venerdì 7 agosto 2009

Surkhet/2

Anche stamani le ormai consuete cinque ore di piantonamento della pista di decollo. Spese a scrutare le nuvole, l'orizzonte e l'espressione del pilota che se ne sta seduto su una seggiolina sul bordo della pista a leggersi alcune pagine spaiate di giornale. E ogni tanto telefona.
E' l'alba. Grigia di pioggia. E fumante vapore dall'asfalto della pista.
Nemmeno oggi si decolla. Tutti a casa, ci fa segno la poliziotta aeroportuale, impeccabile in camicetta blu', pantaloni neri, e asciugamanino raccogli sudore appeso alla cintura.
I tutti in questione siamo noi, quattro portatori e una coppia di pastori, marito e moglie, piu' verso i settanta che i sessanta, ma chi lo sa quanti anni ha qui la gente.
La poliziotta chiude il cancello dell'aeroporto alle nostre spalle e ci fa ciao con la mano ci vediamo domani.
Mi dico che in fondo non capita spesso di attraversare mezza Asia per trascorrere le vacanze in un luogo dove non c'e` nulla da fare, nulla da vedere e quanto al mangiare ci si limita al dal bhat.
Pian piano, pero', si creano le abitudini.
Al ritorno dall'aeroporto il quartiere intero viene a farci visita per esprimerci le "condoglianze' della mancata partenza. Sotto sotto, invece, mi sembra che siano tutti contenti di avere un diversivo. Sono contenti i bambini che oggi pomeriggio hanno deciso di portarmi in visita al parco. Che cosa c'e` da vedere nel parco? chiedo. Alberi, mi rispondono loro serissimi. E una pozza. E tanti uccelli. La notte, aggiungono, ci sono le tigri.
E' contenta la vicina che detesta gli elicotteristi russi perche' la sera si mangia assieme, conversando a gesti, a lume di candela perche' l'elettricita' va e viene. Piu' va che viene.
E' contenta Kamala, la signora che ci ospita che ha una bambina che si chiama Angie, proprio cosi', anche se lei non conosce i Rolling Stones. Kamala e la mamma di Kamala e la zia e la nonna e lo zio e il cugino che passano tutti per casa a salutare, scrutare il cielo, lanciare ipotesi sull'andamento del tempo.
Il pi'u contento di tutti e' X.L., un tredicenne sveglio con gli occhi neri grandissimi, l'unico del quartiere a masticare qualche parola di inglese. La sua maestra gli ha detto che se ne puo' stare a casa da scuola e accompagnarci in giro che cosi' fara' esercizio e riuscira' meglio a scuola. X.L. non se lo e' fatto dire due volte e si e' trasferito a casa nostra.
Cosa farai da grande X.L.? chiedo. Andro' in giro per il mondo a visitare i templi, e' la sua risposta sibillina. Farai il pellegrino?, gli chiedo. Lui scuote la testa, alza le spalle, e risponde maybe.
Un gruppetto arriva in casa e un signore mi prende il polso e ci fa girare attorno un cordellino rosso. Sette volte. Poi lo lega bene, mi tocca la testa e se ne va.
Il tempo scorre lento, tra visite in casa, una passeggiata attorno all'isolato a osservare vacche, bufali, capre e pecore, e la chiacchierata con il padrone del baretto che prepara il lhassi.
Poi dal cielo scendono nuovamente cascate d'acqua e l'aria rinfresca.
La gente fa come se la pioggia non ci fosse. Continua a camminare, a sguazzare nel fango, ad attraversare i campi in bicicletta pedalando lentamente. I bambini corrono sotto le grondaie e ridono mentre si fanno la doccia.
Poi scende la notte. E tutto tace.

giovedì 6 agosto 2009

Surkhet

Scrivo da Surkhet, su un computer dei tempi del Cobol e da dove sono bloccata da tre giorni in attesa che il cielo si squarci per almeno 35 minuti. Il tempo che ci vuole perche` l'aeroplanino della Yeti Airlines ci trasbordi a Juphal, avamposto del Dolpo, ai piedi delle montagne.
Surkhet fino a tre anni fa era terreno dei maobadi, i guerriglieri di Prachanda. Ora i maobadi non si vedono in giro e la vita e` ritornata ad essere tranquilla e sonnolenta. Due strade che si incrociano, una caserma, una pista per il decollo degli Otter da montagna, un mercato e campi di riso, bufali e capre. Su tutto una cappa afosa di caldo monsonico, rotta a sprazzi da violentisimi acquazzoni che trasformano le due strade in laghi di fango. Finito il monsone dai campi si leva una nebbia fittissima che sbiadisce i contorni delle cose. La gente cammina piano, si muove dolcemente, evita ogni gesto superfluo. Qualunque movimento si trasforma in fiumi di sudore. A Surkhet non vale la pena di farsi una doccia, posto che una doccia la si trovi. La gente vive costantemente bagnata.
Non deve essere affatto facile campare da queste parti. Come mi spiega il padrone del baretto che produce lo yogurth e delle frittelle di cavolo che sono l'unica alternativa al piazzo nazionale nepalese. Il terrificante Dal Bhat che altro non 'e che riso e lenticchie. Ieri sera la vicina di casa della signora che ci ospita ci ha fatto l'onore di aggiungere al riso ben sei pezzettini di pollo profumati al curry. Il pollo non l'abbiamo diviso con gli altri due occidentali che vivono in citta` perche` alla signora i due non piacciono. I due sono siberiani. E se ne stanno a Surkhet a fare gli elicotteristi. Di giorno stazionano all`aeroporto in attesa di ricevere l'ordine di decollare da parte di una qualche ONG destinata alla distribuzione di cibo nei villagi delle aree piu' remote. Una volta ricevuto l'ordine, si alzano in volo, sorvolano la zona da rifornire, trovano uno spiazzo dove posarsi, mollano il carico e ritornano in citta` per chiudersi nella camera della pensione e ubriacarsi di vodka. Sono grandi, biondi e bruschi di modi. Per questo alla vicina non piacciono.
Il terzo occidentale che vive a Sukhet e` invece uno psichiatra texano settantenne che si occupa dei "matti" che vivono qui. E' lui che usa il termine "matti". Non lo sa perche' siano diventati matti, spiega, ma quello che lui puo' fare e` distribuire loro dei tranquillanti in modo tale che le famiglie possono tenerli sedati in casa e andare a lavorare nei campi.
Alla vicina l'americano piace. E lei gli prepara il pollo almeno due volte alla settimana.

domenica 2 agosto 2009

Il ministro ha paura di sporcarsi le scarpe?

L'epidemia di colera si estende nelle regioni occidentali del paese e il governo maoista di Prachanda si fa notare per la sua assenza. O meglio per la sua maldestra presenza. Di cui tutti mormorano nella capitale. A bassa voce. Nei retrobottega. Dopo aver ribadito "un sia mai, noi non si fa politica".
Il primo ministro, dunque, accompagnato dal ministro della sanita', si reca nelle zone colpite, Janarkhot, Surkhet, il Rolpo, il Dolpa...Fa una rapida discesa dall'elicottero nella piazza di qualche villaggio dove imperversa l'epidemia...stringe mani, raccomanda, saluta e riparte...
I farmaci, le soluzioni saline, il personale sanitario raggiungeranno gli stessi villaggi dopo giorni di cammino a piedi accompagnati da muli e portatori...Quante vite sono andate perse in quelle ore preziose si chiede la gente? Non sarebbe stato meglio lasciare l'elicottero ai medici e riprendere i sentieri che lo stesso primo ministro conosce a menadito, perche' la zona in preda al colera e' la sua zona, la zona dove per quindici anni Prachanda ha tenuto il suo quartier generale e da dove e' partito il movimento che quindici anni dopo gli ha permesso di cambiare il regime che vigeva nel paese, defenestrare il re e istituire la repubblica?
Prachanda, il Temerario, ha paura di sporcarsi le scarpe si chiede la gente?