lunedì 28 dicembre 2009

Altai di Wu Ming

Gli ebrei installitisi lungo le rive del Mediterraneo a Venezia, Cipro, Salonicco, Costantinopoli a partire dal 1492, dopo la cacciata da Granada su ordine di Isabella la Cattolica sono i protagonisti dello splendido romanzo di Wu Ming, Altai. E con loro, turchi, arabi, veneziani, bulgari, greci, dalmati, genovesi, spagnoli, portoghesi e schiavi e donne e marinai e dervisci e curatori e medici, spie, intellettuali e soldati.
Altai è un viaggio nel tempo che ha l'odore delle spezie che i veneziani facevano arrivare da oriente, il sapore dei piatti bipartisan che nascono da quello straordinario mix di culture e religioni che fu il Mediterraneo del XVI secolo, la puzza delle sentine delle galeazze, il rumore delle spade dei Giannizzeri e il suono della babele di lingue che si incrociavano nei porti del Mare Nostrum. Città che si parlavano, da una riva all'altra, incrociando saperi, scambiando libri proibiti, e scoperte e merci e donne e uomini, nella lingua franca dei marinai, nel didjo/giudesmo spagnoleggiante di ebrei e marrani, nell'arabo degli schiavi e dei moriscos,  nel veneziano parlato in quella Dubrovnik che allora si chiamava  Ragusa o nel grecano delle coste pugliesi.
Bastano i nomi e le lingue che costellano questo quinto romanzo dei Wu Ming, ideale continuazione del Q di Luther Blisset, a trasportare il lettore in un mondo lontano e nello stesso tempo vicino.
Il romanzo è costruito attorno all'idea impossibile e visionaria di Yossef Nasi, ricco ebreo insediatosi a Costantinopoli, di accaparrarsi Cipro per dare agli ebrei una terra rifugio dove vivere, commerciare, coltivare in pace gli ulivi e la tolleranza. Una nazione ebraica, asilo di libertà per tutti i perseguitati della terra, società di uguali e grande biblioteca del sapere capace di raccogliere tutti i libri invisi ai despoti.
La visione di Yossef Nasi, che ricorda il sionismo delle origini così come era stato teorizzato da Theodore Herzl, e si ispira al libero popolo di Munster, incontra gli ostacoli dettati dagli equilibri e dalle sottili alleanze che descrive bene Braudel nella sua opera più famosa.
Il romanzo esplode con l'incendio dell'Arsenale di Venezia e si conclude con due grandi avvenimenti storici: l'assedio dei turchi a Famagosta finito con la presa della città e il massacro dei suoi abitanti e quella battaglia di Lepanto, che, pur vinta dai veneziani, segnerà la fine dello splendore della Serenissima.
I personaggi, che in parte, sotto altre spoglie, ci giungono direttamente dalle cupe atmosfere di Q, sono carne viva e pensieri e parole che ce li rendono vicini nella lontananza di un'epoca di cui ancora oggi le rive del Mediterraneo hanno memoria.



giovedì 24 dicembre 2009

Un natale buono...

Stavo per scrivere gli auguri di Natale, di buon Natale, dunque, e mi sono chiesta cosa possa essere oggi un Natale buono.
La parola "buono" ha assunto, mi sembra, un connotato negativo.
Definire "buona", una persona, è quasi dargli dello scemo. O, quantomeno, risulta fastidiosamente riduttivo. Il "buonismo", in politica, è poi un comportamento indubbiamente stigmatizzato.
Cosa significa "essere buoni" oggi?
Mentre me lo chiedo mi vengono in mente immagini tratte da libri per bambini. La piccola fiammiferaia, il libro "Cuore", qualche racconto di Natale di Dickens.
La bontà o imbarazza o viene assimilata a comportamenti caritativi ottocenteschi.
Perché la bontà è passata di moda? Perché non è più un "valore"?
Se mi guardo attorno, per esempio, mi sembra evidente che la qualità di "essere buoni", non è cosa che risulterebbe utile se introdotta in un Curriculum Vitae. Le imprese non assumerebbero mai un dirigente "buono". Anzi, la sua eventuale "bontà" sarebbe probabilmente d'ostacolo alle esigenze dell'impresa. Un romanzo che contenesse della "bontà" finirebbe al macero, e la "bontà" non trova posto nelle parole delle canzoni, non più di quello che trova nei feuilleton televisivi, dove il "personaggio buono" viene calpestato nella lotta darwiniana per l'esistenza.
Un comportamento "buono", genera sospetto, quasi altro non sia che maquillage, maschera utilizzata per ottenere un vantaggio personale. Partire verso luoghi lontani ad esercitare pietà e generosità verso i deboli, lavoro un tempo dei missionari, oggi dei french doctors e assimilati,  è spesso visto come una fuga dal qui ed ora, o un tentativo di risolvere problemi psicologici individuali. Quando addirittura non è considerato un "job" come un altro, vantaggioso in termini di esotismo, spaesamento e capitale personale da spendere al ritorno a casa. I personaggi, unanimemente considerati "buoni" fino a qualche anno fa, sono oggetto di un revisionismo critico come, per esempio, è accaduto a Madre Teresa di Calcutta, dipinta da alcuni testimoni come una pazza crudele e autoritaria.
In una società autoritaria, spasmodicamente individualista, oppressa dal mito del "vincente", la "bontà" non ha luogo.
Il Natale "buono" che vorrei augurare, soprattutto a me stessa, mi risulta vuoto. Non gli so dare colore, odore, suono, parola.
E questa sensazione mi apre un baratro sotto i piedi.
A tal punto che non mi riesce proprio di augurare "buon" natale. A nessuno, neanche a me stessa.

martedì 22 dicembre 2009

Io e loro...



Questa è una delle foto che amo di più. Mentre la scattavo, dall'alto di una collina, mi chiedevo se tra me e chi abitava nella casa in mezzo al mare verde delle risaie di Yuangyang ci potesse essere qualcosa. Qualcosa che ci univa.
Mi chiedevo se chi viveva nella casina vedeva la stessa cosa che vedevo io : bellezza, bellezza assoluta, bellezza della terra, terra quadro, terra arte, madre terra...

domenica 20 dicembre 2009

I carnefici volontari di Brescia e dintorni...


In francese si dice écoeuré. Una parola che ha a che fare col cuore. Per dire che si è "nauseati" si usa anche "j'ai mal au coeur", letteralmente "ho male al cuore".
Moi, alors, j'ai mal au coeur.
Perché, la nausea che mi ha preso da giovedì sera, ha a che fare anche col cuore. Ma non solo.
Giovedì sera ho assistito a un reportage alla televisione italiana.
Girato durante una seduta del consiglio comunale di un paesino nei dintorni di Brescia, di cui non ho annotato il nome. Seguito dalle interviste fatte ad alcuni giovani in una discoteca, credo dalle stesse parti.
Da allora ho "male al cuore".
Al consiglio comunale viene votata una disposizione, (quattro i voti contrari) con la quale sindaco e assessori si impegnano genericamente a non varare nessuna norma che possa in qualche modo venire incontro alle richieste della comunità mussulmana che vive e lavora in quel comune.
In discoteca, i ragazzi, vanno ancora più lontano. Farfugliano al microfono, intercalando il dialetto all'italiano, frasi sinistre genere: "che i mussulmani se ne stiano a casa loro", "qua siamo a casa nostra" per finire, dulcis in fundo, con un "arabi e ebrei, bastardi, fuori dall'Italia".
Premetto che non è stata affatto l'ultima frase a farmi pensare alle famigerate leggi di Norimberga. Ci ero arrivata ben prima.
Ne I volonterosi carnefici di Hitler, controverso libro di Goldhagen, l'autore sostiene la tesi che i tedeschi ordinari, non solo erano al corrente dei pogrom nei confronti degli ebrei, ma addirittura li sostenevano, in nome del virulento antisemitismo che li abitava. Goldhagen, nel 1996, in un'intervista al New York Times, aveva spiegato che la sua ricerca partiva dalla questione seguente: gli storici dell'olocausto si erano sempre chiesti perché mai in Germania e in altri paese fossero stati dati determinati ordini, ma non si erano mai chiesti perché mai tali ordini venissero eseguiti o passassero impunemente a prescindere dalle norme vigenti.
Esattamente quello che mi chiedo oggi.
Com'è possibile che il prefetto di Brescia non prenda dei provvedimenti per annullare tali decisioni del Consiglio Comunale di Brescia, visto il loro palese contrasto con le leggi della Repubblica? Com'è possibile che si permetta lo svolgersi di riunioni pubbliche che, per la loro stessa natura, costituiscono un'apologia all'odio razziale?
Per non parlare della questione più profonda, che è alle base di comportamenti del genere: com'è possibile che una parte degli italiani sia caduta così in basso? Com'è possibile che dei ragazzi, dei giovani, possano nutrire dei sentimenti di odio così profondo nei confronti di gente che lavora nelle fabbriche di questo paese, arricchendo la comunità, non solo della loro diversità ma anche con la fatica delle loro schiene e coi calli delle loro mani? Com'è possibile che la cosa passi senza che la gente "normale" dica "basta!", "queste cose sono già accadute in passato!", "storie del genere non possono più avvenire in Europa!"?
E alla nausea si aggiunge la paura.
Una paura "déjà vu", una paura razionale, il terrore che loro - arabi, ebrei, neri, gialli o a strisce - mi vedano per quello che non sono, mi considerino, magrado me, parte di questa storia infame, solo perché non ho la stessa pelle che hanno loro, non mangio le stesse cose e non prego lo stesso dio.
L'Italia mi fa paura.
Mi fa paura perché scivola sempre di più nella barbarie.
Mi fanno paura i giovani razzisti che fanno capannello agli angoli delle nostre strade.
Mi fanno paura i prefetti che non vedono, non sentono, non dicono come le tre scimmiette.
Mi fanno paura gli sguardi che i vicini lanciano a chi non è come loro.
Le frasi pronunciate a bassa voce, e non più tanto bassa.
Gli eufemismi, le barzellette oscene, i nomignoli, i soprannomi.
Tutto l'armamentario che rende colui che se ne serve "carnefice volontario".
Nel senso chiaro che Goldhagen ha dato ai tedeschi che abitavano nei dintorni di Auschwitz e che hanno giurato e spergiurato di non essersi mai accorti di nulla.

giovedì 17 dicembre 2009

Ciapum de qua, ciapum de là...

Ciapum de qua, ciapum de là, ti ciape mi! Ciapa el tram per San Vitur! Su da doss!

mercoledì 16 dicembre 2009

Io detesto.

"Non odio forse quelli che ti odiano, o Eterno, e non detesto quelli che si levano contro di te?
Io li odio di un odio perfetto, essi son divenuti miei nemici."

Questo dice il Salmista nel Genesi.

A parte un predicatore che legga i Salmi, oggi, in Italia, l'odio è bandito. Finito. Out. Kaputt.
È inelegante.
È eccessivo.
Ed è forse intercettato dalla polizia postale che lo mette tra le parole sentinella.
Si può odiare impunemente, oggi, in Italia?
Non ne sono sicura.
Allora uso la parola "detesto". Più elegante, meno connotata, nonostante il Pittano me la dia come sinonimo.

Io detesto.

Detesto il film "La lezione di piano".
Detesto le canzoni che canta la Carla Bruni e come le canta.
Detesto le olive.
Detesto Sgarbi.
Detesto il mio dirimpettaio e la di lui moglie.
Detesto i tirchi. Tutti.
Detesto Berlusconi.
Detesto l'odore dell'incenso.
Detesto Rutelli.
Detesto Zidane quando fa la vittima.
Detesto prendere l'aereo.
Detesto svegliarmi presto la mattina.
Detesto Bruno Vespa.
Detesto Mel Gibson.
Detesto i romanzi di Baricco. Tutti.
Detesto anche Va dove ti porta il cuore della Susanna Tamaro.
Detesto giocare per finta perché il gioco è una cosa seria.
Detesto andare in barca a vela che non so mai dove mettermi.
Detesto non avere l'accendino. Il che capita spesso.
Detesto la Lega e lo spirito dei leghisti, soprattutto quando sono veneti.
Detesto programmare con troppo anticipo qualsiasi cosa.
Detesto Wagner che mi fa venire l'orticaria.
Detesto l'impiegata dell'Ufficio postale del mio paese, ma mi detesta anche lei.
Detesto gli acronimi. Specie quando non li conosco.
Detesto andare in giro a guardare le vetrine.
Detesto chi è sempre amorevolmente d'accordo con me.
Detesto l'ordine delle cose.
Detesto Calderoli. E Castelli.
Detesto Rachida Dati.
Ho detestato George W. Bush. Ora meno, perché è fuori gioco.
Detesto chi usa l'antisionismo come eufemismo.
Detesto chi russa.
Detesto le farfalle.
Detesto chi non sopporta che i cani, quelli piccoli, salgano sul divano.
Detesto chi va in vacanza alle Maldive (salvo se ha avuto la sfiga di vincere un viaggio da quelle parti là).
Detesto i buoni sentimenti e il buonismo in generale.
Detesto Veltroni, dunque.
Detesto l'Alessandra Mussolini e il suo fare da pescivendola.
Detesto la moquette.
Detesto chi vuole imporre un modo di vita.
Detesto i crocifissi nei tribunali e nelle scuole.
Detesto l'odore del vino. E il vino, visto che sono astemia.
Detesto le scarpe col tacco.
Detesto chi ama le automobili.
Detesto Gianni e Enrico Letta.
Detesto dover valutare una situazione.
Detesto chi dice che Bob Dylan non sa cantare.
Detesto Cent'anni di solitudine.
Detesto Belpietro e Belpiero.
Detesto i razzisti.
Detesto anche chi crede ancora che esistono le razze.
Detesto chi detesta l'America per principio.
Detesto quella sinistra che inneggia a Ahamadinedjad
Detesto i veli che nascondono il corpo delle donne.
Detesto i passeggeri dei treni che condannano gli scioperi dei ferrovieri.
Detesto Oriana Fallaci. Anche se da giovane, lei mi piaceva.
Detesto il tedesco. La lingua.
Detesto le fotografie di Helmut Newton.
Detesto la Primavera di Vivaldi.
Detesto Umberto Eco quando fa il giggione alla Tv che proprio non ce n'è bisogno.

Detesto tante altre cose ma ora ho sonno e detesto stare sveglia quando ho sonno.

Dunque, concludo.
Rivendico il diritto di detestare quanto mi pare, chi mi pare, quello che mi pare, come mi pare.
Detestare, mi fa stare bene.
E detesto bene. Fino in fondo. Proprio di brutto.


martedì 15 dicembre 2009

Voglio riportare qui di seguito questa bellissima versione di un pezzo di Gaber "riscritta" dall'amico blogger Lupo Selvatico, che ritroverete anche nel suo blog, cioè qui.... Sulla questione, Lupo ha scritto altri due post, altrettanto interessanti....Lo ringrazio di avermi dato il permesso di riprodurla....

Io se fossi Dio

Io se fossi Dio
prenderei a schiaffi Massimo Tartaglia
(e gli schiaffi di Dio, si sa,
appiccicano al muro tutti)
perchè io non ho creato i matti
per far piacere ai cattivi
li ho fatti per liberarli dall'assurdità del quotidiano
e non per nascondere col sangue
la natura violenta del caimano.

Io se fossi Dio
mi incazzerei con lui oltre il dovuto
perchè con quel gesto folle e rozzo
permette ai servi viscidi e schifosi
di proclamarsi vittime,
al posto dei botoli rognosi che eran ieri
che insultano, ringhiando e con la bava,
il senso dello Stato e chi lo ama.

Io se fossi Dio
gli urlerei cretino, deficiente
perchè di nuovo, un'altra volta,
ci rendi più difficile vedere dietro al niente
la vera violenza contro l'uomo,
di chi odia davvero le persone,
le loro vite, i loro affetti
e con le leggi e con il suo potere
offende la giustizia,
distrugge la speranza.

(Perdonami, Gaber.)


lunedì 14 dicembre 2009

E se fosse stata una grandiosa strategia di marketing?


E se fosse una grandiosa strategia di marketing?
Le scarpe che il giornalista iracheno tirò in faccia a Bush (sicuramente molto più agile del Caimano) vennero riprodotte e vendute in centinaia di migliaia di esemplari e risollevarono le sorti dell'impresa che le aveva messe sul mercato.
La Black & Dekker sfruttò abilmente il gesto di quei ragazzi che avevano scolpito la falsa testa di Modigliani per farla ritrovare in fondo all'Arno e prendere in giro la comunità dei critici che giurarono e spergiurarono che si trattava proprio di una testina uscita dalle mani del Maestro...
Dopo la pubblicità a pagina intera sui quotidiani nazionali che vantava le proprietà dell'utensile capace addirittura di far dei "Modigliani", le vendite del B&D salirono alle stelle...
Se il Duomo con la Madunina seguirà lo stesso iter (sono arcisicura che chi ha messo sul mercato l'oggetto in questione sta subappaltando la produzione di duomi e madunine che probabilmente finiranno in molti caso sotto l'albero), allora prepariamoci a lanci di Colossei, di futuri Ponti sullo Stretto, di Vaticani e San Marchi, Arene veronesi e Palazzi della Ragione, Moli antonelliane, Torri degli asinelli e Torri di Pisa.
Ogni luogo in cui Caiman farà i suoi comizi cercherà il picchiatello locale, lo cercheranno addirittura i consigli comunali per mettere in valore le bellezze delle loro città, i più gentili faranno monumenti di gomma e si apriranno corsi di lanciooggetti in ogni bocciofila e dopolavoro ferroviario.
A parte la stampella di Enrico Toti, che non ebbe la stessa fortuna, perché il fatto avvenne in epoca preindustriale, gli oggetti "dirompenti" diventano inevitabilmente delle icone.
Non lo sappiamo che, in fondo, il mercato vince sempre?


sabato 12 dicembre 2009

Vergogna/2

Mentre il sceriffo Gentilini si preoccupa del fatto che i preti vengono da fuori e dunque non conoscono le nostre tradizioni (nessuno gliel'ha detto che l'attuale inquilino del Vaticano predilige wienerschnitzel, wurstel e knodl alla "pasta e fasioi"?), nella Repubblica Italiana avvengono fatti come quelli che descrive in questo video Furio Colombo.
Cose del genere sono avvenute in passato, un passato di cui l'Europa intera ha vergogna...
Eccola qui, la vergogna, eccola di nuovo...

venerdì 11 dicembre 2009

Vergogna!


Il Corona si vergogna di essere italiano.
I giornali pubblicano impietosamente di lui una fotografia che la dice lunga sul personaggio.
Il Corona si vede come lo vedo io?
Davvero mi piacerebbe saperlo.
Io vedo un prototipo uscito da un fotoromanzo degli anni 60, riattualizzato dal tubo catodico.
La posizione plastica del Cristo in croce, braccia allungate lungo la spalliera del banco degli imputati, è contraddetta dallo sguardo da coatto che rivolge verosimilmente ai giudici che lo hanno condannato.
Il resto è in linea.
Camicia immacolata aperta su petto semivilloso. Regolare catena d'oro. Regolare tatuaggio. Giacchino striminzito trattenuto a stento da un bottone di quelli che vorrei avere io. Un bottone Uhu, quadruplo filo, a prova trazione. Al polsino pataccone d'oro. Fazzolettino bianco nel taschino.
Capelli rasati con quelle che appaiono essere due cicatrici ma forse sono un vezzo alla moda similpunk. Barba rigorosamente rasata con rasoio Micky Rourke durante le riprese di 9 settimane e mezzo. Orecchinino d'oro all'orecchio sinistro.
Il nostro Corona si è sbagliato e ha fastidiosamente infilato l'ingresso del tribunale invece di quello della discoteca che lo vede re. O forse alla fine dell'udienza non aveva il tempo di andarsi a cambiare.
Lui si vergogna. Non capisce che chiedere soldi per non pubblicare delle foto costituisce un ricatto. Il testone, proprio non lo capisce.
E conclude, vergognandosi di essere italiano.
L'Italia pian piano si guadagnerà il primato di paese col maggior numero di cittadini che si vergognano.
Ognuno, anch'io, si vergogna di qualcosa.
Non delle stesse cose. Ma siamo in molti a vergognarci.
E, temo, continueremo a vergognarci ancora a lungo. Ancora di più.
Assieme, nonostante tutto, al tenebroso e caravaggesco Fabrizio.


mercoledì 9 dicembre 2009

Blade Runner, il ritorno...

Il film di Ridley Scott si apriva con Los Angeles di notte. Brulicante di suoni e immagini proiettate sulla facciata dei suoi grattacieli. Boccone rosse e occhiate ammiccanti proponevano merci, notizie, previsioni del tempo. In basso, bagnata da una pioggia incessante, la gente passava veloce da un baracchino all'altro ordinando hot dog, noodle o shawarmah, in una lingua che non era lingua di nessuno. Una lingua franca, un pidgin di lingue antiche che non avevano più alcuna cittadinanza.
Blade Runner era l'incubo. Il futuro che non doveva essere così. Un futuro opprimente e paranoico.
Era il 2019.
Noi ci siamo arrivati dieci anni prima.
Il faccione del Caimano, non si sa bene se nel ruolo di Kim Jong II o in quello più consueto di Aiazzon Man plana su una Milano notturna dalla parete di vetro del Pirellone. E ci ricorda che gli incubi possono diventare realtà. Addirittura prima del tempo.



martedì 8 dicembre 2009

L'uomo che cura le motociclette


Lui si chiama Yao Kouadio Albert.
E ti guarda dritto dritto negli occhi dal volantino appiccicato vicino alla bottoniera nell'ascensore della facoltà.
L'espressione del dr. Albert è comunque un'espressione perplessa.
Forse non ci crede nemmeno lui alle capacità che vengono vantate subito a fianco alla fotografia.
Magari, lì per lì, prima di scrivere, ha avuto qualche dubbio.
Yao Kouadio Albert è astrologo, ricercatore, aromaterapeuta, oftalmologo, ginecologo e andrologo internazionale. E riceve su appuntamento nella sua dimora ai margini del villaggio di Abobo, in Costa d'Avorio. Tutti i giorni, anche la domenica e i festivi, dalle 7h alle 18h30.
Yao Kouadio Albert cura e guarisce i sieropositivi, il fuoco di Sant'Antonio, la tubercolosi polmonare, l'erezione molle, l'impotenza, lo scarso vigore sessuale, l'eiaculazione precoce, il cancro al seno e all'utero.
Nell'ordine.
Si limita invece a curare (senza garanzia di guarigione) la cataratta. Aggiunge che si tratta di una consultazione che, in questo caso, non dura più di 5 minuti.
È anche un riparatore.
Continua infatti sostenendo che è in grado di "riparare": i cuori infranti (e specifica che si tratta di persone che hanno appena divorziato), le smagliature e le cicatrici, il pene (che è in grado di ingrandire o ridurre a richiesta).
Ripara anche "gli stregoni". Ma non fornisce altre spiegazioni.
Ripara le paralisi agli arti e la meningite.
Ripara le angoscie che precedono un esame e un concorso.
A questo punto introduce una rottura epistemologica.
Il dottor Albert si occupa anche di "preparare spiritualmente un terreno in costruzione".
Oltre ad effettuare interventi chirurgici per telefono. Nella fattispecie opera telefonicamente e con successo fibromi e cisti.
Si occupa anche di devianze sessuali. Perché garantisce di essere in grado di rimettere in sesto "tutte le sessualità deviate".
Aggiunge alla fine l'ultima sua competenza. Che si riallaccia con quello che, in fondo, era il ruolo primigenio dei medici dell'antichità. Falegnami del corpo. Meccanici delle membra. Idraulici del sistema vascolare.
Il dottor Albert tra un fibroma e una cataratta, si occupa pure di motociclette.
E assicura che lui è in grado "di far ripartire il motore delle motociclette". E per non vantarsi di cose che esulano dalle sue competenze, specifica accuratamente che le motociclette in questione debbono essere di marca russa. Delle altre, Doc Albert, non si occupa.

giovedì 3 dicembre 2009

Contro il riscaldamento globale bevete meno caffé...


Sono un'inquinatrice.
Forse il prototipo degli inquinatori.
Da crocifiggere.
Da bruciare a fuoco lento.
Secondo New Scientist, non ne faccio una giusta.
Il caffé, per esempio. Ne bevo circa dodici al giorno. Ristretti, allungati e a partire dalle cinque del pomeriggio, decaffeinati. In un anno, mi spiega New Scientist, genero almeno 350 kg di C02. L'equivalente di due voli Roma/Londra. Anzi sicuramente di più, poiché da quando mi drogo al caffé pubblicizzato da Clooney, il belloccio, diffondo nel mondo le piccole capsule colorate monodose, sicuramente meno biodegradabili dell'uranio.
In secondo luogo faccio un uso smodato di carta igienica. Mai riciclata. Che quella riciclata manca effettivamente, diciamolo, di morbidezza. kilowattori che se ne vanno a strafottere....
Mi modero invece nell'acquisto compulsivo di vestiti, cinture e cappellini. Però ammetto che non aspetto che i pantaloni abbiano le pezze al culo per comprarmene un altro paio. Prometto, non lo farò più! Seguirò gli insegnamenti di Dinah, mia madre. Che riciclò per almeno un decennio quello che all'origine era un abito di tessuto scozzese verde e rosso, trasformandolo in scamiciato, gonna, gilé e da ultimo straccio da spolvero.
Invece, lo ammetto. Sibariticamente mi lavo. Almeno una volta al giorno. E ammetto pure che lavo lenzuola, tovaglie e asciugamani più o meno una volta alla settimana e mai con acqua fredda (che possono farci una testa grande come una casa, ma l'acqua fredda non fa un baffo a macchie e aloni...al massimo tolgono la puzza, e ancora ancora...)...
Così facendo emetto almeno una tonnellata di C02 all'anno....
Mi capita pure di gettare il cibo...quella bistecca finita dietro alle rape e scaduta da una settimana che non mangerebbe nemmeno babette, il mio cane...ma è colpa mia perché faccio le spese al supermercato invece di acquistare di che nutrirmi oculatamente giorno per giorno e dunque capita che nella massa qualcosa espiri...
Moralmente ripugnante mi definisce New Scientist...
Ho invece la tendenza (comportamento altamente ecologico) di stendere i panni fuori dalla finestra...mi ricorda Venezia e la Calle drio a ciesa, del mio quartiere, Castello, il più biancherizzato di tutta la città...
Ho persino proposto a Vincenzo, il mio vicino fiorentino, di tirare una carrucoletta tra la mia finestra e la sua e di stendere allegramente i nostri panni per colore o in ordine di dimensione...
Paul, la guardia campestre che funge da poliziotto, vigile, tuttofare, nel villaggio in cui abito, venuto a conoscenza della cosa si è strappato i capelli e ci ha freddati con un : "ma che credete di essere a Napoli?"...a Venezia, ho risposto io...ma la diversa location geografica non lo ha commosso...

Un'agghiacciante impressione...



Circola a Gerusalemme...
Una giovane giornalista di CNN aveva sentito parlare di un vecchio ebreo, vecchissimo davvero, che, da sempre, si recava a pregare al Muro delle Lamentazioni.
Pensando di costruirci sopra una storia, la giornalista partì alla volta della città.
Il vecchio era già sulla piazza e camminava lentamente verso il Muro. Dopo tre quarti d'ora di preghiere, mentre l'uomo si allontanava a piccoli passi e appoggiandosi ad un bastone, la giornalista gli si avvicinò per intervistarlo.
- Mi scusi signore, sono Rebecca Smith di CNN. Posso chiederle come si chiama?
- Moshe Rosenberg
- Da quanto tempo si reca al Muro per pregare?
- Da più di 60 anni.
- 60 anni! Incredibile! E per chi prega?
- Prego per la pace tra cristiani, ebrei e mussulmani. Prego per la fine di tutte le guerre e per la fine dell'odio. Prego perché i nostri figli crescano sicuri e diventino adulti responsabili capaci di amarsi gli uni con gli altri....
- E che cosa prova dopo 60 anni di preghiere?
- Ho l'agghiacciante impressione di parlare a un muro.....


martedì 1 dicembre 2009

Qualcuno può darmi una risposta?


È normale che quando apro certi blog, nel giro di qualche secondo un secondo schermo si sovrappone al primo, nascondendone il contenuto?
Ed è sempre lo schermo di una compagnia di viaggi, o aerea, che si chiama Meridiana.
È uno spam? Oppure è un modo di raggranellare cento lire da parte dei blogger che stipulano un contratto con questa fottuta compagnia di viaggi o aerea, che proprio da loro non prenderò mai un biglietto, se non altro perché non sopporto ogni volta di dover aspettare, fare marcia indietro, scendere col cursore, insomma, tentare di fregarli, non riuscendoci mai perché quelli della Meridiana sono furbi e assomigliano a quei rompiballe che ti si piazzano in casa e non c'è verso di farli andare via...
Qualcuno può darmi una risposta?
Perché se si tratta di spam, ancora continuerò a giocare a rimpiattino con il doppio schermo.
Ma se invece con sta Meridiana del cavolo gli amici blogger hanno stipulato contratti mi vedrò obbligata a depennarli dalla mia lista visto il travaso di bile che mi viene ogni volta che la cosa si ripete...