sabato 25 luglio 2009

Namaste...


Riparto.
Per l'ennesima volta.
Verso le mie montagne...

le montagne di ghiaccio...

e i bambini che vogliono imparare....

e Ainia....

..e la piccola Nima ....
e Chila Douma, guardiano di capre a Ghora Tabela....

tra gli adoratori di Shiva...

e quelli di Buddha...
che non ritroverò, perché in un viaggio non ci si ritrova... semmai, ci si perde...

venerdì 24 luglio 2009

World War Z, una storia orale della guerra degli zombi

I morti che ritornano e vogliono riprendersi i vivi è un topos cinematografico che ha prodotto opere di diverso valore artistico. 
Dei film che costituiscono la trilogia romeriana, tre capolavori, a mio avviso il più emblematico mi è sempre sembrato il secondo, "Zombi". Dove i morti viventi che ormai occupano la città sono attirati compulsivamente, per una sorta di coazione a ripetere,  dal centro commerciale, il Mall, nel quale si trincerano i sopravvissuti.
Stanotte ho terminato la lettura di un altro capolavoro assoluto nel genere. Si tratta di World War Z, an oral history of the Zombi War, di Max Brooks. Autore che in precedenza aveva già pubblicato un libriccino, sempre in tema di morti viventi, dal titolo The Zombi Survival Guide.
L'idea base del romanzo è quella di un misterioso virus che si sviluppa in maniera estremamente veloce contaminando gran parte dell'umanità. Il virus provoca inspiegabilmente la trasformazione dei vivi in morti viventi. Che, nel più classico degli schemi romeriani, deambulano mossi unicamente dall'istinto di sopravvivenza e dalla fame alla ricerca di vivi da divorare. 
Ma a parte il profilo del morto vivente, il romanzo di Brooks non ha più nulla a che fare con i film precedenti. Innanzitutto non è un centro commerciale o una città che soccombono agli zombi, ma il pianeta intero. In secondo luogo il romanzo si svolge quando ormai la guerra tra i vivi e gli zombi è terminata da una decina d'anni con la quasi totale eradicazione del virus.
L'interesse del lettore non è affatto basato sulla voglia di sapere come andrà a finire. Sin dalla prefazione lo sappiamo già: i vivi ce l'hanno fatta e hanno sterminato gli zombi. Ma il mondo che conosciamo non è più quello di prima. Non ci sono più gli stessi governi, le stesse credenze, gli stessi valori, gli stessi principi. La guerra degli zombi ha smascherato, riassestato, rinominato, svalutato o rivalutato, le basi su cui si fondavano le diverse società.
Sono questi l'interesse e la genialità di questo libro.
La cui narrazione è cammuffata da una serie di interviste successive, raccolte da un sedicente funzionario, incaricato di riassumere lo svolgimento della guerra, dalla comparsa del virus alla sua eradicazione, storicizzando gli eventi.
Ne risulta un collage di punti di vista diversi a seconda della nazionalità, dell'origine sociale, del mestiere di ciascun intervistato. Il medico condotto di un villaggio in prossimità della grande diga sullo Yangtzé in Cina, una contadina sulle rive del lago Baikal, un funzionario del governo israeliano, un dissidente cubano, un soldato americano e decine di altri personaggi raccontano ciascuno un brandello di storia. La loro e quella della società e delle strutture politiche o militari nelle quali erano integrati nel corso della guerra. Alcuni eventi ritornano nelle parole degli intervistati, i quali, peraltro, non hanno alcun legame tra loro: le prime battaglie perse, la grande fuga nel continente americano, l'evacuazione del Giappone, i piani d'azione più controversi, quelli più efficaci, gli eroi.
Il risultato è un affresco estremamente realistico delle contraddizioni in cui sono immerse le nostre società e delle misure che, in caso di crisi, ogni società tenta di mettere in atto per salvarsi. Con un capovolgimento radicale dei valori sui quali, fino alla comparsa del virus, le società stesse si sono basate.
Max Brooks, che tra l'altro è il figlio del più noto Mel e della grande Anne Bancroft, ha scritto, a mio avviso, un'opera geniale. Che trascende il "genere". E può tranquillamente essere letta come un saggio di critica globale al funzionamento dei nostri mondi. Che si tratti dell'Europa, della Cina o della più piccola isola del più remoto arcipelago polinesiano.
E lascia l'amaro in bocca. Non tanto della scomparsa della nostra specie. Che in  realtà se la cava e sopravvive. Quanto dell'idea che un reale cambiamento debba per forza passare per una rottura radicale. Per una "crisi" fondamentale e globale. 
κρίσις, dal verbo κρίvo, separare, dividere, rompere.
Sarà la crisi a salvarci???????



mercoledì 22 luglio 2009

Io pusso, tu pussi, egli pussa...

L'Italia è un collettivo e frenetico pussa via. 
Un'epidemia di "spostati più giù", "vattene da qui", "raus".
I bambini di Treviso pussano via il bambino napoletano. "Tornatene a casa tua!", gli gridano. "Tornatene a Napoli, monnezza!".
A Napoli pussano via un "negro". Aggiungere "sporco", pare d'obbligo. Anche lui deve andarsene un pochino più giù. Anche lui deve tornarsene a casa sua...
Se risaliamo a monte, forse, i nonni dei bambini trevisani che pussano via il napoletanino sono stati a loro volta pussati via, più giù, da qualche orologiaio svizzero o da un mangiatore di salsicce bavarese.
Un mirabolante gioco di boccette. Io pusso via te, che poi, tanto, qualcuno da pussare via pure tu lo trovi...
Io pusso, tu pussi, egli pussa...Pusseremo tutti, prima o poi. E a nostra volta verremo pussati.


Treviso, città che mi ha visto nascere alla clinica San Camillo, non si smentisce.
Resta sempre quella che è. La città del perbenismo di superficie. Delle siorette che, sotto Natale, mentre fanno "scioping", spolverano le carrozzerie delle auto a colpi di pelliccette. Che "pensando di far bene" , di elevarsi a rango di cittadini, si sforzano di parlare un italiano zoppicante, e così vanno in vacanza a "Panarella" e ordinano dal panettiere "una chioppa di pan". Che vanno in chiesa alla domenica mattina, picchiano la moglie al pomeriggio e si scopano la commessa rumena la sera. La città di Signore e Signori, dello "sceriffo" che taglia gli alberi così gli immigrati non vi si possono appoggiare, dell'Ombralonga e di Benetton. La città il cui vescovo ha cacciato i senzatetto dal portale della sua chiesa più grande. "Spaventavano i fedeli", aveva dichiarato a suo tempo Monsignore...
Ora è anche la città in cui dei bambini vogliono cacciare via altri bambini. 
Dei bambini...
In una scuola che, se ha lasciato fare, non è più degna del nome che porta.
Davanti a delle maestre, magari anche loro "terroncelle", che non dicono nulla, non avvertono, non stigmatizzano, non convocano le famiglie perché si sa, se lo "spiritus loci" è immondo, meglio tacere ed essere più realisti del re.
"Spiritus loci".
Quell'insieme di "valori" condivisi, le strizzatine d'occhio complici, le barzellette raccontate a voce alta, i commenti sugli autobus, le prediche nelle chiese, le occhiate in tralice, i "noi ci capiamo", pardon, "noialtri se capimo", i "ne magna fora tuto", e i brindisi in osteria alla Marca gioiosa, e i padroni che assumono gente da fuori ma non gli vogliono dare la casa se no, poi, i prezzi crollano.
Lo "spiritus loci", per cui un sindaco invita gli extracomunitari a "vestirsi da leprotti per far esercitare i cacciatori". 
E non succede nulla.
Una città che prepara "carri piombati pr rispedire a casa gli immigrati".
E non succede nulla.
Una città che invita a fare la "pulizia etnica contro i culattoni".
E non succede nulla.
Una città in cui venti bambini vogliono cacciar via un altro bambino. 
E non succederà nulla.
Una città che ha toccato il fondo. 
Treviso. Una cloaca.



domenica 19 luglio 2009

Un esempio per l'Italia?


"Ci spiace - lanciano due liceali al poliziotto che vuole mettere le mani sul loro compagno di classe clandestino - abbiamo l'ora di Educazione Civica!".
È una vignetta che la dice lunga sui valori che vengono insegnati a scuola e i valori che incarna la Legge. Una certa legge. Che ha creato quello che si è autobattezzato "delitto di solidarietà". In nome dei valori insegnati a scuola, di tale delitto si sono accusate migliaia di persone. Tutti coloro che hanno dichiarato ufficialmente di aver prestato aiuto ad un immigrato irregolare, ospitandolo in casa, dandogli da mangiare, conservando i suoi documenti, offrendogli un letto. Contravvenendo all'articolo 622-1 del Codice di Ingresso e Soggiorno degli Stranieri che recita così: "Chiunque, direttamente o indirettamente, faciliterà o tenterà di facilitare l'ingresso, la circolazione o il soggiorno irregolari di uno straniero in Francia sarà punito ad una pena di prigione di 5 anni e ad un'ammenda di 30000 euro.".
Militanti associativi, grossi nomi dello spettacolo, ma anche gente comune. 
Se da un lato, Ariane Mnouchkine direttrice del famoso Théâtre du Soleil si autodenuncia dichiarando di aver ospitato e aiutato decine di clandestini afgani, algerini, kabili, armeni, cinesi, iraniani, iracheni, russi e maliani e prosegue avvertendo che, finché potrà, continuerà a rifiutare in toto quello che definisce "un morboso rovesciamento di valori che un governo senza cultura e senza memoria cerca di farci accettare", Bruno Solo, giornalista e attore, si appella alla legge della solidiarietà, e rinviando al dilemma di Antigone, dichiara di rispettarla perché al di sopra della legge degli uomini.
Esiste ancora in Francia, ancorato nelle mentalità e nei valori repubblicani, il principio del diritto d'asilo. I francesi, se sono repubblicani, se condividono i valori repubblicani, e questo a prescindere dallo schieramento politico tra sinistra o destra, del diritto d'asilo sono fieri. E la "France, terre d'asile" la considerano una peculiarità imprescindibile del loro paese. 
Da cui, la difficoltà da parte del governo e dei suoi rappresentanti, di "assumere" pubblicamente questa legge che implicitamente crea un "delitto di solidarietà".
E allora negano. Negano a gran voce che tale articolo, che pur esiste, possa mai essere applicato.
Lo dichiara il Presidente della Repubblica. Ne minimizza la portata il Ministro all'Immigrazione Besson.
Curiosa posizione. Che nel contempo non impedisce alla polizia di bussare alla porta di Monique Pouille, 59 anni, membro dell'associazione, Terre d'errance, e di interpellarla per aver prestato aiuto a dei clandestini in situazione irregolare. Monique, in effetti, è volontaria ai Restos du Coeur, creati a suo tempo da Coluche, con lo scopo semplice di dar da mangiare a chi ha fame. Ed è per aver proprio distribuito della zuppa a dei clandestini che viene portata in Commissariato per accertamenti.
Idem per Kamel, dipendente di Emmaus, interpellato e portato al commissariato di Marsiglia per aver offerto da dormire a un clandestino. 
Il governo nega, ma la polizia esegue le interpellazioni.
Nel contempo la lista delle persone che si autoaccusano del delitto di solidarietà si allunga...
Un esempio per l'Italia?



venerdì 17 luglio 2009

Ce l'hanno fatta!


Le bombole del gas hanno fatto il loro effetto (vedi post appena sotto!) 
I 53 JLG licenziati hanno ottenuto i 30000 euro che chiedevano come indennità.
Incredibile, ma vero!
E nello stesso tempo desolante.
La morale di questa storia è la seguente: nella nostra società, che indennizza senza batter ciglio banche e istituti di credito che hanno giocato alla finanza allegra, per ottenere un'indennità di licenziamento bisogna mettersi contro la legge. Minacciare di far saltare tutto. 
Finiti i sindacati, i negoziati, le manifestazioni, gli scioperi.
Siamo arrivati alle bombole di gas!
Più efficaci di qualsiasi strategia iscritta nella legalità. 
Di qualsiasi invocazione allo stato di diritto. 
Il mondo del lavoro si mostra a nudo e non c'è bisogno che un bambino lo additi gridando che proprio nudo è per capire che quello che contano sono solo e unicamente i rapporti di forza. 
Facciamo saltare le macchine, facciamo saltare il capitale fisso, molto più prezioso di noi uomini, povere quote di capitale variabile, flessibile, spendibile, gettabile, non riciclabile...Solo così agitiamo lo spauracchio. Solo così otteniamo quel che abbiamo già dato in anni mesi giorni di lavoro. 
D'ora in poi lo abbiamo capito. E il ricatto lo facciamo noi...
Bastano un paio di bombole del gas e il gioco è fatto!
Brutti, brutti tempi... 

Boum, boum, boum...e 3!


Stavolta sono i dipendenti della società JLG, à Tonneins, che minacciano di fare boum...
Chiedono 30000 euro per ogni licenziato. I licenziati sono "solo" 53...
Pare che le bombole del gas vadano a ruba...




mercoledì 15 luglio 2009

Boum, Boum...o la moda del dialogo...

E due...
Stavolta a minacciare di far saltare la fabbrica sono "i Nortel". La Nortel France SA è la filiale francese dell'omonima società di comunicazioni canadese.
Un "Nortel" in sciopero dichiarava alla stampa stamattina: "Se i dirigenti non si assumeranno le proprie responsabilità, succederà quel che succederà. I nostri non hanno più niente da perdere, andranno fino in fondo." 
La dead line, in questo caso, è fissata al 20 luglio, giorno in cui verrà approvato ufficialmente il piano di licenziamento. Che prevede la soppressione di 467 posti di lavoro su 683. I licenziamenti saranno effettivi dal 1° agosto. L'amministratore delegato della Nortel Europa, un rappresentante della Ernst&Young, si è rifiutato di incontrare i sindacati e gli scioperanti. Chiarendo l'oggetto del contendere: se i 467 non accetteranno di essere licenziati, ne verranno licenziati 683 e la società chiuderà definitivamente. 
I "Nortel" chiedono un'indennità di 100000 euro per ogni dipendente licenziato. Indennità che dovrebbe essere pagata grazie alla vendita di una parte dell'azienda, come prevede la procedura di liquidazione giudiziaria in corso.
Se così non sarà loro faranno il botto. 
Una miccia pronta ad esplodere sta attraversando la società francese. Che per il momento fa come niente fosse...Al massimo, qualche appello allo stato di diritto. Qualche osservazione benpensante sull'idiozia di far saltare le aziende "che danno lavoro" (sic). La minaccia di ritorsioni giudiziarie contro i Pietro Micca nostrani. 
Nessuno ricorda che neanche un anno fa, gli apprendisti stregoni neoliberali facevano saltare allegramente le banche. Che di indennità ne hanno, invece, ricevute a tonnellate...
I profitti registrati al primo semestre dalla Goldmann Sachs la dicono lunga...
Il Ministro del Lavoro, Xavier Darcos, si è però svegliato dal suo letargo. Dichiarando che "comprende la collera dei salariati, soprattutto tenuto conto dei sacrifici che avevano fatto per mantenere in vita le loro aziende"........MA....
Ma non capisce la loro posizione da "desperados", posizione che definisce di "una violenza estrema"...E auspica........ il dialogo........
Di cosa mai potranno dialogare col Ministro i 467 Nortel o la totalità dei New Fabris sull'orlo della fine....????
Mi piacerebbe saperlo...
"Ci parleremo", ha assicurato, Wultz, segretario di stato all'occupazione...
Il potere catartico della parola? O boum, boum????



martedì 14 luglio 2009

Boum....

Qui, in Francia, non li chiamano nemmeno più operai. 
Li chiamano i "Conti". O i "New Fabris". Dal nome della fabbrica che li licenzia. Come dire "i Fiat", o "gli Ikea". Quasi che la parola "operaio" sia oscena o anacronistica
Scrivono i giornali: "I New Fabris minacciano di far saltare la fabbrica se entro il 31 luglio Peugeot, Citroen e Renault, non pagheranno a ciascuno di loro 30000 euro di indennità".
Peugeot, Citroen, Renault non ordinano più. E poiché sono gli unici clienti di questa fabbrica, la fabbrica chiude e tutti devono tornarsene a casa. Buoni, buoni. Zitti, zitti.
Solo che "i New Fabris" non ci stanno. E preparano il terreno al grande botto.
Qualcuno parla di legittima difesa. 
Altri ricordano l'esperienza della Lip. E il 1973, quando la fabbrica di orologi vicino a Besançon, all'annuncio della chiusura, fu occupata e gestita direttamente dagli operai. I quali, mandati a casa i dirigenti, continuarono a fabbricare gli orologi, si trasformarono in rappresentanti e agenti, e riuscirono a rilanciarne la produzione.
Lo slogan, allora, era: "si lavora, si vende, ci si paga".
Più facile con gli orologi che con la componentistica destinata ad un'industria dell'automobile agonizzante.
I New Fabris, i luddisti o l'operaio-massa di negriana memoria, probabilmente manco sanno cosa sono. E non hanno voglia di saperlo, perché i New Fabris, secondo me,  sono una cosa nuova. 
Sanno, i New Fabris, specialmente quelli che sfiorano i 50 anni, che davanti a loro c'è il baratro.
La rovina economica e la morte sociale. L'espulsione dalla casa, la perdita di autorità nei confronti dei figli, il deserto urbano delle banlieues
Sanno che i sindacati sono impotenti. Oltre ad indorare la pillola, poco possono fare in tempi in cui le manifestazioni sembrano ormai le cerimonie funebri della morte del lavoro.
E allora interpretano a loro modo il "ricatto". Il ricatto quotidiano che il debole vive di fronte al forte. E lo rovesciano. 
Non hanno più granché da perdere. Solo da guadagnare...
E se sarà boum, sarà boum....
 

sabato 11 luglio 2009

I distinguo...

Si moltiplicano sui blog le critiche a questo G8. Sono in generale le stesse critiche che sono state mosse anche ai precedenti summit degli otto "grandi". Inutilità, vetrina acchiappagrulli, dichiarazioni di principio in puro politichese, mancanza di impegni precisi, vaghezza. 
Tanto rumore per nulla, se vogliamo parafrasare il grande William.
In molti blog, poi, ci si chiede da che pulpito provengano le grandi lezioni impartite al mondo. Siamo così esenti da difetti da poter fungere da esempio al resto del mondo?
Se le critiche sopraindicate mi vedono totalmente d'accordo e se indagare sulla trave che ci oscura la vista prima di denunciare la pagliuzza negli occhi altrui mi sembra opportuno e corretto, ciononostante non mi sento di allinearmi sulla seconda parte di molti dei post scritti dagli amici blogger su questo tema.
Nella veemenza della denuncia, infatti, molti blogger si lanciano in paragoni che a mio avviso rischiano di sfumare quei necessari distinguo senza i quali non è più possibile argomentare su un piano razionale.
Per quanto l'Europa in cui viviamo non sia il paese della cuccagna, da sempre sono convinta di essere nata con la camicia. Se non altro perché sono nata in questa fetta di "mondo".
In cui esiste la libertà di stampa. Ancora. Magari ancora per poco. Ma esiste.
In cui posso andare in ospedale e curarmi. Più o meno bene, a seconda dei paesi, ma in genere non mi lasciano fuori dalla porta a morire. 
In cui posso prendere il sole con le tette fuori senza farmi lapidare.
In cui, ancora, posso mandare i miei figli all'università senza per forza morire di fame.
In cui, ancora, nessuno mi chiede dove vado quando prendo l'automobile.
In cui posso vivere, a volte anche sposarmi, con qualcuno che ha lo stesso sesso mio.
In cui lo Stato, a seconda dei paesi, chi più, chi meno, mi fornisce un aiuto economico se ne ho bisogno. O una casa, se non ce l'ho. 
In cui posso andare al cinema e vedere quasi tutti i film.
In cui non sono obbligata a credere in nessuna religione.
In cui, in quanto donna, non valgo la metà di un uomo.
E potrei continuare.
Lo stesso, ci piaccia o no, vale per gli Stati Uniti.

Ora, paragonare la censura che avviene in Russia, in Iran o in Cina alla censura che c'è da noi, è fuori luogo. Come fuori luogo è sostenere che la polizia, là o qui, funzioni nello stesso modo. E che in fondo si tratti sempre degli stessi regimi.
Se non siamo capaci di fare dei "distinguo", rischiamo di non essere più credibili.
E se non siamo capaci di sceglierci i modelli e gli alleati, lo siamo ancora meno.
Possiamo criticare fino allo stremo la politica che vige in Israele. Resta che Hamas non è un interlocutore accettabile.
Possiamo sospettare un'influenza occidentale dietro alle manifestazioni in Iran, resta che il regime di Ahmadinedjad continua ad essere lo stesso regime islamofascista che è stato fino ad oggi.
Possiamo analizzare la politica della Russia di Putin come antagonista ai tentativi egemonici dell'Occidente, resta che la Russia di oggi, nazionalista, razzista e in mano alle mafie economiche, non costituisce un modello auspicabile.
E potrei continuare...

Non viviamo in un mondo perfetto. Lungi da là...
Ma, per il momento, la fetta di pianeta nella quale mangio e respiro resta ancora quella in cui mi sento più "protetta" e "libera".
E a partire da questa constatazione, e solo da questo, che posso rimboccarmi le maniche e lanciarmi nella battaglia...







venerdì 10 luglio 2009

Anticipazioni...

Stavolta sono stata più svelta.
L'avevo detto già due giorni fa quello che raccomandava Hansen...
Poi si sveglia Jeremy Rifkin! Addirittura!
Jeremy Rifkin deve aver letto il mio blog...
Quelli del G8 no.
Non ancora...

giovedì 9 luglio 2009

Buio sulla città?

Ottenere delle informazioni, per quanto oggettive ed elementari, risulta a volte oltremodo difficile. Quando poi si tratta di un  paese lontano e poco coperto dai media è addirittura impossibile. Parlo del Nepal. Il mio secondo paese d'adozione.
L'Italia mi ha visto nascere e partire, la Francia mi ha adottato, mi ospita e mi dà lavoro.
Il Nepal,  è una storia d'amore. Ancora qualche settimana e tornerò tra le sue montagne, respirerò l'aria inquinata della capitale, continuerò a stupirmi di fronte all'incongruità dei suoi tesori. 
Ormai più di un anno che non ci metto piede. 
Dal maggio del 2008, dalle elezioni che videro la vittoria del maoista Prachanda, il Temerario e la successiva partenza di Gyanendra, l'ultimo re,  accusato di aver sterminato la sua famiglia.
Come si sta oggi in Nepal?
Difficile dirlo.
Difficile, perché anche le informazioni più oggettive e semplici da ottenere risultano contraddittorie. 
L'esempio che intendo fare è quello che fa riferimento alle interruzioni di elettricità nella capitale. 
Da anni, Kathmandu è sottoposta a temporanee interruzioni dell'energia elettrica. I nepalesi lo sanno. E lo scoprono ben presto i turisti. Capita spesso la sera. Tra le 18h e le 22h. Di colpo la città diventa buia per qualche minuto. Poi negozi, hotel o guesthouse mettono in funzione i loro generatori per fornire l'elettricità necessaria allo svolgimento dei loro commerci. I ventilatori non funzionano, le lucine sono sparse e flebili, i telefoni saltano e pure le connessioni internet degli internet café.
Il Nepal, uno dei paesi più poveri del mondo, ha indubbiamente una ricchezza: l'acqua che scende vorticosa lungo i torrenti che si formano a partire dai ghiacciai delle cime himalayane. Negli anni della monarchia le dighe idroelettriche non sono mai state la priorità in un paese drammaticamente squassato dalla corruzione e dalle pressioni dei paesi vicini, India e Cina.
Prachanda, una volta assunti i poteri, il 27 dicembre del 2008 non ha potuto altro che constatare il fatto che il paese manca drammaticamente di elettricità. E ha dichiarato ufficialmente la crisi elettrica. Il che ha comportato misure drastiche quanto inutili di riduzione della già poca energia disponibile: niente insegne luminose, niente illuminazione notturna dei monumenti, l'uso di lampadine a basso consumo, e la futura costruzione di centrali termiche.
Nel corso degli anni uno degli indicatori più affidabili del benessere o meno in cui versavano le finanze del paese era quello di verificare il numero e la durata delle interruzioni di elettricità nel corso della giornata. 
Non è un'informazione così astrusa o occulta. Eppure, al momento risulta impossibile ottenere una risposta coerente. 
I giornali in lingua inglese sono vaghi e aumentano o diminuiscono il numero delle interruzioni in funzione del loro posizionamento politico. I più vicini al governo, minimizzano. Chi sta all'opposizione drammatizza. 
Allora vado per blog. Nel blog di un medico cooperante italiano, un'avvocatessa nepalese che dirige una ONG operante nel paese, traccia un quadro drammatico della situazione, sostenendo che si è arrivati a sedici ore di elettricità giornaliere concentrate la sera, dieci ore di elettricità a settimana nelle ore lavorative, manca la benzina e manca l'acqua corrente nelle principali città. Il che produce malcontento, violenza e manifestazioni antigovernative. 
In un altro blog, un'italiana che vive a Kathmandu e che col suo compagno ha aperto un ristorantino di pasta, lamenta la corruzione, lamenta i controlli operati dai maoisti e dai sindacati sulle relazioni di lavoro tra espatriati e nepalesi, ma sostiene che la questione dell'elettricità è esattamente la stessa che esisteva già ai tempi di Gyanendra.
Il mio amico Navyo, un altoatesino che vive ormai a Kath da quasi 30 anni, sostiene invece che l'elettricità manca al massimo un'ora al giorno e che gli stranieri sono i più catastrofisti perché non abituati ai ritmi di vita nepalesi. La violenza di cui si parla nei blog è più immaginaria che reale, sostiene Navyo. Gli scippi e i furti sono sempre esistiti. E la corruzione pure.
Il mio amico Shiva, che ancora non è riuscito ad avere il visto per "la Merica", si affida agli dei e alle dee che popolano il suo universo. E consiglia di sacrificare una capra. Come vidi fare un paio di anni fa, sul tarmac dell'aeroporto della capitale, sotto la pancia di un vecchio aereo male in arnese in segno di benedizione e di protezione....
Tashi non si preoccupa. Con la luce o col buio lui continua imperterrito a girare attorno allo stupa di Bodnath coi suoi fratelli profughi tibetani. Che la luce, loro che vivono negli slums della capitale, non l'hanno mai vista. 

mercoledì 8 luglio 2009

I ragazzi di Greenpeace...



















Far sentire la propria voce. Avere visibilità, proprio quando gli occhi del mondo sono puntati da noi, non è facile, se non si è alla corte dei grandi. 
Ci hanno tentato stamattina alcuni ragazzi di Greenpeace. Che hanno scalato le ciminiere di quattro centrali elettriche a carbone italiane per ricordare ai leader degli 8 paesi riuniti a L'Aquila di assumere il loro ruolo di leader svolgendo le azioni necessarie contro i cambiamenti climatici. 

La notizia è relegata tra le brevi di alcuni giornali stranieri.
"Il carbone", dichiara Greenpeace "è il combustibile che produce più di tutti gli altri l'effetto serra."
La guerra al carbone che muove l'organizzazione ecologista è sostenuta in pieno da James Hansen, noto anche come "il padre della teoria del riscaldamento globale".
Per Hansen, la chiusura delle centrali a carbone, non è un'opzione. Bensì un'urgente necessità. 
Hansen, addirittura, l'anno scorso ha puntato senza mezzi termini il dito contro i dirigenti delle società che gestiscono le centrali a carbone, negli USA, accusandoli di fare della disinformazione sul riscaldamento globale in atto e sostenendo che tale disinformazione è assimilabile ad un crimine contro l'umanità e contro la natura.  I treni che trasportano il carbone verso le centrali li ha definiti poi, senza mezzi termini, "treni della morte".
Hansen, che dirige l'Istituto di Studi Spaziali per conto della NASA, finora non ha mai sbagliato una predizione. Lui, le "predizioni" le fa a partire dal primo modello matematico di variazioni climatiche, da lui concepito e battezzato nella comunità scientifica Modello Zero.
Nel 1990 Hansen predisse che quell'anno, o l'anno successivo sarebbe stato l'anno più caldo tra quelli registrati fino ad allora. Nove mesi dopo i fatti gli diedero ragione. Nel 1991, predisse che l'eruzione del Pinatubo avrebbe fatto scendere le temperature e un paio di anni dopo le avrebbe fatte bruscamente risalire. Cosa che avvenne puntualmente. Recentemente ha contestato la soglia di non ritorno della presenza di CO2 fissata dalla comunità scientifica. Tale soglia di non ritorno più nota come DAI (Dangerous Anthropogenic Interference) la comunità scientifica l'ha posta a 455 particelle di CO2 su un milione di particelle. 
La brutta notizia che sostiene Hansen in numerosi articoli da lui recentemente pubblicati è che tale soglia sarebbe in realtà da valutare attorno alle 350 particelle per milione. La pessima notizia è che attualmente siamo già a 385 particelle per milione. 
Se anche mi sbaglio, sostiene Hansen, il Modello Zero, in assenza di drastica riduzione, prevede che entro il 2035 sarà raggiunta la soglia di non ritorno ufficiale delle 455 particelle per milione. Solo una drastica riduzione delle centrali a carbone, accompagnata da un programma forte di riforestazione portato avanti nei prossimi vent'anni potrà far scendere , tra alcuni decenni, il livello di CO2 a 350 particelle per milione. 
L'assenza di misure drastiche, ora è subito, ci porterà dritti e in brevissimo tempo all'irreparabile. 
Hansen, per il momento, di predizioni non ne ha sbagliata una...


martedì 7 luglio 2009

Uno e "quattrino"...


Forse, dunque, faremo le valigie...Almeno secondo il Guardian che è invitato dal ministro Frattini a fare a sua volta le valigie per "uscire dal novero dei grandi giornali". 
Una grande frenesia collettiva di valigie, valigini, bagagli, pacchi e pacchetti. 
I giornali, via! 
I giudici, via pure loro! 
I parlamentari, via!
I fotografi, a casa!
I poliziotti, in caserma! che ci sono le ronde e dobbiamo pure dar loro qualcosa da fare.
Gli immigrati, via in Libia, che gli va bene che altrimenti li coliamo a picco!
I terremotati, in vacanza a Rimini!
Via, via, via l'opposizione (ma dov'è?), i cittadini che non mi vogliono bene, i blogger che non vogliono rettificare, i monsignori che nicchiano a ricevermi, via il papa che si mette pure a parlare di economia, via il presidente che si mette a fare la zanzara, via gli studenti che magari studiano e poi ci capiscono qualcosa, via gli impiegati che si girano i pollici e non hanno lo spirito imprenditoriale, via i controllori e pure i controllori di volo, via gli onesti, via chi non usa il toupet, via l'Inter che vince lo scudetto, via i morti dal lavoro, via la concorrenza, interna e internazionale, via le brave ragazze, via i concerti estivi, via le maestre, via gli scienziati, via cani e porci, via pure Obama che è più abbronzato di me, insomma, sciò, via, via via!
E via pure quelli che ci vogliono mandar via!
Dagli otto grandi della terra che noi piccini, arruffoni e sparagnini siamo. 
E poi, chi se ne frega? Noi per secoli abbiamo fatto le valigie e ci mettiamo un nanosecondo a sparire. Piccini siamo, ma piccolo è bello, no?
Basta che restino le ragazzine poppute, non troppo alte e gentili, che saranno loro il nostro parlamento... e Apicella e tanti tanti tanti servi devoti pronti a darmi ragione. A dare ragione a me. Che sono uno e "quattrino". Presidente, Premier, Papa e Papi...



lunedì 6 luglio 2009

Settanta...

Settanta non è un libro. È un film che scorre su carta. Ed è un film di quelli che ci piacevano. E che non si vedono più. Se non tardi, alla televisione, quando in piena notte, zappando perché col caldo non si ha voglia di andare a letto, ne vediamo un fotogramma. E ne basta uno, un fotogramma, per riconoscere il tutto. E per emozionarci. Come allora.
Il mucchio selvaggio, Quien sabe?, Giù la testa....Pekimpah, Sergio Leone...
Padri fondatori.
Settanta, non sfigurerebbe.
Stupisce che ad averlo scritto sia uno scrittore così giovane. 
Simone Sarasso ha appena 31 anni. All'epoca del rapimento Moro, lui non c'era ancora. 
Era stata la prima considerazione che avevo fatto quando era uscito Confine di Stato, il primo volume di quella "Trilogia sporca dell'Italia" di cui Settanta costituisce l'intermezzo.
Com'è possibile, mi ero detta, che uno della sua età, uno sbarbino, si metta a scrivere un romanzo che parla di Wilma Montesi e di Piazza Fontana? Com'è possibile scrivere un romanzo ambientato in quel periodo senza aver frequentato un collettivo, senza essersi rifugiati in un androne per sfuggire alle cariche della polizia, senza aver temuto, davvero, che un giorno sarebbero entrati in casa, di notte, e ti avrebbero portato via?
Mi ero preparata a leggere un libro senza odore e invece Confine di Stato, mi aveva catturato.
Settanta, mi travolge.
Mi travolge per la scrittura. Una scrittura/cinema. Una scrittura nervosa che ricorda il migliore Ellroy. Quello di American Tabloid, per capirci.
Mi travolge per la costruzione dei personaggi. Che, come in Romanzo Criminale, assumono spessore, e facce e odore, via via che ci si inoltra nella lettura.
Mi travolge perché nel libro si parla di cose che so e nel contempo, grazie alla libertà specifica al romanzo, che non so. Ma che potrebbero essere. Che potrebbero davvero essere andate così.
L'Italia che fa da palcoscenico a questo splendido romanzo epico è, come dice il titolo, l'Italia degli anni settanta. Quella in cui succede di tutto. L'Italia sporca. Che non è mai stata lavata.
Non c'è bisogno di guardare all'America per scoprire che non si è innocenti. L'Italia marcia, l'Italia dei misteri mai risolti, l'Italia delle trame, l'Italia del pericolo rosso si mostra, si esibisce in tutta la sua complessità in questo romanzo. Che,  a sua volta, sa essere complesso. Costruito con sapienza. Come tutti i grandi romanzi. 
La fiction aiuta. Certo. Ma chi ha vissuto gli anni settanta, nel bene e nel male, il Nando lo ha conosciuto davvero, e di Brivido ha letto tante volte la storia nelle pagine di cronaca dei giornali locali, e gli Andrea Sterling, sempre costantemente senza volto, hanno abitato, neri fantasmi, gli incubi di tante notti. 
Gli Omini, invece, sono ancora qui. Col cerone e il volto rifatto e senza rughe gridano ancora al pericolo rosso, e tramano, e sanno sapientemente catturare la voglia di santi e conducator che ci fa popolo ancora bambino. Popolo bambino senza l'innocenza dei bambini. Popolo bambino disposto a tutto pur di continuare a peccare. Con una gamba di qua e una di là. 
Pronto a qualunque salto nel vuoto. 

Settanta di Simone Sarasso è pubblicato da Marsilio e costituisce il secondo volume della "Trilogia sporca dell'Italia". 
Il primo volume si intitola Confine di Stato ed è uscito sempre per Marsilio. In questi giorni lo si può trovare anche in edicola nella collana Supersegretissimo.
Il terzo volume non è ancora uscito. Lo aspetto con ansia. 

venerdì 3 luglio 2009

Consigli di lettura...



Ricevo e pubblico:
DALLE FREQUENZE DI RADIO MARIA UN NOTO RELIGIOSO DISPENSA ALLE PERSONE CHE TELEFONANO INDICAZIONI E CONSIGLI SPIRITUALI TRATTI DIRETTAMENTE DALLE SCRITTURE.
QUALCHE TEMPO FA, IN UNA DELLE RISPOSTE AGLI ASCOLTATORI, HA AFFERMATO CHE L'OMOSESSUALITA' - COME SI LEGGE NELLA BIBBIA (LEVITICO, 18, 22) - E' UN ABOMINIO E NON PUO' ESSERE TOLLERATA IN ALCUN CASO. UN ASCOLTATORE GLI HA SCRITTO PER CHIEDERE LUMI SU ALCUNI ALTRI PROBLEMI DI VITA VISSUTA

Lettera del 16 maggio 2009

 "Caro sacerdote, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore.
Ho imparato davvero molto dal suo programma, e ho cercato di condividere tale conoscenza con più persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che ciò è un abominio. Fine della discussione.
Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.

 - Vorrei vendere mia figlia come schiava, come prevede Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?

 - Quando do fuoco ad un toro sull'altare sacrificale, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Levitico 1.9). Il problema è con i miei vicini. Quei blasfemi sostengono che l' odore non è piacevole per loro. Devo forse percuoterli?

 - So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Levitico 15:19-24). Il problema è: come faccio a chiederle se ce le ha oppure no? Molte donne s'offendono.

 - Levitico 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?

 - Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?

 - Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Levitico 11:10), lo è meno dell'omosessualità. Non sono d'accordo. Può illuminarci sulla questione?

 - Levitico 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all' altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere . La mia vista deve per forza essere 10 decimi o c'è qualche scappatoia alla questione?

 - Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è
 espressamente vietato dalla Bibbia (Levitico 19:27). In che modo devono esser messi a morte?

- In Levitico 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?

 - Mio zio possiede una fattoria. E' andato contro Levitico 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per  lapidarlo come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Levitico 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?

So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondermi a queste semplici domande.

 Nell'occasione, la ringrazio ancora per ricordare a tutti noi che i comandamenti sono eterni e immutabili.
 Sempre suo ammiratore devoto." -

giovedì 2 luglio 2009

Italiani clandestini...

"Gli Italiani devono ammettere di essere un tantino troppo invadenti. A centinaia, a migliaia attraversano clandestinamente le Alpi per installarsi a casa nostra. Sono più di duecentomila da Nizza a Montpellier, da Marsiglia a Lione.  Si tratta di una vera e propria invasione! Non solo vengono a togliere il pane di bocca ai nostri lavoratori, ma spesso si dedicano anche a distribuire coltellate a destra e a manca. I nostri tribunali sono intasati dagli italiani. Le nostre prigioni e i nostri ospedali sono pieni a scoppiare dei sudditi del re Umberto e i nostri uffici postali non fanno che inviare in Italia del denaro francese. Denaro che gli spazzacamini, i pifferai e i muratori, gente nomade, spediscono alle loro famiglie a Genova o a Firenze.
Niente a che vedere con i pochi operai francesi che lavorano in italia e che vivono degnamente e tranquillamente, si fanno pagare come gli operai italiani e spendono tutti i loro soldi in Italia...."
Era il 26 agosto del 1893. E pubblicava questo articolo il Petit Var, un giornale a tendenza moderata dell'epoca. L'epoca di cui parlo era l'epoca della caccia agli italiani. L'epoca del massacro di Aigues Mortes, in Camargue, succeduto a pochi anni di distanza da un altro episodio, meno noto, che in Francia è conosciuto come i "vespri marsigliesi", o "il massacro della Canebière". 
Quanti furono gli italiani assassinati a Aigues Mortes in quello che fu un vero e proprio pogrom razzista nei confronti dei lavoratori clandestini che dal Piemonte e dalla Liguria raggiungevano la Camargue per lavorare nelle saline ancora oggi non si sa. Le cifre oscillano tra i dieci e i cinquanta morti. Cui si aggiungono centinaia di feriti. 
A Marsiglia furono di meno. Meno di dieci. Per tre giorni lungo la Canebière, la strada dei cordai che si apre su uno dei porti più belli del Mediterraneo, si svolse una vera e propria caccia agli italiani. Che andavano abbattuti come bestie perché sporchi, ignoranti, maiali, e criminali. 
Era così che ci vedevano. Era per questo che ci bastonavano. E ci ammazzavano.
Conterà qualcosa oggi sapere per dove siamo passati? 
Non credo. Credo sempre di meno al potere della memoria storica. E al monito che dovremmo trarne: "Non comportarti verso l'altro come si sono comportati in passato gli xenofobi con i tuoi antenati". 
Ma, in questo giorno, che ci avvicina un passetto di più alla madre Africa da cui proveniamo (il clandestino è un criminale solo nelle legislazioni di alcuni paesi africani) mi va di ricordare....

mercoledì 1 luglio 2009

Omertà


Non mi piace l'invito di Napolitano alla stampa.
Non mi piace mai che si chieda alla stampa di tacere. Di smorzare. Di calmare le acque.
In causa, in questo caso, non è l'incolumità di un ostaggio nel corso di una trattativa. Né il voyeurismo mediatico che spesso interviene dopo una tragedia.
No. Il silenzio che Napolitano chiede dovrebbe servire ad evitare che in causa sia posto il "prestigio del paese". 
Sul "prestigio" che l'Italia gode all'estero potrei ricamarci sopra. Dire che rasenta il prestigio di una nocciolina, non è affatto esagerato. Su come ci vedono da fuori, ne avevo già parlato in un vecchio post
Quello che mi inquieta nell'invito del Presidente della Repubblica è da un lato il riproporre la nostra vecchia tradizione nazionale che prende il nome di "omertà", dall'altro l'assenza di criterio contenuta nell'invito stesso. Temo fortemente che Napolitano stia perdendo colpi.
Tutti sappiamo cosa significa la parola "omertà". È talmente italiana questa pratica, talmente connaturata alla nostra italianità, che il vocabolo stesso è accolto tale e quale negli idiomi stranieri. Come quando la lingua italiana accoglie il termine "karakiri'. Che non si traduce perché esclusivamente connaturato alle tradizioni giapponesi.
In inglese e in francese "omertà", si traduce con...."omertà".
Aumenterebbe il "prestigio" del nostro paese una stampa silenziosa che si da da fare per nascondere i cocci del vaso rotto in un angolino, come farebbe un bambino che non si vuol far scoprire dalla mamma? 
Aumenterebbe il "prestigio" del nostro paese una magistratura che sospendesse temporaneamente delle indagini perché sarebbe inelegante scoperchiare l'ennesima malefatta di chi ci governa mentre in casa abbiamo degli ospiti?
Sono davvero allibita.
Tanto più che le notizie non si fermano con un colpo di bacchetta magica alle frontiere. Anche se le frontiere ritornano ad essere chiuse per evitare contestazioni al G8 dell'Aquila.
Credo che l'esistenza di qualche organo di stampa libero, che non si fa intimidire dalle minacce di ritorsioni economiche né dall'invito ad un fumoso "stringiamci a coorte" da parte della più alta carica dello stato, sia invece un elemento che potrebbe migliorare l'immagine che di noi e del nostro paese esiste all'estero. 
Credo che una magistratura davvero indipendente dal potere politico, lungi dal farci vergognare agli occhi del mondo, sia piuttosto una fonte di orgoglio. Come quando, negli anni di Tangentopoli, all'estero, per la prima volta, avevamo guadagnato un certo rispetto. Il rispetto dovuto a magistrati coraggiosi, capaci, a volte al prezzo della propria vita, di fare giustizia.
Credo che un Presidente, che per la sua natura istituzionale, deve essere super partes non abbia il diritto di chiedere una pausa, un armistizio, in nome delle "buone maniere". Il suo ruolo, semmai, dovrebbe essere quello di ricordare alle più alte cariche dello stato i principi del buon governo. E di stigmatizzare quegli atteggiamenti che col "buon governo" risultano incompatibili.