lunedì 30 novembre 2009

Per favore, dite qualcosa di sinistra...


E l'Europa, ora, che farà?
Riconoscerà legittimità a "Pepe" Lobo, campione di tae-kwon-do, e nuovo presidente dell'Honduras? O farà come quasi tutti i paesi del Sudamerica, i quali, salvo il Perù e il Costarica, si rifiutano di riconoscere la legittimità di elezioni organizzate dai fautori del colpo di stato di cinque mesi fa?
In un paese devastato dalle maras, dove più della metà della popolazione guadagna appena 2$ al giorno, e dove l'economia dipende fondamentalmente dagli aiuti internazionali, scegliere tra la peste e il colera è parso fose un percorso obbligato.
La sorella di Dilia, che abita a San Pedro Sula, descrive una città militarizzata e deserta. Non ci crede che il 60% della gente sia andata a votare, visto l'invito dei sindacati a boicottare lo scrutinio. I seggi erano deserti, dice lei. La gente se ne è stata a casa sua.
In ogni caso, per l'ennesima volta, non sapremo come sono andate le cose. Nemmeno la Fondazione Jimmy Carter ha accettato di inviare osservatori per controllare le operazioni di voto, perché inviarli, in qualche modo, significava accettare che queste elezioni si dovessero fare.
In ogni caso, si è trattato delle elezioni più stravaganti degli ultimi anni.
Entrambi i candidati che si dichiaravano contrari alla destituzione del riconvertito Zelaya ( e allora perché si sono candidati?)
I risultati che sembrano il conto dei manifestanti secondo le stime della polizia o secondo quelle dei sindacati: 60% di partecipazione per Micheletti, il bergamasco, 35% per i suoi oppositori.
E da ultimo, ciliegina sulla torta, la dichiarazione di Pepe che si affretta a rassicurare che il suo paese uscirà subito dall'ALBA per rientrare ( e come no?) nella Zona di Libero Scambio voluta da Washington.
Nessun commento da parte di nessun partito di sinistra in Europa?


sabato 28 novembre 2009

Violeta

Lei si chiama Violeta. Con una T. Ha una mascella ben quadrata, i capelli corti, degli occhi che si spalancano, che ridono e sanno essere seri. Insomma, una bella faccia.
È la prima volta, da quando sono nata, che conosco qualcuno che viene dalla Lituania. Cosa conosco della Lituania? Che sta vicino all'Estonia e alla Lettonia, sopra o sotto, vai a saperlo e che a Vilnius avevano massacrato gli ebrei.
Violeta viene proprio da Vilnius, la "piccola Gerusalemme", chiamata così, a stare alla leggenda, perché nel settecento in città c'erano ben 333 studiosi ebrei che conoscevano il Talmud (64 volumi) a memoria. Certo è che in Europa, all'inizio del secolo, circolava questo proverbio: "Se vuoi fare affari vai a Lodz, ma se vuoi diventare una persona saggia, vai a Vilnius...".
Violeta mi racconta che del massacro degli ebrei a Vilnius, lei non aveva mai saputo nulla, finché non aveva letto il libro di Amos Oz che raccontava di come era scomparsa la sua famiglia.
"A Vilnius - mi dice - pochi si chiedono perché gli ebrei sono scomparsi." E delle cento e passa sinagoghe che si trovavano in città forse ne restano un paio.
Violeta, vive facendo la traduttrice. Dall'inglese, dal francese, dall'italiano e dal russo.
Le lingue le impara facilmente come i bambini, e i libri li ama come figli suoi.
Nella sua carriera ha tradotto Faulkner, la Blixen, Coetzee, Primo Levi, Cormac McCarthy, Beckett, Joyce, la Duras, e tanti altri. Ora sta traducendo Camus. E vive per qualche tempo dalla mia amica Catherine.
Perché, racconta, con quello che guadagna col suo lavoro - all'incirca 300 euro al mese - non può permettersi di avere una casa. E infatti, Violeta, una casa non ce l'ha.
Da anni si trascina raminga da un ritiro d'artisti all'altro, da una fondazione di traduttori all'altra, attraversando la terra con la sua valigia, il suo computer e una passione debordante per la lettura e la scrittura.
La settimana prima Violeta aveva dovuto andarsene dal Monastero di Saorge, nelle montagne sopra Nizza, perché il monastero a metà novembre chiudeva per mancanza di fondi per riscaldarlo. In attesa di svernare in un'isoletta svedese tra Malmö e Stoccolma, traduceva a Marsiglia, nel minuscolo studiolo messole a disposizione da Catherine. Dopo la Svezia, avrebbe trascorso la primavera in un vecchio castello nei pressi di Edimburgo e l'estate, molto probabilmente, in una cittadina del Vermont, dove un'eccentrica americana metteva a disposizione il suo chalet agli scrittori e ai traduttori che avevano bisogno di un luogo calmo per concentrarsi.
Il prezzo dei biglietti aerei, in genere, Violeta se lo fa finanziare da qualche borsa di studio, quasi sempre americana, e quando non ci riesce allora parte coi cargo, o tenta di trovare un passaggio in macchina grazie agli annunci su Internet.
I libri che legge li trova nelle biblioteche dei conventi o nelle case degli amici che la ospitano. Talvolta fa uno strappo al budget ridottissimo di cui dispone e si permette di acquistare qualche libro dai bouquinistes. Che abbandona, terminata la lettura, là dove si trova in quel momento. Sulla seconda di copertina ci scrive il suo nome: Violeta, e le piace pensare che qualcosa di lei si ferma da qualche parte.
Se vi imbattete in un libro col suo nome, salutatela da parte mia.


martedì 24 novembre 2009

Il mondo secondo Garp...

Nella baia di Gaeta una nave militare americana si lamenta che l'acqua fornitagli da una società privata costa troppo. Gli americani decidono di non pagare la bolletta. La ditta taglia la fornitura dell'acqua. Cosa fa lo Stato Italiano? Con la mano sinistra (perché quella destra è impegnata a far passare la privatizzazione generalizzata dell'acqua) si sostituisce alla ditta privata e distribuisce lui l'acqua agli americani, proponendo loro una tariffa, pubblica in questo caso, più bassa di quella della ditta privata. Gli americani accettano di pagare.
Il mondo secondo Garp...

sabato 21 novembre 2009

Cervelli e cervelli...

Who's got the brain of JFK?
Se lo chiedevano i Pearl Jam, e aggiungevano, "e a noi cosa importa?".
Ai Pearl Jam, probabilmente non granché.
Ma alla sorella di Kathrine K., la direttrice del dipartimento di diritto internazionale in cui avevo lavorato appena arrivata in Francia, doveva importare moltissimo, visto che un paio di volte all'anno prendeva l'aereo da Chicago e trascorreva il we a frugare i prati attorno alla Dealey Plaza, a Dallas, che, non si sa mai, qualche frammento forse avrebbe ancora potuto trovarlo.
Inutile dire che Kathrine K. la direttrice in questione, raccontava la cosa con tono costernato.
Anche il cervello di Lenin ha una sua storia interessante.
Al contrario di quello di JFK, che probabilmente andò perso nella confusione (Jackie racconta addirittura che se l'era trovato in mano), il cervello di Lenin venne prelevato, prima che il corpo di Vladimir Ilitch fosse imbalsamato, per essere consegnato al neurochirurgo Oskar Vogt. Il quale si trovò nell'imbarazzante situazione di dover dimostrare al governo quali fossero le cellule responsabili del genio dell'uomo. Il governo sovietico ci teneva moltissimo, al punto da creare a Mosca il primo Istituto del Cervello.
Vogt, mal gliene incolse, deluse comunque le aspettative.
Il cervello di Lenin aveva qualche neurone piramidale più largo della norma a livello della terza corteccia - si affrettò ad annunciare il povero Vogt - ma tale morfologia non confermava l'essenza del genio.
Dopodiché la carriera di Vogt subì un inesplicabile arresto.
Fin dall'800 i ricercatori hanno studiato il cervello per scoprire quale fosse la morfologia del "genio".
Alcuni ritenevano che il cervello di un genio pesasse di più di quello di una persona normale. Ma la teoria cadde quando si scoprì che il cervello di Turgenev pesava meno di quello di Anatole France, che, unanimemente, all'epoca, era ritenuto un genio assoluto.
Alla morte di Einstein, il suo cervello venne prelevato e conservato in un boccale pieno di formaldeide. Nel 1996 alcuni ricercatori canadesi si misero a studiarlo e scoprirono che il volume della parte inferiore dei due lobi parietali era di circa il 15% superiore alla norma. In seguito, studiando il cervello di 300 persone dotate di un quoziente intellettuale superiore alla norma, riscontrarono in tutte quel centimetro cubo di più.
Il che, comunque, non spiegava granché, poiché i ricercatori, nell'articolo pubblicato su The Lancet, dal titolo: "L'eccezionale cervello di Einstein", non capivano ancora se tale aumento fosse innato o si sviluppasse proprio in seguito ad una intensa attività cerebrale.
Che poi è sempre la stessa questione: è nato prima l'uovo o la gallina?
Il cervello di Mussolini, leggo, ha un destino meno onorevole.
In vendita su e-bay a 15000 euro, l'annuncio è stato prontamente ritirato dalla direzione del sito.
Chissà mai se qualche zuzzerellone nostalgico se lo sarebbe comprato.
Qui di seguito il video dell'ultima performance di un grande cervello...uno di quelli che non finiranno volgarmente su e-bay, ne sono sicura...


venerdì 20 novembre 2009

Io, non ci credo...


Si era scelta un nome da soap opera.
Uno di quei nomi che pullulano nelle serie televisive americane. Dallas, Capitol, Desperate Housewives.
Le Brende americane sono quasi sempre bionde, alte, ben truccate. Alla guida di spiderini dai colori pastello si muovono su e giù per Rodeo Drive.
La Brenda che ieri sera è morta carbonizzata nel suo scantinato di via Due Ponti, a Roma, con le Brende televisive spartiva ben poco.
Le labbrone, forse. Truccate probabilmente al silicone.
Sicuramente i sogni.
Una Brenda non può darsi fuoco per "farla finita", come titolavano i giornali stamattina.
Io non ci credo.
Credo invece che la Brenda bruciata nel suo scantinato si aggiungerà alle tante morti "inspiegate", "dubbie", "misteriose" che costellano la storia del nostro paese.
Quelle del dopo Piazza Fontana, quelle del dopo Ustica, quelle del dopo stazione di Bologna.
Una delle ragioni per cui non ho mai prestato ascolto alla teoria del complotto legata agli eventi dell'11 settembre, è stata proprio l'assenza di morti "inspiegate", "dubbie" o "misteriose" nei giorni, mesi, anni, successivi alla caduta delle torri gemelle.
Mentire, costruire una messa in scena per celare la realtà, depistare, truccare degli eventi che potrebbero risultare scomodi se portati alla luce porta con s`è, inevitabilmente, un corollario di cadaveri. Una ghirlanda di morti.
Perché chi sa, chi è a conoscenza, chi ha visto, per caso, per sofrtuna sua, per essere stato in un certo posto al momento sbagliato, o per aver cooperato, anche a sua insaputa, anche marginalmente, a fuorviare e occultare la realtà è sempre un personaggio scomodo.
Una mina vagante. Una spada di Damocle. Una pedina a rischio di impazzire.
Il granello di sabbia che può far inceppare meccanismi già oliati sulla carta.
Diranno che si è suicidata? Cha ha scordato di spegnere la sigaretta prima di addormentarsi? Che è stato un balordo? Un cliente venuto da fuori?
Io, non ci credo...

mercoledì 18 novembre 2009

L'acqua del sindaco...


Sono nata astemia, mannaggia mia, ma astemia radicale.
Nel senso che ho sempre e solo bevuto l'acqua che esce dal rubinetto.
Non mi piace il vino, non mi piacciono i succhi di frutta, la coca cola mi pizzica la lingua per non parlare della San Pellegrino.
Niente mi piace di più dell'acqua che esce dal rubinetto.
E a Venezia è buona.
Persino Cacciari fa la pubblicità dell'acqua che esce dai rubinetti della città in cui è sindaco.
Sui muri delle calli c'è la sua faccia barbuta e una scritta: " Anch'io bevo l'acqua del sindaco"...
"Bravo, mona", ci aggiunge a volte la gente.
E se privatizzano l'acqua di Venezia chi avrà più il coraggio di bersela?
Figurarsi poi quelli che abitano in Campania, a Caserta, in prossimità delle discariche abusive, tossiche e chi ne ha più ne metta....
A chi affido la mia vita?
In chi posso aver fiducia?
Istintivamente direi: nel servizio pubblico. Persino lo Stato italiano mi dà più fiducia di una qualsiasi società privata.
Schumpeter, in soldoni, diceva che l'imprenditore intelligente deve per forza essere cattivo. Che se è buono non è un bravo imprenditore. Perché essere "buoni" significa aumentare i costi. In questo caso, per esempio, i costi di filtraggio e sorveglianza delle falde acquifere. L'imprenditore che si comprerà la nostra acqua sarà sicuramente "intelligente" e per aumentare i propri profitti, dovrà - lo sa anche Topolino - ridurre i costi. Tra i quali ci saranno anche quelli legati alla sorveglianza della purezza dell'acqua.
Morirò di sete? O di infezioni intestinali? O di amebiasi? O di avvelenamento da sostanze chimiche non meglio identificate?????


ACQUA DEL SINDACO 1 A Venezia, Massimo Cacciari pubblicizza l’acqua del rubinetto mostrandosi nei cartelloni pubblicitari con una brocca in mano. Accanto a lui la scritta: «Acqua Veritas, l’acqua del sindaco. Buona, sicura e controllata ogni giorno. Mille litri, un euro». Grazie alla campagna, finita anche sulle pagine del New York Times, a Venezia il numero dei cittadini che bevono acqua di rubinetto è aumentato del 4 per cento. Altro risultato: i rifiuti di plastica siano scesi da 288 tonnellate a 261 (a Venezia la spesa per la raccolta dei rifiuti costa 335 dollari a tonnellata contro gli 84 dollari a tonnellata per la terraferma).


martedì 17 novembre 2009

A lasciar fare, ovunque, si finisce nella merda...


Le feci escono dal tombino della rue Mareschal Joffre.
Da una settimana.
Senza soluzione di continuità.
Si fanno giri larghi per evitarle.
Anche i cani si allontanano.
La sera i lampioni illuminano una scia grigia.
Di giorno è marrone.
Al Comune, mi rispondono che hanno inviato gli "addetti".
I quali hanno riscontrato che le feci fuoriescono dalle fogne, certo, ma a causa di uno scarico privato. Di uno dei tanti appartamenti che si affacciano su questa strada.
Mi dicono, al Comune, sporga querela contro chi non ripara il suo impianto.
Sporgere querela io? E contro chi? chiedo.
Si informi, rispondono.
E la città, dico, la città non fa niente?
No.
E l'igiene?
Provi.
L'igiene non risponde.
Richiamo il Comune.
Lei mi conferma, dico, che sono io, cittadino, passante, turista, che devo sporgere querela contro ignoti e pagare le spese di tutela per far evacuare la cascata di merda che ricopre l'asfalto?
Sì, è così, confermano.
La ringrazio, e le segnalo che questa telefonata è stata registrata...
Ma, ma, maa, mah...

20 minuti dopo da un grande camion bianco e giallo con le insegne della città scendono gli addetti, più simili a dei pompieri newyorkesi che a noi piccoli mediterranei...
Aprono il tombino, pompano, sturano, evacuano...

Il mio vicino maghrebbino, proprietario di un baretto che vende shawarmah, aveva telefonato sette volte invano...
...a lasciar fare, ovunque, si finisce nella merda...

venerdì 13 novembre 2009

Il regno dello scetticismo...

Lo scetticismo impera.
Lo scetticismo vince.
A chi andranno le 94 milioni di dosi di vaccino destinate dal governo francese ai suoi cittadini?
Verranno riciclate?
A Tolosa, città di quasi un milione di abitanti a presentarsi ai centri di vaccinazione predisposti dal Ministero della Sanità sono state finora 157 persone.
Meno numerose degli operatori sanitari precettati per rispondere a quella che doveva essere una corsa alla vita. Le "cartoline-precetto" una volta prelevate dalla cassetta delle lettere, vengono infilate dai cittadini nel fondo di un cassetto con un'alzata di spalle.
Nel paese di Pasteur non ci si fa vaccinare.
Non lo fanno i medici. Non lo fanno le infermiere. Non lo fanno i tecnici dei laboratori farmaceutici.
Di conseguenza, non lo fanno nemmeno i professori, gli idraulici, le commesse dei supermercati, i giardinieri e gli spazzini.
Perché dovrebbero? Se il proprio medico, che è "soggetto supposto sapere", non si vaccina, perché dovrebbero farlo loro?
E questo nonostante il ministro della sanità Bachelot si sia fatta vaccinare sotto i riflettori in diretta alla TV.
No. Niet.
Il fenomeno è interessante.
Un'enorme pressione da parte del governo. Scenari terrificanti di corpi allineati nelle palestre dei licei. La strategia della paura.
Che non funziona e che è sostituita dal timore del complotto.
Che invece funziona.
Lo stato, di colpo, non ha più alcun potere di convincimento sui cittadini. E a nulla servono i grandi media come persuasori occulti.
A persuadere del contrario, e cioè che è pericoloso farsi vaccinare, sono i blog, i forum su Internet, i commenti degli internauti agli articoli dei giornali. In pratica, quelli che fino ad ora sono stati considerati persuasori occulti di seconda categoria.
E alle autorità "consacrate" - virologi di chiara fama, epidemiologi, premi Nobel - non si presta ascolto. Nella convinzione che "il buon medico di famiglia" ne sappia di più. E con lui stuoli di "soggetti supposti sapere" altri. Talvolta ai limiti del ciarlatanesimo. Sovente in odore di alternatività.
Che fare? Mah!
Per quanto mi riguarda, domani vado a pescare.

martedì 10 novembre 2009

Io c'ero...


In relazione al post precedente dal web giungono foto che attestano che Nicholas Sarkozy non solo picconò il muro di Berlino ma partecipò ad altri grandi eventi storici...Lui, comunque c'era...

Sarkozy et la genèse du monde. Par Zorrodeconduite – Cliquez pour voir la photo suivante


Sarkozy, signataire des accords de Yalta. Par dadavidov – Cliquez pour voir la photo suivante

Sarkozy sur la Lune. Par Fanny – Cliquez pour voir la photo suivante

Sarkozy arrête les chars à Tiananmen. Par Trapick – Cliquez pour voir la photo suivante

Sarkozy a assisté au baiser de l'Hôtel de ville. Par Informagicien – Cliquez pour voir la photo suivante

Presidenti picconatori...



Stava o non stava picconando il muro di Berlino la sera del 9 novembre 1989?
Lui dice di sì. I suoi scherani confermano. Le testimonianze fioccano. All'inizio sono tutte uguali. Sembrano ritagliate da un film di spionaggio, nel quale gli agenti sono imboccati a raccontare tutti la stessa versione dei fatti.
Ma, qualche cosa, non va.
Ancora una volta i grandi della terra non hanno fatto bene il compitino.
Nicholas Sarkozy racconta con dovizia di particolari che, venuto a conoscenza che a Berlino sta succedendo qualcosa di epocale, prende un aereo privato assieme a due compagni di partito Alain Juppé e Jean Jacques de Peretti, e si reca a Berlino, dove contribuisce con un piccone ad abbattere il muro.
A dimostrazione che i presidenti muratori di questi tempi vanno alla grande...
Tra la folla che si ammassa lungo il muro racconta di aver incontrato un altro compagno di partito, François Fillon, attuale primo ministro, il quale, a sua volta conferma e spiega che dal 7 di novembre si trovava a Berlino per partecipare ad un colloquio sulle relazioni est-ovest.
Ma, diceva mia nonna, "tanto va la gatta al lardo che ci mette lo zampino"....
Uno dei vantaggi che offre la rete è la possibilità di consultare in brevissimo tempo archivi, note, documenti, memorie, articoli di giornale, relazioni dell'Assemblea Parlamentare, video, foto, e così via.
E un altro vantaggio è che questa sconfinata miniera di materiali solletica le curiosità di quelli come noi che non sono giornalisti ma che possono comunque svolgere dei buoni lavori di ricerca stando seduti di fronte al loro computer senza dover presentare a nessuno note spese e biglietti del treno da rimborsare.
E così internauti e giornalisti birichini, che avrebbero fatto invidia al buon San Tommaso, si mettono a spulciare i materiali in rete per trovare conferma del racconto eroico del presidente.
Il quale, preso al suo stesso gioco, dà pian piano l'impressione di aver abbattuto il Muro praticamente da solo.
Si sa, i bugiardi, si apparentano agli scrittori e agli artisti. Geni della fantasia e della creatività, non possono limitarsi ad un racconto secco e sintetico. Devono per forza aggiungerci dettagli, particolari, colori e suoni.
"Dio è nel dettaglio", recita la famosa frase attribuita a Flaubert. Ma poiché siamo a Berlino val forse la pena ricordare che in tedesco il concetto è leggermente diverso: Der Teufel steckt im Detail significa piuttosto che a stare nel dettaglio non è tanto Dio, quanto il diavolo...
E in questo caso il diavoletto che se ne sta seduto sui dettagli forniti da Sarkozy e Co. è proprio un birbone...
L'8 novembre, François Fillon che dichiara di essere a Berlino già dal 7, risulta essere invece a Parigi e aver fatto un intervento alla Camera.
De Peretti che secondo Sarkozy parte con lui in aereo per picconare il muro, si sbaglia e racconta di aver preso il treno nel pomeriggio assieme al presidente per recarsi a Berlino. Ma se anche così fosse stato i due non sarebbero affatto arrivati alle 8 di sera ma come minimo alle 2 del mattino visto che all'epoca il treno ci mette circa 12 ore per arrivare da Parigi nella capitale tedesca.
La versione di Juppé, poi è quantomeno esilarante. L'uomo ha il dono dell'ubiquità: il 9 novembre, secondo lui, è a Berlino, ma contemporaneamente è anche à Colombey les Deux Eglises per partecipare alle celebrazioni in occasione del 19° anniversario della morte del generale De Gaulle. Ed è lui stesso a confermarlo in un libro autobiografico pubblicato nel 1993, nel quale racconta che il 16 di novembre si reca a Berlino per la prima volta dopo la caduta del muro e scopre una città totalmente diversa da quella che ricordava...Ma cos`è una settimana di ritardo, in fondo????
E che dire del giornalista televisivo Ulysse Gausset, che avrebbe cenato con loro in un ristorante della città, pur essendo a Mosca quella stessa sera? E della foto che avrebbero scattato sempre quella sera assieme al sindaco di Berlino, Walter Momper, che nega recisamente di aver incontrato i Pinocchi tramite il suo portavoce all'epoca?

I commenti ai giornali da parte dei francesi sono feroci. Chiedono le dimissioni del Presidente. Un Presidente non può e non deve mentire, sostengono. E questo avviene anche tra le fila dei simpatizzanti del partito del presidente che si dichiarano costernati e imbarazzati.
I Pinocchi sopracitati ora farfugliano che in effetti possono essersi sbagliati quanto alle date.
Il che fa dubitare quantomeno della loro sanità mentale. Com'è possibile confondere la notte della caduta del Muro con una notte qualsiasi avvenuta una settimana dopo? Alzheimer? Confusione spazio/temporale?
La cosa curiosa è che nessuno aveva chiesto a Sarkozy dove si trovava nel momento in cui il Muro veniva abbattuto.
La sceneggiatura se l'è creata tutta lui da solo.
Per amore dell'estetica. O perché, anche lui, come Vasco Rossi sogna una vita spericolata alla Steve McQueen.
Nessuno gli avrebbe rimproverato nulla se se ne fosse stato tranquillino nel suo letto. Come fecero tutti gli altri "grandi" della terra.
La dimensione eroica che oggi è necessaria per governare un paese conquistando l'immaginario collettivo vuole, infatti, il suo tributo.
In Francia funziona il presidente picconatore. Forse influenzato da Kossiga...
In Italia i picconatori ritornano...ma forse in un altro senso...

sabato 7 novembre 2009

I nuovi balcani


Che le informazioni circolino liberamente è certamente da considerarsi un bene per la democrazia. Internet ha aperto un'era in cui maggiore è la quantità di informazioni a disposizione e più facile e veloce la loro circolazione. Detto questo risulta evidente che l'esistenza della rete non può, in teoria, non costituire un passo avanti per la democrazia.
Eppure...
Eppure, secondo l'ultimo libro di Cass Sunstein, On Rumors, How Falsehoods Spread, Why we Believe Them, What Can Be Done, il Web pone un problema: se da un lato permette di accedere ad un numero infinitamente superiore di informazioni rispetto all'era dei giornali su carta stampata, della radio o della televisione, dall'altro crea un meccanismo per cui le informazioni diventano, pian piano, "evitabili".
In fin dei conti, sostiene Cass Sunstein, professore ad Harvard, ed attualmente responsabile di un organismo della Casa Bianca, l'OIRA, che si occupa di gestire le politiche governative in settori come l'informazione, e le nuove tecnologie, la rete aumenta il potere dei singoli consumatori a "filtrare" quanto costoro vogliono conoscere, vedere, sapere.
Se questo già avviene normalmente quando su Internet si consultano i "grandi media", per cui il lettore " di sinistra" si indirizzerà quasi sicuramente su testate in sintonia con i suoi punti di vista, e idem accadrà per il lettore "conservatore", quando si tratta di blogosfera, il fenomeno si amplifica a livelli stellari.
Uno studio effettuato da Sunstein illustra come circa il 90% dei link suggeriti da un blogger rinviino a blog che presentano più o meno gli stessi punti di vista, creando delle tribù virtuali, tagliate fuori da qualsiasi genere di informazione che possa mettere in dubbio le convinzioni interne alla propria tribù.
Il 10% dei link restanti, che indirizzano gli internauti appartenenti ad una "tribù" verso siti con posizioni contrapposte, servono, in definitiva allo stesso scopo, in quanto i siti suggeriti sono utilizzati per dimostrare quanto assurdi, o pericolosi, o discutibili siano i punti di vista degli appartenenti ad altre "tribù".
In definitiva, la pluralità delle informazioni e la facilità estrema di poter accedere a tale pluralità, invece di funzionare come serbatoi di possibili scambi, tendono ad isolare gli individui in zone impermeabili uniformi, polarizzando e radicalizzando le singole opinioni.
Quando ci si limita ad interagire con persone che la pensano come noi, infatti, ogni singola posizione tende a radicalizzarsi.
Un bigotto che discute solo con bigotti diventerà ancora più bigotto, e un individuo già di per sé portato alla tolleranza risulterà ancora più tollerante. Se un gruppo di donne concorda sul fatto che i maschi sono egoisti e spesso impermeabili alle problematiche femminili e una sola tra queste donne si lancerà in un attacco al maschio degno di Valerie Solanas, pian piano le altre componenti del gruppo, una volta accettato il ragionamento dell'emula di Valerie, lo sdoganeranno e concorderanno che di fatto tutti i maschi sono semplicemente dei gran figli di puttana.
Questa balcanizzazione del cyberspazio, sommata alla radicalizzazione agli estremi delle singole posizioni di un gruppo, è il cocktail perfetto per indurre alla disiformazione.
Oggi, paradossalmente, è estremamente più difficile riportare alla ragione le milioni di persone che sostengono che Obama non dovrebbe essere Presidente per il fatto che non sarebbe nato in America.
E dico paradossalmente, perché, oggi, nonostante il certificato di nascita di Barak Obama, (nato il 4 agosto 1961, a Honolulu), circoli ampiamente sul web, questa informazione non arriva agli adepti del "birther movement". Semplicemente non li raggiunge, non li tocca.
La tribù della "birther conspiracy" è una tribù chiusa, impermeabile a prove che avrebbe accettato anche qualcuno più esigente di San Tommaso: il certificato di nascita di Obama nessuno dei suoi membri, probabilmente, l'ha mai visto.
La balcanizzazione del cyberspazio è estremamente nociva alla democrazia che si nutre e si rafforza proprio grazie alla pluralità delle informazioni e dei punti di vista.
La rete, a termine, potrà diventare addirittura un ostacolo per il dibattito democratico?



martedì 3 novembre 2009

Matteotti o Mussolini?


Colgo la dichiarazione del ministro Gelmini, la quale, accorata, si strappa i capelli perché "la Corte Europea, ideologizzata, tenta di cancellare la nostra identità". Identità, dunque, che verrebbe fatta a pezzettini dalla scomparsa del buon vecchio crocifisso nelle aule scolastiche del nostro paese.
È curioso il discorso sull'identità.
Estremamente di moda in Francia oggi che il Ministro dell'Immigrazione Besson ha aperto in pompa magna un dibattito sull'identità nazionale con tanto di sito Internet, voluminosa bibliografia di testi da consultare, griglia di possibili tematiche da sviluppare, e ordine ai prefetti e ai viceprefetti di organizzare localmente delle riunioni nei 96 dipartimenti francesi e nei 342 arrondissement della Francia metropolitana.
Il compitino che lancia il Ministro Besson prevede che gli elaborati che gli allievi più volonterosi vorranno produrre vengano consegnati al Ministro entro il 31 gennaio.
Ma poiché la dicitura proposta per il Ministero dell'Immigrazione è quella di "Ministero dell'Immigrazione e dell'Identità Nazionale", la cosa, a pochi mesi dalle elezioni regionali puzza di tema elettorale costruito ad arte per drenare i voti dell'estrema destra di Le Pen. Il quale si affretta a dire, infatti, che l'amministrazione Sarkhozy ruba sfrontatamente i temi che gli stanno più a cuore...
Difficile poi stabilire quali sono "i simboli" dell'identità francese, poiché il concetto stesso di identità, posto in questi termini dal Ministro, esclude l'universalità insita negli ideali repubblicani, antiidentitari per definzione.
In altri termini, un "repubblicano" non potrebbe mai chiedersi: "Chi sono i francesi, oggi?" poiché si tratta già, in sè, di una proposizione ad excludendum. E la vera Repubblica non esclude nessuno.
Almeno è questo quello che imparano sulla carta i ragazzini alle elementari.
È divertente però giocare sui simboli, e lo si vede navigando sul web dove c'è chi propone Luigi XVI e chi propone Robespierre, chi propone Napoleone e chi la Comune di Parigi, Hugo o Celine, De Gaulle o il Maresciallo.
L'unanimità per il momento riguarda solo Edith Piaf. Il che porterebbe a escludere dall'essere francese chiunque alla Piaf preferisca Gainsbourg.
I temi "offerti" alla discussione dal Ministro glissano velocemente dal proporre una lista di simboli della francesità, dalla storia, alla cultura, all'arte culinaria, ai prodotti dell'ingegno e industriali, a questioni più sottili legate appunto all'immigrazione e a cosa dovrebbe fare un immigrato per farsi accettare dal paese che lo accoglie.
Qui la cosa inizia a puzzare di zolfo, perché non si parla solo di esami di lingua, ma anche di conoscenze appunto dei simboli di cui parlo più sopra, di tradizioni, di "cultura"....
Un americano di nazionalità francese scrive a Libération se potrà mai pretendere di restare a pieno titolo in questo paese visto che continua in casa a parlare inglese, continua a mangiare hamburger, festeggiare Thanksgiving, guardare film americani, ascoltare musica americana e portare il cappellino da baseball.
Alla fine del dibattito questi comportamenti potranno generare delle difficoltà, si chiede questo signore?
Probabilmente no, perché i francesi fanno esattamente la stessa cosa salvo forse festeggiare Thanksgiving.
Se però la stessa lettera fosse stata scritta da un maghrebbino che avesse dichiarato di continuare a parlare l'arabo in casa, a mangiare couscous, a celebrare il Ramadan, a guardare i film del suo paese, ad ascoltare la musica araba e a portare la djellabah, forse la cosa sarebbe vista diversamente anche se in Francia sono milioni i francesi che celebrano il Ramadan e pochissimi quelli che mangiano un tacchino al Thanksgiving...
Detto questo, mi piacerebbe capire quali simboli verrebbero scelti oggi per identificare l'italianità se in Italia venisse proposta la stessa lista che è proposta in Francia...
La pasta? la pizza? Cosa Nostra?
Giolitti o Garibaldi? Beccaria o Benedetto Croce? Al Capone o Saviano?
Buffon o Balotelli?
Matteotti o Mussolini?

lunedì 2 novembre 2009

Ora, è passato.


Nel Konjaku monogatari, la più celebre raccolta di favole tradizionali giapponesi, il racconto non inizia col caro e vecchio "C'era una volta", bensì con un "Ora, è passato".
"Ora, è passato" implica un melange tra passato e presente. In qualche modo lega il passato al presente. Un passato che graffia senza sosta il presente, il quale, a sua volta, non appena vissuto, diventa passato.
Il passato della famiglia di Marianne Rubinstein, ora è passato. Ma in lei è ancora presente. Così dolorosamente presente che Marianne ha sentito il bisogno di scriverci un libro.
Un libro bellissimo il cui titolo riprende il modo con cui iniziano le favole giapponesi.
C'est maintenant du passé racconta la ricerca - caparbia, testarda, tra illlusioni e delusioni - delle tracce lasciate dai nonni paterni di Marianne, Chaim Rubinstein e Ryfka Pinkwasser, e da tutti i membri della loro famiglia. Scomparsi ad Auschwitz, nelle strade del ghetto di Varsavia, o nei boschi attorno a Blechhammer.
Tracce che non pretendono di narrare una storia "completa", né di stilare una saga familiare che bisognerebbe, forse, far iniziare nel XIX secolo a Varsavia.
Tracce modeste, la fattura di un albergo, una cartolina, un paio di lettere, un biglietto di treno, tutte cose che non pretendono affatto di "ricostruire" dei destini tragicamente annullati, ma semplicemente di riportare a galla l'esistenza degli "scomparsi".
Come ha fatto Mendelsohn per i sei membri "scomparsi"della sua famiglia.
"Scomparsi" come i nonni, gli zii, i parenti lontani di Marianne che di loro conosce a malapena i nomi. E nemmeno di tutti.
È un libro di tracce, quello di Marianne. Incomplete. Deludenti nella loro incompletezza. Ma forse, proprio per questo, più vive.
"La completezza, è menzogna", diceva George Steiner, citando Adorno.
E proseguiva: "La scheggia, il frammento, non colgono forse l'essenziale?"


Marianne Rubinstein
C'est maintenant du passé
Gallimard, 2009