martedì 30 giugno 2009

The navigators


Sembra il remake di The navigators, il bellissimo film che Ken Loach girò nel 2002 per denunciare gli effetti della privatizzazione delle ferrovie in Gran Bretagna. Fine delle conquiste ottenute grazie alle lotte sindacali, flessibilità come parola d'ordine e soprattutto alleggerimento dei criteri di sicurezza. La sicurezza è un costo. E la spietata concorrenza che si fanno le compagnie private che devono occuparsi della manutenzione delle linee ferroviarie e delle macchine porta inevitabilmente alla riduzione dei costi. Con conseguente riduzione della sicurezza. E moltiplicazione degli incidenti. Spesso mortali.
The navigators (tradotto in Italia col titolo da soap opera di Io, Mick e gli altri) non è un film a lieto fine. Come non è stata a lieto fine la vita del suo sceneggiatore, Rob Dawer, un operaio della British Railway che morirà a 44 anni, poco dopo l'uscita del film, a causa di un tumore dovuto alla forte esposizione con l'amianto che l'uomo aveva subito proprio lavorando come addetto alla manutenzione delle ferrovie. 
La tragedia di Viareggio sembra il remake in chiave ancora più realistica dello stesso film.
Nei prossimi giorni si affronteranno nei dettagli le cause dell'incidente. Ci sarà chi giocherà allo scaricabarile. Altri evocheranno l'imponderabile. Il caso. La sfortuna. Finirà forse come la tragedia ferroviaria di Balvano: 600 morti, nessun colpevole...

lunedì 29 giugno 2009

Ancora Iran...

Tra giornali e blog, le interpretazioni di quanto succede in Iran si moltiplicano.
Grosso modo le si può sintetizzare come segue.
C'è chi apparenta la rivolta iraniana alle rivoluzioni avvenute in Ucraina e in Georgia: spinte riformiste in questo caso verso una società più moderna, più "occidentale", più laica. 
Altri contestano questa interpretazione sostenendo che a scendere per strada sono i figli della borghesia urbana ai quali si oppongono i "figli del popolo", la gente delle campagne che ha fatto vincere Ahmadinedjad. Non c'è dubbio, per costoro, che quest'ultimo ha vinto le elezioni.
I disincantati non ci vedono una grande differenza. Secondo loro il presidente attuale e Moussawi non sono particolarmente diversi. E sottolineano che Moussawi, a suo tempo scherano di Khomeini, non è altro che il paladino di interessi economici diversi, ma di fondo, si allinea sulle stesse parole d'ordine di Ahmadinedjad: no al riconoscimento dello stato di Israele, sì alla continuazione del programma nucleare.
Alcuni, a sinistra, si dichiarano addirittura simpatizzanti del presidente in carica, baluardo, a stare a loro, di una rivoluzione sociale profonda nonché di una moralizzazione del paese. Il negazionismo e il fanatismo di Ahamdinedjad altro non sarebbero che immagini veicolate dalla stampa occidentale di parte.
A prescindere dai brogli, avvenuti o meno, nonché dalla supposta frattura tra liberali filooccidentali o  filoislamisti tradizionalisti,  incontestabile è il fatto che in Iran per la prima volta dal 1979 è in atto una contestazione profonda e diffusa del regime esistente.
Slavoj Zizek, cofirmatario assieme a Noam Chomsky, Alain Badiou e altri intellettuali quali Giorgio Agamben, di una lettera aperta in cui viene denunciata la repressione dei manifestanti di Teheran e la forte restrizione alle loro libertà, guarda con attenzione e interesse a quanto avviene nelle strade di Teheran.
Il suo ragionamento è il seguente: innanzitutto bisogna smetterla di considerare Ahamdinedjad come il paladino degli oppressi. Ahamdinedjad, dice Zizek non è altro che un populista islamo-fascista corrotto, il quale, dietro la copertura delle briciole che distribuisce alle fasce più povere della popolazione, alimenta una nuova classe ricca e potente, frutto della repressione del regime. E lo fa con un sapiente uso dei mezzi di comunicazione utilizzando le più pure tecniche occidentali.  I guardiani della rivoluzione non sono affatto una milizia popolare, ma i paladini di questa nuova classe che concentra in sè tutte le ricchezze del paese.
In secondo luogo, quello che secondo lui va sottolineato è che Moussawi incarna, agli occhi dei molti che lo sostengono, il sogno popolare che aveva scatenato la rivoluzione del 1979. La quale, almeno nel suo primo anno, prima che si abbattesse la repressione contro i laici e i comunisti da parte dei "religiosi", era stata un momento straordinario di effervescenza, creatività, voglia di sperimentare nuovi modelli sociali. Chi scende per le strade di Teheran oggi, sostiene Zizek, non solo incarna gli stessi ideali, ma utilizza anche le stesse forme di protesta: un misto tra disciplina e spontaneismo ingegnoso, una incontestabile unità, una solidarietà generalizzata e un rispetto profondo e paritario per le donne, che in questa rivolta sono in prima linea.
Chi, oggi,  non si rende conto che quello che sta succedendo in Iran è il tentativo di riprendere e rilanciare  le parole d'ordine originarie della rivoluzione del 1979 sostenendo, forse ingenuamente, colui che all'epoca le aveva rappresentate, si rifiuta ciecamente di capire che stiamo assistendo ad un grande avvenimento emancipatore che travalica la lotta tra liberali pro-occidentali e integristi antioccidentali.
La fine del suo articolo è interessante. Sicuramente per noi italiani. E ho voglia di tradurla integralmente. Scrive Zizek:
"Se il nostro cinico pragmatismo dovesse farci perdere la capacità di riconoscere la dimensione emancipatrice (della rivolta in atto), allora vuol dire che noi occidentali stiamo entrando in un'era post-democratica e che ci stiamo preparando ad accogliere i nostri propri Ahmadinedjad. Gli italiani ne conoscono già il nome: Berlusconi. Altri sono in gestazione."

sabato 27 giugno 2009

Donne che tirano pietre...


Di quanto succede in Iran si parla nei blog.
In alcuni si denuncia la forte ingerenza da parte dell'Occidente. In altri ci si lancia nelle più deliranti teorie complottistiche. Neda non esiste. Neda esiste ma non è morta. Neda è stata assassinata da agenti infiltrati dell'Occidente.
Quello che di quanto succede in Iran mi colpisce è la presenza massiccia delle donne nelle manifestazioni.
Sapevo che in Iran, nonostante il velo, le donne hanno un livello di educazione pari se non superiore a quello maschile, come testimoniano le statistiche che indicano una maggior presenza femminile nelle università. Lo stesso dicasi per la presenza femminile in Parlamento, superiore a quella di gran parte dei paesi europei. Eppure sul piano giuridico le donne iraniane valgono la metà di quello che valgono i maschi. Sottomesse alla legge islamica, continuano a subire una pesante segregazione misogina che si traduce in un diverso trattamento non solo nella vita privata (in Iran è stata restaurata la poligamia e il divorzio è estremamente svantaggioso per le donne) ma anche nella vita pubblica. Basti pensare che una donna in Iran non ha nemmeno il diritto di andare allo stadio se non accompagnata dal marito o da un membro maschile della sua famiglia.
Eppure le foto che circolano sul web ce le mostrano presenti e numerose nelle manifestazioni. Giovani e vecchie. Coi veli sempre più piccoli, sempre più tirati indietro a mostrare, orrore, qualche ciocca di capelli. 
Lo sanno le donne, le più istruite, quelle che vivono nelle città, che la vittoria elettorale di Ahmadinedjad significa posporre di anni quella che i Guardiani della Rivoluzioni denunciano come "la pericolosa contaminazione dell'occidente".
Ma è un segno forte. Perché nella storia recente dell'Iran, le grandi rivoluzioni si sono sempre fatte con l'apporto numeroso delle donne: sia quella costituzionale dal 1906 al 1911, sia quella islamica del 1979.
Qualunque cosa succeda, e se, come è probabile, il negazionista Ahmadinedjad si manterrà al potere, le cose non potranno non cambiare per le donne iraniane. L'assenza di aperture nei confronti dei diritti delle donne, o peggio, nuove restrizioni potrebbero costituire l'acido corrosivo capace di minare il sistema.  E chi siede al governo di questo paese ne è perfettamente consapevole.
 


venerdì 26 giugno 2009

Celo non celo...

Neanche l'Albertone nazionale, (non Tomba ma Sordi) avrebbe saputo creare un personaggio così. Perché, si sarebbe detto, il troppo stroppia. Il principio base della comicità sta proprio nella ripetizione accettabile e nell'esagerazione plausibile. Un'esagerazione "esagerata" diventa stucchevole. E non fa ridere nessuno.
Il Sordi che avesse voluto interpretare un ricco imprenditore burino del nord Italia non avrebbe certo immaginato di mettergli in bocca quello che il nostro Papi nazionale realmente proferisce.
E non solo durante una visita ad un cantiere, quando rivolgendosi agli operai, chiede come mai non ci siano stormi di donnine che sfarfalleggino loro intorno. Domanda retorica che prelude alla più scontata battuta da bar: "Non sareste mica gay, per caso?".
No.
Lui così è. 
E lo fa anche in presenza di Presidenti. Come racconta Jacques Chirac su L'Express di questa settimana.
Un tipo "un poco strano", lo definisce Chirac. Il quale, racconta,  che nel corso di una visita ad una delle molteplici ville/bordello del Caimano, viene accompagnato dal padrone di casa a visionare i bagni (finezza suprema...)
"Questo bidet, caro mio - fa il nostro Barbablù nazionale a Jacques - non puoi nemmeno immaginare quante stupende paia di chiappe ha visto...". ...
(...ma a voi è mai capitato di portare un vostro invitato a visitare il vostro bagno segnalandogli che la tavoletta del cesso ha accolto il di tal dei tali deretano?????)
E in un'altra occasione - è sempre Chirac a raccontare - di fronte alle numerose riviste pornosoft che giacevano qui e là sui tavolini del salotto di una delle sue ville, il nostro arbiter elegantiarum si era lanciato nel gioco del "celò noncelò". Sfogliando frenetico le riviste, Petronio indicava questa o quella ragazza, poppe boccona umida, e chiappe bideate, e, probabilmente sbattendo il dorso della mano sulla carta patinata (ma il gesto me lo invento io) si vantava tronfio: "Questa me la sono fatta - sbottava orgoglioso - e quest'altra pure, e pure questa....".

Anche Jacques Chirac, ho scordato di sottolineare, è coinvolto nel complotto ordito ai suoi danni dalle sinistre e da Repubblica...


giovedì 25 giugno 2009

Non ho parole...

Le torri gemelle sono state dinamitate in precedenza, dai servizi segreti americani e/o dal Mossad. Per questo sono cadute.
Nessun aereo è mai caduto sul Pentagono. In realtà era un missile lanciato sull'edificio dagli stessi americani e/o dal Mossad.
Nicholas Berg non fu decapitato da membri di un'organizzazione legata ad Al 'Quaida, bensì dai soliti agenti dei servizi e/o dal sempiterno presente Mossad all'interno del carcere di Abu Ghraib.
La strage di Sebrenica non è mai avvenuta. I servizi, stavolta "occidentali", hanno organizzato la messa in scena per poter impunemente colpire Milosevic e la Serbia.
Nello stesso blog, che ci istruisce sui vari complotti americano/sionisti, avvenuti negli ultimi sessant'anni si dà per scontato che neanche un cretino ormai può credere, cito, all' "esilarante balla della camere a gas"...
Ed ora Neda.
Che altro non è che l'ennesimo fotomontaggio organizzato da, cito, "la premiata ditta Sam & Abacuc Inc" destinato ai "telepecoroni" che siamo. Il tutto, allo scopo di creare un sostegno internazionale, cito, "all'indegno Mousawi e ai suoi sostenitori, branco di venduti e decerebrati che stanno consegnando il proprio paese al colonialismo statunitense".

Dalla Shoah in poi, a stare a questo blog e a tanti altri che si pongono sulla stessa linea, è tutto un susseguirsi di "bufale" planetarie. 
Grazie a Dio esistono degli spiriti liberi che indomitamente ci spiegano che le cose non stanno come sembrano. E che da più di sessant'anni noi stiamo semplicemente assistendo a dei film dell'orrore girati in qualche luogo segreto del pianeta da sapienti registi americani o israeliani o ebrei americani che ci manipolano togliendoci anche la minima scintilla di comprensione della realtà. Hollywood, in fondo, non è forse in mano ai "sionisti"?

Non ho parole. 


mercoledì 24 giugno 2009

Cassano e la questione della cittadinanza

Grazie alle reazioni contenute nei commenti che il post di ieri ha suscitato, oggi ho voglia di affrontare su un piano razionale la questione della cittadinanza. Visto che la decisione di ieri era scaturita da un incubo. E pur sapendo che, forse, non interesserà a nessuno, ad esclusione di chi come me, è cittadino del paese in cui è nato, ma gran parte della sua vita l'ha passata ormai in un paese altro.
Comincio, ponendomi la questione al contrario. 
Perché non ho ancora preso la cittadinanza francese? 
Me lo chiedono gli amici di qui. A volte me lo chiedono pure gli amici italiani. Oggi me lo chiedo io.
In fondo, la vera ragione che dovrebbe indurre una persona a cambiare cittadinanza è proprio legata al suo voler essere "soggetto" nel paese in cui vive e in cui paga le tasse. E mi si ripropone ogniqualvolta in Francia si vota. 
Se è vero che il voto di una persona esprime, fino a prova contraria, un giudizio sulla buona condotta del governo che dirige la sua vita quotidiana, percepisce le sue imposte e le spende secondo criteri suoi, è implicito che chi è privo di cittadinanza questo diritto, questo controllo, non lo possa esercitare. E dunque, in nessun modo, possa influire sulle scelte alle quali è sottoposto. Un poco come essere dei cittadini di serie B. Dei cittadini che sono tenuti a dare, a contribuire alla spesa pubblica, per esempio, in ragione della loro capacità contributiva, ma nel contempo non hanno nessun diritto di critica.
Non bene.
Eppure fino ad ora, nonostante la fondatezza di queste osservazioni sia lapalissiana, avevo sempre allontanato l'idea di cambiare cittadinanza.
E qui, si snodano argomentazioni che nulla hanno a che fare con la razionalità o i principi repubblicani.
Sicuramente la cosa ha avuto a che fare con la pigrizia. Nonostante l'amministrazione francese sia più agile di quella italiana, la richiesta di cittadinanza implica l'onere di dover produrre una serie infinita di documenti. A cui va aggiunto il fatto che l'essere cittadini europei concede ai residenti "quasi" gli stessi diritti che spettano agli altri europei. A parte il deficit di diritti elettorali attivi e passivi, in Francia godo degli stessi diritti di cui godrei nel mio paese di nascita. Perché dunque sbattersi nei meandri della burocrazia?

In secondo luogo entrano in gioco le liste. Gli elenchi. Gli elenchi delle cose che mi piacciono della Francia e dei francesi e l'elenco delle cose che di loro mi dispiace.
E qui la faccenda si complica, perché quel che mi piace dell'uno o dell'altro possiede in sè la propria negazione. Faccio un esempio molto semplice.
Dei francesi  amo, tra le altre cose, il modo in cui sanno elaborare un ragionamento. A questo vengono abituati fin da piccoli, quando si insegna loro una cosa che non si insegna in Italia. Ovvero a dissertare. Tenendo presente le regole della dialettica così come l'aveva formalizzata Hegel, nonché i principi ferrei contenuti nel Discorso sul Metodo del padre fondatore Descartes. Ai francesi viene insegnato dunque l'uso della ragione, nel senso filosofico del termine. 
Nel corso di una cena che vede schierate opposte visioni del mondo, nessuno urla, afferma, impone perentoriamente con la forza del volume, le proprie idee. Incredibilmente, si discute. Si sviscera. Si ammette. Si analizza. Si ribadisce. Ma sempre utilizzando argomentazioni eminentemente fondate sulla ragione.
Eppure, questa cosa, pur affascinandomi, nel contempo mi dispiace. 
Perché mai una volta viene lasciato spazio al sentimento. E nonostante gran parte della letteratura o del cinema francesi sia una letteratura o un cinema di sentimenti, quello che viene narrato o messo in immagine è il freddo esame autoptico delle passioni. Che poco spazio hanno nel vissuto quotidiano. Spesso, agli amici italiani che me lo chiedono, faccio questo esempio: se le certezze affettive su cui si basa la mia vita venissero a cadere, l'amico italiano empaticamente mi abbraccerà, stretto stretto, mentre l'amico francese calcolerà immediatamente quali conseguenze concrete nella mia vita produrrà tale disastro affettivo. E ad una donna lasciata dal marito consiglierà come primo rimedio quello di licenziare la donna di servizio, visto che di redditi in casa ne entrerà uno solo.
Un giorno farò un elenco delle cose che mi piacciono e dispiacciono di entrambi i paesi. E credo che il saldo sarà nullo.
Come decidere allora? La prenderò o no sta benedetta cittadinanza? 
Oggi, alla luce del sole, penso che forse farei meglio a fidarmi di un barometro sicuro come l'atteggiamento che mi viene spontaneo durante la Coppa del Mondo di calcio. Quando l'Italia gioca contro la Francia, tifo spasmodicamente e spudoratamente per la prima. Almeno fino ad ora. 
Un'amica di penna mi ha scritto infatti ponendomi di fronte alla vera questione: ma alla prossima Coppa del Mondo, se diventerai francese, tiferai per la Francia? E nonostante, come scrive sconsolato l'amico Silvano, "il Brasile ci ha mostrato perché lui ha 5 stelline cucite sulla maglietta, con qualsiasi formazione si presenti in campo, mentre noi NON abbiamo dimostrato come mai ne abbiamo 4 con più o meno la stessa formazione che ci aveva ricamato l'ultima", temo che la cosa, tifare per i franzosi, vada al di là delle mie umane possibilità e con dolore e rassegnazione continuerò a sostenere spasmodicamente, amorosamente, irrazionalmente la nostra nazionale nella speranza che il Lippipensiero faccia finalmente scendere in campo "la bella di Cerignola".

martedì 23 giugno 2009

Pensiero notturno


La notte non porta consiglio, ma incubi.
L'avevo respinta per anni la decisione di prendere la nazionalità francese.
Ma stanotte, una notte di mistral a 140km/h, una notte di quelle che ti fa pensare di essere nella casa degli Usher, tra lo scricchiolio inquietante delle tegole sul tetto, e le lo scuro di una finestra che sbatte poco lontano, ho avuto una visione: Tiberio imbellettato, ruga profonda, occhiaia sfumata nel maquillage, circondato affettuosamente da decine di giovani donne, molte slave, alcune pure nostrane, tacchi a spillo e bocche a cuore, schermo gigante sullo sfondo che sforna diaporama di success story casalinghe, cinguettii di papi e coretti di menomale che Sivio c'è, e ancora immagini e lui che danza stretto con l'una o l'altra fa lo stesso, e schitarrate napoletane e camerieri silenziosi e manciate di gioiellini da reparto bigiotteria dell'Upim e buste che scivolano nelle giarrettiere e dolcezza, tanta dolcezza, e viaggi e miraggi, e stanchezza e alberghi, e macchine dai vetri oscurati e autisti compiacenti e servi, servi, tanti servi pagati per amare il capo, per coccolare il capo, per scaccolare il capo, per colmare il capo di attenzioni, di riguardo e ancora di amore e di consigli e di raccomandazioni e di permessi edilizi e di candidature e di meteorine....
e un paese la cui lingua crea accoglie integra accetta vocaboli come quello di meteorina non mi merita, penso, ma ancora non ho preso la decisione ed esito...
... e poi arriva la ciliegina sulla torta e me la fornisce cocker Bondi che con vocina fessa e tremolante si scaglia contro il nuovo terrorismo, il vero nemico della democrazia, incarnato nel giornale che di nome fa la repubblica che già rischia di essere un concetto troppo rivoluzionario quello di res pubblica che il paese un'impresa privata dovrebbe essere e tutti come me ad amare leccare coccolare scaccolare il capo...
è il bondipensiero, in fondo, che dopo vent'anni mi fa decidere...una decisione probabilmente irrevocabile: domani inizio le pratiche per prenderla la cittadinanza francese. Penso proprio di sì. Penso.
Pensiero notturno.

domenica 21 giugno 2009

Storie nepalesi

La Kathmandu Guesthouse, come indica il nome, è una guesthouse situata a Kathmandu, Nepal. In generale la differenza tra un hotel e una guesthouse è data dal carattere più "familiare" della seconda, rispetto alla prima. Nonché, sempre in generale, dal fatto di disporre di un minor numero di stanze. Il concetto di guesthouse si apparenta, per certi versi, a quello di pensioncina familiare.
La KGH, per dimensioni, non è affatto una pensioncina. Il perimetro che copre, all'interno di Thamel, il quartiere turistico di Kathmandu, in effetti, è vastissimo.  E, in qualche modo, protetto. Da un grande cancello stile Versailles, piantonato giorno e notte da un signore che tutti chiamano "il colonnello". Di giorno il cancello resta aperto. Di notte, il colonnello, tiene aperta una porticina minuscola, inserita nel cancello, che per entrare bisogna piegarsi a metà. 
Durante "il pogrom" antimussulmano, scatenatosi a Kathmandu nell'agosto del 2004, in seguito all'assassinio di dodici lavoratori nepalesi emigrati in Iraq, da parte di una banda sciita che li aveva presi in ostaggio, il cancello era rimasto chiuso. E il colonnello non lasciava uscire nessuno. Fuori, gruppi di adolescenti inferociti davano alle fiamme le moschee, i negozi tenuti dai pakistani, le sedi delle compagnie aeree provenienti dagli stati del Golfo, e decine e decine di Corani. 
Chiusi all'interno della KGH c'era circa una cinquantina di turisti. Che trascorrevano le giornate a scambiarsi informazioni facendo capannelli. Faceva caldo a Kathmandu in quella fine agosto. E il governo aveva decretato il coprifuoco totale. 24h/24.  Il colonnello, ogni tanto, faceva una sortita dall'altra parte della strada, dove un negoziante nepalese se ne stava asserragliato dentro il suo negozio. Bussava alla saracinesca e il negoziante la alzava quel tanto che bastava per far entrare l'uomo. Poi, il colonnello riusciva guardandosi intorno, le braccia cariche di sigarette da distribuire agli ospiti. 
Le giornate trascorrevano pigramente. A leggere, a discutere, o a giocare a carte in uno dei tanti giardini interni della KGH. I camerieri, le femmes de chambre, gli inservienti, i giardinieri, se ne stavano tutti là, anche loro in attesa. Le scimmie che ogni tanto attraversavano il giardino interno lungo i fili della luce, sembravano essersi moltiplicate. Correvano ovunque, saltavano sugli alberi, scendevano dalle palme, e si lanciavano sui balconi e le terrazze. Le più coraggiose facevano compagnia ai turisti che ogni tanto salivano in cima alla torretta più alta e dalla quale era possibile avere una visione generale della città. 
Kathmandu era vuota. Silenziosa e spettrale.
Pian piano lo staff e i turisti avevano cominciato ad organizzarsi. Bisognava dar da mangiare ad un centinaio di persone. Mattina, mezzogiorno e sera. Ma era assolutamente impossibile uscire per comprare qualcosa che non fossero le sigarette. Il cuoco, aveva deciso, che la cosa migliore da fare era servire del riso. Di cui le cucine disponevano in abbondanza. Riso, e patate, cotti in tutte le salse. 
In pochi giorni la guesthouse aveva assunto l'aspetto di una grande zattera alla deriva. Ma una zattera, in qualche modo, organizzata. 
Ogni tanto il telefono riprendeva a funzionare. E allora arrivavano le comunicazioni dalle varie ambasciate. Restare dentro. Non uscire ed aspettare comunicazioni. Le ambasciate si sarebbero attivate quanto prima per evacuare i turisti. Cosa oltremodo difficile visto che tutte le compagnie aeree provenienti dagli stati del Golfo avevano sospeso ad libitum i voli.
Lentamente i giardini della guesthouse si erano ripartiti per gruppi nazionali. Nel giardino che si apriva sulla strada, i nordici. Tedeschi, danesi, olandesi, inglesi. Di americani non ce n'erano, visto che il ricordo di 9/11 era ancora troppo fresco e loro non viaggiavano più. Nel giardino interno, quello delle scimmie, se ne stavano invece i meridionali. Francesi, italiani e spagnoli. 
I due gruppi, pian piano, avevano sviluppato due diverse filosofie della situazione. I nordici non avevano dubbi. Bisognava restarsene all'interno della guesthouse e aspettare ordini dalle rispettive ambasciate. I meridionali, invece, nonostante avessero ricevuto le medesime consegne, avevano elaborato una posizione diversa. In particolar modo gli italiani, che avevano convinto anche i cugini francesi e spagnoli. "Se ce ne stiamo ad aspettare che i nostri governi facciano qualcosa, a Natale saremo ancora qui. La cosa migliore è fare una sortita notturna, in convoglio, raggiungere l'aeroporto, e là ognuno troverà un modo per uscira dal paese. " E così era stato. La quinta notte, alle tre di mattina, il convoglio dei meridionali, fatto di automobili, carretti e risciò si era diretto lentamente verso l'aeroporto. La vettura di testa esibiva un cartello in inglese sul quale stava scritto: "Tourists for airport". Prima di uscire e di lanciarci lungo le strade piantonate dai soldati del re, c'erano stati gli addii. Maya, la femme de chambre, piangeva. Sohan, il responsabile delle relazioni con la clientela, si agitava dando ordini a destra e a sinistra. E Bal, il camerierino strabico, distribuiva a tutti caffé nero in bicchieri di plastica. 
All'aeroporto si era arrivati dopo numerose discussioni con i diversi posti di blocco. E ognuno era riuscito a volare da qualche parte. Bangkok, Dakka, New Dehli. Da là era stato gioco facile. 

Scrivo questo post perché ieri ho ricevuto un messaggio dal padrone della KGH. Lui ricordava quei giorni. E lanciava un'iniziativa balorda. Strampalata e bizzarra. Come spesso sono le iniziative nepalesi. Che sono sempre balorde ma cariche di affetto: tutti coloro che avevano vissuto gomito a gomito nella guesthouse in quei giorni erano invitati a mandare qualcosa. Una lettera, una fotografia, un ricordo di quel periodo. I documenti sarebbero stati chiusi in un contenitore che sarebbe stato aperto il 1° gennaio del 2050. Alla presenza dei discendenti degli ospiti. Che avrebbero trascorso una settimana gratis nella guesthouse. E si sarebbero ricordati, diceva testualmente il messaggio, dei loro antenati.

sabato 20 giugno 2009

Agli uomini piacciono le bionde...

Esilarante questo video che circola in Francia. Circola oggi, paradossalmente, proprio per mostrare che un Presidente che fa il galante con una giovane signora è facilmente oggetto di riprovazione e rimbrotti. In questo caso da parte della moglie. 
Il Presidente è Jacques Chirac. Che, nel corso di una riunione pubblica in non so bene quale genere di istituzione invita galantemente una signora bionda che è priva di posto a sedere a sedersi a fianco a lui. La prima persona ad inaugurare la riunione con un discorso è Bernadette, moglie del Presidente. Chirac non sembra prestare molta attenzione alle parole della moglie e spesso si rivolge alla signora che gli sta a fianco. Fa battute, le sussurra delle cose all'orecchio. Insomma, fa un poco il "pesce". La moglie, seccatissima, interrompe il discorso, si volta verso il marito presidente e lo rimbrotta, con uno sguardo che la dice lunga sul comportamento da tenere. Poi terminato il discorso si siede impettita a fianco al marito, che esibisce l'espressione del solito Pierino colto a rubare la marmellata.

Non c'è niente da fare: agli uomini piacciono le bionde. 
Poi c'è chi esagera...

giovedì 18 giugno 2009

Dimmi come parli e ti dirò chi sei...

Che le donne siano sempre state "utilizzate" , per non dire "sfruttate" è storia nota. Il problema dell'emancipazione femminile resta IL problema di gran parte dei paesi in via di sviluppo. 
La pratica della prostituzione poi risulta addirittura più redditizia del narcotraffico. E meno pericolosa. Una dose di droga viene venduta e la merce passa dalle mani del pusher a quelle del cliente. Una donna, invece, può essere venduta più e più volte al giorno. La merce resta sempre nelle mani di chi, la donna, la possiede. Il reato di induzione alla prostituzione è poi percepito dalla società come un reato minore.
Eppure, nonostante queste siano cose note, è la prima volta che vedo la questione da un altro punto di vista. Ovvero da quello dell'utente. E questo grazie a "scheletro" Ghedini. Che ci spiega,  da grande azzeccagarbugli qual è, che l'utente finale non è penalmente perseguibile. E che dunque semmai il Caimano fosse stato l'utente finale di una qualunque ragazza ingaggiata per sollazzarlo, il suo comportamento non si configurerebbe come reato.
Meglio mettere le mani avanti, deve aver pensato "teschio" Ghedini. Che, oggi, non si sa mai.
Nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera spiega poi che nulla nella sua affermazione intende essere offensivo nei confronti del sesso femminile. Che il termine "utilizzatore" "utente" sono termini di natura giuridica e che lui non può farci niente.
Eppure. 
Eppure, se percorriamo fino in fondo la sua intervista notiamo un altro termine che ha più a che fare con il commercio e lo scambio di beni materiali che con degli esseri umani. Che per quanto "inferiori", restano sempre esseri umani.
"Rana" Ghedini dice che il premier, simpatico, ricco e potente come è non ha nessun problema a circondarsi di ingenti "quantitativi" di donne. "Penso che potrebbe averne grandi quantitativi gratis", dice testualmente. 
Dimmi come parli e ti dirò chi sei...
Si può parlare di "quantitativi" di donne? Quale weltanschaung si nasconde dietro all'uso di questo termine? Quella di un mondo di merci. Dove le donne sono destinate ad "utenti" non penalmente perseguibili. "Utenti" che di donne potrebbero avere ingenti "quantitativi". Gratis.
E se anche si è trattato di un lapsus, persino i bambini sanno ormai quello che Sigmund spiegò pazientemente nella sua Psicopatologia della vita quotidiana: il lapsus segnala il rilassamento della funzione inibitrice della coscienza, rivelando quali sono le "associazioni" profonde che si nascondono dietro il comportamento e il sistema di valori esibito pubblicamente dal soggetto.
Quantitativi di donne. Quantitativi di merci. Da valutare a peso o a misura. 
Donne. Merci.
"Come parla, come parla??????????", urlava Nanni Moretti alla giornalista che lo intervistava sul bordo della piscina in Palombella Rossa, film che secondo me resta il suo capolavoro. 

"Come parlaaaaaaaaa? Le parole sono importanti.....!!!!!!"





mercoledì 17 giugno 2009

Boh....


Difficile giocare con la storia? 
Qual è stato l'anno più importante della storia del mondo, chiede oggi Repubblica?
I più gettonati sono il 1789, come madre delle rivoluzioni sociali e il 1492, per la scoperta dell'America. Alcuni aggiungono il 1848 anno in cui oltre a succedere ovunque un quarantotto Marx ed Engels pubblicarono il manifesto del Partito Comunista, altri la caduta del muro di Berlino del 1989. Un certo Ricky propone il 1632, anno in cui Galileo pubblica il Dialogo e nasce la scienza moderna, Bolla il 1945 e l'Atomica, un altro il 1456 quando Gutemberg stampa la Bibbia. Il 68 non viene citato, ma il 62 sì, per via dei Beatles. 
Io ho pensato per prima cosa alla scoperta degli antibiotici che hanno sconfitto il 70% delle cause di morte. E dunque il 1928, anno in cui Fleming scopre i benefici della penicillina. Poi mi dico: e Pasteur? E i vaccini? Anche là, un grosso balzo avanti...Era il 1855...
Le date religiose non valgono, e quindi i vari Jehova, Cristi, Maometti e illuminazioni siddhartiane vengono scartati a priori. Meno male...
Insomma, non so dire...Perché anche Bisanzio che cade è stato un bel colpo per il nostro mondo chiuso...ma ai cinesi non gliene poteva fregare di meno...E il sole che di colpo diventa il perno attorno al quale ruotiamo riducendoci a meri soldatini non è stato una bazzeccola, come pure Darwin che rivaluta i nostri nonni lontani e mette la Creazione nel cassetto...
Continuo a chiedermi....
E l'invenzione della ruota?????? E l'Internet?????E il cinema?????
Boh...boh...BOH!

martedì 16 giugno 2009

Professionisti della rivoluzione...



Chissà se dietro la contestazione dei risultati elettorali in Iran c'è la stessa manciata di giovani che pochi anni fa facevano tremare una ad una le dittature postcomuniste in Europa Orientale e in Asia Centrale? Gli organizzatori della caduta di Shevardnadze in Georgia, di Kuchma in Ucraina e di Akaiev in Kirghizistan? Che dipendevano tutti da una ONG americana, la German Marshall Fund, il cui scopo neanche tanto velato era quello di fornire aiuti agli attivisti di quelle regioni. Il loro eroe si chiamava Pavel Demes. In un'intervista pubblicata anni fa sul Nouvel Observateur questo slovacco allora non ancora cinquantenne spiegava la ricetta che bisognava adottare fin dai primi risultati elettorali. Quasi sempre favorevoli al dittatore di turno. Che, come tutti i dittatori dell'ultima ondata, presentava comunque la medesima pecca: truccava le elezioni, pur continuando ad organizzarle.
Era questo, diceva Pavel, il tallone d'Achille dei despoti del XXI secolo. Tutti loro, in fondo, aspirano alla legittimità delle urne. Controllano i media e le forze dell'ordine e dunque, possono permettersi di indire elezioni. Sicuri, in ogni caso, che niente potrà scalfirli.
La ricetta per contrarli, ribadiva Pavel, è presto detta: la sera stessa dei risultati bisogna raccogliere le prove dei brogli e diffonderle rapidamente nel paese. Poi, senza indugi, far scendere centinaia di migliaia di persone in piazza. In seguito, prendere pacificamente il controllo degli edifici pubblici.
Ma è così semplice come sembra? Il serbo Srdja Popovic leader del movimento Otpor che nell'ottobre del 2000 schiodò Milosevic dalla sua poltrona ammette che il tutto necessita di preparativi molto lunghi. Lui è talmente esperto di questi preparativi che ha creato il Canvas Group, un centro di esperti in rivoluzione che agiscono come consulenti ovunque nel mondo. 
A chi si ispira Popovic? A Lenin. Per riuscire un rovesciamento di regime ci vogliono tre cose: l'organizzazione,  i giovani e una sceneggiatura ben costruita.
"In una manifestazione - sostiene Popovic - bisogna, per esempio, che in prima fila vi siano le ragazze. E che indossino camicette bianche. Alla prima carica della polizia il sangue si vedrà meglio e le fotografie che ne scaturiranno saranno perfette e faranno il giro del mondo...." 
Il serbo Aleksandar Maric ha formalizzato le tappe necessarie al rovesciamento di un regime:
1) Il gruppo di giovani attivisti che costituiscono la punta di diamante del movimento deve darsi un nome. Che deve funzionare come un logo: corto e di impatto sicuro.
2) Prima delle elezioni il logo deve essere diffuso nel paese. In Georgia, per esempio, il gruppo che contestava Shevarnadze si era autobattezzato Kmara! (abbastanza!); prima delle elezioni, una notte d'aprile, lungo le arterie principali di Tblisi tutti i membri del gruppo si erano messi a scarabocchiare il logo. Kmara! ovunque, sui muri, tracciato con le bombolette spray! Dal governo, via i media tradizionali, era iniziata subito una campagna di demonizzazione di questo movimento. E di colpo, dal niente, Kmara! era diventato realtà...
3) Trovare i soldi! Che servono per i volantini, gli adesivi, le t-shirt, gli striscioni, i siti internet...È la fase paradosslamente più semplice. In USA pullulano le fondazioni generose disposte ad aiutare. Non ultima, la fondazione George Soros...
4) Reclutare il massimo di attivisti. I commessi viaggiatori della rivoluzione sono delle vecchie volpi. Che organizzano riunioni nei paesi più improbabili con la scusa di organizzare del campi vacanza.Uno degli esempi più divertenti è stato il "seminario" organizzato ad Alma Ata nel 2004. Coi soldi della Fondazione Soros. Ufficialmente si trattava di un seminario finalizzato a diffondere le tecniche del parto indolore. In realtà era destinato a formare gli attivisti Kazachi.
5) Lanciare simultaneamente due campagne di sensibilizzazione: la prima destinata a chiarire i diritti elettorali dei cittadini e la seconda destinata a denunciare il regime autoritario e/o corrotto di cui si vuole fare piazza pulita. 
6) Utilizzare tutti i mezzi di comunicazione non controllati dal governo. Privilegiando SMS e blog. Come sta accadendo attualmente in Iran.
7) Proteggere il gruppo. E in questo caso vanno utilizzati i metodi classici della resistenza. Mobilità e intercambiabilità dei capi. Parcellizzazione dei compiti. 
L'ottava tappa è la più difficile. Ed è quella che impone ai dissidenti la padronanza della paura. 
Durante le manifestazioni, per esempio, è imperativo che i giovani stiano in contatto fisico stretto, gli uni con gli altri. Che cantino, per coprire i rumori inquietanti che fa l'esercito o la polizia. I quali vanno nascosti alla grande massa grazie a striscioni enormi da esibire alla testa dei cortei. E quando avvengono i primi arresti è necessario che tutti siano preparati. Che l'Internet funzioni come un tam tam, che i telefonini diventino le telecamere che il potere oscura, che i blog facciano ufficio di testate giornalistiche....
Riuscirà questa operazione in Iran, dove le ragazze non possiedono camicette bianche da sporcare col sangue?????


lunedì 15 giugno 2009

La sesta grande estinzione delle specie....


Delle molteplici specie animali che sono esistite sulla terra (circa 50 miliardi), oggi resta appena l'1%. Tutte le altre specie sono scomparse. Darwin l'aveva capito, ma riteneva che la scomparsa delle specie fosse un evento lento. Lentissimo e graduale. Purtroppo, alla luce delle ricerche scientifiche più recenti, si è dovuto ammettere che Darwin, in questo caso, aveva torto. 
Nell'ultimo mezzo miliardo di anni, sul pianeta si sono verificate almeno venti grandi estinzioni di massa. E cinque di queste furono talmente veloci e devastanti da costituire una categoria a parte. Gli scienziati le chiamano le Big Five.
La prima avvenne 450 milioni di anni fa, quando la vita esisteva quasi esclusivamente nell'acqua. Di colpo più dell'80 per cento delle specie esistenti scomparve. L'ultima delle Big Five avvenne alla fine del Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa. In quel caso non scomparvero solo i dinosauri ma il 65% delle specie esistenti sulla Terra. Milioni di anni sono stati necessari, dopo ogni grande estinzione di massa, per ripristinare un ammontare eguale di organismi viventi sul pianeta.
I biologi, oggi, sono sostanzialmente concordi nel ritenere che si stia preparando la sesta grande estinzione di massa. Se la tendenza in atto si manterrà tale, dicono i biologi, entro la fine di questo secolo scomparirà almeno la metà delle specie esistenti attualmente.
È estremamente difficile stabilire quando esattamente sia iniziata l'attuale estinzione, che già i biologi hanno denominato la Big Sixth. Quello che constatano gli scienziati è che la morte improvvisa di una incredibile quantità di specie avvenne in concomitanza con l'arrivo dei primi stanziamenti umani. In Australia ciò iniziò circa 50000 anni fa, quando l'Australia iniziò ad essere abitata da popolazioni provenienti dal sud est asiatico. In quel periodo scomparvero animali grossissimi, tra i quali una sorta di pipistrello grande come un ippopotamo, un tipo di canguro che era alto quasi tre metri nonché tre specie di seprenti giganti.
In Nordamerica avvenne la stessa cosa coi primi insediamenti umani, all'incirca undicimila anni fa: tre quarti della fauna presente sul continente scomparve. 
Perché il primo contatto con gli esseri umani fu così catastrofico, si chiedono gli scienziati? La caccia non poteva da sola spiegare una scomparsa di una tale entità. È stata la modificazione del territorio, sostengono gli stessi scienziati, a produrre la scomparsa delle specie. Gli animali che riuscivano ad adattarsi, sopravvivevano. Gli altri scomparivano. Quando questo fenomeno iniziò a manifestarsi, circa 45000 anni fa, se si parla dell'Australia, sulla terra eravamo a malapena mezzo milione. Oggi siamo più di 6 miliardi e mezzo ed entro tre anni si raggiungerà la cifra di 7 miliardi. L'impatto dell'uomo sul pianeta è diventato incommensurabile. 
Ma a differenza degli eventi catastrofici che scatenarono una delle Big Five, come, per esempio, avvenne nel Cretaceo dove la scomparsa dei dinosauri e di altre specie animali è ormai unanimemente imputata ad un evento improvviso quale la caduta di un asteroide nella penisola dello Yucatan, quanto avviene oggi, dove un terzo degli anfibi, un quarto dei mammiferi e un ottavo delgi uccelli è in via di estinzione, è dovuto proprio alla nostra presenza. Noi.Noi, causa ed effetto. Controllori e artefici, nello stesso tempo.
E se certamente la caduta dell'asteroide fece trascorrere alla terra un pomeriggio terribile, quello che constatano gli scienziati è che da quel momento, dall'esatto momento della caduta, le cose non potevano altro che iniziare ad andare  meglio.  L'asteroide cade, le specie scompaiono, ma l'evento caduta si configura per deifnizione come un evento limitato. Passato. Finito. E la vita riprende.
Noi, invece, ci troviamo nel paradosso di constatare che sarà proprio la nostra presenza, che produce la scomparsa delle specie dulla terra e l'alterazione totale dell'ambiente, a perderci definitamente. Se la soluzione sarà quella di  espellerci dal pianeta, allora  la natura farà il suo corso. 
Una volta scomparsi, noi, proprio noi, la nostra specie, la vita potrà riprendere il suo cammino...


venerdì 12 giugno 2009

Italiani brava gente?

Le nazioni si sono sempre storicamente date da fare per costruire la propria identità sull'edificazione di tutta una serie di miti o di presunti valori che fungono da collante al popolo e ne alimentano il sentimento patriottico. 
Le voci contrastanti fanno fatica ad emergere. 
Per impedire la diffusione di versioni storiche che pongono in dubbio i miti fondatori in molti casi si è  fatto appello alla censura. La censura, chiaramente, interviene soprattutto su quelle versioni scomode della storia che raggiungono il maggior numero di persone. In altri termini, il "popolo". Il cinema, più che gli studi e le ricerche effettuati dagli storici, proprio perché mezzo che riesce a raggiungere una grande massa di persone, costituisce il bersaglio principale della censura.
"La battaglia di Algeri", splendido film di Gillo Pontecorvo che vinse il Leone d'oro nel 1966, racconta come i francesi attuarono la repressione contro l'FLN e gli abitanti di Algeri che sostenevano la battaglia per l'indipendenza. Torture, massacri indiscriminati contro la popolazione inerme, nonché la sistematica distruzione delle case dei lavoratori che avevano aderito ad uno sciopero per contestare la presenza coloniale francese. Chi, in Italia, non ha visto questo film e non ricorda l'interpretazione vibrante degli attori scelti da Pontecorvo, quasi tutti presi dalla strada o ex resistenti? 
Pochi però sono i francesi che lo hanno visto. Il film fu censurato in Francia fino a una decina di anni fa. Inaccettabile, infatti, che il paese della liberté, égalité, fraternité si mostrasse ai più per quello che era stato in quel periodo. E che i suoi miti fondatori fossero così pubblicamente ridicolizzati. 
Lo stesso, se non peggio, è avvenuto in Italia col "Leone del deserto" (1981) il bellissimo film di Moustapha Akkad che racconta la storia del condottiero libico Omar al-Mukhtar (impersonato da Anthony Quinn) e della sua lotta contro i colonizzatori italiani prima della seconda guerra mondiale. Il film venne immediatamente censurato in Italia nel 1982,  in quanto "danneggiava l'onore dell'esercito". Da allora non è mai stato mai proiettato in nessuna sala.
"Il leone del deserto" fa piazza pulita con un mito ricorrente nella costruzione della nostra identità nazionale. E cioè che gli italiani siano "brava gente". Umani, generosi, e pieni di buoni sentimenti nei confronti del nemico. La storia dell'esercito italiano negli ultimi 150 anni, storia costellata di cocenti sconfitte militari, è anche la storia di un esercito che si è macchiato di rivoltanti crimini di guerra contro le popolazioni civili. L'avventura coloniale libica (1911-1943) ne è un esempio: rappresaglie sanguinose, uso di gas asfissianti proibiti che niente hanno da invidiare con quelli utilizzati dal Rais iracheno, bombe incendiarie lanciate contro la popolazione civile, stragi, deportazioni e i primi campi di concentramento del ventesimo secolo. Tutti atti che inducono il maggior storico italiano della colonizzazione, Angelo del Boca, a tacciare di genocidio il comportamento dei colonizzatori italiani in Libia.
La mancata elaborazione di una memoria storica di questo periodo fa sì che in Italia pochissimi sono coloro che hanno riconosciuto nel badge che Gheddafi ostentava all'occhiello in questi giorni quello che altrove è considerato un eroe della resistenza alla colonizzazione. Personaggio che invece si ritrova facilmente nei libri di storia adottati nei licei di altri paesi europei.
Il documento che segue mi sembra doveroso:


giovedì 11 giugno 2009

Il paese di Alice e della Vispa Teresa

Che cos`è? Un ritorno all'Arcadia? 
I magistrati da oggi in poi si faranno affiancare da inquirenti che indagheranno avvalendosi dell'impermeabile del tenente Colombo o della pipa di Megret. O magari si faranno di cocaina come il buon Sherlock Holmes. Le prove dei crimini che si compiono nella nostra società saranno raccolte da poliziotti travestiti da vecchiette che seguiranno passo passo i sospetti, arrestandosi davanti alla porta di casa loro. Poi, si utilizzeranno i garzoni di fiorista, che magari riusciranno ad intrufolarsi per qualche secondo nella dimora del reo sospetto e forse avranno la fortuna di intercettare auditivamente qualche dialogo incriminante...
Continuiamo così. La tecnologia non serve più a niente. Anzi è il male.
Diventiamo luddisti e spacchiamo le Tac chiedendo ai medici di ritornare allo studio clinico dei segni della malattia come raccomandava il buon Galeno. Dite trentatré e tirate fuori la lingua...
Frantumiamo i computer a colpi di martello e che gli scienziati, ohibò, si rimettano a fare i calcoli con carta e matita...In fondo potranno arrivare agli stessi risultati..Ci metteranno solo un pochino di più...
Sarà più bello il nostro mondo senza quelle tecnologie invasive che avevano permesso di scoprire le marachelle di Pierino, di individuare traffici loschi, che evidentemente, sono tali solo per una parte del paese. E sarà ancora più bello che noi, popolo bue, di tutto ciò si resti all'oscuro....Che a conoscere il male si diventa più cattivi, più brutti, più diffidenti...
Potremo così allegramente ignorare e vivere in un paese delle meraviglie fatto di Alici e Vispe Terese. Che non attraverseranno specchi né coglieranno " a volo, sorprese, gentil farfallette...".
Grazie Silvio...

mercoledì 10 giugno 2009

I cantori senza barba di Allah...


Che cosa mai ci faranno 17 uiguri a Palau? 
Degli uiguri avevo sentito parlare per la prima volta solo una decina di anni fa, grazie ad una tesi di laurea che uno dei miei studenti aveva voluto farmi leggere. Laurent, si chiamava lo studente. Ed era talmente appassionato di Cina e di cinesi, questo Laurent, che subito dopo la maturità se ne era andato un anno a Pechino a perfezionare il cinese che aveva iniziato a studiare fin dalla prima media. La tesi di laurea in Scienze Politiche l'aveva fatta sulla repressione degli uiguri dello Xinjang. Una ricerca che era stata il frutto di un ulteriore soggiorno di un anno in Cina. Un anno di peregrinazioni dagli altipiani mongoli dell'Altai, alle zone occidentali a forte presenza mussulmana. 
La sua tesi era un caleidoscopio di orrori. Di torture, imprigionamenti, sparizioni. Un compendio del male. 
Confesso che avevo avuto dei dubbi. Mi ero detta che forse Laurent, giovane com'era, aveva prestato l'orecchio solo alle voci della dissidenza uigura, senza verificare della loro fondatezza. 
All'epoca, a quanto ne sapevo, nessuno in Occidente aveva mai raccontato questa storia...Com'era possibile, mi dicevo, che una repressione di tale ferocia, potesse aver luogo senza il minimo accenno alla cosa sui quotidiani del pianeta?
Poi c'era stato l'11 settembre. L'Afghanistan e Guantanamo. 
E si era cominciato a parlare di uiguri proprio per via di quegli strani 17 cinesi  catturati in Afghanistan. 17 cinesi senza barba o con barbette da Fu Manchu che cantavano le lodi di Allah.
Palau, dalle fotografie che trovo in rete, è un atollo da sogno o da incubo, dipende dai gusti. Un gruppo di isolette in mezzo al mare più grande del pianeta, lontane da tutto. Dove all'aeroporto chi arriva è accolto da signore leggermente grasse, seminude che agitano la panciona e offrono collane di fiori. E lungo la costa ci stanno i motel, i Kentucky Fried Chicken, e qualche bungalow per ricchi emuli di Gauguin....
Lo stato indipendente di Palau, che vive grazie ai finaziamenti americani,  si è detto disposto a prendersi i 17 uiguri. Per evitare che vengano spediti in Cina dove sarebbero giustiziati nel giro di qualche giorno. 
Non c'è dubbio. Per loro, meglio Palau che Pechino. 
Ma cosa faranno, di cosa vivranno, dove dormiranno 17 alieni che nella loro vita il mare l'hanno visto solo dal finestrino di un aereo in un'isola che non ha nemmeno lavoro per i suoi abitanti? 
Una storia da seguire....



lunedì 8 giugno 2009

Non è facile essere ottimisti questa mattina...

Non è facile, questa mattina, essere ottimisti.
Calcolo e ricalcolo, immaginando possibile alleanze. Ma non sempre i conti tornano.
Allora faccio uno sforzo sovrumano e mi abbarbico a qualche segno positivo.
Qui in Francia la destra di Sarkozy grida al trionfo. Ottiene il 28% del 40% di elettori che sono andati a votare. Grosso modo, dunque, un 12,5% dei francesi aventi diritto di voto ha sostenuto il governo. Le liste a sinistra che ne condannano fortemente l'operato, grosso modo, raggiungono, assieme, più del 60%.  Quasi il 70% se si aggiungono i centristi del Modem, il partito diretto da quel François Bayrou che alla vigilia delle elezioni si fa trattare da "minable" (ignobile) da Daniel Cohn Bendit, accusato non tanto velatamente di "pedofilia" dallo stesso Bayrou nel corso dell'ultmo dibattito televisivo.
Perché allora la destra francese grida al trionfo? Oggettivamente, a mio avviso, si tratta di una débacle. Ma i francesi ragionano con la testa di chi è abituato ad uno scrutinio maggioritario a due turni e ricordano che alle presidenziali Sarkozy ottiene al primo turno il 31% dei voti e poi diventa presidente.
Lo stesso giochino in Italia ci dà un PDL al 35,2% e la lega al 10,3%. Se si sommano i partiti dell'area di sinistra e centro antagonisti al Caimano abbiamo un 43,1%. La differenza potrebbe farla l'UDC, ma non me la sento di mettere questo partito tra i partiti antagonisti.
Non c'è da cantar vittoria...
L'Europa è blù, titolano i giornali d'Oltralpe. Blù scuro, penso io.
In tempi di crisi economica i meno protetti, la gente che ha perso il lavoro, la gente che rischia di perderlo, per l'Europa non va a votare. Almeno qui in Francia. Ed è un brutto segnale. 
Stuoli di sociologi studieranno questo fenomeno nei prossimi giorni. Il malessere cova ma non si esprime nelle urne. La Francia, paese in cui vivo, è davvero divisa in due. Vota la borghesia, votano gli intellettuali, votano (poco) questa volta i giovani trascinati da quella vecchia volpe di Dany il Rosso, l'unico che in campagna elettorale parla di Europa, di strategie europee, di come fare per far schiodare Barroso dal posto che occupa. Non votano "gli altri"...e sono tanti...
Non è facile essere ottimisti questa mattina...





domenica 7 giugno 2009

Contro i fannulloni, i raccomandati e gli imboscati...

Basilio, un altro amico di penna mi ha segnalato questo video...Istruttivo...


giovedì 4 giugno 2009

Perché M. non vota PD...

M. è un'amica che non ho mai visto. Un'amica di penna. Io e M. ci scriviamo. 
M. fa la giornalista. È femminista e di sinistra. Da non confondere con quella incontrata a Bologna da Lucio Dalla. 
A tutte e due piace tanto Bob Dylan. Entrambe abbiamo attraversato gli anni dell'autocoscienza. E dei movimenti. Ci piacciono spesso gli stessi film. Non sempre, ma spesso. E molti sono i libri che abbiamo in comune. Su Israele e la Palestina la pensiamo diversamente. Su molte altre cose lei sa dire meglio di me quello che penso. Talvolta la uso. Come si usa un interprete.
Il mail che ha scritto e che allego qui sotto interpreta quello che è un mio malessere. In vista delle prossime elezioni. Europee, d'accordo, ma....

...mi tocca specificare un'altra volta....  
non credo ai duri e puri e non credo di esserlo.
non credo di più all'essere che al fare. Purtroppo sono un'inguaribile pragmatica. E in quanto pragmatica non riesco a votare PD.
Perché, è per l'appunto il suo ''fare'' che non mi piace. Come non mi piacevano i ds, i pds, o come diavolo si sono chiamati da Occhetto in qua.
Il fare è stato innanzitutto buttare a fiume, dopo la caduta del muro, quanto di ottimo c'era nella cultura marxista e derivati. È quello che chiamo identità e che non ha nulla a che fare con l'identità etnica, ma con l'identità delle scelte e delle elaborazioni culturali e politiche.
Il fare è stato abbracciare perfino nel linguaggio l'ideologia nascente del nuovismo globalizzato - quante volte ho ricordato l'infelice frase di D'Alema sul dimenticare il posto fisso (e tanti saluti all'etica del lavoro, alla professionalità, all'orgoglio di saper produrre qualcosa) e l'altra sul computer che deve diventare uno status symbol (e tanti saluti alla modernizzazione cosciente, all'impadronirsi delle nuove tecnologie, all'usarle per uno scopo alto).
Dallo ''scendere in campo'' in qua, la cosiddetta sinistra ha adottato il linguaggio e la mentalità della piccola borghesia berlusconiana, aspirante a diventare ricca ed egoista. Ha cominciato a parlare di ''ricchi'' e ''poveri'', categorie di matrice religiosa, con quel suo ben essere legate alla provvidenza, al caso o alla cattiveria. 
Ha accettato come niente fosse di parlare di ''popolo'', ovvero l'imbroglio del secolo. Ha messo in soffitta invece ''sfruttati'' e  ''sfruttatori'', categorie che, articolate meglio di come so fare io, porterebbero a capire e combattere l'origine delle diseguaglianze sociali. Anche semplicemente ad arginarle, a tenerne a bada gli eccessi, pur senza arrivare a sognare la rivoluzione.
Il fare sono state nel tempo le infinite bicamerali, le infinite intese convergenti, le infinite mani tese a un avversario di provata imbroglionaggine.
Il fare è stato mettere da parte il conflitto di interessi e la questione morale (quanti indagati dovrete sopportare ancora, prima che siano troppi?).
Il fare è stato tacere ostinatamente sulle morti sul lavoro. Solo Prodi e Damiano, hanno, nel tempo, cercato di fare qualcosa. E quand'è tornato B. al governo, è stato assordante il silenzio sullo smantellamento di quel poco che era stato fatto.
Il fare è stato regalarci un'ultracattolica alla guida della commissione etica, mandando a cagare Ignazio Marino. Il fare è stato cominciare a parlare - di nuovo l'importanza del linguaggio - di laicismo e non di laicità, per esempio. Il fare è stato affogarsi di sgambetti e dispetti al cui confronto Bertinotti e Mastella sono due angioletti.
Vado in ordine sparso, non mi ricordo più dal naso alla bocca.
Il succo è questo, però: il fare di questa sinistra è stato nel tempo così timido e incerto da aver lasciato ingigantire il resistibile reuccio nano.
Sarebbe bastato tornare a studiare, invece di andare in barca o a lezione di marketing. Studiare e ristudiare, che so?, un po' di Marcuse, qualche testo a scelta di antropologia culturale o di comunicazioni di massa. Io, da eterna orecchiante, ci sono arrivata con le semplici letture giovanili, a capire quanto profondi potessero essere i danni della cultura televisiva, del culto dell'immagine. Invece di andare a cucinare in tv con Vissani, accettando come valido il terreno dell'altro, sarebbe stato meglio contrapporre la propria cultura. Anzi: sarebbe stato meglio evitare di vedere nella cultura una specie di demonio che fa scappare la gente. E a proposito di gente, sarebbe stato meglio frequentarla un po' di più (così Rutelli si sarebbe evitato di dire che lui va ''negli'' autobus).
Ora, naturalmente, non è che al di fuori del PD si sguazzi nell'acqua frizzante. La melma, gli egotismi, i narcisismi, gli autocompiacimenti si sprecano. E perciò ero - e sono - lacerata e li definivo invotabili.
Però le carenze degli uni non possono far ingoiare gli errori degli altri. Se la scelta si riduce a preferire le carenze meno dannose, siamo sempre al ''meno peggio'', o mi sbaglio?
Mi spiace che la discussione sia tornata a questo punto, alla contrapposizione inventata fra massimalisti e riformisti...
Ma si vede che non è più tempo di approfondimenti. Solo di espressioni. Che vanno bene anche loro, s'intende. 
Ma. 
Ma: quanti puntini dovremo mettere mai sulle stesse ''i''?
 

Le discese ardite e le risalite...

È bello lasciare un mare e una settimana dopo scorgerne un altro.
Al mare ho detto ciao il primo giorno. Il golfo di Propriano non lo si vedeva più già al pomeriggio, nascosto com'era da una linea di colline coperte da querce. Per giorni, il sentiero,  coperto dalle foglioline morte degli alberi di sughero, si è snodato tra colline e montagne, da un villaggio all'altro. Olmeto, Burgo, Santa Lucia, Serra, Quenza, Zonza, Levie, per finire sulle alture della foresta dell'Ospedale da cui si intravvede il mare di nuovo. Quello di Porto Vecchio.
Le discese ardite e le risalite, come cantava Battisti...
La Corsica è indubbiamente una terra profumata. Una terra in cui tutti sono cugini di tutti. "Grandi cugini" o "piccoli cugini". Talvolta semplicemente amici. Che contano meno dei cugini, ma che, in ogni caso, contano qualcosa. Una grande famiglia che conta meno abitanti di Padova. Dove le regole sono un tantinino sfumate. E dove ancora, nei rifugi, tra guance di maiale, soppressate, e formaggi aspri si cantano le gesta di quel Pasquale Paoli che aveva sconfitto i genovesi. Per poi farsi sfilare la tanto agognata indipendenza dai  soldati venuti dal "continente". Che stuprano le donne e uccidono i maiali. Ancora non ho capito quale di queste gesta fosse considerata più grave. 
Al rifugio di Giallicu, Pierrot, settant'anni e una faccia alla Georges Moustaki, la sera suona il banjo e la mattina bacia i cavalli. Uno alla volta, chiamandoli per nome. Paolo, Daniele, Ivano, Francesco...Nomi di santi, gli chiedo io?  Pierrot ride e dice che sì, santi sono, ma santi combattenti. Combattenti per la libertà, aggiunge...Cavalli che si chiamano coi nomi degli irriducibili di quell' FLNC a cui solo i vecchi come lui, oggi, attribuiscono una mitica purezza. I giovani, invece, l'hanno capito. Che nient'altro che di mafia e mafie si tratta. 
Tutto il mondo è paese? Pierrot scuote la testa, cambia discorso e racconta che lui i suoi cavalli, quando sono troppo vecchi per essere montati, li porta su in montagna e li libera. E loro pian piano si aggregano in branchi, brucano l'erba, bevono l'acqua delle piscine naturali che i torrenti formano qua e là, sotto gli alberi di nocciolo. Quando nevica ritornano al rifugio. Si allineano lungo la palizzata e lui allunga loro qualche balla di fieno. Poi col disgelo spariscono di nuovo. Su in montagna.