martedì 26 maggio 2009

Appello in difesa della democrazia..

Appello in difesa della democrazia, in difesa della Costituzione

Sono giornate molto pesanti, in cui le parole gravano come macigni, e se l’argomento di queste parole sono la Democrazia, il Diritto, la Giustizia, il rischio è che questi macigni si trasformino in frane, di quelle che travolgono interi paesi cancellandone la storia, cancellandone la civiltà, rinnegandone l’etica.
Mancano due settimane alle elezioni europee, nel nostro Paese questo appuntamento, a causa delle parole-macigno del capo del governo, rischia di assumere caratteristiche che vanno ben al di là del risultato puramente elettorale.
Una cosa soprattutto assume un importante valore politico: la coesione che travalica le sigle, di un fronte di difesa democratico della Costituzione e delle Istituzioni.
Attualmente sono cinque i soggetti politici che partecipando alla competizione europea possono rappresentare questo fronte: i due cartelli elettorali di sinistra, il PD, IDV-Di Pietro e UDC.
Dei cinque partiti o movimenti il PD è l’unico che, ad oggi, sostiene la campagna dei referendum di riforma della legge elettorale. Nell’eventualità che il referendum passi ci ritroveremmo con un sistema che prevederà premio di maggioranza al partito di maggioranza relativa (non alla coalizione) e innalzamento della soglia minima di sbarramento. Risultano evidenti due cose: che una minoranza del paese, ma in possesso di una maggioranza relativa, avrebbe uno strapotere e una consistente porzione di elettori non avrebbero rappresentanza parlamentare.
In questi giorni è davanti gli occhi di tutti l’inaudito attacco alle istituzioni da parte del capo del Governo. Credo che proseguire sulla strada del referendum sarebbe come iniettare cellule malate in un corpo che già sano non è.
Il PD deve uscire dall’equivoco e riconoscere che il tema del referendum è di fatto superato da una evidente emergenza democratica e che sarebbe un suicidio della democrazia anche solo ipotizzare leggi che diano maggiori poteri agli organismi di governo.
La democrazia è un sistema di governo con evidenti imperfezioni, ma anche con importanti anticorpi che normalmente impediscono la degenerazione. Il nostro compito è quello di far sì che non calino le difese immunitarie insite nella nostra Costituzione.
Una rinuncia da parte del PD ad appoggiare e sostenere il referendum potrebbe inoltre raccogliere il consenso di molti compagni che non riconoscendosi nell’area dei due cartelli elettorali di sinistra, si troverebbero nell’imbarazzo di un voto all’Italia dei Valori, che pur essendo un partito di sicura opposizione a Berlusconi, non rappresenta la cultura di sinistra, o di una astensione, in quanto non si sentirebbero sufficientemente tutelati proprio in funzione del referendum liberticida.

Blog promotori:


PS. Chi condivide questa richiesta copi e incolli sul proprio blog il post senza aggiungere o togliere nulla possibilmente segnalando l’adesione a uno dei cinque blog promotori o alla seguente mailindemocrazia@yahoo.it

lunedì 25 maggio 2009

Pensare coi piedi...

Come ogni anno, l'ultima settimana di maggio è la settimana corsa. Quella dell'attraversamento a piedi dell'isola. Quest'anno si parte da Ajaccio e si arriva a Porto Vecchio. 
La nave è pronta in rada a Marsiglia. Lo zaino è pronto. Mancano solo le aspirine antifatica. Da prendere la sera per diluire l'acido lattico che è quello che produce i dolori ai muscoli. 
8 giorni a piedi mi permetteranno di rimuginare. Che è la vera grandezza dei viaggi a piedi. Se no, quand'è che uno riesce a pensare? Solo camminando e dondolando ritmicamente le braccia lo si riesce a fare davvero. Nel quotidiano, i tempi morti sono sfortunatamente fatti per essere riempiti. 
E dunque il pensiero passa per i piedi e per le braccia che dondolano. 
Benché determinata a lasciare che il mio inconscio si  scatenti in libertà non potrò non riflettere:
- alle nuove città che mancano di periferie perché non hanno più centro
- a come costruire un romanzo senza impantanarsi nella dinamica collettiva dei personaggi
- al perché oggi non nascono più "maître à penser"
- all'ipotetica umanità del Caimano
- a come sviluppare un'apertura in fianchetto di re senza dover scadere nella partita catalana
- a dov'erano mai le ragazze anoressiche quando frequentavo io il liceo
- a come evitare che lo scarico della doccia si intasi ogni due giorni
- al perché i francesi detestano i corsi che a me sono così simpatici
- a come i nordcoreani siano molto più furbi degli iracheni
- ai miei amici
- ai miei amori
ciao e ci sentiamo al ritorno...

domenica 24 maggio 2009

L'amore, quello vero?

Immaginiamo che sia vero.
Che tra i tanti "desiderata" del Caimano ci possa anche essere quello di possedere un harem, o, se vogliamo riferirci alla nostra "cultura", di disporre di un gineceo.
Il predisporre le proprie vacanze nella villa sarda in compagnia di una trentina di giovani fanciulle recrutate con l'aiuto di scherani prezzolati nel ruolo di pronube  ha a che fare con l'irrefrenabile desiderio senile di giacere tra giovani braccia di giovani ragazze "semplici, pure e innocenti" come la Noemi (cito le parole del fidanzato nell'intervista rilasciata a Repubblica)? Oppure ha a che fare col potere?
Molte sono le civiltà antiche nelle quali si testimonia della presenza di giovani donne, a disposizione del signore di turno o di un personaggio ricco e importante. Giovani donne rinchiuse assieme, talvolta loro malgrado, in residenze protette, che fungevano da giardini dei piaceri. Gli harem erano presenti nella Grecia antica, nell'Egitto dei Faraoni, nella Cina imperiale, e, in tempi più recenti a beneficiarne erano i sultani e i pascià dell'Impero Ottomano. Le ragazze designate a far parte dell'harem avevano il compito di "divertire" il signore.
Torniamo al Caimano.
Il Caimano, negli anni, si è distinto per tutta una serie di cose. Tra cui: 
a) un arricchimento progressivo e inarrestabile in grado di soddisfare qualunque desiderio materiale. Esiste cosa che la fortuna del Caimano non possa comperare? Automobili, ville, vacanze da sogno, aerei, elicotteri, yacht fanno già parte del suo patrimonio. Il Caimano è uno degli uomini più ricchi del pianeta.
b) l'idea di onnipotenza personale. Giustificata dall'assenza di conseguenze per qualsivoglia marachella commessa. Al Caimano non gliene va storta una.

Cosa può desiderare ancora un uomo che ha già tutto? 
Il sesso, rispondono gli scrutatori d'anime. C he altro non è se non la manifestazione ultima ed estrema del potere. 
La ricerca sfrenata e ossessiva del piacere sessuale come manifestazione del delirio di onnipotenza di un individuo. 
O quantomeno di un individuo privo di equilibrio, aggiungono gli scrutatori d'anime. 

Ed ecco profilarsi un quadro possibile. L'eunuco Fede(le) che reperisce le giovani e le sottopone in fotografia al signore. Non giovani qualunque. Ma aspiranti starlette, in genere proletarie, invaghite del Grande Fratello e disposte a tutto, nella loro più che reale innocenza, pur di apparire in un mondo in cui se non appari non sei. Dotate di madri che si ispirano all' Anna Magnani di "Bellissima" e che agiscono, ne sono certa, per il "bene" delle figlie. 
La promozione a membri dell'harem con tutto il correlato di aerei privati, spiagge da sogno, cocktail esotici sulle terrazze dei bungalow dei giardini delle delizie. E le mirabolanti promesse di entrare a far parte di quello che a loro appare come un Gotha. Il Gotha delle presentatrici a mille denti, delle veline con paillettes, delle belle senz'anima dotate del sorriso dei cerbiatti. E forse qualcosa di più. Un ruolo in una soap opera, visto che, in fondo, saper recitare è un opzional. Un domani, addirittura il parlamento. O, se proprio le cose filano per il verso giusto, un ministero.

Ma come accade nelle migliori commedie o tragedie dell'antichità, qualcosa incrina il meccanismo ben oliato del potere. 
Perché, diciamocelo pure, nulla obbliga il Caimano a rendere conto di questo suo ultimo vezzo.
Eppure la cosa diventa pubblica. Cosa spinge il Caimano a presentarsi alla festa di compleanno della Noemi Letizia? O a farsi vedere con lei in pubblico, nel corso di cene ufficiali in luoghi istituzionali?
Vi sono più ipotesi:
a) il sentimento inebriante dell'impunità, corollario del delirio di onnipotenza di cui sopra. L'atto estremo del potere non è forse quello di significare a chi il potere non ha che si è al di sopra di tutto: delle leggi, delle convenienze, della morale borghese, dei legami, del senso comune?
b) l'aver fatto i conti senza l'oste. Non tutte le concubine sono innocenti come sembrano. Magari qualcuna pretende di più: o mi presenti in giro, papi, o spiffero tutto...

E perché no questa terza ipotesi:
c) Il Caimano innamorato. Il Caimano che soccombe all'amore. Quello che quando coglie i vecchietti fa perder loro ogni senso del reale. L'amore/passione nella sua accezione più pura e forte. Quello che Philip Roth descrive magistralmente nei suoi ultimi romanzi. Quello che ti fa respirare solo se Lei ti è vicina. Quello che infrange ogni ostacolo e ogni barriera.
L'amore, quello vero...





sabato 23 maggio 2009

Vecchi Gospel...

When God dips his love in my heart...


venerdì 22 maggio 2009

L'imperatore




"The boat that rocked", pirotecnico e nostalgico film di Michael Curtis, lo torno a vedere per la seconda volta questa sera. L'operazione nostalgia, visibilmente funziona. Almeno su di me. 
La storia è presto detta e si ispira a fatti reali. Nell'Inghilterra della metà degli anni '60, quella dei Beatles e dei Rolling Stones, la libertà (sessuale, di parola e di musica) iniziava a far capolino. Ma la storica BBC, non ne voleva sapere. E il rock era quasi totalmente proscritto dalle sue emissioni. A colmare il vuoto, 24/24, c'erano le radio pirata che emettevano da alcune navi ancorate nel Mar del Nord, fuori portata delle leggi che regolavano le emissioni radiofoniche nel paese. Il film racconta la storia di una di queste radio, capitanata all'epoca dal dirompente Angus "The Nut" Nutsford, uno degli uomini più odiati dall'establishment inglese dell'epoca.
Il film annega lo spettatore (della mia età) in una oceanica ondata di nostalgia. E non solo nostalgia per la bella epoca del rock, ma anche nostalgia della leggerezza, sesso, droga e R&R, che avevano caratterizzato quegli anni. La complicità, l'amicizia, la trasgressione, l'ironia, il sarcasmo e tanta, tanta bellissima musica rendono questo un film indimenticabile. Da guardare e riguardare come ci capita di fare con i film culto.
Attori estremamente bravi, tra i quali spicca un Philip Seymour Hoffman realmente memorabile, il quale riveste il ruolo di un DJ americano, The Count, personaggio chiaramente ispirato al grandioso Emperor Rosko,  alias Mike Pasternak, alias il Kaiser, alias Le President,  forse il DJ più noto di quell'epoca.
Qui di seguito un video trovato su Youtube nel quale possiamo sentire la voce e la verve di quello che tutti all'epoca conoscevano come The Emperor:

giovedì 21 maggio 2009

Non passa lo "straniero"...bom bom


È proprio così. I blog più interessanti, per me, sono quelli scritti da persone che propugnano cose che sono agli antipodi rispetto a quelle in cui credo e in cui mi identifico. 
Sono interessanti perché costituiscono una finestra su un mondo che non conosco. 
Io non ho mai conosciuto di persona un leghista. E neppure qualcuno che abbia votato per il nostro attuale Primo Ministro. 
Esattamente come, anni fa, non conoscevo democristiani. A parte mio padre, ma questa è un'altra storia. Di coetanei democristiani, manco l'ombra.
Eppure mi dicono che ci sono. Come in un'altra epoca esistevano i democristiani, ma quando li si cercava non li si trovava mai.
A volte mi chiedo cosa fa sì che a me non capiti mai di incontrarli, che ne so,  al bar, in treno, in un giardino pubblico. Ma il mistero dell'Araba Fenice voglio riservarlo per un altro post.
Navigando per blog, dunque, mi capita di finire su pagine scritte, per esempio, da persone che condividono e sostengono il governo sulla condotta tenuta nei confronti dei clandestini.
Le leggo avidamente per individuare cosa ci rende diversi. Non migliori o peggiori. Semplicemente diversi.
Quello che ci rende diversi, ad esempio, è il fatto che in questi blog si usano parole come  "patria", "terra", "nazione", "italianità" e si rifanno a "nostre radici culturali" o addirittura - giuro che è vero, non me lo sono inventato, lo scrive nero su bianco un blogger che si fa chiamare Minimo (un nome, un programma?) e se non ci credete cliccate qui - a una non ben identificata "eredità" che ci avrebbero lasciato degli altrettanto fumosamente identificati "avi". Lo giuro, c'è scritto "avi" e non per far ridere, ma nel modo più serio possibile....

Riuscirei mai a scrivere un post usando queste parole? Usandole, per difendere un'idea, voglio dire. Riuscirei mai ad utilizzarle in un discorso? "Patria", "terra", "nazione", "italianità", radici culturali" e "avi" sono parole che credo di non aver più pronunciato dai tempi delle elementari, quando la maestra ci portava sul greto del Piave, all'altezza di Ponte della Priula e ci faceva cantare il Piave mormorò e tutti noi, bambini e bambine, col fiocco a quadretti e il grembiulino nero aspettavamo trepidanti il "non passa lo straniero" perché poi potevamo gridare bom bom. Qualcuno approfittava per farci pure un rutto. 
Potrei mai, oggi, discutendo con qualcuno utilizzare decentemente la parola "patria"? Potrebbe capitarmi? Ho fatto un esame di coscienza e mi sono resa conto che questa parola non mi era finita in bocca nemmeno l'11 luglio 1982, il momento più altro del nostro orgoglio patriottico.
Figurarsi in seguito.
Quando poi ad accompagnarla vi è  la parola "terra", nell'accezione ampiamente utilizzata in tali blog di "terra patria", ho l'impressione che chi scrive sia lo zio risuscitato di mio nonno. 
Domanda: ma una persona normalmente costituita, oggi, mi chiedo, potrebbe mai avere il coraggio di pronunciare le parole che ritornano in questi blog? Il coraggio di infilare in una frase "normale" espressioni come "terra patria" o "Italia" "svenduta" allo "straniero"? Contro il volere dei nostri "avi".
Voglio dire nell'ambito di una normale conversazione? 
Che ne so, la mattina, al bar, di fronte a un cappuccino?

lunedì 18 maggio 2009

Non aprite quella porta...

La mamma della mia amica Pascale è una grande viaggiatrice. Sciamannata di natura, ancora oggi,  a settanta passati, e con una gamba che non funziona bene, non la smette di fare la vagabonda. E poiché predilige il Sudamerica, tre mesi fa è partita per svernare in Messico. Lei "sverna" sempre da qualche parte come le rondini.
La mia amica Pascale, due giorni fa, è andata a prenderla all'aeroporto. La sua mamma, come tutti gli anni all'arrivo della primavera, aveva deciso di rientrare in patria. Prima di rincasare, e nonostante il volo, i cambi d'aereo e il jet lag, la mamma di Pascale vuole fermarsi a bere l'aperitivo da Bruno, un amico di Pascale. Dopo l'aperitivo, se ne va a casa sua e si mette a dormire. 
Si sveglia con la febbre alta. Chiama Pascale che a sua volta chiama il medico. Il quale, immediatamente, la fa ricoverare in isolamento all'Ospedale Nord di Marsiglia. 
Sospetto di influenza suina.
La polizia, neanche venti minuti dopo, si presenta a casa di Pascale, con decreto ingiuntivo di non uscire di casa fino a nuovo ordine. Ai poliziotti muniti di mascherina Pascale deve raccontare nei dettagli gli incontri effettuati da lei e dalla madre nelle ultime 12 ore. Fatta la lista, la polizia contatta tutte le persone segnalate da  Pascale e impone loro il domicilio coatto. A tutti viene notificato che non ottemperare a quest'ordine costituisce reato.
A tutti viene somministrato il Tamiflu.
Per il momento sono diciassette gli amici confinati in casa. 
E la polizia non la smette di telefonare a casa loro per controllare. 
Nessuno di loro, per il momento, presenta sintomi influenzali.
Tutti aspettano i risultati delle analisi fatte sulla mamma della mia amica Pascale.
Che dovrebbero essere pronti domani.





domenica 17 maggio 2009

Pierino e la marmellata...

Per primo fu Ulisse.
Lo faceva per salvarsi la vita, d'accordo. Ma le sue erano sempre e comunque menzogne.
Platone, nella Repubblica, la menzogna la assurse a teoria. Ad ars governandi. Mentire, modificare la descrizione della realtà è lecito, sosteneva il grande filosofo greco, nell'interesse del popolo.
Machiavelli esortava a mentire bene. E assolveva il mentitore che aspirava al potere  in quanto per costui la menzogna era una necessità. 
Dio è sempre stato un mentitore a scopo propagandistico. Per interposta persona. Basti pensare al suo figliolo Gesù costretto a convincere le pecorelle più disgraziate della fortuna che avevano: loro, proprio loro, e non i ricchi volgari avrebbero avuto una compensazione nell'aldilà per le ingiuste condizioni che subivano su terra. 
La psicanalisi, poi, nella menzogna ci ha sguazzato. "...nel sogno, la donna che mi ferisce non è mia madre" gridava il paziente...E Freud, a fregarsi le mani. Ecco la prova che proprio di sua madre si trattava. Non menzogna, ma denegazione. 
Gorkj, grande scrutatore d'anime, reincarava la dose: "a volte la menzogna dice meglio della verità quel che si ha nell'animo".


B. invece non ha nulla di tutto ciò. Né la grandezza dello statista, né lo spessore psicologico di un essere denegante. Le sue non sono neppure grandi menzogne messianiche. Solo gli arrampicamenti imbarazzati e patetici di Pierino colto a leccarsi le mani dopo una visita al vaso di marmellata.
Un pensiero a François Mitterand, che, nel corso di una conferenza stampa, sollecitato da un giornalista, sull'identità della sconosciuta signorina che lo accompagnava in vacanza a Luxor, ad ogni Natale, si era limitato a una risposta lapidaria:
"C'est ma fille. Question suivante?".
Altri tempi. Altra stoffa.






sabato 16 maggio 2009

Fenomeno-spia

Leggendo i commenti che molti lettori lasciano ai vari post presenti nei diversi blog osservo un fenomeno-spia. Spia dell'atmosfera nella quale pian piano ci stiamo immergendo. 
Anni fa l'avrei chiamata fine dell'età delle ideologie. 
Che come suggerisce giustamente Martin Amis, in fondo, non è stata altro che un breve momento di sospensione dell'età della religione. Non che le ideologie siano state salvifiche, se si pensa che il 900, secolo in cui hanno allegramente proliferato, ha prodotto, in nome loro, decine e decine di milioni di morti. Su questo piano, anzi, si sono perfettamente allineate con i trascorsi, quasi universalmente obbrobriosi, dell'età delle religioni. 
Oggi, più che di fine dell'età delle ideologie, già decretata e assodata, si può parlare di un generale antiintellettualismo imperante. E del riapparire del sentimento quale principio critico dei fatti del mondo. Col risultato che un giudizio positivo è ispirato da sentimenti che hanno a che fare con la bontà, o meglio con l'imbonimento. 
Un film non è valido perché "violento". Un romanzo viene messo da parte perché "i protagonisti non piacciono". Delle guerre non si vedono più le viscere che fuoriescono dal ventre dei soldati.
Rose, albe, tramonti, vecchietti seduti in panchina, sorrisi di bambini, animali da compagnia, gocce di rugiada su fili d'erba, coppie che si baciano, campi fioriti sono l'oggetto di centinaia di post. E ognuna di queste immagini rassicuranti è seguita da decine e decine di commenti grati all'autore per aver regalato al lettore una finestra di "bontà".
Un debole torpore mi prende. 
Tante rassicurazioni reciproche non rischiano di ottenebrare la ragione?

giovedì 14 maggio 2009

Priorità...


Se la legge Hadopi, come si mormora, sarà il cappio al collo di Sarkozy che l'ha voluta per onorare i debiti che aveva con le grandi società di produzione, allora davvero il mondo è cambiato.
Dell'Italia che oramai da lungo tempo ha infilato allegramente il toboga fascista non so dire nulla di più di quello che raccontano i giornali. Mi piacerebbe conoscere le reazioni quotidiane della gente. A scuola, in metropolitana, al caffé. 
Contro ogni logica mi aspetto ancora rigurgiti di civiltà.

La Francia è invece diventata un paese silenzioso.
Nel silenzio e nell'indifferenza della società si svolgono movimenti sociali durissimi contro la thatcherizzazione del servizio pubblico che il governo definisce altezzosamente "riforme". 
Medici e paramedici sono in agitazione contro il principio di "redditività" delle prestazioni sanitarie che vuole introdurre la nuova legge Bachelot, mentre le università entrano nella loro quindicesima settimana di occupazione col rischio sempre più concreto di annullamento dell'anno accademico. 
Sanità, scuola.
Due colonne portanti della società.
Che guarda e tace.
Rumore forte suscita invece la legge votata in prima istanza dalla Camera contro la "pirateria" su Internet. Si chiama Hadopi. Che è un acronimo per indicare la futura Haute Autorité pour la Diffusion des Oeuvres et la Protection des Droits sur Internet incaricata di vegliare sull'uso corretto della rete.
L'Internauta beccato, per esempio, a scaricare un brano di musica sarà avvertito per mail, in seguito con lettera raccomandata e infine la sua connessione sarà sospesa per la durata da tre mesi a un anno con obbligo per lo stesso di continuare a pagare l'abbonamento. Sanzione amministrativa che esclude la presenza di organi di giudizio e che fa incombere all'Internauta l'onere di provare la propria innocenza. 
La legge è stupida, ingiusta, liberticida e soprattutto inutile.
Chi utilizza l'Internet sa perfettamente come occultare il proprio indirizzo IP, come farsi ospitare da un serveur domiciliato alle Seycehelles, o peggio come scaricare dal proprio computer facendo apparire che chi ha scaricato è il computer di un altro. Basta consultare i dieci antidoti contro questa legge di cui volentieri faccio pubblicità.
Eppure è questa legge che solleva la maggior ostilità nel paese. Ostilità che condivido in toto ma che mi interpella sulle priorità che oggi hanno i cittadini. 
Salute, scuola o Internet? 


martedì 12 maggio 2009

The underground fever...


La chiamavano "underground fever". Con la capacità che gli americani hanno di utilizzare un'immagine per descrivere un fenomeno. Il fenomeno in questione era la devastante pandemia di influenza che colpì il pianeta tra il 1917 e il 1918 e che passò alla storia con il nome di "spagnola". Il riferimento alla metropolitana, all'underground, voleva sottolineare con quanta velocità il virus si installava nel corpo ospite, ne attaccava i polmoni, li devastava e uccideva. La morte interveniva così velocemente che si raccontava che un uomo poteva entrare sano nella metropolitana di New York a Battery Park e uscirne morto al Bronx. 
In realtà la morte non era così fulminea, ma la spagnola, in certi casi, riusciva ad uccidere nelle 24 ore dai primi segni evidenti della malattia. 
In soli sei mesi la spagnola fece un numero estremamente elevato di vittime. Le cifre più ottimistiche parlano di 20 milioni di morti. Altre (come The Lancet) ipotizzano che in realtà il numero di morti fu addirittura il doppio, ma che molti decessi vennero contabilizzati tra le vittime della guerra più che dell'influenza. 

I virus sono sempre stati la mia passione.
Sono creature piccole. Estremamente adattabili. Estremamente intelligenti. Si nascondono per anni, giacciono come in letargo, per uscirsene alla chetichella, quando meno li si aspetta, colpire, e sparire di nuovo.
La sequenza genetica del virus della spagnola non è mai stata identificata dagli scienziati, nonostante i tentativi effettuati prelevando dei tessuti dai cadaveri di quattro persone morte di spagnola in Alaska e che erano stati sepolte nel permafrost. Gli scienziati, speravano che il virus fosse ancora sequenziabile. Ma tra il 1918 e il 1997, anno in cui venne effettuato questo tentativo, alcuni picchi di calore avevano scongelato i corpi e dunque distrutto ogni possibilità di ritrovare elementi utilizzabili del virus.
Secondo Mark Gibbs, un virologo australiano, è estremamente probabile che il virus della spagnola fosse una ricombinazione tra il ceppo dell'influenza umana e di quella suina. Secondo Webster, un altro virologo, stavolta americano, il virus della spagnola era invece una ricombinazione tra ceppo umano e ceppo aviario dell'influenza.
Entrambi i virologi hanno stuoli di scienziati che giurano su una delle due ipotesi. Poco importa.
Molti studi, da anni e in tutto il pianeta, sono dedicati a prevenire in qualche modo e nei limiti del possibile la prossima inevitabile pandemia di influenza con alti tassi di mortalità. Gli scienziati sanno che arriverà. Non possono predire quando, ma sanno che arriverà. 
La spagnola, infatti, non fu la prima influenza con tassi di mortalità elevati e non, come le normali influenze, confinati alle categorie più deboli della popolazione (vecchi e neonati). Nella storia vi sono tracce di altre pandemie di influenza che, come la spagnola,  colpivano adolescenti, giovani uomini e donne provocandone la morte. Nel 1580,  l'influenza provocò la scomparsa di intere città in Spagna. E così fu nel 1729 in Svezia, nel 1781 in Cina e in Siberia, nel 1830 sempre in Cina e nel 1889 in Russia e nelle Stan Repubbliche.
Oggi, nonostante gli antivirali e le possibilità a termine di fabbricare vaccini, siamo molto più fragili di un tempo. Perché siamo di più. E in contatto facile e permanente.
Isolare i focolai epidemici è molto più difficile oggi di ieri. 
E inoltre, come insegna la storia della morbidità, le ragioni del commercio sono sempre state più forti delle ragioni sanitarie. Il commercio prevede frontiere aperte alle merci e spostamento di uomini. Il che costituisce un banchetto di nozze per i virus che si nutrono di contatti, sempre disperatamente alla ricerca di nuovi ospiti che non abbiano sviluppato difese immunitarie.

Tutta questa pappardella per dire che è assolutamente giustificata, secondo me, l'allerta lanciata dal CDC, dall'OMS, nonché dai maggiori virologi mondiali. Magari quello che stiamo per affrontare non sarà il fatidico Big One che gli specialisti attendono con terrore. In ogni caso è troppo presto per dirlo.
Ma in rete circolano articoli ispirati alla peggior dietrologia. Sovente diffusi da persone che niente hanno a che fare con la medicina o la ricerca scientifica. Vedi l'articolo del simpatico Valerio Evangelisti su Carmilla.
L'influenza suina? Un complotto. L'ennesimo. 

domenica 10 maggio 2009

Sabra


Non è un fatto isolato quello che è accaduto in un hotel di Serfaus nel verde Tirolo. Dove l'albergatore si è rifiutato di accogliere una famiglia ebraica adducendo di aver avuto cattive esperienze, in precedenza, con altre famiglie ebraiche. 
In Asia è un fatto comune. Alla reception di molti alberghi e guesthouse è cosa comune leggere un cartello con su scritto: " No Israeli here". In altri alberghi gli impiegati hanno ordine di rifiutare gli ospiti ebrei con la scusa che l'albergo è pieno. Idem in Sudamerica. Specialmente nelle località che attirano i giovani.
Le ragioni sono sempre le stesse: gli ebrei discutono troppo i prezzi; oppure, gli ebrei fanno troppo chiasso.

In Asia e in Sudamerica moltissimi sono i viaggiatori israeliani. Giovani, nella maggior parte dei casi, poiché in Israele è d'uso che una volta terminato il servizio militare di tre anni ragazzi e ragazze partano in viaggio. Viaggi lunghi. Minimo un anno. A volte due. 
Spesso i ragazzi viaggiano in gruppetti di tre o quattro persone. E affittano camere a quattro, cinque letti per ridurre le spese. Si sa che i gruppi sono più rumorosi dei viaggiatori singoli, che in generale, se ne stanno in un angolino a leggere voluminosissimi romanzi spazzatura. È anche vero che i ragazzi israeliani possano apparire più rudi e meno di maniera di altri ragazzi che viaggiano. Sono loro stessi ad ammetterlo. Non a caso, infatti, sono dei "sabra".
Oggi, infatti, quasi tutti gli israeliani sono "sabra". Termine che viene usato per indicare un ebreo nato in Israele da famiglie che risiedono nel paese da più di una generazione. In ebraico, "sabra" significa "fico d'India". Da cui l'idea che un "sabra" è rude e spinoso fuori, ma dolce dentro.
Nell'ebraico che è parlato in Israele non esistono tutte le formule di cortesia che esistono nelle nostre lingue. Prego, scusi, per piacere, le spiace, mi permette. Ed è poco utilizzato anche il condizionale per chiedere qualcosa. In ebraico non si dice "avrebbe mica", "potrei, per caso", "vorrei". L'ebraico, che è una lingua morta che per decreto torna alla vita, è un idioma diretto. Che farebbe inorridire i francesi, i quali aggiungono sempre "petit" ad ogni richiesta. O gli spagnoli per cui tutto termina in ito o in ita. O gli italiani che fanno regalini, chiedono di farsi aspettare un minutino, o sollecitano piacerini o servizietti. 
La rudezza e la mancanza di "maniere" che caratterizza superficialmente i ragazzi che vengono da Israele corrisponde sicuramente ad una mancanza di modi insita nella lingua, che a sua volta nasce in un momento storico che vede il paese in guerra. Contro tutti i suoi vicini. In un paese in guerra permenente non c'è spazio per le maniere. 
E così è invalsa la pratica di segnalare con un cartello sul quale campeggia un incongruo "Shalom" che in quel'albergo si accettano ebrei. 
Una pratica. Accettata da tutti. 
Una brutta pratica obbligata.

 

venerdì 8 maggio 2009

La Reina del Cerro


Il consolato italiano di Mendoza si affaccia sulla Piazza Chile. Elegante palazzina bianca, stile primi novecento, splendida porta di ingresso in noce sulla quale campeggiano gli orari (immutabili perchè incisi in un'altrettanto elegante placca di ottone formato A3) di apertura al pubblico dell'ufficio consolare. Il nostro consolato è aperto al pubblico "tutti i giorni salvo giovedí e sabato più i giorni feriali, dalle 9h30 alle 11h00". Per un totale di ben sei ore a settimana.
Sul muro di cinta di quello che potrebbe essere un giardino interno un enorme pannello, dieci metri per tre, elenca quanto dell'Italia è da considerarsi patrimonio dell'umanità. Ho preso nota mentalmente e ora elenco: Dante Alighieri, Cannavaro, Venezia, Firenze, Monica Bellucci, Vivaldi, Alberto Sordi, la Moka Bialetti, la Ferrari, Milva, l'Arena di Verona, Eros Ramazzotti.
Eros Ramazzotti, patrimonio dell'umanità?
De gustibus...

Alla frontiera tra Argentina e Cile, giusto sotto l'Aconcagua, i controlli sono sette. Distribuiti tra diversi uffici che sono, appunto, numerati dall'uno al sette. L'ultimo controllo è finalmente umano. Rodrigo, un simpaticissimo doganiere, ci spoglia letteralmente la jeep in cerca di elementi organici che possano contaminare i saporitissimi frutti cileni. Che non sono malati come invece, sottolinea, lo sono gli argentini. Fruga attentissimo, Rodrigo, alla ricerca di un mandarino o di un avocado che avremmo malandrinamente tentato di introdurre nel paese. Poi ci sottopone ad un serratissimo interrogatorio incrociato volto a smascherarci. Quand'è l'ultima volta che abbiamo mangiato una banana? E i pomodori, non è che per caso ce ne portiamo dietro uno, storia di sgranocchiarcelo durante il viaggio?...Scatto verso l'automobile seguita da un cane sniffatore e gli mostro il pacchetto di cracker aperto a metà, pronta ad implorare pietà. Ma Rodrigo è magnanimo e mi spiega che il cracker no es vegetal e dunque non ci siamo macchiati di nessun crimine.
Nel frattempo scendono le nuvole e la cima dell'Aconcagua che mi pregustavo una volta terminata la via crucis frontaliera è tristemente coperta. Della più alta montagna d'America posso dire dunque di aver solo ammirato il versante orientale.

Non sarà per un'altra volta. Per quanto le Ande cileno argentine a nord di Santiago siano spettacolari, non possono rivaleggiare con le cime himalayane. Non tanto per l'altezza inferiore. Forse i paesaggi, qui, sono addirittura più mozzafiato dei paesaggi himalayani. Quello che a mio avviso manca loro è il lato culturale e umano che è presente in Nepal e in Tibet. Dove villaggi e monasteri raggiungono i 5000 mila metri e i sentieri restano quello che erano sempre stati: vie commerciali da una valle all'altra, da una civiltà all'altra, da un mondo all'altro.
Qui la natura è così arida e ostile che i sentieri sono stati tracciati solo per salire in cima alle montagne, ai vulcani e ai picchi nevosi. E chi può voler salire in cima ad una montagna se non i trekkers o gli alpinisti? I sentieri creati solo per chi della montagna fa uno sport non hanno vita propria.
Un tempo, neanche tanto lontano, in cima a queste montagne gli indio delle vallate, invece, ci salivano. Ma esclusivamente per portarci i bambini destinati ai sacrifici. Li vestivano a festa, li circondavano di oggetti preziosi, li accompagnavano su, li calavano in un buco e li lasciavano là a morire di freddo. Il piú prezioso sacrificio a Dio.
Al museo archeologico di Salta sono esposti tre di questi bambini. Perfettamente conservati e fissati nella posizione esatta in cui la morte li ha colti. Una ragazzina di quindici anni con i lunghissimi capelli neri intrecciati che le scendono sulla schiena e sulle spalle. Ai piedi, nudi, un paio di sandali. Muore rannicchiata su se stessa, la bambina, con le braccia strette attorno alle ginocchia. Nello stesso buco, accanto a lei, un bimbo di sette anni che muore in posizione fetale tentando di avvolgersi in una tunica rossa che col tempo è diventata marrone. Di lui al museo non si riescono a vedere gli occhi. La terza è una ragazzina tredicenne, terrorizzata dalla morte. Almeno è quanto appare, più che dagli occhi, dalla sua bocca spalancata in un grido muto. La bambina, battezzata dagli archeologi "la Reina del Cerro" sembra essere l'elemento che ha suggerito a Munch il suo grido. Terribile grido. Si può morire di freddo e di terrore? E perchè i tre ragazzini non si sono stretti uno accanto all'altro in un estremo tentativo di riscaldarsi? Perchè in cima alle montagne ognuno di loro è morto solo?

mercoledì 6 maggio 2009

La natura non é di nessuno...


Di giorno Mendoza é addormentata.
Sui lunghi viali alberati poche sono le automobili. Non ci sono rumori di clacson, o di frenate. Non si sente il vociare della gente, forse perché attutito dalla presenza di vegetazione. Prati nelle piazze, alberi lungo le stradine anche quelle piú piccole, giardini privati all inglese, piante in vaso di fronte ai negozi, fontane che spruzzano acqua, pozze, laghetti, bacini. Mendoza sembra un grande teatro sul quale hanno steso chilometri di stoffa per ovattare i rumori.
Al Parque San Martin c é lo zoo.
A me gli zoo piacciono moltissimo e negli zoo cerco sempre le gabbie delle scimmie. Macachi, scimpanzé, scimmiette piccoline gialle e nere, scimmioni a culo nudo e che ti guardano in maniera interlocutoria. L elefante africano raccoglie una pietra con la proboscide e poi me la tira mancando la mira, la mia testa, di pochi centimetri. Poi mi spruzza addosso l acqua che ha inalato da uno stagno puzzolente. Grazie a Dio mi manca per la seconda volta. Le tigri sono accasciate e stanche. I puma girano intorno a se stessi ossessivamente e un leone novantenne fa fatica ad aprire l unico occhio che gli resta. I lama, i vicuna, gli alpaca e i guanaco che pascolavano liberi per la cordillera, qui, nei loro recinti, hanno un aspetto malaticcio e spelacchiato. Se la cavano egregiamente tucani e pappagalli. Le due pantere nere dormono una sull altra e un tapiro sniffa le formiche come se stesse tirando coca.
E poi capre, caprette, caproni, cammelli, daini, alci, orsi bruni, neri e bianchi, roditori di tutte le taglie e di tutti i gusti.
Gli zoo mi piacciono prima di entrare ma poi me ne esco con un sentimento di oppressione. Alklo zoo ci si sente come dei leoni in gabbia.
Il viaggio sta per finire. E io ho addosso una grande stanchezza.
E dunque andró a fare la siesta su uno dei prati della Plaza Indipendencia tentando di terminare Una pace perfetta di Amos Oz, splendido romanzo dello scrittore israeliano, che mi ha fatto venir voglia di leggermi per bene e davvero Baruch Spinoza. Che teorizza cose semplici ma essenziali. Ogni uomo deve seguire il proprio destino e trovare il proprio fine nella vita.
La natura non é di nessuno, il deserto é immenso e non conosce appartenenza.
Ma non sará per domani Spinoza. Domani si sale l Aconcagua, e poi giú dal passo in direzione del Cile e di Santiago.


Mendoza


Mendoza, città ai piedi dell'Aconcagua -7000 mt meno qualche centimetro - è come ritornare in Europa.
Mi piace Mendoza.
Certo gli onnipresenti cardo e decumano la rendono diversa dalle nostre città medioevali tutte curve e tournichè. E le piazze non sono di piazze di pietra, ma grandi prati sui quali ragazzi e ragazze prendono il sole giocando a carte. Eppure, senza dubbio, qui dell'Europa c'è l'aria.
A Mendoza, innanzitutto, si beve finalmente un buon caffè in posti che si chiamano da Faustino, da Francesco, da Piero. Il caffè, i camerieri in similsmoking, te lo portano con un civilissimo bicchiere d'acqua e con una fettina di torta di mele o di noci.
Poi, a Mendoza, le persone sono più belle, più alte e più "civili". Nel senso che non hanno tutte l'aria trasandata del gaucho che è appena sceso da cavallo, ma assomigliano ai passanti che si possono incontrare a Genova, Parigi, Modena, Forlì.
A Mendoza, finalmente incontro gli italiani di Argentina.
Edoardo, per esempio, il nostro albergatore, i cui nonni erano ampezzani e che dopo avermi chiesto da dove vengo si è definito un "bellunat". Al negozio kodak dove vado a farmi scaricare la memoria della macchina fotografica il proprietario saluta in italiano e giura che nonostante lui sia qui da tre generazioni la sua famiglia si è sempre sentita lucchese. Un passante si ferma al tavolino del caffè dove sto avidamente leggendo il Corriere della Sera e le ultime notizie sulla Noemi Letizia e dopo essersi presentato come argentino di origine siciliana - Catania - mi chiede cosa ne penso del divorzio di Berlusconi.
Cosa ne penso del divorzio di Berlusconi? Rispondo che non so cosa pensare, ma che seguo la faccenda con la massima attenzione. Lui si sdilinquisce sulla povera Veronica. Povera donna, cornuta e così bonita, è in sintesi il suo discorso. Anche i ricchi piangono, confermo io, levando gli occhi al cielo, e finiamo per discutere un poco in generale di divorzi, separazioni, patrimoni e pene d'amore. Poi Eugenio, così si chiama, mi stringe la mano e se ne va.
Verso le 8 di sera Sarmiento, il viale del passeggio, comincia lentamente a riempirsi di leccavetrine, amiche che bevono l'aperitivo, colleghi di lavoro con le valigette nere, zingare grasse, giovani che vendono catenine fatte coi semi di qualche frutto esotico, chitarristi e nullafacenti. Da ogni bar, caffè, ristorante escono le voci dei commentatori delle partite di calcio che almeno una diecina di canali della televisione argentina trasmettono in contemporanea, 24/24.
C'è effervescenza nell'aria secca di questa città, oasi stretta tra montagna e deserto. Come un sabato sera di un dì di festa.



martedì 5 maggio 2009

No tiengo dinero...

Il poliziotto è giovane e carino. Ha un ciuffo spettinato che gli scende sugli occhi neri neri e sorride con garbo. Ci ferma a Tapso, una località che esiste solo sulla carta, persa nel polveroso vuoto pneumatico che c'è tra Tucuman e Cordoba.
Uno dei soliti controlli, penso io.
In Argentina, ogni quaranta, cinquanta chilometri esistono i posti di blocco della polizia. Che, finora, svolgono perfettamente il ruolo del Panopticon di benthamiana memoria. La polizia non controlla assolutamente nulla, ma il fatto che ci sia induce l'automobilista a comportarsi correttamente, a non bere, a non eccedere nella velocità.
Normalmente il poliziotto ti chiede dove stai andando, da dove vieni, a volte pretende di vedere la patente che guarda senza guardare, e poi ti fa cenno di andare.
Questo invece è particolarmente gentile. Ci piace l'Argentina? Stiamo bene nel suo paese? Per quale squadra di calcio facciamo il tifo? E Cambiasso, ci piace come gioca? E si mangia bene in Argentina?
Lodi sperticate escono dalla mia bocca. Adoro l'Argentina, gli argentini, la carne de vaca, el futbol e Maradona. Snocciolo l'Ave Maria del gemellaggio spirituale italo-argentino: Crespo, Zanetti, Burdisso, Zarate, amen...
Penso che a quel punto il gentile poliziotto faccia il gesto di lasciarti andare e invece no. Lui ci fissa in silenzio per almeno un minuto. Poi, gli si allarga il sorriso e spiega che è l'ora della comida. Mi aspetto che ci suggerisca una fantastica cocineria nascosta dietro gli spinosi cespugli che ci chiudono ogni visuale da almeno 5 ore e invece il maramaldo fa il gesto internazionale che indica "ho fame". "Anch'io ho fame" gli dico sempre sorridendo. E lui: "Ho fame e no tiengo dinero". Ah...Sto per dirgli mi dispiace, e poi vedo che il niño fa il gesto che in tutti i paesi latini significa "voglio soldi". Sfrega l'indice e il pollice della mano destra davanti alla mia faccia e mi guarda. Lo guardo anch'io. Ma che vuole, questo? "Una contribucion", risponde il brigante.
Paralisi. Stupore. Mi incazzo. E mi incazzo ancora di più quando vedo Claudio estrarre dalla taschita la contribucion sotto forma di un biglietto da venti pesos, offrirlo al carabinero, e aggiungere un buon appetitos a denti stretti...
Lui afferra, soppesa, e poi ci fa il cenno di andare.
Manco un gracias...
Inizia a piovere. Appena 500 chilometri più a sud e già c'è odore di inverno. Tra qui e l'Aconcagua ci sta ancora deserto e Mendoza, città di vigneti. Per stanotte si fa sosta a Mina Claver decantata per le pozze d'acqua cristallina nelle quali bagnarsi. Peccato che l'acqua cada dal cielo, il termometro segni 8 gradi, e il ridente luogo di villeggiatura, in questa stagione, sia più sinistro di Abano Terme d'inverno.

lunedì 4 maggio 2009

La strada di tutti i continenti


La strada da Salta a Tafi del Valle, via Cafayate, attraversa zone del mondo assolutamente incongrue. Dovrebbe essere una strada che attraversa i vigneti, visto che la chiamano la Ruta del Vino, ma nei primi 200 chilometri di vigneti non se ne vede manco l'ombra.
All'inizio siamo in Galles. Verde, verde, verde ovunque. Sulla porta di casa cascate di fiori che scendono da vasi appesi ai portici con catenelle di metallo. Margheritone gialle, ibiscus, fiori che assomigliano a gerani senza esserlo, violette a grappolo, trionfi di oleandri. A perdita d'occhio campi di tabacco. Su lunghissimi fili che recingono i campi seccano foglie che un domani diventeranno Marlboro o Philip Morris.
Poi, dolcemente, il Galles cede il passo all'Arizona. Il deserto lancia il primo tentativo disperato di riprendersi il territorio. Sabbia, cespugli stile la mia Africa ed enormi cactus. Alti dieci, quindici metri. Verdissimi e con le braccia che si aprono asimettricamente.
La strada sale leggermente e di colpo si aprono i canyon. Siamo in Utah, in terra mormona, nei dintorni di Moab. Canyon altissimi, rossi, ocra, gialli, neri e verdi. Architetture spontanee. Buchi, archi, roccie dritte come fusi. La strada corre sul fondo dei canyon lungo un fiume quasi in secca. Sulle sue rive crescono cespugli con grandi ciuffi gialli.
La toponimia è fedele al territorio. Siamo di nuovo a El Paso (ma quante El Paso ci saranno nel mondo?), a Sonora e nella valle del Colorado. Gli affluenti del fiume come si possono chiamare se non Rio Lobo e Rio Grande???
Traffico zero assoluto. Ogni tanto un paio di peones in biciclette che risalgono alla guerra delle Malvinas. E lungo il letto del fiume cavalli e cavalieri. Un gruppetto di cavalieri con il cappello a falde larghe e piatto in testa, i copri pantaloni di cuoio e lunghe fruste che mi chiedo se non siano lazos, spinge gridando una mandria di mucche reticenti a guadare il fiume.
A Cafayate si arriva all'ora della siesta. Il villaggio che si sviluppa attorno allo zocalo esibisce una certa sonnolenza. Al mercato offrono bisteccone di lama a 5 euro e fiorentine di dimensioni spropositate a 2 euro.

Tomas Moretti e la sua fidanzata che si chiama Sybil vengono da Buenos Aires. Volevano fare cinema. Documentari, lui, film, lei. Ma in un paese in cui i cinema chiudono più velocemente dei negozi di macchine da scrivere, fare film è missione impossibile. Cosí, raccontano, han deciso di mollare tutto e di partire. Per vivere vendono foto e portafogli fatti di cartoni del latte. Grazie a tali attività contano di star via almeno due anni. A zonzo per il continente. Viaggiando sui camion. In questo paese cosí immenso, lungo e largo, i camionisti - spiegano - tirano su facilmente gli autostoppisti per tenersi svegli. In cambio gli autostoppisti debbono parlare. Raccontare la loro vita. Fare domande. A volte devono anche cantare.
Sybil è innamorata di Fellini. Quello dei Clown e di Amarcord, specifica. Tomas, quasi scusandosi, afferma che preferisce la Voce della Luna. Entrambi stanno leggendo l'autobiografia di Jodorowski. A entrambi piace.
Tomas e Sybil parlano di se stessi usando il noi. La cosa farebbe rabbrividire Roland Laing. "Ci piace", "Vogliamo", "facciamo", sono l'anticamera del baratro. Quanto meno rischiano di trasformare due soggetti in una melassa. Qualcuno ricorda quell'improbabile duo italiano che si faceva chiamare "I Vianella" e che parlava usando rigorosamente la prima persona plurale?
Tomas racconta che è stato in Italia. A fare il bagnino sulla costa adriatica vicino a Ravenna e dell'Italia ricorda con nostalgia le piadine. Vorrebbe scrivere a Nanni Moretti, proporgli di finanziare uno dei suoi documentari. In fondo, mi dice, magari siamo cugini. Io gli suggerisco di scrivere al padrone della birra Moretti. Un investimento probabilmente più sicuro.
Compro loro un inutilissimo portafoglio della centrale del latte di Salta e ci si saluta all'Argentina. Baci, abbracci mozzafiato, manate sulle spalle, e tante buena suerte.
Da Cafayate la strada continua a salire. Dieci chilometri dopo siamo in piena valle ampezzana. Pini, abeti, montagne. Qualche tentativo di chalet.
Tafi del Valle è una località di villeggiatura che assomiglia ai paesini della Val Badia di trent'anni fa. Con la differenza che le casa non sono delle hutte ma delle estancias, e tutti o quasi girano a cavallo. A Tafi fanno il formaggio. Di vacca e di cabrito.
Una delle cose più straordinarie dell'Argentina è che si mangia divinamente bene con pochissimi euro. Nei ristoranti popolari servono bistecche di carne deliziosa larghe come lenzuola e il dolce locale è una suola di formaggio di capra che annega nel miele, sopra alla quale spargono fichi secchi, noci e strani filamenti dolci che chiamano cayote.
L'altra è che la gente, a differenza dello svizzero Cile, è allegra, comunicativa e musicale.

Nonostante quasi tutte le avenida delle città siano dedicate a colonnelli o a generali, l'Argentina decisamente è fatta per me.



domenica 3 maggio 2009

Incrociamo le dita...


Sono sballata. Non ancora adattata agli orari argentini. I negozi chiudono all'una per riaprire alle sei di sera. La chiusura non è precisata, ma si aggira tra le 10 e mezzanotte. Al ristorante si va verso le 11 di sera, ma è triste perchè ancora non c'è un cane. Meglio mezzanotte che le strade cominciano ad animarsi. Che fanno gli argentini? Guardano i film alla tele e poi escono a cena? Dormono tra l'una e le sei e poi tra le tre di mattina e le otto? Non dormono?
Nel triste Cile alle 10 di sera a gironzolare per le città ci sono solo i cani e i tagliagole...
Per i nottambuli come me, in ogni caso, i ritmi argentini sono uno sballo...
Ah, dimenticavo...si iniziano a notare le mascherine per le strade della città.
Ma, mascherina o no, la gente continua a far festa.
13 casi sicuri nel paese che ha chiuso i voli col Messico.
Ma la grande preoccupazione epidemiologica, qui, è la dengue.
Medicos san banderas, una ONG genere Medecins du Monde sostiene che proprio nella provincia di Salta ci sono almeno centomila casi di persone malate di dengue. Non si conosce il numero dei morti. Ufficialmente il governo sostiene che sarebbero un migliaio.
Non si sa bene. Quel che bisogna fare è utilizzare il repellente e maniche lunghe e calzetti eccetera...E soprattutto, incrociare le dita.

Per Daniela: qui Breda non funziona...Ci ho provato, ma invano...

sabato 2 maggio 2009

Si el hambre es ley, la rebellion es justicia


Se Valparaiso è coperta di murales, Salta è la regina delle scritte sui muri.
"Si el hambre es ley, la rebellion es justitia" copre il muro che fa da recinzione al mercato della frutta e verdura, sulla Avenida San Martin. Che è una lunga strada che dal centro porta alla periferia della città.
La percorro tutta in questo primo maggio che sembra ferragosto a Milano. Tutto o quasi è chiuso. "Per festeggiare i lavoratori?" ho chiesto ieri sera al buttafuori della Casona del Molino, un locale che serve la parrilla fino alle cinque della mattina e dove cartelli appesi un poco dappertutto informano la clientela che la direzione si scusa di dover interrompere a servire bevande alcoliche alle quattro.
"Per festeggiare la panza", mi ha risposto il detto buttafuori con un sorrisetto.
Alla Casona del Molino si mangiano bisteccone da un chilo per 3 euro mentre stuoli di musicisti suonano e cantano attorno a un tavolo, alternandosi. Quando è il turno del suonatore di churrango che è un chitarrino minuscolo a dieci corde, il percussionista si mette in pausa e sbrana la bisteccona.
C'è molta affettività in Argentina. Per le strade i fidanzati baciano le fidanzate con grandissima passione come da noi non si vede più. E la gente quando si incontra si abbraccia forte forte, stretto stretto. Uomini, donne, persino i bambini. Gli uomini aggiungono ai baci grandi manate sulle spalle.
Alla Casona del Molino un signore che fa di tutto per assomigliare a Rafael Alberti salta in piedi sul tavolo dei musicisti e declama una poesia. Tutti i commensali che visibilmente si conoscono scandiscono le sue parole dando grandi pacche sui tavoli e lanciando delle grida ad ogni fine verso.
Decisamente l'Argentina batte il Cile quanto a vitalità.
Non lo batte affatto invece per quanto riguarda il parco macchine. Il parco macchine di Salta non ha nulla da invidiare alle automobili che i veneziani custodiscono gelosmente per una quarantina d'anni nel parcheggio di Piazzale Roma. Con la differenza che qui le automobili quando capita che abbiano le targhe ce le hanno scritte a mano su dei pezzi di legno o di cartone attaccati al paraurti con lo spago. Bianchine, Seicento Fiat con le porte che si aprono in avanti, Ford del 1950 con il tetto arrugginito, Cadillac con il portellone dei bagagli che non si chiude avanzano sferragliando e emettendo nuvoloni di fumo nero dal tubo di scarico. Lungo i marciapiedi sono parcheggiati pick-up senza più le ruote, o senza le portiere ma agganciati ai pali della luce con delle grandi catene da bicicletta.
Via via che mi allontano dai quartieri centrali, fatti di case basse dall'architettura coloniale, appaiono le baracche delle periferia. E i cani. Centinaia di cani randagi. Adagiati sui marciapiedi, in mezzo alla carreggiata, o in branco a dare l'assalto ai cassonetti della spazzatura.
Perchè non se ne vedano nei quartieri ricchi lo capisco al ritorno. I ricchi la spazzatura la appendono in alto. Tanti sacchetti ordinatamente appesi a chiodi che spuntano dai pali della luce fuori portata anche dei cani più grossi. E poichè nei quartieri poveri ci sono pochi pali della luce la spazzatura se ne sta a terra. E i randagi ci danno dentro satollandosi. Un poco come fanno le vacche nella periferia di Delhi.
Oltre che essere la città dei cani-spazzini, Salta è anche il regno degli evangelici. Che sono attivissimi. Fanno messa negli stadi amplificando le prediche con enormi casse che neanche i muezzin di Teheran oserebbero tanto. Organizzano feste multietniche e poichè anche in Argentina come in Cile le etnie sono limitate spediscono a far la pubblicità per una festa giapponese cui è invitata tutta la città una signora di colore, probabilmente honduregna o cubana, in chimono e trucco da geisha.
Sulla plaza centrale che è dedicata a un misterioso primo di luglio tanti caffè dove bere mangiare chiacchierare. Un poco come in Italia.
I bambini strillano e fanno i capricci. Un poco come in Italia.
E i sandwich si chiamano panini. Come in Italia.



venerdì 1 maggio 2009

Passaggi di frontiere


La doganiera in agguato all'imbocco della strada che porta al Paso Jama e alla frontiera con l'Argentina ha una faccia da kapò. Il ghigno con cui ci accoglie non posso altro che immaginarlo visto che sulla faccia porta una mascherina anti febbre suina. Sostiene che gli untori sarebbero i camionisti peruviani che usano quella dogana per deviare poi in Bolivia e dunque lei così si protegge. Afferra il documento che le presentiamo con sorriso innocente e in tre secondi punta il dito sull'errore.
Gode poi, la sadica, nel lanciare un sinistro "No pasaran".
Ma la notte aveva portato consiglio. Poichè in un Internet Cafè avevo redatto un documento fasullo nel quale làutore dello stesso si scusava dell'errore e segnalava che in effetti noi, portatori di un passaporto italiano, eravamo appunto italiani e non francesi. Avevo chiesto in prestito alla posada il loro timbro della ditta e l'avevo stampato strascicandolo quel tanto da renderlo incomprensibile. In seguito avevo imitato la firma del latore del documento con grande svolazzo e stampato il tutto in duplice copia.
Lo stratagemma funziona. La suocera di Bokassa si toglie la mascherina, ci fissa a lungo, mi strappa il documento dalle mani, sparisce in un ridotto e finalmente se ne esce con il nullosta e con la mano fa il gesto che internazionalmente significa fuori dai piedi.

Il tutto prende due ore.
Sono dunque già le dieci della mattina.
Al Paso de Jama, 4900 mt., ci arriviamo due ore dopo.
L'aria è tersa, attorno il solito anfitetro in technicolor e dopo una curva appare una lunga fila di camion. È la frontiera argentina. Ci si mette in coda tra camionisti che succhiano mate e banchetti che vendono foglie di coca contro la fatica.
Un'altra ora e un doganiere pronto alla siesta che manco guarda i documenti ci fa cenno di andare.

Non posso tirare un sospiro di sollievo perchè l'aria è estremamente rarefatta e poi si sale ancora.
Sul versante argentino crescono i cactus.
Enormi, come quelli dei fumetti.
Mi aspetto che mi parlino. Proprio come nei cartoni animati.

Il versante argentino è tutto una festa di colori. Montagne rosa, viola, gialle, ocra, bianche come la neve. Capre, lama, guanachi, cavalli. Cavalli, tanti cavalli.
Si scende prima piano, poi stile montagne russe verso Purcamarca, un villaggio adagiato sulla riva di un fiume che anche lui si chiama Rio Grande.
Credo che tutti i fiumetti del Sudamerica si chiamino Rio Grande o Rio Lobo.
Da là mancano solo 100 chilometri a Salta. Dove ci fermiamo per la notte.
A Salta sono appena arrivata.
Qui si inizia a cenare alle 11 di sera e la gente si dà appuntamento a mezzanotte.
Giusto il tempo di scrivere questo post.