sabato 31 ottobre 2009

Qui ed ora...


Spengo accidentalmente il cellulare invece di metterlo in stand by e quando cerco di riaccenderlo mi accorgo con orrore che ho dimenticato il codice.
Mi sento nuda.
Un fiotto di angoscia che diminuisce istantaneamente la mia temperatura corporea.
Rimugino cifre. So che ci sta il 5, sicuramente il 4, ma quante volte, due, una? e in che ordine? l'ultima cifra dovrebbe essere un 8, o forse un 9.
Un codice che ho digitato migliaia di volte scompare di colpo dalle sinapsi poco sviluppate del mio cervello che mi sembra diventato marmellata.
Batto un paio di volte due codici evidentemente sbagliati. Riprova, mi dice lo schermo. Ma io so che al terzo errore sono fatalmente estromessa, forse per sempre, dall'universo della comunicazione.
Cerco di restare calma.
Poi di colpo lo vedo. Vedo il numero, il codice PIN, come la scritta INRI sul capo di Cristo. Luminoso. Un numero al neon.
Mi dico che appena rientro a casa devo scrivermeli tutti questi numeri che mi frullano in testa, e nell'accingermi a farlo si srotola sotto i miei polpastrelli una vita in codice.
Codici della carta di credito. Dell'accesso Internet. Del parcheggio. Del campanello. Della fotocopiatrice all'università. Del conto in banca. Dei conti mail. Parole chiave dei blog. Dell'archivio fotografico. Della banca online. Degli abbonamenti agli archivi dei giornali. Del telecomando di CanalSatellite. Codice fiscale. Codice di ingresso alla Biblioteca. Codice per Amazon, eBay, eDreams, codice per telefonare alla Telecom che il telefono è in panne e per telefonare a EDF e dire loro che la bolletta è incongrua.
Codici ASCII. Codici a barre, i codici si accumulano, mi pistano, mi rintracciano.
Se perdo un codice sono fritta. Sola, nuda, con la sensazione di avere il cervello in pappa, e di aver perso il posto che mi spetta in una qualche graduatoria dell'esserci.
Qui e ora.

venerdì 30 ottobre 2009

oddio....

Mamma mia che paura che ho....

lunedì 26 ottobre 2009

Si chiudono le fogne...lentamente, ma si chiudono...

La malattia del paese dei mall...

Nina mi si avvicina piano. Poi mi abbraccia.
Diafana, la pelle tesa sugli zigomi, gli occhi grandi come tazzine, gli abiti che le cadono addosso e ossa che sento fragili sotto le dita.
La voce non è più la sua. Quantomeno quella che conoscevo.
È una vocina flebile, appena distinguibile.
Mi abbraccia e ritorna ad accoccolarsi sul divano. Le gambe rannicchiate sotto il corpo in posizione fetale.
Ho voglia di piangere ma non posso farlo vedere.
La mamma di Nina mi assicura che "sta meglio", che "ci sono dei miglioramenti".
Piccoli, ma impercettibili.
Intanto non pesa più 33 chili, come due mesi fa.
I chili in più li ha presi nei due mesi di ospedale dove veniva nutrita con una sonda.
Ma da quando è rientrata a casa non ha perso molto peso.
Il problema, aggiunge, è la tristezza.

Nina è sempre stata la mia preferita. Una ragazzina strana, bellissima e creativa.
Nina a dieci anni aveva scritto una pièce di teatro che si svolgeva a Roma, nella Roma di Tiberio.
Era andata in biblioteca, aveva studiato bene quel periodo e aveva persino disegnato gli abiti che portavano le donne e gli uomini a quell'epoca. Poi li aveva cuciti da sola. Tunichette e mantelli. Veli e calzari. Il problema, quella volta, erano stati gli attori. Amichetti e amichette che al decimo minuto si stancavano di provare e riprovare scene di terme e appuntamenti al senato.
Lei questo non lo capiva.
Coi "manga" aveva fatto la stessa cosa. Non le bastava sfogliare i fumetti o seguire rapita alla Tv i suoi personaggi preferiti. No. Lei aveva iniziato ad interessarsi al Giappone e poi al giapponese e su Internet si era messa a studiarlo, a studiarne la scrittura e si allenava a tracciare gli ideogrammi su un grande quaderno nero.
Nina era così speciale. Girava dei piccoli film con la telecamerina che le aveva regalato il padre.
A dodici anni aveva fatto un film macabro in cui aveva messo in scena la sua propria morte. Poi l'aveva montato usando i-movie, ci aveva messo i titoli di testa e di coda, la musica e i ringraziamenti. Ne era venuto fuori un bel corto di 8 minuti.
Era speciale perché si concentrava.
Ed era bella. Più bella dei suoi compagni e delle sue compagne di classe. Con i quali aveva smesso pian piano di parlare.
Poi aveva smesso di mangiare.
E di andare a scuola perché le forze le mancavano.
E di scrivere. Di navigare sul suo computer. Di leggere i romanzi giapponesi. Di parlare con la sua voce.
Con la stessa determinazione con cui portava a termine le cose aveva inconsciamente deciso di morire.
Il nome comune è anoressia. La bestia nera di tutti gli scandagliatori della psiche.
Che, nei nostri paesi, sta diventando un'epidemia tra giovani e meno giovani. La malattia del primo decennio del millennio.
Mi chiedo, inoltre, se non sia proprio la malattia dei paesi capitalistici avanzati. Mi chiedo se in Centroamerica, in Africa e in Oriente in ogni classe delle medie o del liceo ci sia almeno un caso di anoressia come accade qui in Francia. E, mi dicono, in quasi tutta Europa.
E se, ma non ne sono certa, fosse proprio una malattia nostra, una malattia dei paesi dei mall e dei supermercati oceanici, mi sembra rivestire l'atto estremo di evasione da un sistema che propone incessantemente cose e oggetti.
Nina non mangia più. Rifiuta i sushi, i gamberetti al curry, i manghi e olive ripiene. Rifiuta i vestiti e usa le camice del padre che le arrivano al ginocchio. Rifiuta gli oggetti della tecnologia quotidiana, computer, telecamere, lettori di MP3. E il cellulare, visto che non suona mai, lo ha regalato alla sorella.
Una forma estrema di ribellione a questa vita, che, mi dice, non le piace più....


giovedì 22 ottobre 2009

Perché loro sì e noi no?


Il principe Jean tornerà a fare l'hippy di lusso e a farsi crescere i capelli.
Potrà finalmente frequentare per la terza volta di seguito il secondo anno della Facoltà di Giurisprudenza e andare in giro col suo scooter per le strade di Parigi.
Quel che è certo è che non diventerà più Presidente del più grosso centro d'affari d'Europa.
Stasera ha annunciato in televisione di aver ritirato la sua candidatura alla Presidenza.
La pressione popolare, soprattutto da parte della destra francese e degli elettori di papà Nicholas, lo hanno indotto a riflettere e a prendersi una pausa di riflessione.
Bravo, Jeannot!

E rilancio: perché, perché, perche? Perché loro sì e noi no?
Perchè, nulla del genere accade dall'altra parte delle Alpi????
La nostra, per capirsi.


Mika


Passo dalla voce rauca di un Bob Dylan trasformatosi nel nonno buono che canta canzoni di Natale che farebbero paura a qualsiasi bambino alla dimenante leggerezza di Mika.
Bob Dylan è l'amore di una vita. Lo amo persino quando, nel suo ultimo disco, ulula Adeste Fideles. È stato ed è la colonna sonora della mia vita, il mio Morricone personale, l'uomo che, nonostante il caratteraccio, avrei voluto sposare.
E allora come la mettiamo con Mika?
Sono cresciuta con un profondo fastidio nei confronti del pop.
Salvo rare eccezioni, che riscopro da qualche tempo, ho tettato fin dalla più tenera infanzia country, blues e R&R, con l'aggiunta del funky e del soul perché anche da quelle parti c'era qualcosa che mi faceva vibrare.
Il pop, no.
Eppure. Eppure, incredibile ma vero, Mika mi cattura.
Utilizzando gli schemi musicali della cavatina del Barbiere, o di rondò e minuetti veneziani, Mika rifà i Beatles muovendo l'anca come Jagger e mi avvolge in una musica furba e nello stesso tempo ricca, dietro ad una apparente semplicità. Nonostante il nome suoni più simile a quello di una mucca svizzera, ascoltare Mika mi dà un'euforia strana che non sentivo più dai tempi di Freddy Mercury.
Il suo secondo disco non è affatto la delusione che mi aspettavo. Anzi.
Bob e le sue Christmas Songs saranno per domani....

lunedì 19 ottobre 2009

Una sintesi perfetta....

Riccardo mi ha inviato come commento al post precedente una piccola perla per concisione e spirito di sintesi.
La pubblico qui di seguito e lo ringrazio:

Le affinità col fascismo sono indiscutibili.
Esaltazione della religione; una religione a cui però amputano l'elemento dell'amore.
Esaltazione dell'azione; azione che coincide con un attivismo privo di riflessione.
Disprezzo per la cultura, considerata vero e proprio equivalente di qualche malattia mentale.
Fallocratismo, che non ha niente a che vedere con un sano esercizio della sessualità.
Ricordare il detto di Mussolini: "L'Italia ha bisogno non del lavoro della donna ma dei suoi fianchi."
Santificazione della forza, che costoro identificano col militarismo.
Semplificazione dei discorsi e dei programmi all'estremo e fino a toccare il ridicolo, ma odio per l'autentica chiarezza.
Retorica e legalismo ma evidente irritazione nei confronti della dialettica e del diritto.
Mito della coerenza, che però per i fascisti più o meno "ripuliti" significa fanatismo.
In conclusione, per la loro stessa natura, la cultura ed il senso critico sono nemici del fascismo.

domenica 18 ottobre 2009

Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola...


Un altro elemento che contraddistingue l'Ur-fascismo è l'odio nei confronti della cultura, nei confronti degli intellettuali, nei confronti dei libri.
Nessun regime fascista ha mai esaltato l'Illuminismo.
L'Età della Ragione è sempre stata sospetta.
Improntati più al fare, all'agire, alla bellezza dell'azione, bella in sè, perché spontanea e vitalistica, i fascisti sono i nemici della riflessione che può indurre ad un atteggiamento critico. La cultura più che sospetta, puzza di zolfo...
La frase "Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola" attribuita a Goebbels è esemplare quanto lapidaria. Per i fascisti, gli intellettuali sono "cani", "sporchi", "snob", "fannulloni" e sempre e comunque "comunisti".
Di fondo, nonostante un apparente entusiasmo per la modernità, i regimi fascisti sono sempre stati antimoderni. Sempre che la critica sia un elemento della modernità.
La critica (dovere del suddito è "credere, obbedire e (eventualmente) combattere), le distinzioni, le sfumature, l'attenzione all'uso delle parole - elementi chiave del ragionamento - sono considerati vezzi snob e borghesi. Il disaccordo, elemento chiave per avanzare in qualsiasi campo, è aborrito come peccato mortale.
Ed è considerato tradimento dei valori fondanti della società fascista: la patria, l'onore, la famiglia, i nostri morti, le nostre donne, la nostra terra.

venerdì 16 ottobre 2009

Elementi di Ur-fascismo


Rileggo oggi un vecchio articolo che Umberto Eco aveva pubblicato agli inizi degli anni '90 su La Rivista dei Libri. Nell'articolo, Eco, in soldoni, si chiedeva perché tutti regimi dittatoriali vengono accomunati sotto la definizione al plurale di "fascismi".
Quando si parla del regime di Salazar, di quello di Franco, dello stesso nazismo, dello stalinismo, degli ustascia di Ante Pavelic, è legittimo utilizzare la parola "fascismo" senza per questo farsi bacchettare sulle dita.
Il fascismo, nella lingua, resta una sorta di modello archetipo, a cui, con le dovute differenze, possiamo far rientrare regimi totalmente diversi.
Perché proprio il fascismo è diventato una sineddoche, una parte per il tutto, che serve in tutte le lingue a stigmatizzare comportamenti diversi, regimi opposti, addirittura atteggiamenti individuali?
Eco non crede che questo sia dovuto al fatto che il fascismo sia un'invenzione italiana, che sia dovuto ad una qualche paternità storica. Né per lui è corretto affermare che il fascismo conteneva al suo interno tutti gli elementi che hanno caratterizzato dopo di lui i movimenti dittatoriali a venire. Il fascismo non poteva essere la quintessenza di ogni regime totalitario, proprio perché mancava di quintessenza, ma al suo interno era invece tutto un brulicare di contraddizioni. Un'ideologia sgangherata, una filosofia scardinata, ma fortemente ancorata ad alcuni archetipi.
E per Eco era proprio la capacità del fascismo ad integrare al suo interno delle macroscopiche contraddizioni a farlo diventare "la madre di tutti i regimi".
Per cui oggi, per esempio, possiamo definire regimi "fascisti" sia il franchismo ipercattolico che il paganissimo nazismo.
Il termine fascismo funziona come il termine "gioco".
Una grande categoria adatta a tutto. Per cui è possibile togliere a un regime fascista questo o quell'aspetto, e tale regime resterà comunque fascista.
Detto questo, Eco isola una serie di caratteristiche tipiche di quello che lui chiama Ur-fascismo, o fascismo eterno. È sufficiente che una di queste caratteristiche sia presente in un sistema o in un regime, ed ecco che (cito) : " si profila la nebulosa fascista".
Una delle caratteristiche dell'Ur-fascismo è il fatto di basarsi sul "populismo qualitativo".
L'Ur-fascismo concepisce il popolo come un monolite e gli attribuisce la facoltà di esprimere la "volontà comune". Che è "interpretata" in prima persona dal leader. Ai tempi di Mussolini il teatro dove so recitava la finzione del popolo mosso da una volontà comune era Piazza Venezia. In Germania era lo stadio di Norimberga. Prima dell'89 era la piazza Tien an Men a Pechino.
Oggi il populismo qualitativo passa attraverso la televisione. Che diventa la grande arena nella quale far parlare il popolo ad una voce sola.
Il parlamento, le istituzioni, la magistratura nel populismo qualitativo non hanno più l'appannaggio di rappresentare il popolo perché possono contrastare con la voce del leader, suo unico interprete accreditato. E dunque un regime ur-fascista si diletta nel gettare discredito sulle istituzioni. Sempre che queste oppongano una timida resistenza al leader.
Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente causale.

giovedì 15 ottobre 2009

Una storia da seguire...


Secondo il Times i dieci soldati che francesi che furono uccisi nel corso di un'imboscata nei pressi di Kabul nell'agosto del 2008, devono la loro morte agli italiani.
Che pagavano sottobanco i talebani per evitare che costoro attaccassero le truppe italiane incaricate di mantenere la pace in quella zona.
Ma che, per imbarazzo o semplice negligenza, non avevano avvertito i francesi di tali pagamenti nel momento in cui questi ultimi li sostituivano nella normale rotazione di truppe prevista sulla zona.
I francesi, dunque, avevano valutato male la situazione, ritenendo che quella zona, la regione di Saroubi, fosse una zona praticamente pacificata.
Una volta partiti gli italiani e cessate le bustarelle ai capi talebani da parte del nostro esercito, questi ultimi avevano ripreso i combattimenti.
Con le conseguenze che sappiamo.
La strategia libanese applicata all'Afghanistan?
Una storia da seguire da vicino...




mercoledì 14 ottobre 2009

Perché, perché, perché??????


Perché in Francia quando il figlio di Sarkhozy, a 23 anni e con un CV lungo una riga, viene catapultato alla testa dell'EPAD, un ente pubblico per lo sviluppo della Defense, attualmente il polo più ricco d'Europa, non è solo la sinistra che si indigna ma gli stessi elettori del padre che riempiono i giornali di commenti scandalizzati giurando che mai più voteranno per l'attuale presidente?
Addirittura dei deputati dello stesso partito denunciano il venir meno dei principi repubblicani che sono quelli del merito e non della filiazione nepotistica?
E in Italia, invece, gli elettori del Caimano si stringono a coorte attorno al loro guru, qualsiasi cosa accada e nonostante le evidenti defaillances (termine pietosamente eufemistico) dello stesso?
Perché, perché, perché?????
Ma le Alpi dividono ormai due concezioni del mondo radicalmente agli antipodi?
Perché gli italiani eccellono nella malafede o nel culto della personalità?
Perché, perché, perché?

domenica 11 ottobre 2009

Una frattura antropologica...


Spiegaci un po', insiste PL al momento dell'aperitivo. E ci ritorna, insistendo perplesso, non appena ci sediamo a tavola. Prende il magazine che ogni sabato pubblica Le Monde, lo sbatte sul tavolo, e mi ripete: "Com'è possibile?".
La stessa domanda che si pone il settimanale.
Com'è possibile che un uomo del genere abbia ancora il sostegno di almeno la metà degli italiani?
Cos`è successo in Italia? Cos`è successo alla gente di questo paese? Basta la violenza simbolica, mi chiede, per ottenere il sostegno del popolo?
Non capisco cosa intende. Lo guardo perplessa, a mia volta.
La violenza simbolica, ripete lui, quella che per Bourdieu si esercita su un agente sociale con la sua complicità. E riprende l'articolo del Monde, che sottolinea come l'uomo controlli gran parte dei media e bla bla bla...
Non ne posso più di sentire per l'ennesima volta questa spiegazione. Non mi basta.
Secondo me quanto è avvenuto lentamente in Italia è sintetizzabile nell'espressione "frattura antropologica". Un'enorme frattura antropologica che sta modificando, alla velocità della luce, l'intero sistema dei paradigmi di riferimento della nostra cultura.
Come se in Italia esistessero ormai due gruppi di individui che "sentono", "pensano", "parlano" in un modo diverso. Un modo "diverso" di pensare l'etica.
Non esiste più una lingua comune. Non esistono più concetti comuni a partire dai quali si possa tentare di creare senso.
È impensabile, oggi, in Italia, poter dialogare con chi sta dall'altra parte. E non è solo una questione di fastidio. Anche con tutta la migliore volontà del mondo, non ci si riesce.
Per dialogare è necessario che esistano delle parole comuni. E che a tali parole corrisponda un senso condiviso. Ora, questo senso condiviso non c'è più.
E la cosa ha a che fare, secondo me, con l'accettazione o con il rifiuto della complessità.
In questo, forse, la violenza simbolica di cui parla Bourdieu ha avuto la meglio.
La televisione, o i giornali costretti sempre di più a semplificare e a parlare per slogan, hanno lentamente abituato il cittadino alla velocità e alla semplicità. Che sono diventati dei valori.
Per cui, tanto per fare un esempio, la parola democrazia è identificata, dagli adepti della semplicità, unicamente con l'esercizio puntuale del diritto di voto.
Se il popolo lo ha eletto, sostengono costoro, nulla lo può fermare.
Questa è la democrazia, aggiungono.
Che oltre alla sovranità popolare il concetto di democrazia preveda eguaglianza giuridica tra i cittadini, attribuzione di diritti e doveri sanciti dalla Costituzione, separazione e indipendenza dei poteri, libertà economica e intellettuale, costituisce una pericolosa deriva verso la complessità.
Dunque non ci sta.
Di esempi come questi, potrei farne a decine.
La comunicazione, temo, oggi la si può fare solo grazie ad una sorta di "sottrazione" categoriale, a un ripiombare in quello che è precategoriale, prefilosofico. Infilandosi in un mondo puramente "corporeo", veloce ed "emozionale".
All'interno di un sistema di relazioni teso a uniformare il vivere umano in una omogeneità aliena dai distinguo, dalle sfumature, dalle differenze.
Un mondo liscio e rotondo che rotola giù.

sabato 10 ottobre 2009

Profetico...

e illuminante, nello stesso tempo.
Il film è "Signore e signori, buonanotte", film satirico girato collettivamente da una serie di registi italiani riuniti nella Cooperativa 15 maggio. Tra di loro, Nanny Loy, Scola, Monicelli, Maccari, Magni, Comencini....
Il ragionamento del ministro, che risponde ad un'intervista di un giornalista del TG3, è cristallino nella sua evidenza...

(grazie a Pat, per la segnalazione...)

venerdì 9 ottobre 2009

Abbiam delle belle buone lingue...

Stamattina l'amica Marta mi ha ricordato questa canzone...che ci sta proprio bene oggi!
Quasi un secolo fa era la canzone delle mondine.
Spero che fra cinquant'anni i miei nipoti non ricordino, al posto suo, la canzone delle veline.

giovedì 8 ottobre 2009

Per una volta...


Per una volta scheletrix Ghedini l'ha detta giusta! Almeno in parte, ma è già un passetto avanti...
Incredibile ma vero!
Teschio ha detto: "È inaccettabile che un Presidente del Consiglio debba perdere il proprio tempo a seguire processi evanescenti..."
L'ha detta giusta quando sostiene che è inaccettabile che un Presidente del Consiglio perda tempo a difendersi da accuse di corruzione e via dicendo...
Ed è proprio così...
È inaccettabile...
È inaccettabile che un'alta personalità dello stato sia costretta a dedicarsi ad altro che non sia il benessere del suo popolo...
Un'alta personalità dello stato non deve trovarsi in questa situazione.
Neanche lontanamente.
Il suo nome non può essere mescolato a quello di mafiosi, piduisti, corruttori e puttanieri.
Non ci deve stare, in mezzo a quelli lì.
Davvero.
Non possiamo che dichiararci d'accordo.
Un'alta personalità dello stato deve quantomeno essere uno specchio di onestà e moralità repubblicana.
Se non è così, è un problema.
Quanto ai processi evanescenti, staremo a vedere...

sabato 3 ottobre 2009

ZOMBI 4


In America si chiamano "garage sales". In Francia "vide greniers". Che non sono affatto i mercatini della "brocante" dove si vendono merletti, vecchie lenzuola ricamate, macinini e lampade art déco.
I vide greniers sono un mercato della riboncia.
Un fenomeno iniziato qualche anno fa che ora è diventato lo svago del we. Ogni sabato e domenica, nel raggio di una trentina di chilometri da casa mia, c'è un vide grenier. Di solito si svolge nel perimetro dello stadio di calcio, o nel parcheggio di una fabbrica in disuso. Raramente, come invece avviene in America, di fronte alle case di chi vende.
Di colpo la dolce Francia si trasforma in un decoro da Slumdog Millionaire.
Cocci, wc sbrecciati, macchine da caffé senza filtro, tutine da bambino macchiate, portacellulari di plastica, caricatori con i fili ingarbugliati, posate spaiate, pentole senza manici, bicchieri di plastica, fiori di plastica, copertine di quaderni di plastica, bacinelle di plastica e culle vuote.
Migliaia di persone si aggirano lentamente da un banco all'altro.
Tutto a 1 euro, a 2 euro, a 5 euro, recitano cartelli sbilenchi scritti malamente con pennarelli usati. La gente si sofferma, studia, prende in mano, chiede l'uso e la destinazione di oggetti incongrui, soppesa, ripone sul banco.
Non c'è nessuna allegria in queste spianate della miseria e dell'iperconsumo di seconda mano.
Pian piano ti rendi conto che le centinaia di venditori che espongono oggetti che un tempo sarebbero finiti definitivamente in pattumiera contano su improbabili vendite per tirare a campare. E questo cambia del tutto l'atmosfera.
Non c'è nemmeno nessuna considerazione ecologica, legata al riciclaggio.
Quel che conta è comprare.
I potenziali acquirenti si spostano a ondate, un poco come delle mandrie di yak, assembrandosi attorno ad un banco solo perché esiste già assembramento, trascinando i piedi nella polvere di queste nuove spianate indiane alla ricerca della felicità procurata da un pacchetto di mollette per la biancheria, da una coperta macchiata, da una scacchiera senza re e regine.
Il mondo globalizzato colpisce ancora.
Non c'è più nessun bisogno di saltare su un aereo.
Calcutta è già arrivata alle porte di casa nostra.