pescatori hanno da tempo finito la giornata e gabbiani grandi come tacchini disputano ai cormorani le carcasse dei granchi di cui pullula la spiaggia. A Horcon l'odore del mare è fortissimo. Un mare che sembra più salato, più odoroso del nostro Mediterraneo. L'acqua è trasparente come in Sardegna, ma le onde sono alte come in certe spiagge della California.
Una vecchia vende direttamente il pesce appena pescato e, in attesa dei clienti, lavora all'uncinetto. Sono pesci enormi. Di cui non conosco i nomi.
Mannaggia...l'Internet chiude e non posso raccontare il resto...
alla prossima

domenica 19 aprile 2009

Niente di nuovo sul fronte occidentale...

Anche a queste latitudini i politici non cambian mai.
É successo questa mattina, nella Piazza d'Italia di Valparaiso.
C'è una gran folla nella piazza. Giornalisti, cameramen, fotografi. E una cinquantina di ragazzi e ragazze in camice bianco che si agitano attorno al monumento principale.
Dono effettuato dal Duce al Cile nel 1937, il monumento è una classica colonnona in stile dorico con in cima la lupa, Romolo e Remo, e il fascio littorio. A far da guardia al monumento, due leoni di Venezia.
Insomma, se oggi lo facesse Pistoletto potremmo gridare all'opera d'arte postmoderna, ma lì, in quella piazza spelacchiata, dove pure le palme mostrano i segni della decadenza, la lupa e i leoni sono quanto di più kitsch mente umana possa immaginare.
Non importa, deve aver pensato il candidato locale alle prossime elezioni. Il monumento va salvato dai vandali che gli hanno graffitato sopra "Consuelo te amo" o "Jorge, tu es mi vida."
Sembra sicuro e determinato il candidato. E lo comunica fieramente davanti alle telecamere. Vedete - questo è in sintesi il suo discorso - il paese sta andando a rotoli. Le nostre città stanno andando a rotoli. E allora arrivo io. E comincio dal basso. Questi ragazzi in camice bianco sono studenti della scuola di restauro. Studenti volontari che restaureranno questo bel monumento cittadino.
Guardo i ragazzi, e, in effetti, mi rendo conto che in mano hanno straccetti, cancellini, acqua ragia e pennellini. Li guardo meglio e ho come l'impressione che in loro ci sia qualcosa di stonato. Ridacchiano. Si mettono in posa davanti alle telecamere. I camici bianchi sembrano la pubblicità del Dash. Nessuno di loro ha nemmeno una macchietta sulle dita. Sono tutti bei ragazzi e belle ragzze. Coi capelli a posto. Ben pettinati e puliti.
Il candidato sorride a mille denti dvanti alle telecamere e ribadisce lo slogan della sua campagna: " Se vuoi cambiare le cose, rimboccati le maniche e comincia vicino a casa tua".
Deve essersi fatto ispirare da Rudolph Giuliani, perchè il discorso si conclude con qualcosa che suona: "Rendi più belle e pulite le tue città e la gente sarà migliore".
Ancora una ventina di sorrisi, ampi gesti con le mani in direzione del monumento e della "bella gioventù cilena che lo segue" e la trasmissione è finita. In pochi minuti giornalisti, fotografi e cameramen se ne vanno. La piazza si svuota. Il candidato sparisce in una macchina dai vetri fumè e i ragazzi si tologono i camici bianchi e se ne vanno.
Sul monumento continuano a campeggiare le scritte dedicate a Jorge e a Consuelo. I leoni di San Marco sono grigi e schizzati di cacche d'uccello come quando sono arrivata. La piazza resta la brutta piazza che era prima della folla, dei giornalisti e del candidato. Delle giovani comparse, assunte il tempo della diretta televisiva nel ruolo di restauratori, ne rimane una sola.
Una ragazza. Che si trascina dietro il cane al guinzaglio.
Visibilmente non può rientrare a casa se prima Fido non la fa da qualche parte.
Fido è incerto. Esita. Annusa l'aria. Annusa la terra. Poi si dirige sicuro verso la lupa e il fascio littorio.
È quello il suo cesso prediletto e lui soddisfatto ci piscia sopra. In barba alle ricette alla Rudy Giuliani. Alle false promesse dei politici. E al loro sorriso a mille denti.


sabato 18 aprile 2009

Valparaiso

Se a Valparaiso si scatenasse un terremoto come quello dell'Aquila resterebbero in piedi solo le palme. Perchè in questa città fatta di colline e canyon che precipitano nel mare niente è a norma. Gli ascensori, per esempio. Non quelli delle case, che, a parte qualche orrido grattacielo recente ma costruito secondo gli infausti dettami architettonici degli anni settanta, sono in genere baracche o case a un piano. Parlo degli ascensori pubblici che trasportano i passanti dal mare alle colline. Che qui chiamano "ascensores" ma che sono decrepite funicolari in legno le quali arrancano superando pendenze vertiginose fino alla cima delle colline. Le colline qui non sono colline ma "cerros".
Un'idea intelligente quella degli ascensori. Peccato che, come denunciano gli abitanti dei "cerros" su volantini mal appiccicati ai lampioni, dalla loro costruzione, alla fine dell'800, pare che più nessuno ci abbia messo mano. Salgono, scricchiolano, sembra che proprio non ce la facciano a raggiungere la stazione d'arrivo. Sussultano. Respirano come vecchie zie asmatiche. Poi si fermano a mezza via, un poco scentrati rispetto all'uscita.
Chi è dentro si precipita fuori che non si sa mai.
Il fuori è bellissimo. Parlo delle colline, non della città bassa vicino al mare che è imponente e nello stesso tempo pulciosa.
Case, casette, baracche, palazzi, magioni fatiscenti, colorate come le case di Burano, una sopra l'altra, appoggiate su colonne di cemento armato, travi di legno, monticcioli di argilla, spuntoni che a loro volta poggiano su un niente più in basso che ti chiedi come facciano a tenere in piedi.
Insomma quel caos architettonico che, come già avevo notato ad Hanoi, diventa magia.
Il risultato di una mano invisibile che rifugge da ogni armonia, da ogni pieno/vuoto razionale, e nel contempo crea un insieme che stupisce, cattura, affascina come quando da bambini, appunto, si creavano i villaggi con la sabbia o i legnetti o i sassi e le conchiglie.
Mi dirigo pigramente verso la casa di Neruda, storia di darmi una meta.
Per arrivarci seguo l'avenida Alemana. Il nome parla chiaro. Ovvio che qui c'erano arrivati i tedeschi. Lo dicono le costruzioni, in puro stile bavarese. Tetti che toccano terra, case dalle facciate a triangolo isoscele, ma i legni scuri della Baviera qui son dipinti di viola, di arancione, di verde pisello. Tutte, proprio tutte le gamme dei rossi, ci sono, e decine, centinaia di murales a coprire muri sbrecciati, angoli fatiscenti, porte di garage, cabine telefoniche. La sera, leggendo la guida, scopro che i quartieri in cui ho camminato tutto il pomeriggio il comune li ha chiamati "Museo a cielo abierto".
Fotografo i murales perchè sono belli e incongrui e me li voglio ricordare. Una ragazzina scende da una stradina, mi picchia sulla spalla e mi dice "take care", poi si avvicina e ride. Indica la mia macchina fotografica e fa il gesto di strapparmela. Devo stare attenta le chiedo? Lei mi guarda, tira su le spalle e scende le scale di corsa.
Eppure mi sento tranquilla in queste stradine colorate che fanno giravolte, saliscendi e si interrompono inspiegabilmente come a Venezia. Con la differenza che al posto dell'acqua ci sono burroni, pareti vertiginose, muri di jacarande, ibischi, bouganville, tunnel, gallerie che terminano in porticine di legno. Colorate anche quelle.
Poco prima di giungere alla Sebastiana, che è poi la casa di Neruda, aggiro a mezza costa una collina. Sono sempre sull'Avenida Alemana. Eppure tutto ricorda la Liguria. Le strade che si chiamano Camogli, Sanremo, Porto Venere, Bordighera. Una statua di Cristoforo Colombo con su scritto "el rey" con la vernice viola. E una piazzetta, dedicata ai "camalli".
Ai camalli??? Un pensionato distinto mi spiega in un italiano stentato che quella collina, quel cerro, è "tenuto" (leggi pettinato, pulito, dipinto, spazzato) da " i liguri nel mondo". I quali in cambio hanno preteso di battezzare strade, vicoli e piazze come più gli andava...giustamente, sottolinea il pensionato prima di andarsene.

giovedì 16 aprile 2009

Ciao....

Ciao a tutti...parto per un mesetto...quasi un mesetto...
Tenterò di tenere aggiornato il blog nei limiti del possibile.

Ad Anna, Misskappa, l'augurio di tener duro. Lo so che ce la farà.
A tutti gli altri, un abbraccio di quelli che attraversano il mare.
E un invito preciso: non rifate il mondo da capo a piedi...aspettatemi....

E questa è la mia nuova scoperta...Una voce straordinaria, carica di passione...


mercoledì 15 aprile 2009

Fatti stuprare e sorridi...

Ci vuole coraggio per essere donna a Kabul. E ci vuole coraggio per manifestare a Kabul. Tanto più se a manifestare il rifiuto di essere stuprate sono sempre loro. Le donne. 
Le ho viste sul video di Repubblica, le donne di Kabul. Che scandivano "Allah Ahkbar" con voci giovani. Cosa chiedevano a Dio, queste donne coraggiose? Protezione? Pietà?
Gridavano le donne e lo facevano a viso scoperto. Che a farlo in quella città martoriata ce ne vuole tanto di coraggio.
Ad aspettarle c'era un gruppo di uomini. Tre volte più numeroso. Maschi giovani. Maschi vecchi. Barbe e turbanti. Occhi che sprizzavano odio. Voci roche che scandivano slogan incomprensibili.
Cerco di immaginarli, gli slogan dei maschi. 
"Donna restatene a casa tua". "Onora tuo marito".
"Fatti stuprare e sorridi".


martedì 14 aprile 2009

Ibis, redibis....


Aspettando che Steve Jobs, convalescente, finisca di covare il nuovo gioiellino Apple da meno di 700 gr., non metto il portatile nello zaino. Troppo pesante e ingombrante.
Sarà quaderno, o non sarà.
Il Cile è ancora lontano dalla mia testa. 
Ingombra com'è di castelli di sabbia, esami da finire, tafferugli a Bangkok, crisi planetarie, e caminetti che non tirano.
Qualche suggestione, pochi libri, Pinochet e il Palazzo della Moneda, la prima università anarchica del mondo fondata dal nonno di Sepulveda, scrittore che non amo, gli operai massacrati a Santa Maria di Iquique nel lontano 1907. 
E poi i deserti e le montagne. Altissime. 
Che finora ho visto solo in cartolina. 
Ma che finirò per calpestare.  

La Sibilla se la giocava con le virgole.
Ibis, redibis, non morieris in bello?
Oppure: Ibis, redibis non, morieris in bello?



lunedì 13 aprile 2009

Una questione che non è così semplice...

"Il mio regno non è di questo mondo". Lo disse il Cristo a Pilato.
Secondo Hobbes, questa frase può essere interpretata unicamente in un modo: la fede è un fatto esclusivamente interiore. Le azioni debbono essere totalmente svincolate dalla fede e rispondono solo alla legge del sovrano. 
In altri termini, il cristiano, nel suo comportamento, deve obbedire al sovrano. Cioè alla Legge. E la sua "convinzione personale" non può sostituirsi a quanto è stato pubblicamente stabilito. Per Hobbes,  farsi guidare nel proprio comportamento dalle opinioni personali produce il risultato di far saltare tutto l'edificio giuridico che costituisce la base per l'esistenza della "società" degli uomini. Poiché, senza Legge, non esiste società.
La Legge, per Hobbes incarna la coscienza di tutti. La coscienza pubblica. Che non può essere inficiata dalla "coscienza personale".
È un talibano del diritto Hobbes?
Leggo sul NYT che Obama sta riflettendo sull'opportunità o meno di revocare la "clausola di coscienza" introdotta dal Presidente Bush poco prima di terminare il suo mandato.
Negli Stati Uniti, la Corte Suprema, con una sentenza del 1990 (Employment Division v. Smith), aveva stabilito il principio secondo il quale gli imperativi morali e religiosi non potevano indurre un individuo a violare una legge in vigore, a condizione che questa legge non fosse stata promulgata con lo scopo di creare un conflitto di coscienza. La Corte Suprema sosteneva nella sua argomentazione che se lo Stato permetteva all'individuo di considerare la propria legge morale superiore alla legge di tutti, ovvero alla legge dello Stato, ciò significava ammettere che ogni cittadino poteva essere arbitro del diritto e dunque in sè produttore di leggi.
La posizione di Hobbes e della Corte Suprema (che ne accoglie totalmente lo spirito) hanno un impatto oggi, nelle nostre società, su temi particolarmente etici quali il diritto delle donne all'aborto o il rispetto del testamento biologico di un individuo.
È accettabile che una donna che vuole abortire debba effettuare una vera corsa contro il tempo per scovare un medico che accetti di praticarle l'intervento, visto che sempre più medici rifiutano di praticare quest'atto appellandosi alla clausola di coscienza? Il medico nel suo agire pubblico è prima di tutto cittadino o membro di una congregazione di fede?
E, d'altro canto, la stessa clausola di coscienza può essere sollevata da un individuo che rifiuta di partecipare a un atto di guerra deciso dal proprio paese? Come fanno i Refuznik in Israele, che rifiutano di combattere nei Territori? 
La questione non è così semplice.

venerdì 10 aprile 2009

Cadavere senza nome...


La vittima senza nome ha tra i 40 e i 45 anni ed è un maschio. Apparentemente nessuno ne ha reclamato il cadavere. Secondo i medici legali, nessuna denuncia di persona dispersa combacia con le sembianze dell'uomo. 
Possibile, a mio avviso, che si tratti di un immigrato. Magari clandestino. Non c'è scritto sull'articolo di giornale di che colore è la pelle dell'uomo. Né gli occhi, né i capelli. 
La famiglia dell'uomo, sempre che costui ne avesse una, probabilmente non è nemmeno al corrente che in Italia c'è stato un terremoto di grave entità. Oppure non è al corrente del paese dove è finito il cugino, lo zio, il fratello. 
Da tante parti del mondo uomini, donne e bambini partono per non si sa dove. Il mare, gli incontri, la fortuna o la sfortuna, decidono il più delle volte della destinazione. C'è chi parte per il Canada e si ritrova in Israele. Chi per la Germania e si ritrova in Italia. 
In tante parti del mondo, poi,  il tempo è un concetto elastico. Da noi ci si abitua a "dare notizie". Tante e in fretta. Nelle montagne del Nepal, nelle vallate afghane, sui grandi altipiani africani, possono passare anni prima che una madre venga a sapere della morte del figlio. Per anni la donna culla dolcemente il ricordo e la speranza di rivedere, un giorno, la persona amata. 
Questo non cambia. Qualunque sia la latitudine.

 

giovedì 9 aprile 2009

Anna non la conosco...

A chi mi legge: 
Anna non la conosco. È una blogger dell'Aquila. E ha perduto tutto. Come scrive sul suo blog.
Questo è quanto so.
Marina, un'altra blogger, ha lanciato una colletta per acquistare ad Anna un computer portatile e una chiavetta di accesso.
Io mi limito al lavoro che svolgeva a suo tempo Mercurio. Quello del messaggero.

Save me, please...


Quando si ha poco tempo la testa va in tilt.
Se poi non si usano le agende, il tilt si trasforma in panne leggendaria. 
Date e orari si accumulano, si accavallano, si incrociano. 
Lo stato della scrivania aggrava ulteriormente lo stato mentale.
Ma la scrivania è anche lo specchio rifrangente dello stato mentale. Così non si capisce se il gatto si stia mangiando la coda. Perché le cose che si accumulano sono anche fogli, buste, appunti, fatture, fotografie, disegni, scontrini, citazioni, libri, articoli da scrivere, traduzioni da fare, treni da confermare, farmaci scaduti. E necessari. 
Ogni elemento corrisponde a un dovere.
Sarabanda cerebrale. Che la notte impedisce il sonno. Il che amplifica la mole delle scadenze. 
E sviluppa un'idea oltremodo insana: che il mondo, il pianeta intero, dipenda solo e unicamente da me.

mercoledì 8 aprile 2009

Bob Dylan e David La Chapelle

Forse l'ho già scritto, ma sono per l'Alta Velocità. Dopo essere stata ferocemente contraria.
Parlo del TGV. Marsiglia/Parigi (760 km), 2h45 minuti.
E così alle 7 del mattino mi bevevo l'espresso nella cucina di casa mia e alle 10h35 ne bevevo un altro (schifosetto) di fronte alla Gare de Lyon. Fa niente. Neanche il tempo di leggermi un paio di quotidiani. 
E Parigi è stata Bob Dylan.
E Andy Warhol.
E, la straordinaria mostra di David La Chapelle. 
Infilati nell'ordine.
E poi di nuovo a casa che domani si lavora.
Dylan mi ha regalato una grande emozione. Non come al solito. Perché lui può fare anche concerti brutti. Di quelli che si capisce che non ha voglia. 
Ieri sera la voglia, invece, ce l'aveva. Crepuscolare, eterna. 
Una versione di Like a Rolling Stones che strappa una standing ovation al pubblico riunito nella splendida sala del Palais des Congres. Un Beyond the Horizon, che uno si chiede perché, ma perché, ad un certo punto le cose belle debbano comunque finire. Un Poor Boy masticato e strascicato da delirio. Molte ballate. Un Highway 61 indiavolata. E da ultimo, il classico Blowin' rappato, sussurrato, irriconoscibile e nel contempo magico.
Con lui ogni volta temo sia l'ultima.
Ma quest'uomo che da quindici anni non smette di suonare, di girare, di cantare in quel Never Ending Tour che ha qualcosa di ossessivo, ed è forse il manifesto più evidente del personaggio, continuerà, à bout de souffle, a regalarmi dei momenti preziosi. 
Lo so. E ad accompagnarmi. 
Perché, col passare degli anni, è diventato un amico.

Il giorno dopo Parigi è stata Warhol col suo degno corollario: i deliri pop di David La Chapelle. 
Mostra sconsigliata ai bambini, indica un pannello all'ingresso. 
Siamo pazzi? Proprio i bambini, proprio loro dovrebbero bersela questa mostra. All'insegna della critica più ironica e feroce dei pilastri su cui poggia la nostra società.
Dio e i Nokia ultimo modello. I martiri jihadisti con le 77 Barbie che li attendono in paradiso.
Marie Maddalene e MacIntosh. Moschee di caramelle. Las Vegas sul punto di scomparire sotto un devastante diluvio universale. E gli affreschi di Michelangelo così come sarebbero se l'artista li avessi dipinti oggi.
L'universo di La Chapelle è un continuo tirarci le orecchie per dirci che l'ossessione del possesso materiale non porta a niente. 
Basta un niente, infatti, Katrina o un terremoto, per lasciarci nudi. 
Nudi e inermi come bambini.

e questo è un filmato originale...di ieri sera..



lunedì 6 aprile 2009

Viva il terremoto...

Siamo proprio un popolo di umili...
È da stamattina che tutti i telegiornali, le radio e i giornali online ribadiscono, ripetono, sottolineano, con malcelata fierezza,  che nel mondo si parla di noi...
E che, massimo gaudio, siamo in Prima Pagina...

Ebbene sì, si parla di noi in Europa e nel mondo. 
Per le stronzate che produce a raffica il nostro primo ministro.
Per la testata di Materazzi.
E ora perché la terra ha tremato e tanta gente soffre.
Sul resto è silenzio.
In politica estera contiamo meno di zero.
In politica interna se ci citano di straforo è per spiegare come non si deve fare. 
In economia siamo considerati arraffoni e malandrini.
E allora tutti a saltare su questa sinistra occasione di visibilità internazionale.
Viva, viva il terremoto...





6 maggio 1976

Dalla notte del 6 maggio 1976 ho sempre avuto il terrore dei terremoti.
Ero a Padova e mi stavo truccando.
Stavo giusto infilando la matita nera all'interno della palpebra per farmi degli occhi da sikh, quando vidi che lo specchio si muoveva. Tentai di uscire dal bagno - avevo capito che c'era il terremoto - ma non riuscivo a beccare la porta.  Ricordo di aver urtato lo stipite con la tempia.
Ricordo il panico. Uscii in strada e le strade non avevano più luci. Eran da poco passate le nove e la gente correva. Le sirene delle banche, gli antifurti delle case avevano iniziato a suonare. Tutti assieme. Ricordo che per un attimo pensai che ci stavano bombardando. 
Finita la scossa, le gente aveva preso d'assalto le cabine a gettone. Ma la maggior parte dei telefoni non funzionava. Qualche minuto dopo ce ne fu un'altra. E la gente riprese a correre. Io mi diressi verso il Prato della Valle. Avevo paura di stare nelle stradine del centro storico. Paura che mi cadesse in testa un cornicione. Paura che i palazzi crollassero. Ed erano così vicini, l'uno all'altro. La mia amica Rossella era uscita con me. Ma l'avevo persa subito. Quando avevo cominciato a correre. 
A Prato della Valle si era già raccolta tanta gente. Faceva caldo. Molto caldo per essere agli inizi di maggio. Come accade spesso in questi frangenti, la gente si parlava. Ognuno raccontava dov'era e cosa stava facendo. Lo stesso fenomeno che era accaduto quando erano crollate le due torri a N.Y. Tutti a dire io dov'ero e come l'ho saputo e cosa ho fatto e come ho trascorso la notte di fronte alla TV.
Non si sapeva ancora dove fosse l'epicentro, ma la scossa era stata così forte che tutti si pensava fosse proprio sotto i nostri piedi. 
Lo si seppe molto più tardi che l'epicentro era a nord di Udine, a cento chilometri da dove stavo io. Pian piano, le radio, le radio libere degli anni '70, sfornavano informazioni. Non tornate a casa, dicevano agli studenti, è pericoloso. Ce ne saranno altre di scosse. 
Così fu.
Passammo quella notte e altre notti tra gli alberi del Prato della Valle. Divorati dalle zanzare. Chiacchierando. Ridendo. C'era chi aveva piantato la canadese. E chi dormiva sotto le stelle avvolto in coperte o sacchi a pelo. 
A Padova, mi sembra,  ci furono tre morti. Due passanti colpiti da un cornicione. E una donna ricoverata in ospedale che in preda al panico si era gettata dalla finestra. 
Ci furono un migliaio di morti, quella volta in Friuli. Villaggi interi furono rasi al suolo.
I "furlani", oggi,  quando parlano del loro terremoto, lo fanno con una certa fierezza. In pochi anni i villaggi furono interamente ricostruiti. La regione, le amministrazioni locali, gestirono ottimamente le risorse. E vi fu un'incredibile partecipazione. Un'enorme solidarietà tra chi aveva subito la perdita della casa e di tutti i suoi averi e chi ne era stato risparmiato.
Gemona, epicentro del sisma, fu insignita della Medaglio d'Oro al valore civile per "la grande dignità, o spirito di sacrificio e l'impegno civile" con cui i suoi abitanti affrontarono la difficile opera di ricostruzione.



 

domenica 5 aprile 2009

La libertà è un lusso?

Grande drammaturgo politico l'uruguayano Ricardo Prieto, di cui ieri sera ho visto una delle pièce: Les Sauvers, (I salvatori), diretta egregiamente da Dilia Gavarrete Lhardit e messa in scena dalla compagnia Meninas di Marsiglia. 
Un tema, quello affrontato da Prieto, che più attuale non si può. E che è possibile sintetizzare in un interrogativo semplice e agghiacciante nella sua semplicità: a che punto è possibile rendersi schiavi di chi dispone della ricchezza e dunque dei mezzi che permettono alla gente di sopravvivere?
La storia è presto detta: una famiglia ai limiti della sussistenza, con un figlio che tenta di terminare gli studi all'università. E uno straniero, danaroso,  che si installa a casa di questa gente, assieme al fantasma della moglie,  in cambio di un lauto affitto. Ma che non pretende unicamente una camera e la prima colazione. Bensì l'asservimento totale e graduale dei membri della famiglia. I quali, spinti dal bisogno e dal terrore di ritornare in miseria, acconsentono gradualmente alle richieste estreme e paradossali del pensionante, il "salvatore", appunto, fino alla propria disgregazione e all'autoannientamento.
La pièce, recitata splendidamente da un gruppo di attori di origini e lingue diverse, apre nello spettatore il classico buco tra costato e diaframma meglio noto come angoscia. 
Che senso ha parlare di libertà, di dignità, di sentimenti, quando non ho di che pagare la farina, il riso, lo zucchero? Quando rischio di perdere il tetto che ho sopra la testa?
Senza i mezzi economici, senza un lavoro, posso permettermi di avere dignità?
E l'unica libertà che mi resta, se voglio conservare il corpo di carne che regge la mia testa e mi permette di articolare un pensiero, non è forse quella di vendermi? Al prezzo di mercato? E se l'offerta abbonda, di battermi per vendermi, costi quel che costi?
A quali compromessi porterà la crisi economica che aleggia come uno spettro sul pianeta intero, aggravando le condizioni di chi già misero era e gettando in miseria quel ceto medio basso che fino ad ora, stringendo la cinghia, ce l'aveva fatta ad arrivare alla fine del mese?
Cosa saremo spinti a fare, noi tutti? A che punto colui che dispone delle ricchezze saprà fermarsi nell'esercizio del proprio potere su chi ricchezze non ha? A quali estremi, a quali compromessi, si piegherà chi del denaro non ricorda nemmeno più l'odore?
Se già oggi, che ancora la crisi non ci ha riso in faccia mostrando i suoi denti smozzicati, si affittano i tombini delle stazioni a dei bambini, cosa succederà domani?

venerdì 3 aprile 2009

Zaini e zaini...

A neanche due settimane dalla partenza per un viaggio, inizia il momento topico della "confezione dello zaino". Che richiede strategia, riflessione, attenzione puntuale. 
Strutturare uno zaino è un tema architettonico e filosofico. 
Una costruzione materiale che necessita di un equilibrio tutto suo. 
E un concetto filosofico. 
Una vera weltanschaung
In breve, un mondo.
Innanzitutto la dimensione e il peso dello zaino devono essere compatibili con il tipo di viaggio. Un viaggio a piedi impone la massima riduzione del confort, perché il vero confort resta sempre la leggerezza. Un viaggio coi mezzi locali permette maggior peso (visto che in fondo il peso se lo porteranno i treni o le corriere) e dunque più oggetti. 
Il problema sorge quando ci si accinge ad effettuare il viaggio "ibrido", metà motorizzati, metà a piedi. 
In questo caso, a mio avviso, la miglior soluzione è quella del doppio zaino. Uno zaino capace per i trasferimenti su ruota o battello, e uno più agile, più piccolo, per stoccare il necessario per i trasferimenti a piedi. Nel corso del viaggio il primo verrà tenuto sulla schiena e il secondo davanti, sul petto, nel ben noto stile tartaruga. Al momento della camminata, lo zaino grande verrà abbandonato al suo destino in qualche pensione o negli armadietti metallici delle stazioni. E il piccolo riprenderà il posto che gli spetta di diritto: sulla schiena del camminatore.

In seguito la riflessione deve concentrarsi sugli oggetti che ci sembrano assolutamente improrogabili e necessari.
Un quaderno (possibilmente di quelli che si chiudono con l'elastico), una matita, un coltellino svizzero, una frontale, ago e filo per riparare i danni di una caduta, antibiotico a largo spettro, antidissenteria, aspirina sono a mio avviso presenze dovute. 
Tutto il resto è confort.
Dei libri ho già parlato in un altro post, dunque non mi dilungo.
Confort possono essere le scarpe di ricambio, un sacco lenzuolo, l'antipulci da spruzzare sui materassi dubbiosi, la zanzariera se si viaggia in zone malariche.
Gli abiti da portare appresso devono essere altamente tecnici. Il che, in sintesi, significa sintetici. 
Ebbene, sì. 
È questa la grande verità. I maglioni fatti di petrolio, i pantaloni fatti di petrolio, giacche a vento,  calzini e canottiere sintetici sono il nec plus ultra del viaggiatore: non si sporcano mai, li lavi e si asciugano in pochi minuti, non tengono i piedi bagnati, quindi allontanano la pericolosissima vescica, sono leggeri, tengono caldo.
Finita la lana che puzza e resta bagnata, via i calzini di cotone che rosicano i talloni, morto il cuoio che trasforma le dita dei piedi in capsule di Petri, il viaggio lo si deve fare all'insegna di "sintetico è bello!". 
Restano alcuni oggetti opzionali, che dipendono dal carattere del viaggiatore: portare o non portare l'IPOD? Che potrebbe risultare utile per evitare la musica indiana a manetta che esce dagli altoparlanti dei grandi autobus Tata, i cammelli dell'Asia, ma viaggiare in Tata senza lamenti indiani è concepibile? Lo stesso vale per la macchina fotografica (che rischia di distrarre l'occhio del viaggiatore il quale di colpo, inevitabilmente, vede tutto quanto lo circonda come inquadratura). E per il telefonino,  quel lungo filo di Arianna che ti tiene legato a casa tua, mentre il viaggio, può essere interessante proprio perché straniante e fuorviante.  
Un consiglio generale è viaggiare leggeri. Non portarsi dietro la casa intera. Perché il viaggio che ci ricorderemo è sempre quello più perturbante. 
Nel senso che zio Sigmund dava a questo termine.
Unheimlich. Perturbante. Che non ha nulla a che fare con la famiglia. E dunque con la propria casa. Che, pian piano, è sostituita dal mondo.

giovedì 2 aprile 2009

Morto senza nome...

Mentre un ragazzo moriva accerchiato dalla polizia, ma, "in circostanze naturali", dalle finestre degli uffici della City piovevano banconote da dieci sterline sui manifestanti....

mercoledì 1 aprile 2009

Il ritorno dei morti-viventi

Il 24 giugno 1378, a Firenze, i salariati del settore della lana, i più reietti nella scala sociale dell'epoca, stanchi di sfruttamento e soprusi, occupano il Palazzo dei Priori, rivendicando migliori condizioni di lavoro e chiedendo di essere ascoltati, di avere dei rappresentanti. Sono così incazzati e così minacciosi i pettinatori e i cardatori della lana, che, seppur per un tempo breve, riescono ad ottenere quello che vogliono. 
A Firenze costoro erano noti come i ciompi. E la loro azione, il loro sollevar la testa, passò alla storia come il Tumulto dei Ciompi.
I fatti di questi ultimi giorni, mi ci fanno pensare.
I ciompi del nuovo millennio, danno la caccia ai dirigenti.
Fino a qualche settimana fa, l'espressione "caccia al manager" faceva riferimento all'attività svolta dai cacciatori di teste, incaricati dalle grandi aziende di reperire dei manager dinamici e capaci di gestire al meglio gli interessi delle imprese e dei loro azionisti. 
Oggi per "caccia al manager" si intende invece l'attività venatoria svolta dai salariati di alcuni gruppi che hanno annunciato pesanti licenziamenti e diretta a reperire i responsabili della cattiva gestione della società "costretta" a licenziare. Una volta scovati, i manager vengono sequestrati e rilasciati alcune ore dopo, spesso in seguito all'intervento delle forze dell'ordine.
Per il momento si tratta di azione simboliche e puntuali, avvenute negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia. In quest'ultimo paese, più numerose che in altri.
Alcuni anni fa, è uscito in Francia un romanzo. Un grande romanzo popolare dal titolo "Les vivants et les morts". L'autore, Gérard Mordillat, racconta come avrebbero fatto ai loro tempi Zola, Victor Hugo, Steinbeck o Dos Passos, la storia degli operai di una fabbrica condannata a morte da abili manager che con dei semplici stratagemmi finanziari riescono a trarre enormi profitti proprio dalla chiusura della fabbrica.
Non ci sono indulgenze, nel racconto di Mordillat. Quello che l'autore dipinge è un conflitto durissimo, senza sfumature, tra i detentori del capitale capaci di esercitare una violenza implacabile, cinica e anonima sugli individui al servizio di tale capitale, e questi ultimi, che in un contesto sociale come quello attuale sono totalmente vulnerabili. Vittime predestinate. Agnelli sacrificali che nella maggior parte dei casi restano senza volto e senza nome.
Il romanzo di Mordillat è un grande romanzo di guerra.
In cui alcune delle vittime, di colpo alzano la testa e passano dal ruolo di "morti" a quello di "vivi", battendosi, selvaggiamente, per difendere il proprio lavoro e la propria dignità.
La prima azione che permette ai "morti" di reintegrare il ruolo di "vivi" è proprio il sequestro dei manager della fabbrica. Che, anch'essi, assumono un volto. Un'identità. Un nome.
Dietro la caccia al manager, quello che mi sembra più interessante, è appunto l'apparire di un volto. In qualche modo la personalizzazione di una colpa. Non voglio insinuare qui che il responsabile unico dei futuri licenziamenti della società 3M Santé sia l'amministratore delegato Luc Rosselet. O che per i licenziamenti effettuati dalla filiale francese Sony vada punito esclusivamente il suo dirigente Louis Forzy. Le abbiamo studiate fin da piccoli le logiche del capitale. Senza risalire fino a Marx basta semplicemente ricordare quanto affermava il buon vecchio Schumpeter: un imprenditore che non attua lo sfruttamento del capitale lavoro, del capitale vivo,  se si ragiona in un'ottica capitalista, non è un imprenditore intelligente. 
E tuttavia l'esistenza di un nome, di un volto, di un'identità, dietro a decisioni che nella maggior parte dei casi produrranno la rovina di tante vite, di tante persone, di tante famiglie appella a un principio di responabilità. Costituisce una sorta di richiamo etico.
E nel contempo contribuisce a riportare i morti-viventi nel regno dei vivi.
E non è poco.